venerdì 31 maggio 2013

Film 555 - The Twilight Saga: Eclipse

E ieri si è continuato il tour "Twilight" coinvolgendo suo malgrado il povero Leoo appena arrivato da Milano, assolutamente all'oscuro del malefico piano serale che io e Licia avevamo architettato...


Film 555: "The Twilight Saga: Eclipse" (2010) di David Slade
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Licia, Leoo
Pensieri: E anche questo terzo capitolo ce lo siamo lasciati alle spalle.
Effettivamente migliore rispetto al precedente orrendo "The Twilight Saga: New Moon", "Eclipse" non aiuta comunque a migliorare la qualità di fondo della prosopopea "Twilight". La Stewart rimane una delle peggiori attrici teen di sempre, incapace di interpretare la benché minima espressione. Pattinson ogni volta che la bacia ha lo sguardo di uno che riceve l'estrema unzione e ne è consapevole. Lautner è zerbino sentimentale pompato di steroidi sempre più privo di una qualunque maglietta. Tutti e tre imbarcati nella sagra dello stereotipo facile facile. Ora che siamo alla fase 'il traingolo no', infatti, le smielate amorose si sprecano in un continuo irreale di proposte di matrimonio e perseveranza sentimentale contro ogni logica. Già, perché se l'amore perseguito ad ogni costo ci può anche stare, il fatto che sia direzionato nei confronti dell'insipida Bella Swan lascia sinceramente senza parole.
Relazioni a tre a parte, comunque, c'è da dire che ci sono veramente troppi inutili personaggi di contorno che hanno dalle 2 alle 0 battute a testa ma che vengono in ogni caso presentati nella storia. Qual è il senso? Vengono citati 100 nomi diversi che uno spettatore qualunque privo di un genuino interesso per il prodotto, finisce per confondere. Già la famiglia Cullen è numerosissima, ma serviva davvero dare spazio ai vari nuovi-membri-per-un-secondo se poi finisco per morire tutti in battaglia? La domanda è retorica. In ogni caso, nell'ottica generale, questa terza traspozione dei romanzi della Meyer è esteticamente migliore della precedente, quantomeno per una ricerca della fotografia più naturale e l'utilizzo di effetti speciali che aiutano il film, invece di renderlo ridicolo.
Le svariate faide tra clan di vampiri e lupi tengono anche abbastanza vivo l'interesse, ma il ritmo manca sempre di mordente ed effettivamente 124 minuti di pellicola sono troppi per quello che effettivamente poi succede. Lodevole, invece, il rendere le scene di battaglia più movimentate e meno "poeticamente" rovinate da un totale e costante effetto rallenty che bruciava sul nascere il minimo tentativo di costruire una vaga sequenza con un po' d'azione.
E' inutile dire che aborro il genere "Twilight" un po' a prescindere e un po' perché, effettivamente, la visione dei film mi sta dando ragione. Capisco il pubblico che può esserne attratto, ma per me qanche questo "Eclipse" rimane un'inutile e zuccherosamente smielata boiata mal recitata.
Ps. $698,491,347 incassati in tutto il mondo e un insulto sputato in faccia a tutti i prodotti di qualità del cinema con del senso. Tant'è.
Pps. Bryce Dallas Howard spodesta senza alcun motivo Rachelle Lefevre, precedente interprete della rossa vampira Victoria nei due capitoli precedenti. Il motivo di tale sostituzione mi è oscuro, ma rimane di fatto una trovata quantomeno stramba: la sostituiscono nell'episosio in cui il personaggio muore...

Consigli: Chi vuole e se la sente farebbe meglio a veders anche i due capitoli precedenti prima di avventurarsi con questo terzo, evitabilissimo, apisodio. Gli Amanti della saga, invece, ameranno le profusioni sentimentali e soffriranno per coloro che vedranno respingere il proprio amore. E' inutile, comunque: "Twilight" o si ama o si odia.
Parola chiave: Proposta di matrimonio.

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Bengi

mercoledì 29 maggio 2013

Film 554 - Città temporanee

Kinodromo (assemblea aperta di operatori del settore audiovisivo, volto a promuovere il cinema indipendente) ha organizzato e organizza al cinema Europa di via Pietralata una serie di incontri cinematografici tra cui quello di ieri sera per presentare il lavoro di ZimmerFrei, un "collettivo di origine bolognese, che da anni opera nel campo dell’arte e non solo. Formatosi nel 1999, produce opere di vario formato: ambienti sonori, installazioni video, performance, spettacoli multimediali, collaborando con gallerie d’arte, teatri, festival di videoarte e luoghi ibridi e recentemente sempre più in avvicinamento verso il mezzo cinematografico".
L'interesse mio e di Marco era legato al tema della serata che avrebbe toccato l'argomento urbano, focalizzando l'interesse su tre diversissime realtà cittanine: Milano, Copenhagen e Budapest.


Film 554: "Città temporanee" (2007, 2011, 2012) di ZimmerFrei (Massimo Carozzi, Anna de Manincor, Anna Rispoli)
Visto: al cinema
Lingua: italiano, danese, ungherese
Compagnia: Marco
Pensieri: Raggruppo i tre cortometraggi sotto l'unico titolo "Città temporanee", dato che ha contraddistinto l'iniziativa di Kinodromo e in quanto figli di un progetto più ampio e solo parzialmente visionato ieri sera. Di fatto "Memoria Esterna", "The Hill" e "Temporary 8th" sono solo alcuni dei cortometraggi realizzati da ZimmerFrei nell'ambito di una ricerca sulle città e le diverse realtà sociali che le contraddistinguono.
Nel caso particolare dei tre esempi visionati al cinema Europa, devo dire che, nonostante l'interesse per gli argomenti potenzialmente approfonditi, ho trovato meno riuscito il primo ("Memoria Esterna") sulla città di Milano. 

