mercoledì 30 novembre 2016

Film 1248 - I magnifici 7

Non vedevo l'ora che uscisse anche da noi per fiondarmi al cinema! Poi, tra una scadenza e l'altra, il viaggio al nord e la consegna della tesi, non ero riuscito a sincronizzarmi con gli impegni. La soluzione l'ha portata un cinema parrocchiale che, grazie al cielo, ha deciso di proporre la visione anche per chi, come me, era decisamente in ritardo...

Film 1248: "I magnifici 7" (2016) di Antoine Fuqua
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Avevo paura, temevo davvero che questo film potesse proporre un western alla "Wild Wild West", un misto di cliché e di una tecnologia che neanche "Ritorno al futuro", ma fortunatamente sono stato smentito. Perché lo devo proprio ammettere: "I magnifici 7" è stato una bella sorpresa!
Bisogna anche dire che dal connubio Antoine Fuqua-Denzel Washington non mi aspettavo decisamente scintille, dato che non sono un fan della loro precedente collaborazione ("The Equalizer - Il vendicatore"), invece ero semplicemente partito prevenuto, dato che il regista evita quelle attitudini da action commerciale e confeziona un remake del classico di Kurosawa che mi pare di dignitoso rispetto. Poi, certo, rimane un tentativo di blockbuster - solo parzialmente riuscito -, un esperimento multietnico che prova a rilanciare il genere western tra il grande pubblico facendo leva su un cast particolarmente interessante e, appunto, un attore protagonista abituato a numerosi successi commerciali. Qui il botto c'è stato, ma è scemato troppo in fretta: esordio al #1 del box office americano con $35.7 milioni incassati nel primo weekend d'uscita, ma non si può davvero dire che l'incasso globale riesca a coprire i 90 milioni di budget a cui non sono assommati i costi del marketing. In ogni caso in parte la magia è riuscita.
Quello che ho davvero apprezzato di questo "The Magnificent Seven" sono certamente il cast, così eterogeneo ed azzeccato, e le scene d'azione che, combinate ad un montaggio efficace, risultato particolarmente spettacolari e realistiche. Molto realistiche, tanto che a volte ho un po' fatica a non provare un certo senso di angoscia. La regia di Fuqua è funzionale e in linea con il western, mi pare addirittura citi, quando non omaggi, le consuetudini ormai "istituzionalizzate": certe inquadrature, carrelli, spazi dedicati al paesaggio. Tutto in linea con la ricostruzione di un'idea, di una mitologia che da molto tempo fatica a catturare l'attenzione di un pubblico ormai forse troppo concentrato su altro, molta commedia, molti cartoon e molti effetti speciali. Che qui non mancano, come lo humor, ma sono semplicemente funzionali a un racconto, a una storia che parla di vendetta, giustizia e atti eroici, del sacrificio e del valore di onore e parola data. Ultimamente si fatica a riscontrare questi elementi, così mixati, all'interno delle trame e comunque decisamente non così in primo piano nelle storie. Del resto era inevitabile: non solo si tratta del remake di una pellicola di oltre 60 anni fa, ma si racconta anche la vicenda di 7 personaggi che mettono da parte se stessi e si sacrificano per una giusta causa più grande di loro. Ovvero l'unico modo per diventare davvero magnifici.
Cast: Denzel Washington, Chris Pratt, Ethan Hawke, Vincent D'Onofrio, Byung-hun Lee, Manuel Garcia-Rulfo, Martin Sensmeier, Peter Sarsgaard, Haley Bennett, Matt Bomer, Luke Grimes, Cam Gigandet.
Box Office: $160.7 milioni
Consigli: Un titolo dalla doppia anima che tenta di rivedere il classico "I sette samurai" spostandolo dal Giappone al west americano e, soprattutto, rivestendolo dei toni commerciali. In realtà l'anima mainstream di questa pellicola è meno spiccata di quanto non potrebbe sembrare a una prima occhiata e il risultato finale è particolarmente riuscito (almeno per che, ammetto, non ho visto l'originale da cui è tratto). Un film molto violento, pieno zeppo di sparatorie, esplosioni e, inevitabilmente, morti, ma per chi apprezza o comunque non si lascia intimorire dalla violenza particolarmente realistica, una piacevole sorpresa che vive dell'ottimo ritmo del secondo tempo e di un cast eterogeneo e davvero per caratterizzato (impossibile non provare simpatia per Jack Horne/Vincent D'Onofrio). Certo, non un titolo per tutte le serate, ma sicuramente una scelta che lascia soddisfatti. Oltre che l'omaggio a un classico che, a questo punto, viene davvero la voglia di riscoprire.
Parola chiave: Rose Creek.

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Bengi

lunedì 28 novembre 2016

Film 1247 - Short Skin - I dolori del giovane Edo

Sono arrivato a questo film per puro caso. Un giorno, passeggiando per il centro, sono finito dentro all'ormai ex Ricordi di via Ugo Bassi e, girando tra gli scaffali dei dvd, è apparso questo titolo...

Film 1247: "Short Skin - I dolori del giovane Edo" (2014) di Duccio Chiarini
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Cast a me totalmente sconosciuto, protagonisti toscanacci, richiamo a Goethe nel sottotitolo e richiamo a un problema fisico nel titolo, il tutto per un risultato finale che a volte scivola nell'amatoriale, ma tutto sommato promuove un esempio di cinema italiano capace di affrontare anche temi più complessi o scomodi, sapendoci al momento giusto ridere sopra.
Il pretesto è inusuale per il cinema nostrano, ovvero si segue la vicenda di Edo, ragazzo impacciato e timido la cui autostima è seriamente compromessa da un problema fisico che non ha il coraggio di affrontare: la fimosi. Indeciso sul dafarsi, temporeggia sperando di non doversi sottoporre a intervento, in quanto farlo implicherebbe doversi confrontare con la sua famiglia ed alcuni amici, in particolare il suo migliore amico arrapato e la sua dirimpettaia di cui è segretamente innamorato.
Tutta la storia ruota quindi intorno all'arrivare alla decisione inevitabile, passando attraverso alcuni step della vita che, già da soli, rappresentano uno spauracchio non da poco per qualunque adolescente: confessare il proprio amore, perdere la verginità, rapportarsi con il futuro che incombe.
I toni tenuti qui sono leggeri e anche se una serie di snodi della trama connotano la storia dell'inevitabile drammaticità della vita, nell'insieme è la comicità a farla da padrone, con non pochi sorrisi spesi in favore di un'ingenuità del protagonista che al contempo risulta piuttosto dolce. Il polpo ha qui la stessa funzione della torta alle mele di "American Pie" e per certi versi la trama mi ha ricordato quella del libro "Jack Frusciante è uscito dal gruppo", pur mancando quello slancio rivoluzionario che è comune alla storia bolognese. Il tutto per un risultato finale che funziona, anche se forse manca un po' di una sorta di fattore "indimenticabilità" che lo renda davvero qualcosa che non si era mai visto prima. Perché sì, il cuore della storia è nuovo, ma il contorno ricade nei soliti cliché. Non è un male, assolutamente, solo che per sfondare davvero forse ci voleva qualcosa in più.
Cast: Matteo Creatini, Francesca Agostini, Nicola Nocchi, Miriana Raschillà, Bianca Ceravolo, Michele Crestacci, Francesco Acquaroli.
Box Office: /
Consigli: Per certi versi non il classico titolo nostrano e anche se il tema della crescita e i toni simpatici farebbero pensare a una commedia, il risultato finale è più ibrido. "Short Skin - I dolori del giovane Edo" non è un titolo per tutte le occasioni, né per tutti i pubblici, in ogni caso rappresenta una scelta meno scontata del solito oltre che sufficientemente godibile da valere la visione.
Parola chiave: Francia.