Essendo quello temporalmente meno recente, l'impressione che lascia è di un lavoro sperimentale, meno organizzato nel distribuire contenuti che, a volte, sembrano gettati alla rinfusa. L'idea di presentare la città attraverso i brevi racconti - a volte incomprensibili a causa di un audio mal gestito - di chi la vive e l'ha vissuta era certamente un buon espediente che, però, subisce l'inesperienza inevitabile di un progetto ai suoi primi sviluppi. Da questo punto di vista, infatti, i successivi "The Hill" (Copenhagen) e "Temporary 8th" (Budapest) sono nettamente più riusciti e capaci di veicolare un messaggio di fondo strutturato e comprensibile. L'esempio di Milano mi è sembrato a tratti senza un filo conduttore.
Dove, teoricamente, il macroargomento è il capoluogo lombardo, cambia radicalmente per "The Hill", incentrato sugli aspetti sociali e ambientali che la costruzione di una collina artificiale ha influenzato nel quartiere popolare di Nørrebro. Essendo una città unicamente piana, gli abitanti di quella zona di Copenhagen si sono dovuti confrontare con un progetto ambientale che sentivano estraneo alla loro terra. Strutturato tutto attorno a questa collina (all'interno della quale è stato realizzato un palazzetto da basket), si percepisce perfettamente l'intento di descrivere le implicazioni che questo progetto ha portato con sé nell'intaccamento di un'immagine collettiva prima, e nell'accettazione e 'riabilitazione' dell'oggetto incriminato poi.
Le voci narranti, questa volta, aiutano il pubblico a farsi un'idea del perchè la realizzazione di un ammasso di terra simil-collina potesse essere così problematico da digerire per la popolazione locale, finendo per spiegare anche come quest'ultima è poi riuscita a fare propria la nuova struttura messa a disposizione dal comune. Il tutto per un risultato affascinante e antropologicamente stimolante per chi, come noi, ha una prospettiva delle cose evidentemente differente.
Alla conclusione con "Temporary 8th" la serata era già stata caricata di numeosi stimoli. Il fascino decadente di Budapest ha quindi un po' risentito di un nonstop di precedenti stimolazioni e visive e mentali non supportate da alcuna pausa, né approfondimento precedente o successivo alla visione. L'idea che le immagini parlino da sole è funzionale nell'ottica di un gruppo di studenti che devono far proprie le teorie approfondite con lo studio, piuttosto che ad una platea incuriosita da un progetto di cui conosce solo i titoli di alcuni lavori.
Strutturando così la visione, quindi, è stato per tre volte di fila necessario collocare sé stessi all'interno di un flusso narrativo incostante, dovendo praticare molteplici inferenze personali. In questo contesto il lavoro su Budapest mi è piaciuto meno rispetto a "The Hill", sia perché l'Europa dell'est esercita un fascino minore su di me, sia perché sono arrivato stanco alla terza visione. In una cornice urbana influenzata da povertà, degrato e richiami della guerra, ho trovato più umanamente faticosa da affrontare la capatina fra le rive del Danubio. L'ennesima rappresentazione della periferia, talvolta fatiscente, durante i 56' di "Temporary 8th" è certamente meglio approfondita rispetto ai due esempi precedenti, ma mi ha caricato di una malinconia che ho faticato a scrollarmi di dosso. In questo senso mi sembra che comunque si sia riusciti a centrare l'obiettivo del progetto, questa volta "dedicato all’Ottavo distretto di Budapest, quartiere popolare che ha beneficiato e subìto una grande ristrutturazione urbanistica, che però ha avuto un brusco arresto nel 2008 a causa della crisi economica internazionale". Ciò nonostante ho preferito il corto "The Hill".
Nel complesso le tre produzioni forniscono un'occhiata interessante su spazi urbani tra il familiare (Milano) e lo sconosciuto, concentrandosi su una visione evidentemente più affine agli autori del progetto, ovvero zone periferiche, soggetti ai margini della società o personaggi che hanno storie curiose da raccontare. Il mix eterogeneo di frammenti di vite rimane l'aspetto forse più interessante del tutto, che lascia un po' in secondo piano quello che, invece, mi aspettavo sarebbe stato il punto centrale: la città.
I tre puzzle composti dalle narrazioni di soggetti così diversi sono quasi impossibili da paragonare tra loro e spetta ad ognuno degli spettatori decidere cosa, nell'ottica personale, è risultato più significativo; rimane comunque innegabile che l'insieme di visioni proposte sia un prodotto interessante su cui concentrare la propria attenzione.
Ps. Qui il link alle opere audivisive di ZimmerFrei.

Consigli: Particolare e personale approfondimento delle città e dei suoi abitanti nell'ottica di uno scardinamento delle consuete immagini-cartolina che potrebbero influenzare lo spettatore al momento dell'approccio ai tre documentari. L'approfondimento del legame tra le persone e il luogo in cui vivono è molto interessante, anche se questi tre esempi non possono essere che un punto di partenza per un vero approfondimento successivo del singolo.
Comunque, per una volta, qualcosa di diverso (che presenta contenuti) su cui riflettere.
Parola chiave: Periferia.

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Bengi

martedì 28 maggio 2013

Film 553 - Una notte da leoni 2

Da giovedì in sala con il terzo capitolo, ho deciso di recuperare il secondo che avevo serenamente snobbato dato che la visione della prima pellicola non mi aveva per nulla catturato.


Film 553: "Una notte da leoni 2" (2011) di Todd Phillips
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia:
Pensieri: Praticamente fotocopia del primo 'hangover' (ovvero post sbronza), questa parte seconda mi ha divertito più o meno quando il suo predecessore, ovvero un po', ma senza esagerare. Completamente privo di ogni benché minima pretesa culturale, di contenuti o approfondimento, è un circo di disavventure e momenti nonsense a volte molto spassosi, a volte solo volgari, che finisce per lasciare un po' frastornati, ma comunque genericamente divertiti.
Nonostante non mi spieghi bene il motivo della sfacciata fortuna di questo prodotto commerciale (il primo film ha vinto anche un Golden Globe come Miglior film musical o commedia!), ho comunque voluto proseguire con questo "The Hangover Part II" dato che il 30 maggio esce il terzo capitolo finale di questa ennesima trilogia, per completare il cerchio, diciamo.
Questo tipo di film è perfettamente catalogabile alla voce 'inutile, ma piacevole', ovvero tutta una serie di pellicole dallo spessore di un foglio di carta che, però, si finisce per guardare in quei momenti in cui o non si ha nulla da fare o non ci si riesce ad accordare su cosa vedere. Insomma, un perfetto riempitivo che, essendo così sfacciatamente orientato al pubblico generico, finirà per non scontentare nessuno. O accontentare.
In questo episodio il black out da dopo sbronza colossale (condita con droghe varie) si svolge a Bangkok, in Thailandia, che è chiaramente un necessario cambiamento di scenario, ma che, di fatto, non influenza in alcun modo lo svolgersi della trama. Lo avessero girato a Tokyo sarebbe stato lo stesso. Appunto perchè, come si diceva all'inizio, questa pellicola è l'esatta copia della precedente, con un cambio minimo di elementi (lo sfondo, appunto, e necessariamente le clamorose situazioni in cui i tre protagonisti Bradley Cooper, Ed Helms, Zach Galifianakis si ritrovano). L'esasperazione assurda dell'intreccio narrativo garantisce al film un ritmo costante e una certa sorpresa nello spettatore, felice di vedere che ad ogni casino ne succede un altro in un meccanismo perverso quasi senza fine che rende il tutto molto dinamico. Di certo, insomma, non ci si annoia.
Nel complesso "Una notte da leoni 2" è un prodotto innocuo e a tratti divertente, un film che si lascia seguire tranquillamente e che non fa rimpiangere la scelta di aver deciso di vederlo.
Ps. $581,464,305 di incasso mondiale, cento in più del primo capitolo.  

Consigli: A chi è piaciuto il primo non può sfuggire questo capitolo numero 2, in vista poi del terzo episodio al cinema da giovedì! Una trilogia all'insegna degli eccessi per una pellicola spesso assurda e sboccata, ma che certo funziona bene come intrattenimento per una serata in compagnia.
Parola chiave: Scimmia.

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Bengi

venerdì 24 maggio 2013

Film 552 - Il grande Gatsby

A Milano il giorno dopo il concerto di Beyoncé ci siamo ritrovati per guardare, finalmente, il tanto atteso nuovo film di Baz Luhrmann. Io, personalmente, con pochissime aspettative.


Film 552: "Il grande Gatsby" (2013) di Baz Luhrmann
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Leoo, Serena, Marta
Pensieri: Avevo bassissime aspettative e poco entusiasmo per il Gatsby di Luhrmann che, dopo "Australia", mi aveva lasciato un po' con l'amaro in bocca. Bissare qualcosa come "Moulin Rouge!" è quasi impossibile e, quindi, ero sinceramente scettico riguardo le capacità del regista-sceneggiatore di poter intraprendere con successo questo nuovo 'viaggio' cinematografico dopo il deludente esperimento precedente. Inoltre la martellante pubblicità al film in ogni dove mi aveva francamente un po' stancato. Di conseguenza mi sono approcciato a questo 'Gatsby 2013' in maniera tendenzialmente negativa. E un po' mi sono dovuto ricredere.
Per quanto io continui a pensare che Luhrmann sia più un regista da videoclip musicali che un capace narratore di storie, il suo film funziona abbastanza da lasciare soddisfatti. Lo sfavillio luccicante di sfarzo, lusso, gioielli e vestiti (Prada) copre sapientemente il vuoto lasciato dal mancato approfondimento psicologico dei personaggi (specialmente di contorno) che sembrano esistere solo in funzione del personaggio principale, unica vera rock star dello schermo. Ma anche qui c'è un problema. 

Già perchè Jay Gatsby funziona davvero bene nella prima parte del film, perdendo il suo magico fascino iniziale nella seconda, strangolato in una morsa di piattezza priva di appeal. Inevitabile che il personaggio perdesse molto del suo fascino una volta raccontata dall'onniscente Nick Carraway/Tobey Maguire la sua storia, però il divario tra inizio e fine della narrazione è francamente un po' troppo evidente. Non so se trattare una storia d'amore negli anni '00 svecchiando un classico della letteratura implichi per forza proporre il tutto come se fosse un racconto su adolescenti intimiditi dal giudizio dell'altro, ma di fatto "Il grande Gatsby" del titolo si rivelerà essere tale solamente per quanto riguarda feste, lusso sfrenato e capacità di vivere la vita ai 100km/h. Per quanto riguarda l'amore, invece, finisce schiacciato da una logica teen di gelosie, attesa di telefonate e tentativi di plagio ai danni dell'apatica Daisy Buchanan/Carey Mulligan.
E' un peccato che un personaggio così potenzialmente carismatico e magnetico sia coinvolto in una storia d'amore in cui l'unica cosa che davvero conta per lui sia che Daisy dica al marito che non l'ha mai amato. Non che desiderassi tragedie kolossal, ma elevarsi un pelo di più sarebbe stato auspicabile. Io, almeno, mi aspettavo più profondità (non sono ancora arrivato a leggere quella parte del libro di F. Scott Fitzgerald, quindi attendo di capire se davvero la love story sia affrontata in questi toni).
Dall'altra parte la Mulligan a mio avviso non è capace di trasmettere quella luce e quella gioia che, a parole, DiCaprio recita sullo schermo. Piuttosto piatta e, a dire il vero, non così bella, si trastulla tra feste, matrimonio infelice e scappattelle romantiche con l'espressione canina di un cucciolo bagnato e fallisce nell'intento di interpretare i panni di colei che è capace di catalizzare attenzioni di chiunque la veda. Più che una venere bionda è un angioletto spaurito (o annoiato). L'ho trovata appropriata, però, a livello di look: gli anni '20 in effetti le donano più che ad altri.
Decisamente ruspanti, invece, i due amanti Joel Edgerton e Isla Fisher, adatti al ruolo che rivestono ed efficaci - specialmente il primo - nella resa dei loro personaggi. Infelice e tragica la loro storia, l'ho quasi preferita a quella della coppia protagonista.
Imbambolato e poco comunicativo/espressivo Tobey Maguire, protagonista-non protagonista di un intreccio che racconta lui, ma che, di fatto, avrebbe potuto essere raccontato anche da una voce fuori campo che sarebbe stata la stessa cosa. Giusto per rendere l'idea di quanto sia riuscito ad essere incisivo.
Punto (un po') debole dei personaggi a parte, il film è un mix di generi che tutto sommato, come si diceva, funziona nell'ottica di ciò che è, ovvero un grande circo di colori, musica ed effetti speciali all'ennesima potenza (leggere pompati di steroidi). "The Great Gatsby" è 'grande' proprio in questo aspetto, essendo super ed ecessivo per ognuna di queste voci. Talmente kitsch nella resa scenica e dei costumi che fa tendenza, ennesimo esponente di un plus ultra che dell'esagerazione fa il suo fiero baluardo, da amare o detestare senza mezze misure. Nella combinazione di questi tre elementi, però, "Moulin Rouge!" era più riuscito (forse perchè l'ambientazione in un bordello giustifica la tendenza a un accanimento sull'immagine). L'ambientazione anni '20, invece, soffre un po' di più il distacco netto tra una ricostruzione storica più accurata - come nel precedente "Il grande Gatsby" del 1974 - e una più libera alla "Marie Antoinette" della Coppola.
Dal punto di vista della fedeltà al romanzo, invece, devo dire che il lavoro di Luhrmann e Craig Pearce mi ha soddisfatto in quanto piuttosto fedele (per lo meno fin dove sono arrivato con la mia lettura). Quest'aspetto mi ha colpito positivamente dato che mi immaginavo un risultato più 'liberamente ispirato a' che 'fedelmente tratto da'.
Insomma, questa pellicola non è tanto male come la mia propensione al dramma tendeva a suggerirmi. La colonna sonora - sfruttata meno di quanto ci si potesse aspettare - cala pezzi da novanta come Beyoncé, Emeli Sandé, Gotye, Fergie, Florence Welch e Lana Del Rey con quella "Young and Beautiful" che finirà per essere tema portante di tutto il film (visto il testo della canzone, trovo la scelta molto appropriata considerato che il tema del tempo è centrale per tutti i 142 minuti di pellicola). Gli ascoltatori contemporanei non potranno non gradire questo insieme di artisti che simboleggiano, ancora una volta, quanto per il regista la colonna sonora non sia solo un discorso tecnicamente annesso al film, ma una necessaria scelta per delineare stile e direzione del lavoro artistico finale. Che, a conti fatti, risulta vincente in questi aspetti tecnici particolarmente curati o spiccatamente personalizzati, ma inciampa quando si tratta di centrare il punto della questione: è travolgente, questo amore? E' rappresentato tanto forte quanto le parole utilizzate per descriverlo? Ni: DiCaprio ci si impegna, ma il troppo nominare questi profondi sentimenti finisce per renderli più idealmente presenti che reali. Si poteva sfruttare di più anche la contrapposizione temporale tra passato (che per Gatsby si può assolutamente replicare) e futuro, oltre che calcare ancora di più la mano nel triste finale che coinvolgerà i due membri della famiglia Buchanan, una volta per tutte rappresentati per ciò che veramente sono.
"Il grande Gatsby", insomma, finisce per avere una sua poetica di fondo incorniciata in un estro creativo 'alla Luhrmann' che, però, forse risulta troppo concentrato sulla messa in scena dell'estetica che lo contraddistingue che sui contenuti. In fin dei conti funziona, ma non mi ha catturato davvero.
Ps. Quando Nick Carraway e Jordan Baker (Elizabeth Debicki) prendono il té, uno dei camerieri è proprio Luhrmann.
Pps. 105 milioni di dollari per produrlo e un incasso mondiale di $138.4 milioni a sole 2 settimane dall'arrivo in sala.  