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Film 1246 - Parla con lei

Il vero problema con questo film è stata la circostanza che mi ha spinto a vederlo. Circa un mese fa sono rimasto senza internet, per cui disperato ho cercato nel mio archivio di film "prima o poi da vedere" e ho deciso di lanciarmi su questo titolo, che avevo sempre voluto recuperare.

Film 1246: "Parla con lei" (2002) di Pedro Almodóvar
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Come dicevo all'inizio, c'è un problema. Nel momento in cui ho cominciato a vedere "Parla con lei" sapevo di non avere il tempo per finirlo, così ho solo cominciato la visione che, sì, ho terminato, ma a più riprese. Ci sono voluti 3 momenti distinti, 3 segmenti di tempo in cui ho suddiviso il film di Almodóvar che, lo ammetto, avrebbe invece meritato una visione unitaria. Così parto da subito con un deficit, il grande problema della mancanza di coesione a cui aggiungo, ammetto anche questo, una certa mia mancanza di attenzione dovuta al momento specifico (la tesi da finire di scrivere, le ultime consegne, l'ansia dell'imminente discussione, ecc). Avevo bisogno fortemente di essere distratto, ma forse questo non era il titolo più azzeccato.
"Hable con ella" è un prodotto complesso, carico di storie anche pesanti, con tanti personaggi e un filo conduttore che è una patologia, un racconto fortemente almodovariano che non risparmia al suo spettatore la classica dose di assurdità e casi del destino, oscurità e purezza, per un risultato finale che mi è sembrato un mix. Di cosa è facile dirlo: tanti elementi insieme, alcuni colorati, divertenti, altri pesanti, terrorizzanti e sconfortanti, addirittura sconcertanti, il tutto magistralmente combinato insieme da un grande narratore che, visto a ritroso, già dimostrava la capacità di rappresentare il suo mondo con una lucidità e uno scardinamento dall'usuale che è invidiabile. Però - e questo però vale solo per me -, "Parla con lei" non mi ha conquistato. Non del tutto e soprattutto non mi ha lasciato la sensazione di magia che, invece, a suo tempo mi fece innamorare di "Volver".
Forse il pregio che più mi sento di riconoscere a questa pellicola è la capacità di portare al grande pubblico una storia che non è raccontata come di solito siamo abituati. Almodovar ha scritto un suo modo di presentarci le storie, ha creato un universo in cui, di volta in volta, aggiunge un pezzo che è composto da un nuovo film e non solo ci ribadisce il suo modo di raccontare le storie, ma aggiunge sempre una nuova via, un nuovo percorso che caratterizza ogni singola storia. Per "Hable con ella" è lo stesso: il regista racconta questa storia identificandola in maniera inequivocabile, connotandola di cultura (ci sono Pina Bausch e Geraldine Chaplin) e umanità, tradizione (la Corrida) e rottura della stessa (un torero donna), scivolando su argomenti pesanti e riuscendo addirittura a farci provar pena per un essere umano che ha fatto qualcosa di orribile. E ci mette perfino il cinema muto, molto prima che tornasse brevemente mainstream con "The Artist". Il tutto rimanendo fedele ai suoi temi classici, i suoi archetipi e le espressioni artistiche.
Dunque "Parla con lei" meriterebbe forse una chance in più, la possibilità di potersi raccontare "per intero" e a mente sgombra. E per adesso mi fermo qui.
Ps. Due candidature all'Oscar e una vittoria per la miglior sceneggiatura di Almodóvar.
Cast: Javier Cámara, Darío Grandinetti, Leonor Watling, Geraldine Chaplin, Rosario Flores, Pina Bausch, Mariola Fuentes, Lola Dueñas, Elena Anaya.
Box Office: $51,001,550
Consigli: Non certo una passeggiata. Una storia con numerose sottotrame, un cast che è praticamente la filmografia del regista, qualche cameo di spicco e un racconto fatto di risvegli impossibili e atrocità inconfessabili, per un risultato finale intrigante e inquietante che scava nelle personalità dei suoi protagonisti e ne rimette allo spettatore giudizi e sentenze. Quanto è lecito spingersi in là per amore? Quanto è facile etichettare le persone per accorgersi che non sono solo quello che ne abbiamo riconosciuto? Quanti tipi diversi di amicizia esistono? Qui Almodóvar non so nemmeno se si interroghi fin dal principio per fornire delle risposte: lui racconta e ci consegna una storia che, però, fornisce delle possibilità. A ognuno di noi la possibilità della propria opinione.
Parola chiave: Coma.

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Bengi

giovedì 24 novembre 2016

Film 1245 - The Accountant

Ammetto che ogni volta che Ben Affleck torna al cinema, sono curioso di vedere come se la cava. Anni fa preferiva concentrarsi sulla sua inespressività perpetuata di contesto in contesto, mentre ora mi sembra nettamente migliorato. Sarà che spesso i film li dirige, sarà che magari anni di onorata carriera a qualcosa sono serviti, di fatto non ho difficoltà a dichiarare il mio interesse per i suoi film. E al cinema, quest'ultimo non volevo perdermelo.

Film 1245: "The Accountant" (2016) di Gavin O'Connor
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Quando un film parte in una direzione e, pian piano, deraglia verso svolte inaspettate... che succede? Niente, non convince.
La sensazione che ho avuto seguendo questo "The Accountant" è proprio quella dell'andare fuori strada, abbandonare un percorso che sembrava interessante è coerente alla ricerca di snodi narrati estranei a qualunque aspetto della vicenda fino a quel momento toccato. Cosa c'entrano, mi chiedo, le revisioni contabili e action man? Niente e, giustamente, una sceneggiatura difficilmente sceglie di combinarli insieme, temendo un risultato finale disomogeneo. E questo è quello che è "The Accountant": una pellicola disomogenea.
Ampiamente pubblicizzato come una sorta di "A Beautiful Mind" contemporaneo, il film nella prima parte spinge molto sull'autismo del suo protagonista, per poi dimenticarsene nelle scene d'azione, in cui è richiesta una forza e una prestanza sovraumane, sì, ma pur sempre estranee all'insieme di riti e processazioni mentali che il protagonista Christian (Affleck) affronta ogni giorno. O almeno questo è ciò che fa passare il film, perché nel secondo tempo di tutte le manie e le stranezze che avevano ben caratterizzato il personaggio all'inizio ci scordiamo, preferendo declinare la storia in salsa action e prediligendo un'improvvisa violenza che passa per sparatorie e trincee casalinghe con, culmine, ritrovi familiare tra una scazzottata e un proiettile.
Inutile dire che, oltre che assurdo, tutto il finale sa di fuori luogo e scontenta chi in prima battuta era rimasto intrigato dalla storia personale di Christian e delle sue mani in pasta in losche faccende. Forse un più attento sviluppo di quella parte della storia avrebbe evitato al pubblico l'ennesimo esempio di machismo americano declinato a seconda del contesto scelto per far sembrare la storia qualcosa di nuovo. "The Accountant" maschera il vecchio e il già visto attingendo ad una serie di escamotages che chiamano in causa perfino l'autismo, ma poi preferisce tornare all'ovile e consegnare al suo pubblico le baggianate di arti marziali, pistole e una voce al telefono che si sa a chi appartiene dopo 10 minuti. Insomma, niente di nuovo e un po' uno spreco di cast. Perché checché ne dicano, qui Ben Affleck non è per niente male.
Cast: Ben Affleck, Anna Kendrick, J. K. Simmons, Jon Bernthal, Jeffrey Tambor, John Lithgow, Cynthia Addai-Robinson, Jean Smart, Alison Wright.
Box Office: $139.3 milioni
Consigli: Primo e secondo tempo sono fatti per pubblici diversi. Non mi è capitato spesso di sentire una distanza così netta tra la prima e la successiva parte di un film, di una storia, eppure con "The Accountant" l'impressione che ho è ancora fortemente influenzata da queste due "anime". Dunque all'inizio abbiamo una sorta di approfondimento inusuale di una condizione particolare: Christian soffre di una forma di autismo che lo avvicina a una genialità a noi altri impensabile. Direi che il tutto si può racchiudere nell'ormai usurata espressione "Denifisca normale". Il finale, invece, sceglie di addentrarsi nel solito bombardo e faccio esplodere tutto, vera e propria trama da film d'azione che snatura e non di poco tutto l'insieme dell'operazione. Il fatto è che - e qui sta il problema - nel proporre elementi così distanti, il film finisce per non accontentare nessuno. Io che mi aspettavo un film "alla prima parte", sono rimasto deluso di ritrovarmi in un action movie e sono sicuro che chi, invece, se lo aspettava, a trovato la prima parte meno soddisfacente.
Ben chiarito questo, penso si possa dire che "The Accountant" è un disimpegno non del tutto soddisfacente, pur guardabile. Si poteva fare molto di più, magari giocando su toni thriller invece che d'azione, e lasciando a casa tutte quelle scemenze marziali e, soprattutto, i ritrovamenti parentali. E' l'ennesimo esempio di prodotto che si può ben presto dimenticare.
Parola chiave: Filastrocca.