Consigli: Impossibile confrontarlo con il Gatsby con Robert Redford, sono due prodotti troppo distanti sia per tempo che per stile. Sono entrambe buone rappresentazioni del romanzo per alcuni aspetti e pessime per altri. In questo caso gli amanti del cinema del regista australiano non rimarranno delusi perchè, in effetti, ci si è impegnati a un ritorno più o meno evidente agli accenti istrionici di "Moulin Rouge!". Il tutto risulta meno riuscito quando, come per "Australia", si arriva alla necessità di rappresentare la storia e non solo i bei momenti di frenesia a tempo di musica. Comunque un prodotto con il suo fascino che merita quantomeno la chance di una visione.
Parola chiave: Dr. Eckleburg.

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Bengi

giovedì 23 maggio 2013

Film 551 - La casa

Settimana del cinema a 3€. Indecisi su cosa vedere, alla fine abbiamo scelto per questo remake...


Film 551: "La casa" (2013) di Fede Alvarez
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Marco
Pensieri: Dall'originale del 1981 ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti. Sam Raimi è passato dall'horror ai supereori prima, per approdare ai fiabeschi lidi de "Il grande e potente Oz" poi e questo rifacimento del suo film lo vede presente solo in veste di produttore. Il che fa ben sperare i fan dell'originale, ma, per quanto mi riguarda, non avendo visto il primo "La casa", non fa molta differenza. Ho letto comunque di un certo distanziamento rispetto alla pellicola da cui è tratto, più che altro per dare una nuova immagine a questa saga horror che nel suo futuro dovrebbe vedere nuove realizzazioni collaterali. Poco male, se questo sarà il risultato, perchè "La casa" versione 2013 funziona alla grande.
Se quello che si cerca è una pellicola horror e splatter condita di magia nera, qui si andrà a nozze. Violentissimo e crudo all'estremo, pauroso e a tratti disgustoso, il film di Alvarez è certamente un concentrato di emozioni fortissime che non dispiaceranno certo agli amanti del genere.
Sorvolando un po' sulla trama che non brilla di particolare originalità, la realizzazione è ben curata, il cast sconosciuto sufficientemente credibile nelle stereotipazioni dei personaggi che deve interpretare, montaggio e colonna sonora perfettamente sincronizzati per indurre brivi e spaventi. Funziona tutto, insomma.
Come ho detto prima, non posso fare alcun paragone con il prodotto originale, quindi mi limito a dire che il risultato finale a me è piaciuto nell'ottica delle mie aspettative. Di sicuro l'unico film horror che, da molto tempo a questa parte, è riuscito a farmi saltare sulla sedia e, soprattutto, è riuscito a soddisfare il mio bisogno di orrore puro, tralasciando cavolate mistiche o ombre sui muri dalle traballanti spiegazioni oniriche. Male puro che arriva e uccide. Nessun risvolto drammatico da entità traumatizzata o con qualcosa di irrisolto che la lega al passato. Solo il male che approda su 5 sfortunati personaggi che, loro malgrado, saranno di lì a poco morti e sepolti. E, sempre in quest'ottica, sono felice hce la trama si sia limitata ad una più che degna superficialità: senza bisogno di scavare troppo per raccontare storie collaterali a quella che dovrebbe destare il vero interesse (ovvero quella principale del film), il film riesce a concentrarsi su ciò che veramente vuole lo spettatore di una pellicola come "La casa": arti amputati, dolore, grida, smembramenti e tutte le più peggiori schifezze splatter del caso.
Insomma... che male sia!
Ps. Ad oggi il film ha incassato $81,634,756 di incasso al botteghino mondiale. Consigli: Scena finale con pioggia di sangue veramente suggestiva. Vale la pena di dare una chance a questa pellicola, ma solo se si è davvero interessati/intenzionati a vederla. E' molto realistica e visivamente cruda, non risparmia nulla allo spettatore, dagli arti mozzati ai chiodi sparati in faccia. Meglio essere preparati prima di avventurarsi in questa casa!
Parola chiave: Naturom Demonto.

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Bengi

martedì 21 maggio 2013

Film 550 - Scary Movie V

Visti i primi 4, non si poteva evitare di vedere anche questo ennesimo capitolo. Ma più per devozione alla causa che per le meravigliose originalità che propone questa pellicola...