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martedì 22 novembre 2016

Film 1244 - Florence Foster Jenkins

Sono due le cose che mi fanno incavolare riguardo all'arrivo in Italia di questo film. La prima è che è stato messo in programmazione con oltre 6 mesi di ritardo rispetto all'esordio inglese di maggio (in America è arrivato in agosto e da noi? Il 22 dicembre!); la seconda è che il nostro trailer sembra voler nascondere proprio quell'aspetto della storia che incuriosisce: il canto stonato.

Film 1244: "Florence Foster Jenkins" (2016) di Stephen Frears
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: Poe
Pensieri: Florence Foster Jenkins è una donna forte ma malata il cui sogno è quello di diventare una cantante lirica apprezzata e di successo. Un sogno che persegue con fatica e metodo - anche aiutata dalle cospicue finanze - senza però ottenere alcun risultato. Florence è stonata e inconsapevole della sua mancanza di talento. Come è possibile? Semplicemente nessuno le ha mai detto la verità.
Come dicevo, la donna è malata e ha un mucchio di soldi, il che pare essere una combinazione letale che annienta l'onestà e la baratta con le necessità dei singoli: c'è chi ha bisogno di soldi e chi, come il marito di Florence, non vuole né scontentare né far aggravare la moglie. Questo mix letale di silenzi e sguardi attoniti, risatine e incoscienza porterà la donna a realizzare il suo sogno tra la sorpresa e lo sgomento di tutti, non riuscendo, però, ad evitare il classico rovescio della medaglia. E qui non vado oltre.
Stephen Frears continua a raccontare storie incentrate su personaggi femminili che hanno una storia particolare da svelare e aggiunge Florence alla sua "collezione" (dopo "Le relazioni pericolose", "Lady Henderson presenta", "The Queen - La regina", "Chéri", "Philomena"). Il risultato è buono, molto patinato, certamente migliorato dalla presenza dell'inimitabile Streep, sempre perfetta e capace di prodursi in performance credibili e spesso indimenticabili. Anche in questo caso molto del merito è suo, più che altro perché paradossalmente qui il difficile sta nel rovinare tutto, nel canto tremendo, nella caratterizzazione sopra le righe, eppure in certo verso compassata. A darle una mano, va detto, ci sono gli ottimi Hugh Grant e Simon Helberg, capaci e in parte e, soprattutto, all'altezza della loro protagonista. L'inusuale trio funziona.
In generale, "Florence Foster Jenkins" mi ha lasciato soddisfatto. Ho letto qualche critica rispetto alla troppa "perfezione" della Streep, ma mi pare un'accusa un po' sterile soprattutto perché si è scelti per un ruolo in quanto capaci di interpretarlo, dunque perché si è bravi a farlo: essere perfetti per e nella parte mi sembra il minimo sindacale. Dunque lascerei stare questo tipo di discorsi e mi concentrerei di più su una storia vera che rivive nei toni gentili di una sceneggiatura forse a volte troppo accomodante, ma che riesce comunque a catturare l'attenzione del pubblico. Credo che lo scopo fosse tifare per Florence e capirne le motivazioni, spiegarne le ingenuità e far luce su un personaggio storico dalla vita certamente singolare e, riguardo tutto questo, la pellicola riesce nel suo intento. Si tratta di fiction, naturalmente, per cui è la finzione che ci si deve aspettare: per un approfondimento dall'approccio documentaristico meglio approdare su altri lidi. Qui è sempre la storia di una donna che insegue il suo sogno a farla da padrone e, va ammesso, spesso anche la curiosità di capire quanto male potesse davvero cantare, un aspetto che i titoli di coda non dimenticheranno di svelare.
Film 1103 - Marguerite
Cast: Meryl Streep, Hugh Grant, Simon Helberg, Rebecca Ferguson, Nina Arianda, Christian McKay.
Box Office: $44.4 milioni
Consigli: Florence Foster Jenkins è una donna bizzarra, spesso dolce a modo suo, autoritaria, concentrata sul suo sogno, capace di molte gentilezze e totalmente devota alla musica. E', dunque, un personaggio complesso la cui storia è raccontata con garbo e gentilezza, pur non risparmiando i momenti più ridicoli o imbarazzanti di una carriera che, inutile nasconderlo, si è fondata sulla mancanza di talento. Un personaggio mitico, già cult prima che questa e la pellicola francese "Marguerite" ne celebrassero le stonate gesta, una donna la cui storia rimane certamente affascinante e la cui ingenuità non finisce di lasciare perplessi. E' proprio su queste due ultime caratteristiche che il film fa leva, giocando sulla curiosità del pubblico che, ovviamente, rimane quantomeno perplesso dall'abbinamento cantante lirica stonata-concerto dal vivo. Se anche voi non riuscite a capire come la Jenkins, quella vera, sia riuscita nell'impresa di farsi ascoltare da migliaia di persone accorse per vederla, questa è una pellicola imperdibile. A dire il vero lo è ancora di più per il semplice fatto che Meryl Streep vi sia presente, ma quelli, si sa, sono gusti personali.
Parola chiave: Carnegie Hall.

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lunedì 21 novembre 2016

Film 1243 - Bad Moms: Mamme molto cattive

Non vedevo l'ora che uscisse anche in Italia per poterlo recuperare: un film che attendevo tantissimo!

Film 1243: "Bad Moms: Mamme molto cattive" (2016) di Jon Lucas, Scott Moore
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Poe
Pensieri: "Bad Moms" era già perfettamente comprensibile anche senza il sottotitolo, ma ci dobbiamo sempre distinguere.
Avevo alte aspettative rispetto a questa pellicola, solo parzialmente soddisfatte. Il film mi è piaciuto e sì, è divertente, anche se mi è sembrato tutto molto calcolato. Si seguono esattamente gli step necessari alla commedia di oggi per risultare "fica", dimenticando di introdurre qualcosa che sia prettamente identificativo della storia in questione. Perchè l'aggettivo "cattive" non basta a connotare questo film a sufficienza e alla fine della fiera ci si ritrova con una storia prevedibile dall'inizio alla fine. E, a proposito di questa fine, se le nostre anti eroine fossero state davvero cattive, a quella rompi palle della madre bionda perfettina avrebbero dato il ben servito. E invece...
In ogni caso "Bad Moms" ha il grande pregio di presentare un ottimo cast e una serie di scorrettezze in grado di regalare al pubblico non poche risate e anche se è dai tempi di "Sex and the City" che non ci stupiamo più di sentir parlare così disinvoltamente un gruppo di donne, l'effetto comico è ancora piuttosto efficace. Non perché sia ridicolo, ma perché semplicemente è un territorio in parte ancora da scoprire. La fabbrica di mamme perfette non sforna sempre ciambelle col buco, per cui siamo fortunati ad incontrarne qualcuna ancora in grado di reagire ai diktat del sistema che, come per ogni estremizzazione, richiede l'adesione fedele a dettami esagerati e superumani allo scopo di accudire una prole sempre più anaffettiva e stressata, causando una sorta di implosione dall'interno delle famiglie moderne. Del resto o sei mamma a tempo pieno o è impossibile tenere il passo e, ancora peggio, se lavori non sei una buona madre perché anteponi il lavoro alla famiglia. Tutte queste assurdità - figlie di una mentalità molto americana e comunque qui accentuata per poterne ridicolizzare i tratti - sono ampiamente prese in giro da questo film il cui target, mi pare evidente, sono le donne over 30. Ma non c'è da preoccuparsi, perché in realtà la storia risulta particolarmente godibile per tutti se si accetta il compromesso della ormai standardizzazione di un tipo di prodotto che, per quanto commerciale, riusciva ancora a mantenere una certa imprevedibilità: la commedia scorretta. Ne "Le amiche della sposa", quest'ultima se la faceva addosso nel vestito bianco. Letteralmente. "Pitch Perfect" sdoganava il canto a cappella femminile e un gruppo di amiche assurde quanto ben assortito. In "Trainwreck" Amy Schumer dà il peggio di sé cambiando uomo ogni sera e senza aspettarsi che qualcuno di essi la richiami il giorno dopo o addirittura evitando lei di farlo. Insomma, sono ormai anni che le sceneggiature dei film hanno sdoganato la figura della donna indipendente e in grado di dettare a se stessa le proprie condizioni, capace di abbracciare le sue diversità e di amarsi per quella che è. Qui abbiamo tutti questi elementi perfettamente miscelati, mancando però di connotare il tutto con una buona dose di personalizzazione: "Bad Moms" ha tre protagoniste fantastiche, simpatiche, strane quanto basta e si avventura a racontare numerosi episodi tra lo scorretto e il volgare, ma poi fa marcia indietro e abbraccia quella stessa standardizzazione che sembrava voler rigettare a tutti i costi. L'happy ending finale per tutti è una boiata e guasta l'atmosfera e francamente tradisce in parte il discorso silenziosamente veicolato dalla storia. Mi ha lasciato la sensazione di un tentativo di acchiappare un'audience più vasta possibile sfruttando numerosi elementi come il politicamente scorretto, la volgarità, l'unione tra donne, la fatica dell'essere mamma e lavoratrici, la rivendicazione della parità, il sesso e... il finale smielato. Dai, non ci sta a dire niente.
In definitiva, comunque, "Bad Moms: Mamme molto cattive" è un esperimento riuscito in una mare di commedie ultimamente non particolarmente rilevanti. Mila Kunis, Kristen Bell e Kathryn Hahn (soprattutto quest'ultima) sono pazzesche insieme e da sole valgono il biglietto, la dose di follia generale oscilla bene tra il consono e il bizzarro e anche se a mio avviso si capisce che si tratta di un film sulle donne scritto da uomini, tutto sommato raggiunge un risultato sufficientemente soddisfacente. Se ci sarà un seguito, spero in qualcosa di veramente selvaggio.
Cast: Mila Kunis, Kristen Bell, Kathryn Hahn, Jay Hernandez, Clark Duke, Annie Mumolo, Jada Pinkett Smith, Christina Applegate, David Walton, Oona Laurence, Emjay Anthony, Wanda Sykes, Martha Stewart.
Box Office: $179.4 milioni
Consigli: Questo lo scenario: cosa succede quando un gruppo di mamme reiette si unisce e decide provare ad abbattere lo stereotipo della madre perfetta veicolato dalle stesse madri che le hanno respinte? O per allargare il discorso, cosa succede quando qualcuno si rompe le palle e gliela da su (perdono per la semplificazione ai minimi termini)? Ecco i temi che si affrontano in questa commedia che estremizza e gioca con le sue protagoniste, messe alla prova dalla tirannia sociale e reiterata da chi, nella standardizzazione al modello dominante, vede l'unico modo di sopravvivere.
Senza volerci vedere troppa filosofia, comunque, un film simpatico e molto volgare, strano e a volte imbarazzante che regala alle sue tre protagoniste la chance di un grande pubblico e una parte - per quanto certamente non per tutti i palati - selvaggia e divertente. Non pungente quanto avrei voluto, ma certamente spassoso.
Parola chiave: Associazione dei genitori.

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domenica 20 novembre 2016

Film 1242 - Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare

Non lo avevo mai visto e, ammetto, un po' ero curioso...

Film 1242: "Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del mare" (2011) di Rob Marshall
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Poe
Pensieri: Una delle storie più vuote della storia per il film che, ad oggi, è il più costoso di sempre: $378.5 milioni per produrlo, non oso immaginare quanto per promuoverlo.
Tecnicamente ineccepibile, con scenografie ed effetti speciali pazzeschi, il quarto film della saga Disney sul pirata Jack Sparrow è un'inutile avventura alla rigerca della vita eterna, tra nuovi personaggi e vecchie ridondanti abitudini. Perché assodati il talento e l'istrionica interpretazione di Depp, del suo pirata rimango semplicemente le caricature e le bizzarrie che da sole non posso, ovviamente, reggere due ore e un quarto di pellicola. Non c'è storia - perché per la prima parte di film non succede nulla - e non c'è nemmeno un gran divertimento, cosicché alla fine la sensazione è quella del classico blockbuster di un tempo: tantissimi soldi spesi per la messa in scena, accontentandosi di una trama stiracchiata che finisce per far rimpiangere le precedenti e più riuscite avventure (mi riferisco principalmente al primo film della saga, i successivi sequel non mi hanno mai fatto impazzire). Non basta cambiare parzialmente il cast e piazzarci qualche novità esotica, la sensazione rimane quella dell'operazione commerciale accumula soldi. Del resto non gli si può nemmeno dare torto visto l'incasso che ha superato il miliardo di dollari.
Al di là del collaterale, comunque, un film non è solamente un prodotto da dare in pasto alle masse, ma teoricamente una delle strade per dare libero sfogo alla fantasia, alla creatività, alla necessità di raccontare qualcosa a qualcun'altro e qui, mi spiace, non c'è nulla da condividere. La storia si perde in preamboli infiniti e dato che già sappiamo che il nostro eroe porterà a termine la sua missione, bisognerebbe ovviare a questo "problema" introducendo sottotrame in grado di tentare l'interesse degli spettatori e sublimare la loro capacità inferenziale, regalando comunque un racconto degno di essere seguito. La sensazione che ho avuto è che "Pirates of the Caribbean: On Stranger Tides" sia la fotocopia sbiadita di un prodotto che 10 anni fa aveva ampiamente funzionato, il che ha portato i suoi produttori a desiderare una replica del successo planetario ottenuto così da poterci guadagnare ancora e ancora. Questo è un presupposto che non fa granché bene alla gestazione della trama di un film e, a mio avviso, relativamente a questa operazione si notano tutte le debolezze che questo tipo di premessa porta con sé.
Film 240 - La maledizione della prima luna
Film 1415 - Pirates of the Caribbean: Dead Men Tell No Tales
Cast: Johnny Depp, Penélope Cruz, Ian McShane, Geoffrey Rush, Sam Claflin, Àstrid Bergés-Frisbey, Kevin R. McNally.
Box Office: $1.045 miliardi
Consigli: Un'avventua così così, anche se esteticamente intrigante. Il cast ben assortito e Depp la fa da padrone, ma oltre questo c'è ben poco. Solo per i fan dei precedenti tre film. E del prossimo "Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar".
Parola chiave: Fonte della giovinezza.