Film 550: "Scary Movie V" (2013) di Malcolm D. Lee
Visto: dal computer portatile
Lingua: italiano
Compagnia: Leoo
Pensieri: Molte delle gag del trailer in effetti nel film poi non ci sono o, come nel caso della scena con Charlie Sheen e Lindsay Lohan, sono presentate in modo diverso. Nel contesto globale, comunque, questo non cambia il risultato piuttosto mediocre della pellicola, per non dire basso. Rispetto alla saga, infatti, questo e il secondo episodio sono decisamente i peggiori.
Abbandonato praticamente tutto il cast originale tranne Sheen (che però è presente solo all'inizio) e Simon Rex divenuto protagonista, abbiamo guadagnato il visino di Ashley Tisdale che è finita a far le veci di Cindy/Anna Faris, protagonista più carismatica e dalle espressioni fantasticamente demenziali.
Già lasciare metà del cast originale fa perdere appeal al prodotto che, in più, non fa nulla per innalzarsi o migliorarsi rispetto ai suoi predecessori. Volgare e stupido, fatica a centrare battute o situazioni divertenti e, peggio, non riesce a puntare su momenti comici che prescindano dal sesso. Insomma, se qualcuno avesse avuto dubbi, "Scary Movie V" è una qualunque operazione commerciale spilla soldi, basata sul principio che i fan della saga sarebbero accorsi in massa per godersi qualche nuova presa in giro dei titoli cinematografici più famosi delle stagioni passate. Tra le mire degli sceneggiatori, infatti, troviamo "La casa", "La madre", "L'alba del pianeta delle scimmie", "Il cigno nero", "Inception", "The Help" e, soprattutto, il format alla "Paranormal Activity" che aggiunge un'impronta horror abbastanza marcata.
Nonostante la presa in giro di certi passaggi nonsense di qualcuna delle pellicole citate sopra possa avere anche un senso, il tutto è comunque rovinato dalla totale mancanza di un filo narrativo strutturato e dalla cascata a pioggia di idiozie e volgarità. Siccome tutti e cinque i film si basano su questo, nessuno se ne stupisce; il problema è che qui non si ride praticamente mai. L'unica trovata veramente divertente è la scena del sesso lesbo. Il resto è vuoto.
Ps. Un veloce excursus riguardo gli incassi della serie demenziale:
"Scary Movie - Senza paura, senza vergogna... senza cervello!": $278,019,771
"Scary Movie 2": $141,220,678
"Scary Movie 3 - Una risata vi seppellirà": $220,673,217
"Scary Movie 4": $178,262,620
"Scary Movie V": $63,168,237
Facciamoci delle domande.
Consigli: "Scary Movie 3 - Una risata vi seppellirà" rimane il migliore dei 5 capitoli usciti fino ad ora. Il quinto era nell'aria da un bel po' e, sinceramente, se questo è il risultato potevamo tutti risparmiarcelo.
Chi ha apprezzato o apprezza la serie di "Scary Movie" non può perdersi anche questo ultimo prodotto, ma non regge il confronto con gli altri e, soprattutto, non vale davvero la pena di essere visto al cinema pagando dei soldi.
Parola chiave: Squalo.

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Bengi

lunedì 20 maggio 2013

Film 549 - Effetti collaterali

Prima volta al cinema a Milano con Leoo. In Bicocca. Sotto il diluvio universale.


Film 549: "Effetti collaterali" (2013) di Steven Soderbergh
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Leoo
Pensieri: Mi aspettavo di vedere un film orrendo, mi sono ricreduto. Per quanto non lo consderi un capolavoro, è comunque un prodotto ben confezionato e realizzato, lucido nel giocare i suoi assi nella manica che, alla fine, inaspettatamente piacciono.
Niente, infatti, è come sembra in questo "Effetti collaterali", dove si finisce per cambiare spesso parere sui quattro personaggi principali, coinvolti volenti o nolenti in un piano macchinoso che ha dell'incredibile. Al di là dell'esplorazione della cosa uomo (approfondento il tema del conscio e non conscio, instabilità e malattia, depressione e debolezza, volontà e inconsapevolezza), nella storia si parlerà a lungo riguardo la questione dei medicinali e la facilità con cui si tende a prescriverli. Una pillola per tutto diventa una soluzione per tutto, nonché scappattoia dalle proprie responsabilità. Due macroargomenti sempre presenti in un racconto che passerà per omicidi, relazioni e ricoveri psichiatrici.
Il quartetto di attori (velocemente terzetto dato che Channing Tatum finirà per morire) rappresenta una scelta azzeccata sia per le capacità (Jude Law e Rooney Mara funzionano bene) sia per un discreto appeal che riescono ad esercitare tutti insieme. L'evolversi della storia farà il resto. Tra l'altro Law si ritrova nuovamente in una situazione a 4 che ricorda numericamente quel "Closer" di Mike Nichols.
Senza pretendere troppo da "Side Effects" (la scena dell'omicidio è sinceramente un po' ridicola), ci si può lasciar trasportare dall'intricata trama che finirà per sciogliersi in un epilogo al sapore agrodolce al grido di una meritata, spietata vendetta. Cercando di non lasciare che le elucubrazioni personali finiscano per sovrapporsi all'andamento della pellicola, ci si può serenamente lasciar portare dove lo sceneggiattore Scott Z. Burns desiderava portarci. La sorpresa vale la pena di essere vissuta senza sovraccaricarsi di ipotesi.
Presente all'ultimo Festival di Berlino in concorso, la pellicola ha riscosso un discreto successo al botteghino ($60.288.363, esattamente il doppio della spesa per produrlo) anche se gli incassi della precedente collaborazione Soderbergh-Tatum ("Magic Mike" ha guadagnato $167,221,571) sono lontani. Questo film, però, è decisamente meglio.
Consigli: Fitti misteri dai risvolti erotici, il tutto annebbiato da farmaci e pazzia. Cosa sia vero e cosa sia una messa in scena sta allo spettatore deciderlo, finché la verità non sarà svelata alla fine del film. "Effetti collaterali" fa bene il suo dovere, riuscendo a catalizzare la totale attenzione dello spettatore fin quasi da subito. Non mancheranno le sorprese, tra le quali una Catherine Zeta-Jones in insoliti panni lesbo.
Parola chiave: Siero della verità.

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Bengi

mercoledì 15 maggio 2013

Film 548 - Hates - House at the End of the Street

Ho sempre seguito con interesse la carriera di Jennifer Lawrence fino ad ora. Sto cominciando a pensare di aver sbagliato.


Film 548: "Hates - House at the End of the Street" (2012) di Mark Tonderai
Visto: dal computer portatile
Lingua: inglese
Compagnia: Leoo
Pensieri: Ho riguardato il trailer, per essere sicuro di non aver seguito questa pellicola partendo con delle aspettative che mi ero creato da solo. E invece no. Il trailer, lo sappiamo tutti, non è il film, ma in questo caso ciò che si vede è totalmente un'altra storia. Le immagini, rimontate a creare qualcosa che poi "House at the End of the Street" non proporrà, funzionano perfettamente per quel minuto e mezzo pieno zeppo di adrenalina, mistero e paura. Peccato che poi il film si riveli essere qualcosa di totalmente differente, prevedibilissimo e sinceramente deludente.
Premesso che niente di soprannaturale è presente qui, né horror o splatter, la pellicola è in realtà un thriller dalle premesse interessanti che cede, però, alla convenzionalità delle scelte e delle trovate narrative. Oltre al fatto che si capisce quasi subito che cosa nasconde davvero Ryan/Max Thieriot, l'evoluzione del suo personaggio è poi lasciata alla banalità del già visto e alla prevedibilità delle azioni che, francamente, finiscono per lasciare indifferenti.
A Jennifer Lawrence non puoi dire nulla per quanto riguarda la recitazione - che è evidentemente il suo campo - ma non mi spiego come possa esserle venuto in mente di legarsi a questo debolissimo prodotto commerciale, molto vicino ad altre boiate per delusione di di pre e promesse ("Lost Souls - La profezia", "Scream 4", "L'altra faccia del diavolo" o "I bambini di Cold Rock") e banalità di scrittura.
Sono rimasto davvero deluso da questo prodotto, debole su praticamente tutti i fronti e veramente poco originale. Mi aspettavo tensione e horror e, invece, ho riscontrato solo idee davvero poco innovative (tra l'altro case isolate e botole nascoste sono al centro anche della pellicola appena uscita "La casa", remake dell'omonimo film di Raimi del 1981) e un epilogo, a mio avviso, un po' troppo azzardato. (Spoiler) Possibile che nessuno sapesse della morte di Carrie Anne? E che i genitori facessero vestire Ryan come la sorellina? O che abusassero di lui? Mah.
Dopo "Il lato positivo - Silver Linings Playbook", questo film, un Oscar e un Golden Globes, spero che nel futuro di Jennifer Lawrence ci sia qualcosa di più interessante e di qualità. E' giovanissima, staremo a vedere.
Ps. Nel cast anche Elisabeth Shue (nomination all'Oscar per l'orrendo "Via da Las Vegas") e Gil Bellows (un tempo famossissimo primo amore di "Ally McBeal").
Pps. $42,781,908 di incasso fino ad ora. Per produrlo ce ne sono voluti 6,9.
Consigli: Per film adrenalinici o dell'orrore ci sono esempi più riusciti o interessanti (per es. "The Exorcism of Emily Rose", "Con gli occhi dell'assassino", "Quella casa nel bosco") che, anche se non sempre funzionano in tutto, quantomeno provano a distaccarsi da passaggi banali o carenza di trovate narrative. Questo "Hates - House at the End of the Street" si lascia guardare, ma non aggiunge nulla al panorama cinematografico né tantomeno al genere in cui si pretende di incasellarlo.
Parola chiave: Disturbi mentali.

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Bengi

martedì 14 maggio 2013

Film 547 - The Twilight Saga: New Moon

E via di episodio numero 2.


Film 547: "The Twilight Saga: New Moon" (2009) di Chris Weitz
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Licia
Pensieri: "New Moon", ovvero la sagra dell'addominale.
Ci sarebbero altri piacevoli spunti per descrivere l'infinita banalità e noiosa vacuità di questo secondo episodio della saga vampiri vs lupi, ma credo che la predominanza di addominali - dai più tonici ai più 'casalinghi' - sia l'aspetto che di questo inutile film rimanga maggiormente impresso.
Bella dallo sguardo strafatto questa volta sarà abbandonata dal suo sbrilluccicante anemico fidanzatino per evitare che le attenzioni di troppi vampiri le vengano rivolte, non richieste. Dall'altra parte però, il segretamente innamorato lupo-dalla-naturale-faccia-di-cane, ha deciso che è arrivato il momento di fare più esplicite le sue avances nei confronti delle monoespressioni della ragazza che, per un po', gli regalerà volentieri attenzioni che non sarà, poi, disposta a concretizzare. Inevitabile la delusione a quattro zampe.
Edward Cullen tornerà alla fine sui suoi passi dopo che Bella lo andrà a cercare per spiegargli che, di fatto, non è morta (come era stato "visto" dalla sorella veggente), ma è viva, vegeta e piuttosto ormonata. Per avvisare Ed - in ritiro spirituale monastico con tendenze suicide presso i Volturi - la ragazza prenderà un volo diretto USA-Italia per atterrare in quel di Montepulciano (spacciata per Volterra) per fermare l'amato dal commettere la stupidaggine di sacrificare per lei la vita. Anche questa scena, come molte altre, ha come unico reale scopo quello di far ammirare gli addominali di Robert Pattinson, che altrimenti non avrebbe potuto mostrarli alle sue fans lasciando il rifacimento delle cornee solo alle assatanate di Taylor Lautner.
Per finire, dato che ormai Bella ha conosciuto la (feroce!) gerarchia vampira che procede solo a passo di rallenty, Edward deve promettere di renderla al più presto vampira o i Volturi la uccideranno. Chiamati ad interpretare questi ultimi, tra l'altro, una schiera di attori discretamente famosa: Michael Sheen ("Midnight in Paris", "Frost/Nixon - Il duello", "Tron: Legacy"), Jamie Campbell Bower ("Harry Potter e i Doni della Morte" parte 1 e 2, "Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street") e la ex bambina prodigio Dakota Fanning ("La guerra dei mondi", "Mi chiamo Sam").
Trama copiata da "Romeo & Giulietta" a parte (Bella ne ha pure una copia in camera sua che sta leggendo), questo secondo capitolo della saga "Twilight" è di una noia mortale e di una banalità sconcertante. Oltre a non succedere nulla durante tutta la parte che precede l'arrivo in Italia, cioè che viene mostrato è per di più recitato da Kristen Stewart con la stessa unica espressione da ebete drogata. Tutte le attenzioni che il mondo maschile le riserva sono decisamente immotivate.
Anche il grande segreto che sta dietro la figura di Jacob Black/Lautner è una cosa ridicola e solo una rincoglionita come Bella può arrivare a capire in due minuti che Edward è un vampiro, ma non riconoscere che Jacob è un licantropo.
Trama a parte - che sia che Licia ci aspettavamo essere concentrato di piattezza - va anche detto che a livello tecnico si salva giusto la fotografia, tra l'altro radicalmente cambiata nei toni dei colori, passati dai freddi del primo episodio a questi più caldi e autunnali.
Gl effetti speciali sono poco verosimili e spesso tendono a rendere ciò che rappresentano più simile ad un cartone animato. La regia, invece, è piatta e priva di alcun estro creativo. Mi meraviglio davvero che uno come Weitz, che alle spalle ha pellicole come "About a Boy - Un ragazzo" o "La bussola d'oro", si sia così poco impegnato, lasciato come unico indice di ricerca stilistica quella del far scorrere tutte le immagini a rallentatore. E quando dico tutte non sto scherzando.
Insomma, nonostante il budget di 50 milioni di dollari, mi sembra che non ci si sia voluti impegnare oltre il limite del pagare la palestra o un addominoplastica a tutti i protagonisti, lasciando ai fans o in generale agli spettatori solamente una serie vuota di immagini in successione, spesso patinate, ma perennemente vuote. E' vero, fa molto effetto vedere Ed fatto volare da un angolo all'altro della stanza in una lotta all'ultimo sangue sfracella mattonelle, peccato che sia e tanto mal gestita e tanto visivamente fine a sé stessa, che l'idea finale è che questa pellicola sia solamente una grandissima boiata. Remunerativa, ma pur sempre una boiata. Pazzesca.
Ps. $709,827,462 di incasso mondiale e 4 nomination - rimaste tali - ai Razzie Awards.
Consigli: Chi, come me, ha deciso di intraprendere il tortuoso cammino che porta alla visione di tutti i film della saga di "Twilight" per farsi consapevolmente del male, non può prescindere dal guardare questo secondo capitolo che rimane, comunque, chiave per la storia (anche se poteva essere condensato in 10minuti quello che qui invece ne dura 130). Gli altri sani di mente, lo evitino come la peste. I fans... gradiranno o avranno gradito di sicuro. Ma rimane, per me, un film noiosissimo.
Parola chiave: Triangolo amoroso.