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venerdì 18 novembre 2016

Film 1241 - Deep Impact

Tornato a casa, il Netflix italiano mi propone una pellicola che da anni desideravo recuperare. Anche perché l'ho sempre confusa con un milione di altri titoli, per cui mi piaceva l'idea di fare un attimo di chiarezza...

Film 1241: "Deep Impact" (1998) di Mimi Leder
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Gli effetti speciali sono quelli che sono (del resto eravamo negli anni '90!) e rivisti oggi sono il segno tangibile di quanto la tecnologia sia stata migliorata, in ogni caso questo disaster movie non fa particolarmente centro e la colpa non è certo della computer grafica.
Tra tutti i titoli di questo genere, devo dire che "Deep Impact" è certamente quello più debole e disomogeneo per cast, personaggi, storia. Troppi intrecci narrativi conducono ad un epilogo poco soddisfacente, senza contare che dei protagonisti ci frega davvero il giusto (a parte di Téa Leoni, che ovviamente è l'unica a sacrificarsi per fare pace col papi). Dunque molto, molto rumore per nulla che si risolve in un nulla di fatto francamente troppo facile e forse un po' ingenuo. Non so se la scelta di mandare a segno solo uno degli asteroidi sia stata voluta dalla sceneggiatura o dalle mancanze degli effetti speciali (o del budget, fermo a 80 milioni), in ogni caso la sensazione è che l'arco narrativo rimanga incompiuto in quanto tutto ciò per cui ci si era preparati - noi che guardiamo e i personaggi - non avviene e tutti i dialoghi, le scene, i drammi annunciati e verificati si vanificano in nome di una sorta di happy ending molto comodo.
In tutto questo, come dicevo, un universo sovraffollato di personaggi che, necessariamente, finisce per rimanere sulla superficie, per una bidimensionalità che, in quel momento, era ancora solida prerogativa dei blockbuster senz'anima. "Deep Impact" non si sottrae al diktat dell'epoca e si gioca una diversificazione umana che passa solamente attraverso lo stereotipo e finisce per svilire una storia già di per sé ricca di avvenimenti senza il bisogno di un sovraccarico di racconti personali che poi, vuoi o non vuoi, si risolvono in un sadico gioco di sceneggiatura: o sopravvivi o muori. Non c'è tempo per conoscere tutti, figuriamoci per appassionarsi a loro.
In tutto questo marasma di testosterone eroico - abbiamo perfino il ragazzino che per salvare la sua innamorata decide di emanciparsi e sposarla -, la cosa che mi ha colpito in positivo è stata un non trascurabile dettaglio tecnico: la regia è di una donna, il che è inusuale in questo genere. Alla Leder niente da recriminare, anzi, mi pare che il suo lavoro l'abbia svolto egregiamente considerato il contesto.
Dunque un risultato finale così così per una pellicola di "distruzione di massa" che parte in quarta ma finisce per tradire il genere a cui vuole appartenere per concentrarsi su un finale all'"Armageddon - Giudizio finale", rovinando il classico piacere del vedere tutto radersi al suolo. Per finta.
Cast: Robert Duvall, Téa Leoni, Elijah Wood, Vanessa Redgrave, Maximilian Schell, Morgan Freeman, James Cromwell, Jon Favreau, Laura Innes, Richard Schiff, Leelee Sobieski, Blair Underwood, Dougray Scott.
Box Office: $349.5 milioni
Consigli: Pellicola ludica imperdibile per chi apprezza il genere che tutto distrugge e poco risparmia, anche se il risultato finale è più ibrido del solito. Il che non è necessariamente un bene, visto il caos di personaggi e sottotrame che la storia ci profila, finanedo per mischiare e chiamare in causa troppo e concludere con troppo poco. Il cast è variegato e non si faticano a riconoscere i volti famosi (c'è perfino un giovanissimo e sempiterno Frodo Baggins), gli effetti speciali sicuramente all'avanguardia per l'epoca, in ogni caso "Deep Impact" è una pellicola solo per chi ha davvero voglia di recuperarla.
Parola chiave: Meteorite.

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giovedì 17 novembre 2016

Film 1240 - Miss Peregrine's Home for Peculiar Children

Avevamo già provato ad Oslo a vedere questo film, ma la progranmmazione ci aveva fregato e avevamo girato a vuoto. L'ultima sera a Copenaghen, invece, dopo aver passato tutta la giornata presso Tivoli - il parco a tema cittadino all'aperto (e dunque tutto sotto la pioggia di inizio autunno) - e dopo aver scoperto che lo zoo dall'altra parte della città chiudeva alle 17, abbiamo pensato che potesse essere una buona idea andare a riscaldarci al cinema, seduti comodi comodi in compagnia di un buon film (e le caramelle per Poe).

Film 1240: "Miss Peregrine's Home for Peculiar Children" (2016) di Tim Burton
Visto: al cinema
Lingua: inglese
Compagnia: Poe
Pensieri: Tim Burton senza Johnny Depp funziona? Sì, e per niente male.
Tornato alle atmosfere di un tempo, abbandonati certi esperimenti poco felici, il regista ritrova una buona ispirazione, più che sufficiente a connotare questo "Miss Peregrine" di un certo fascino tra il fiabesco e l'inquietante. Come, del resto, è sempre stato il marchio di fabbrica di Burton.
Eva Green è perfetta nella parte e anche se è suo il primo nome dei titoli di coda, di fatto il personaggio del titolo ha pochissime scene, troppo poche a dire il vero! Intrigante, misteriosa, magica e magnetica, così è Miss Peregrine e così è Eva Green, capace di una costante metamorfosi di personaggio in personaggio, perfettamente a proprio agio nel ruolo di femme fatale come in quello di gotico mentore di ragazzini dalle abilità speciali. O peculiari, per dirla col film.
In tutto questo, la storia del giovane Jake (Asa Butterfield) che si trova a confrontarsi con il magico e ogni tanto oscuro universo parallelo creato dalla stessa Peregrine in cui i ragazzi dotati vivono in un loop infinito per sopravvivere in eterno e scampare agli Hollowgasts che, si scoprirà, solo Jake può vedere (è peculiare anche lui, dopotutto). Ovviamente non è finita qui, perché oltre ai pericolosi mostri, ci si mettono anche altri peculiari diventati cattivi che, per sopravvivere e incrementare i loro poteri, si nutrono degli occhi dei loro simili e sono capitanati dall'inquietante Barron (Samuel L. Jackson). Sconfiggere loro e sconfiggere gli Hollow sarà l'avventura da affrontare, alla ricerca di un nuovo loop temporale in cui vivere e - attenzione spoiler! - organizzandosi per andare a salvare la povera Miss che si sacrificherà per salvare i propri protetti.
"Miss Peregrine's Home for Peculiar Children" è, quindi, una bella immersione in un universo nuovo e colorato, mostruoso e affascinante al contempo, ritrovata fantasia burtoniana in grado di riportare a certi bei ricordi vicini a "Edward mani di forbice", "Beetlejuice", "Frankenweenie" e ovviamente "Nightmare Before Christmas". Questa sorta di ritorno a casa del regista rincuora lo spettatore e anche se no, non siamo ai fasti di un tempo, il risultato finale di questa pellicola convince e affascina e regala una favola capace di evocare qualche incubo, il che mi pare rifletta particolarmente bene lo stile che ha reso così famoso il regista. Ho rivisto molto di Winona Ryder nella giovane Ella Purnell dagli occhioni enormi e il ruolo del nonno Abe (Terence Stamp) sarebbe andato sicuramente al fantastico Christopher Lee se non fosse scomparso di recente. Insomma, i richiami al "vecchio Burton" ci sono e si sentono forte e chiaro.
Così "Miss Peregrine" finisce per piacere per due motivi: è una storia intrigante che sa di avventura e promette di non finire qui e ristora quel fascino a cui Tim Burton ci aveva abituato e ci aveva fatto tanto impazzire. Vedere per credere.
Cast: Eva Green, Asa Butterfield, Chris O'Dowd, Allison Janney, Rupert Everett, Terence Stamp, Ella Purnell, Judi Dench, Samuel L. Jackson.
Box Office: $258.2 milioni
Consigli: Effetti speciali delle grandi occasioni, un cast azzeccato, la roca voce di Eva Green, un mondo bizzarro e affascinante, una fotografia particolarmente brillante, una canzone portante firmata da Florence and the Machine e, naturalmente, il magico tocco di un fantastico narratore, il tutto a servizio della storia di Ransom Riggs che qui vive di un racconto tra il fiabesco e l'horror che funziona e lascia soddisfatti. In Italia arriva a metà dicembre e può essere una buona alternativa alle scemenze natalizie che di solito sbucano ad hoc in quel periodo. E poi... Tim Burton è Tim Burton, ogni suo nuovo film è imperdibile!
Parola chiave: Time loop.

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mercoledì 16 novembre 2016

Film 1239 - Cinderella

Altra seratina casalinga danese, questa volta in compagnia di una favola Disney che Netflix così gentilmente ci ha messo a disposizione.

Film 1239: "Cinderella" (2015) di Kenneth Branagh
Visto: dalla tv di casa
Lingua: inglese
Compagnia: Poe
Pensieri: Avevo già avuto un'impressione positiva di questa trasposizione in carne ed ossa della favola di Cenerentola quando l'avevo vista al cinema, per cui era probabile che anche la seconda visione sarebbe stata piacevole. In effetti così è stato e, a dirla tutta, ho particolarmente apprezzato l'abbandono del doppiaggio per la versione originale, molto meno stucchevole e impostata. La Blanchett è stupenda (anche se a Poe non è piaciuta in queste vesti) e Lily James è appropriata per il ruolo, le scenografie sono sfarzose e i costumi sono magnifici e tutta l'operazione, in generale, presenta una raffinatezza che per quanto sia evidentemente artificiosa, risulta comunque piacevole.
In generale, dunque, un'operazione ben riuscita e una scommessa vinta nonostante non fosse facile la rivisitazione di un classico non solo in chiave moderna, ma anche in quella "umana". Non era scontato che le cose sarebbero andate per il verso giusto e qui, mi pare, gli elementi classici si sono ben fusi con le possibilità messe a disposizione dalle nuove tecnologie (e di un budget da 95 milioni di dollari), per cui "Cinderella" è - in tutta la costosa semplicità del caso - una perfetta copia vivente del classico animato di oltre 60anni fa. E Disney festeggia (e mette in cantiere versioni live-action di tutti i suoi titoli animati più famosi).
Ps. Solo una candidatura agli Oscar 2016 per i Migliori costumi di Sandy Powell.
Film 906 - Cenerentola
Cast: Lily James, Cate Blanchett, Richard Madden, Stellan Skarsgård, Holliday Grainger, Derek Jacobi, Helena Bonham Carter, Nonso Anozie, Sophie McShera, Hayley Atwell, Ben Chaplin.
Box Office: $543.5 milioni
Consigli: Chi ha amato la favola versione cartone animato apprezzerà questo film, replica piuttosto similare della storia portata sul grande schermo nel 1960. Sfarzo per costumi e scenografie, una fotografia particolarmente brillante e un cast delle grande occasioni, per un risultato finale che certamente colpisce (sicuramente sul piano estetico). Un storia per tutta la famiglia per una pellicola adatta un po' a tutte le occasioni. Lieto fine scontato.
Parola chiave: Ballo.

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martedì 15 novembre 2016

Film 1238 - Benvenuto Presidente!

Serata casalinga a Copenaghen a base di cena self-made e un'inusuale scelta suggerita da Netflix che, nonostante lo stampo anglofono, presentava un unico titolo tutto italiano (e Poe aveva voglia di una serata del tutto... comprensibile!).

Film 1238: "Benvenuto Presidente!" (2016) di Riccardo Milani
Visto: dalla tv di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Poe
Pensieri: Intento pseudonobile per un risultato così così.
Si ride un pochino e ci si rattrista per una rappresentazione satirica della politica italiana che è anche credibile allo stesso tempo, ma nel complesso il film non riesce a concretizzare efficacemente il messaggio che intende veicolare, riuscendo solamente in parte a risvegliare un senso civico e patriottico troppo spesso messo in secondo piano da una serie di gag sciocchine e risvolti romantici ritenuti doverosi. In realtà della storia d'amore dell'ingenuo Peppino con la rigida Janis non frega granché a nessuno, ma del resto la retorica da commedia pare richiedere anche il sacrificio amoroso dei due protagonisti, per cui sottrarci alle inevitabili scivolate romantiche di una storia che si concentra su una trama inusualmente "politicizzata" sembra essere il prezzo da pagare necessariamente. Ci si fosse concessi una storia meno romantica e più sociale, un'analisi della politica italiana di oggi, anche in chiave satirica, avrebbe certamente colto più nel segno e lasciato in chi guarda certamente qualcosa su cui riflettere che vada oltre la critica facile e il populismo spinto. "Benvenuto Presidente!" baratta questa occasione scegliendo per il facile percorso comico che nulla aggiunge e nulla toglie al genere in versione nostrana e pur vantando il merito di (quantomeno) sollevare la question), il risultato finale non è nulla più che la classica commediola racimola incasso che si fa vedere tanto facilmente quanto si fa dimenticare.
Cast: Claudio Bisio, Kasia Smutniak, Beppe Fiorello, Omero Antonutti, Remo Girone, Cesare Bocci, Massimo Popolizio, Piera Degli Esposti; (cameo) Pupi Avati, Lina Wertmüller, Steve Della Casa, Gianni Rondolino.
Box Office: € 8.508.324
Consigli: Cosa succede quando si da in mano la presidenza della Repubblica a un cittadino ordinario nonché benemerito sconosciuto? Niente, semplicemente una piccola rivoluzione. Questo il pretesto della commedia facile facile "Benvenuto Presidente!" che sembrerebbe partire bene andando a toccare certi nervi scoperti della situazione politica italiana, ma finisce per ricadere nelle sue stesse trappole (oltre che nei cliché del romanticismo cinematografico del genere). Nessun particolare intento innovativo muove questa storia, si cavalca l'onda del populismo e si finisce con l'happy ending richiesto dal disimpegno di una serata al cinema. Niente di più.
Parola chiave: Repubblica italiana.

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lunedì 14 novembre 2016

Film 1237 - Inferno

Dopo 4 notti ad Oslo, siamo tornati in quel di Copenaghen dove eravamo atterrati. Di nuovo 8 ore di pullman, un po' di cibo, molto trono di spade e una tesi da finire di scrivere. Arrivati in Danimarca, la prima serata ventosissima e bagna l'abbiamo dedicata al cinema: come a Londra, siamo tornati all'IMAX!