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Bengi

lunedì 13 maggio 2013

Film 546 - Frenzy

Un film per cena con la speranza che, puntando su un grande nome, si andasse a colpo sicuro. E invece...


Film 546: "Frenzy" (1972) di Alfred Hitchcock
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Marco
Pensieri: Ad essere sinceri questo "Frenzy" è una delle pellicole, anzi la pellicola di Hitchcock che ho apprezzato di meno.
Dal piglio più televisivo che cinematografico, recitata maluccio e con numerosi momenti comici che dovrebbero essere drammatici, la delusione che ha portato con sé questo film mi ha un po' amareggiato poichè, fino ad ora, il grande regista mi aveva mai lasciato insoddisfatto.
Il ritorno in Patria non sembra giovare alla mano di Hitchcock che, anzi, pare dirigere i suoi attori senza particolare slancio, forse anche perchè i suoi protagonisti sono spesso più imbarazzanti che capaci. Posso intuire che, al momento dell'uscita nelle sale, questa pellicola si sia vista riconoscere un certo successo (perfino 4 nomination ai Golden Globes), ma con uno sguardo moderno, "Frenzy" perde quasi ogni tipo di appeal che avrebbe potuto esercitare.
L'assassino è presto svelato, le scene degli omicidi ridicole al pari della scena ambientata sul camion pieno di patate con il cadavere in un rigor mortis da guinnes dei primati per quanto riguarda le mani, ma con una mobilità ginnica sorprendente quando si tratta di tirare un calcio in faccia (e non è uno scherzo) all'assassino in cerca della prova che può incastrarlo; per non parlare poi della totale assenza di pathos e, anzi, molti momenti caratterizzati da lentezza e noia. Inoltre ho trovato un po' fini a sé stesse le svariate scene di nudo o semi-nudo di alcune delle attrici. L'attacco di follia con cui si titola il film non è mai reso dalle immagini, rimane solo titolo-ingannatore che promette qualcosa che, di fatto, al pubblico non viene dato. Nemmeno la scena in cui l'assassino si svela riesce veramente a rappresentare un istante di shock genuito e, peggio, fallisce in toto nella resa del raptus di follia che è più un teatrino di scabrosità e perversioni che, al giorno d'oggi, sembrano all'acqua di rose.
Chiaramente "Frenzy" è un tassello in più per completare la filmografia di un grandissimo artista e, per carità, si vede senza alcuna problematica, però mi ha deluso.
Consigli: Gli amanti di Hitchcock non possono non tentare di vedere quante più opere possibili del regista, ma questa certamente non è tra le migliori del suo repertorio paragonata a capolavori come "La finestra sul cortile", "Intrigo internazionale" o "Gli uccelli".
Parola chiave: Fermacravatta.

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Bengi

Film 545 - Marina Abramović: The Artist Is Present

25 aprile a Modena: prima si è girato un video (bellissimo!) per Crem's Blog, poi si è optato per un excursus sulla performing art.


Film 545: "Marina Abramović: The Artist Is Present" (2012) di Matthew Akers, Jeff Dupre
Visto: dalla tv di Marco
Lingua: inglese
Compagnia: Marco
Pensieri: "The Artist Is Present" è un interessante lavoro che si concentra sull'ideazione, produzione e realizzazione della retrospettiva su Marina Abramović al MOMA di New York. Passando per i suoi vecchi lavori a inizio carriera fino a giungere all'ultima performance dell'artista serba, il documentario spiega il pensiero della Abramović portandone il messaggio al pubblico e rende accessibile un dietro le quinte a cui, altrimenti, sarebbe impossibile prendere parte.
Al di là della curiosità naturale che possa spingere a seguire un qualunque documentario, devo dire che era mio personale interesse approfondire sul lavoro dell'artista. Artista che, come dice il titolo, in questo caso è presente. Lo è perchè, fisicamente, troveremo Marina seduta di fronte ad una vastissima platea, immobile nel corpo, ma capace di smuovere il suo pubblico grazie ad un semplice sguardo. Uno alla volta, tutti posso prendere parte al suo mastodontico progetto (3 mesi no stop al MOMA seduta immobile durante tutto l'orario di apertura del museo, fissa a guardare sconosciuti negli occhi) che, per essere portato a termine, richiederà alla sua ideatrice non pochi sforzi. Ma presente anche perchè Marina è ancora una volta artista e opera che ricerca nuovi modi per interagire con il suo pubblico e, più in generale, con le persone.
Chiunque possa provare anche solo un vago interesse per questo documentario a mio avviso non rimarrà deluso dalla visione. Non perchè sia capolavoro assoluto, ma perchè piuttosto è un prodotto in grado di sviluppare a più livelli campi di interesse, approfondendo in maniera esaustiva micro e macro argomenti legati all'arte, alla Abramović, alla performing art e alla nascita e contestualizzazione storica di quest'ultima. Che lo si guardi perchè più interessati ad un aspetto piuttosto che un altro non importa, nell'insieme i vari componenti di "Marina Abramović: The Artist Is Present" riescono ad agglomerarsi in maniera funzionale alla narrazione, raccontando in maniera interessante che cosa ci sia stato di fatto dietro a "The Artist is Present".
Credo che certamente un merito che si possa riconoscere a questa pellicola sia quello di aver raccontato Marina Abramović come persona, prima ancora di parlarne come artista. Raccontarne la storia, gli amori, le esperienze di vita e darle la possibilità di esporre il suo punto di vista a mio avviso aiutano a poter farsi un'idea più concreta e matura su una figura certamente controversa dei nostri tempi. Che il suo lavoro possa piacere o meno, credo che lo sforzo di seguire questi 106 minuti di documentario valga la pena di essere affrontato quantomeno per potersi staccare dall'immagine un po' cool e glam che la figura della Abramović ha assunto ultimamente, tra apparizioni in tv show ("Sex and the City") e a braccetto di alcune star (Tilda Swinton, Robert Redford, James Franco).
Interessante l'argomento e tecnicamente ben realizzato. Sono rimasto, però, con una sola - stupida - domanda: perchè Marina è ricorsa alla chirurgia estetica?
Consigli: E' un bel documentario che parla di arte e di una delle sue figure chiavi del nostro tempo. E' inevitabilmente interessante e affascinante e apre una finestra su un mondo che probabilmente non è familiare a tutti. Che possa piacere o meno, rimane un argomento su cui farsi quantomeno un'opinione propria
L'artista è presente. E il pubblico?
Parola chiave: Sguardo..