Film 1237: "Inferno" (2016) di Ron Howard
Visto: al cinema
Lingua: inglese
Compagnia: Poe
Pensieri: Flop inaspettato sul mercato americano, incapace di generare oltre i miseri $31.6 milioni incassati ad oggi, il terzo titolo della saga creata da Dan Brown è stato stranamente snobbado rispetto ai suoi predecessori di successo. Non c'è una colpa particolare, il mix di elementi è sempre lo stesso, forse semplicemente a nessuno interessa più delle avventure cinematografiche di Robert Langdon.
Dopo i fasti iniziali dei primi due capitoli, con questo terzo ci spostiamo in un nuovo territorio per il famoso professore/detective casereccio: abbandonata la Chiesa, ci diamo alla scienza cattiva, quella che intende generare un virus in grado di sterminare una parte di popolazione mondiale così da evitare il collasso sociale cui stiamo arrivando a causa del sovrappopolamento. L'unico modo per raggiungere la stabilità, secondo la visione dei pazzoidi dietro all'ideona, è una piaga su scala mondiale e l'unico che lo capisce, ovviamente, è Langdon, tra l'altro complice suo malgrado.
Dalla trama particolarmente intricata di questo terzo episodio non si trae alcun piacere per un bel po' di tempo. La prima parte di film è tutta di ricerca di indizi che non si trovano, per cui le due scatole che non ti vengono. Se ci si aggiunge che la versione originale presenta un sacco di frasi in italiano pronunciate un po' a casaccio da attori internazionali - e mi dispiace dirlo ma Felicity Jones in questo non è per niente brava - e un sacco di frasi in inglese pronunciate un po' a casaccio da attori italiani, l'effetto teoricamente serio dell'operazione sfocia in una sorta di surreale calderone di accenti e battute incomprensibili. In aggiunta per noi italiani, fanno un po' ridere una serie di scene e trovate improbabili, capitanate da quella in ospedale, luogo in cui a) si parla in inglese* e b) le porte sono antiproiettile**. Insomma, quantomeno si manca di realismo.
Per il resto della storia, una volta che un po' di indizi si comincia a metterli insieme, in realtà manca quella messa in scena colossalmente assurda che oscilla tra la boiata e l'appagante, per cui alla fine si rimane un po' perplessi e basta. Sì, ok, il colpo di scena c'è e tutta quella serie di elementi catastrofico-apocalittici pure, ma la sensazione è che manchi qualcosa che renda questa storia un'avventura interessante oltre la maniacale e scrupolosa ricerca della trafila di indizi "culturali" sparpagliati a casaccio a testimonianza dell'enorme patrimonio di conoscenza del suo autore. Insomma, mi è parso talvolta tutto un attimo fine a se stesso. Oltre che sconnesso rispetto ai lavori precedenti.
Dunque un risultato finale traballante, una messa in scena eccessivamente patinata e un Robert Langdon francamente in affanno per un "Inferno" che lo è di nome, ma di fatto è solo un gran casino.
* Sappiamo tutti che in Italia si parla a malapena l'italiano, figuriamoci l'inglese. In una struttura pubblica.
** Ahahahahah, sto ancora ridendo.
Film 81 - Angeli e demoni
Film 1287 - Angeli e demoni
Cast: Tom Hanks, Felicity Jones, Irrfan Khan, Ben Foster, Sidse Babett Knudsen, Omar Sy, Ana Ularu.
Box Office: $202.6 milioni
Consigli: Il cast internazionale fa sempre figo, anche se mi aspettavo che le pronunce sarebbero state più comprensibili. In definitiva un terzo capitolo così così che fallisce nel consegnare al pubblico generico un thriller emozionante e finisce per risultare appetibile solo per i fan della saga. Too bad.
Parola chiave: Cerca trova.

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giovedì 10 novembre 2016

Film 1236 - The Untouchables - Gli intoccabili

In viaggio verso la Norvegia, in pullman per 8 ore, ci eravamo muniti di ogni sorta di accompagnamento per la nostra avventura al nord. Dopo un po' di trono di spade, molto cibo, qualche ansia e riposini vari, abbiamo deciso di cominciare questo film...

Film 1236: "The Untouchables - Gli intoccabili" (1987) di Brian De Palma
Visto: dal computer di portatile
Lingua: italiano
Compagnia: Poe
Pensieri: Alcune scene memorabili di questa pellicola la rendono uno dei titoli più iconici degli anni '80, anche considerato il grande cast, l'allora fama del suo regista e certamente la storia che coinvolge la sempiterna lotta tra bene e, in questo caso, "mala".
La malavita organizzata ha qui il nome di Al Capone, siamo a Chicago negli anni '30 durante il più rigido proibizionismo che vietava produzione, vendita e consumo di alcolici e abbiamo un gruppo di eroi che è pronto a dare la vita per la causa in cui crede. Ecco chi sono questi intoccabili e quello che vogliono è sbattere in galera il gangster con ogni mezzo possibile (e sappiamo già che non lo si riuscirà certo a fare per i crimini peggiori che ha commesso).
Nonostante i nobili intenti e il buon risultato finale, non posso dire di essere rimasto folgorato da questo film, per nessun motivo particolare; semplicemente è un bel film, con certi buoni momenti di pathos e azione, ma fuori dai canoni che solitamente mi soddisfano tanto da dire che è una storia che vorrei vedere di nuovo. Poi chissà, magari tra qualche anno mi ricredo.
Nel frattempo dico che è un peccato che Andy García si sia bruciato la carriera, perché era veramente promettente, Costner è sempre un po' lesso, Patricia Clarkson è troppo spesso relegata ai ruoli secondari ma è un'attrice di serie A, De Niro fa sempre De Niro che fa il malavitoso e, nota dolente, non ho amato particolarmente il ruolo di Sean Connery. Probabilmente è un po' il doppiaggio, un po' la necessaria dose sacrificale da "Hollywood anni '80", in ogni caso ho trovato il suo personaggio sopra le righe e, naturalmente, la scena della sua morte eccessiva. Lo sappiamo, non siamo più abituati a morti da cinema ricolme di ultimi momenti, ultimi sospiri, ultime importanti frasi, ultimi colpi di pistola e, purtroppo, qui ce n'è un po' troppo di tutti questi momenti. E' certamente il personaggio più carismatico dell'ensemble, quello cui sono affidate le battute simpatiche, ma nell'insieme è forse quello che ho trovato più disomogeneo rispetto al resto. E no, assolutamente no, non gli avrei dato un Oscar (ma sì, assolutamente sì, lo avrei dato a Morricone).
In ogni caso a questo "The Untouchables - Gli intoccabili" riconosco tutti i meriti che negli anni gli sono stati riconosciuti ed è certamente vero che si tratta di un bel film, un pezzo di storia del cinema americano moderno; io l'ho apprezzato, ma non l'ho amato. Il che non è un male, semplicemente sono gusti.
Ps. 4 candidature tecniche agli Oscar dell'88 e un premio vinto per il miglior attore non protagonista.
Cast: Kevin Costner, Charles Martin Smith, Andy García, Robert De Niro, Sean Connery, Patricia Clarkson.
Box Office: $106.2 milioni
Consigli: Indimenticabile il rallenty con la carrozzina che cade (innegabilmente collegabile al mitico Fantozzi), belle scene d'azione e una cura dei dettagli tecnici davvero apprezzabile per un risultato finale che è oggi certamente un cult. Per chi non lo avesse mai visto (come era il mio caso) è un titolo da recuperare; bisogna apprezzare il genere gangster + sparatorie + anni '30, anche se vederlo almeno una volta nella vita credo sia necessario se si ama il cinema.
Parola chiave: Evasione fiscale.

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martedì 8 novembre 2016

Film 1235 - Pets - Vita da animali

Moltissima curiosità attorno a questo ennesimo successo commerciale d'animazione, per cui appena uscito mi sono fiondato in sala!