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Bengi

venerdì 3 maggio 2013

Film 544 - Da qui all'eternità

8 Oscar, tra cui Miglior film. Un cast stellare e molte leggende su questa pellicola. Non potevo non comprare il dvd.


Film 544: "Da qui all'eternità" (1953) di Fred Zinnemann
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Marco
Pensieri: Sinceramente? Non mi è piaciuto. Mi aspettavo qualcosa di estremamente epico, forse anche straziante, ma non ho trovato nulla di tutto ciò.
E' una pellicola che si lascia guardare ancora nel 2013, con un appeal che però si fatica a ritrovare. Suggestiva davver ola fotografia in bianco e nero che, inevitabilmente, dona quel qualcosa in più alle immagini, ma per il resto non sono rimasto folgorato come avevo immaginato sarebbe stato.
"From Here to Eternity" è una specie di "Pearl Harbor" versione padre, nei limiti delle possibilità degli anni '50. Capisco perfettamente che per l'epoca le scene risultassero emozionanti e piene di adrenalina, ma il pubblico odierno è abituato a ben altro. Speravo, infatti, che trama e recitazione mi avrebbero fatto dimenticare le lunghe pause, la lentezza e i fondali finti (che di solito non sono mai un problema), ma questa volta la 'magia' non è avvenuta.
Non sono riuscito ad identificarmi con nessuno dei personaggi, né ad appassionarmi alle vicende amorose di alcuno. L'unica che ha saputo catturare la mia attenzione è stata Donna Reed nel ruolo di Alma 'Lorene' Burke, accompagnatrice di nobile spirito che si innamorerà di Lee Prewitt (Montgomery Clift). Per il resto... pensavo avrei visto qualcos'altro. Di più coinvolgente e, devo dirlo, un po' meno noioso.
Ripeto, capisco perfettamente il contesto sociale e storico completamente differente da quello di oggi, però "Da qui all'eternità" mi ha deluso. Peccato.
Consigli: Miglior film, regia, sceneggiatura, attori non protagonisti (Donna Reed e Frank Sinatra, che fece di tutto per accaparrarsi questo ruolo) e molti altri Oscar ancora. Per gli amanti dei classici in bianco e nero è uno dei passaggi obbligati. Io, però, ne preferisco altri.
Parola chiave: Pugilato.

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Bengi

giovedì 2 maggio 2013

Film 543 - Iron Man 2

Senza slancio, mi sono deciso a vedere il secondo capitolo di questa saga.


Film 543: "Iron Man 2" (2010) di Jon Favreau
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Non sono un fan della saga e potevo vivere anche senza vedere questo episodio, ma siccome è plausibile che veda anche l'appena uscito "Iron Man 3", ho voluto mantenere aggiornata la lista di eventi che coinvolgono cinematograficamente il personaggio Marvel di Iron Man.
Se il primo epsiodio mi aveva lasciato pressocché indifferente, questo num. 2, invece, l'ho trovato spesso noioso. L'azione si limita a pochi passaggi (inizio e fine, soprattutto) e tutto il resto è macchinazione e procrastinazione. Ora che tutti i supereroi devono per forza avere un momento più riflessivo e introspettivo - è moda e attira buone critiche - anche qui si è scelto di far passare Iron Man attraverso una specie di 'crisi di mezza età', tra baldorie, alcol e festini.
Sinceramente questa scelto è abbastanza noiosa e nemmeno tanto funzionale. Il bello di Tony Stark è il suo essere genietto spaccone che si crede onnipotente e diverte perchè rappresenta un mondo e una serie di comportamenti che praticamente nessuno di noi frequenta o può permettersi. Di conseguenza vederlo in azione funziona e rende il tutto piacevole. Invece si è scelto, forse un po' troppo seguendo la corrente, di uniformare il percorso di formazione di Iron Man a quello di Batman e Spider-man senza particolari spunti di originalità.
Da un blockbuster degno di essere definito tale mi aspettavo adrenalina e divertimento spensierato e, invece, non posso davvero dire che quello che ho visto mi abbia soddisfatto o mi sia piaciuto.
Robert Downey Jr. è perfetto nella parte di genialoide sbruffone, ma questo ruolo è la fotocopia tecnologica dello "Sherlock Holmes" di Guy Ritchie dove la spalla Watson/Jude Law qui è rimpiazzata dalla rediviva Gwyneth Paltrow (Pepper Potts). Due ruoli così simili per lo stesso attore sono un rischio, a mio avviso, e spesso questa doppia interpretazione ha finito per stancarmi.
Cattivone di turno qui è Mickey Rourke (Ivan Vanko) che continua a mettermi inquietudine per il suo aspetto, ma comunque non ha catturato particolarmente la mia attenzione come spietato antogonista dalla Russia con furore (e magone per la morte del padre). Pare che il terzo capitolo, uscito in questi giorni, abbia ricevuto buone critiche, quindi rimango comunque fiducioso. Giusto perchè, in "The Avengers", Tony Stark non mi era affatto dispiaciuto.
Ps. Alcuni dei personaggi che vengono introdotti qui come new entry appaiono, di fatto, anche nel primo capitolo degli Avengers: Scarlett Johansson è Black Widow, Samuel L. Jackson è Nick Fury e Clark Gregg veste i panni dell'Agente Phil Coulson.
Pps. Spese di realizzazione che oscillano tra i 170 e i 200 milioni di dollari (mica briciole...) per un incasso globale pari a $623,933,331. Per fare un confronto, il primo "Lo Hobbit" è costato circa 200 milioni di dollari, portandone a casa, però, $1,017,003,568 (con il 3D, chiaro). Riusciranno le 3 dimensioni a migliorare anche le prestazioni del Sig. Stark al suo appuntamento cinematografico numero 3?
Film 411 - The Avengers
Film 808 - The Avengers
Film 930 - Avengers: Age of Ultron
Film 932 - Avengers: Age of Ultron
Film 1177 - Avengers: Age of Ultron
Film 695 - Captain America - Il primo vendicatore
Film 814 - Captain America: The Winter Soldier
Film 1156 - Captain America: Civil War
Film 1395 - Captain America: Civil War
Film 268 - Thor
Film 1191 - Thor
Film 631 - Thor: The Dark World
Film 1193 - Thor: The Dark World
Film 676 - Iron Man 3
Film 1004 - Ant-Man
Film 1195 - Ant-Man
Consigli: Se si è fan, meglio guardare per prima cosa il capitolo numero 1, poi questo e poi correre al cinema per non perdere l'ultimo. Senza dimenticarsi di vedere anche "The Avengers"! Altrimenti, in tutta onestà, questa non è tra le pellicole commerciali più riuscite della storia dei blockbuster...
Parola chiave: Palladio.

Trailer

Bengi