Film 1235: "Pets - Vita da animali" (2016) di Yarrow Cheney, Chris Renaud
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Poe, Manlio, Lisa, Pasquale, Chiara
Pensieri: Alcune considerazioni preliminari mi facevano ben sperare, soprattutto l'ottimo trailer imbastito ad arte per creare l'aspettativa di un cartoon comico e particolarmente spassoso. Sono mesi, infatti, che con "Pets" ci martellano l'anima proponendoci le stesse identiche gag su cani e gatti in attesa del ritorno dei propri padroni dal tram tram quotidiano fuori casa: le aspettative, dunque, mi facevano ben sperare. Errore.
Non che "The Secret Life of Pets" sia un film brutto, semplicemente non è quello che ci si sarebbe aspettati: tutte - e ribadisco TUTTE - le situazioni comiche presentate nei vari trailer sono utilizzate in apertura del film, cosicché i primi 5-10 minuti di pellicola di fatto ricalcano quello che ormai da un anno abbiamo imparato essere la routine quotidiana degli animaletti da compagnia in assenza dei loro padroni. La premessa è assolutamente simpatica, peccato che visto il martellamento di cui sopra, penso che tutti gli spettatori si siano ritrovati un attimo spiazzati nel constatare che la premessa iniziale ricalcava il trailer a fotocopia. Ma il problema non si esaurisce qui, perché quando finalmente la storia comincia per davvero, il risultato non è esaltante e la storia è semplicemente un racconto come un altro di un gruppo di animali che vivono molte avventure e si salvano a vicenda. E, neanche a dirlo, il coniglietto peloso e coccoloso è il più cattivo e agguerrito di tutti. Non particolarmente innovativo, no.
Il problema di "Pets" non è l'essere un prodotto commerciale come tanti altri, è che promette ciò che non mantiene: una pellicola d'animazione che esplora un argomento nuovo, un gruppo di personaggi simpatici innovativo, un risultato finale ad alto contenuto di divertimento e spasso. "Pets", invece, è solo un film simpatico, buono per una serata di disimpegno e cervello spento. Il che non è ovviamente un male, semplicemente non è sufficiente.
Tutto questo ha fatto seguire, alle considerazioni preliminari, una serie di considerazioni collaterali. Innanzitutto mi pare si possa dire che alla Illumination Entertainment siano capaci di fare magie, visti gli incassi stellari di "Minions" (addirittura oltre il miliardo di dollari!), "Cattivissimo me" 1 e 2 e questo film. Mi pare che siano ottimi maghi soprattutto perché riescono a mascherare pellicole mediocri o a malapena sufficienti da titoli interessanti, tramutando investimenti commerciali relativamente bassi (una media di 75 milioni di dollari a film) in veri e propri fenomeni del box-office. In tutta onestà "Minions" vive dell'unico pregio di aver azzeccato le spalle del protagonista di un altro film - per altro non così indimenticabile - e "Pets" ringrazia gli ideatori di un trailer in grado di trascinare non solo gli spettatori in sala, ma anche le loro aspettative. A storia finita, però, mi sono sempre ritrovato a chiedermi: e quindi?
Non c'è uno di questi titoli mi abbia lasciato veramente soddisfatto e non ne considero nessuno indimenticabile - salvo solo "Lorax - Il guardiano della foresta" che, però, non ha raggiunto i faraonici incassi globali degli altri film - e francamente a questo punto mi domando davvero se quelli della Illumination non siano semplicemente degli ottimi camuffatori, una casa di produzione che ha ottime idee preliminari ma fallisce nel progetto d'insieme, perché in quanto a raccontare storie sono in grado solo di battere strade già percorse. Il che, lo ripeto, non è un male di per sé, semplicemente non spiega il loro clamoroso successo. E con "Pets - Vita da animali" la situazione si ripete: film carino, qualche gag spassosa, risultato finale nella media e un incasso mondiale stellare ingiustificato. Perché la forza trascinante di un buon trailer non giustifica 800 milioni di dollari di incasso, specialmente quando poi vedi il film e ti accorgi che c'era molto fumo e poco, pochissimo arrosto.
Cast: Louis C.K., Eric Stonestreet, Kevin Hart, Ellie Kemper, Bobby Moynihan, Lake Bell, Dana Carvey, Hannibal Buress, Jenny Slate, Albert Brooks, Steve Coogan.
Box Office: $871 milioni
Consigli: Niente di nuovo, ma sicuramente una pellicola per tutta la famiglia che regala qualche momento divertente e, per il resto, consegna un prodotto nella media senza infamia e senza lode. Il che è un po' un peccato visto l'interesse che questo titolo era riuscito a generare nei suoi confronti, ma il risultato finale è questo e noi spettatori ci dobbiamo accontentare. Il che non è certamente un risultato finale invidiabile per un pellicola destinata al grande pubblico, ma questo è quello che "Pets" ci racconta e regala, per cui è inutile agitarsi tanto: simpatico, spensierato, dimenticabile.
Parola chiave: Animali abbandonati.

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lunedì 7 novembre 2016

Film 1234 - Café Society

Un film di Allen è sempre una buona ragione per tornare al cinema. Un motivo in più l'ha fornito la Cineteca che ha proposto in versione originale il film, invogliandomi a recarmi presso il cinema Lumière nonostante la pioggia battente.

Film 1234: "Café Society" (2009) di Woody Allen
Visto: al cinema
Lingua: inglese
Compagnia: Poe
Pensieri: Non fosse che cambia il cast e ogni tanto le location, si potrebbe pensare che ogni nuovo film di Woody Allen sia semplicemente la continuazione del precedente. Il regista ormai ha dato un'impronta riconoscibile ad ogni suo lavoro che comincia non appena si illumina lo schermo: musiche e titoli di testa sono sempre gli stessi come lo sono, del resto, a fine pellicola i titoli di coda e le rispettive musiche. Una dopo l'altra, le pellicole degli ultimi anni si possono quasi considerare come una standardizzata collezione sul regista newyorkese, una sorta di retrospettiva autoprodotta che è certamente un aspetto interessante dal punto di vista della riconoscibilità. Del resto rimango un po' perplesso da questo fatto quando penso che, teoricamente, ogni nuovo progetto è un'opera a sé, quindi dovrebbe presentare anche negli aspetti più tecnici una sorta di differenziazione che la distanzi dal prodotto precedente; se poi si aggiunge che, in quanto ad atmosfere e toni, Allen tende spesso a ripropore quelli che preferisce, la somiglianza diventa anche più evidente.
"Café Society" non è da meno: location lussuone, sfondi patinati, anni '30, Hollywood e stelle del cinema, ambienti raffinati, protagonista nevrotico, vero amore e difficoltà nell'affrontarlo e conservarlo, pressioni sociali, scherzi del destino, ambizioni del protagonista, ecc ecc. Inutile continuare la lista, è evidente che sul piano della storia le novità sono relative. Per quanto riguarda il risultato finale, però, devo dire che il film è una bella, piacevole sorpresa. Jesse Eisenberg è un grandissimo protagonista, perfetto nell'incarnare le ansie alleniane da manuale e Blake Lively, per quanto semi muta, è perfetta nel ruolo di musa, quasi donna da esporre in un ruolo relativamente importante ma certamente d'effetto. Steve Carell al cinema nell'ultimo paio d'anni pare essere riuscito a trovare spazio solo nel ruolo dell'eccentrico un po' simpatico e un po' disperato, mentre Kristen Stewart (che ha una voce particolarmente profonda e devo dire sexy), non è una scelta malvagia anche se qualche volta l'ho trovata troppo nel tentativo di replica di nevrosi alla Allen (penso all'episodio del guardaroba). In ogni caso il cast è scelto bene e vedere il film in versione originale mi ha davvero soddisfatto.
Per il resto si tratta di un prodotto ben confezionato, bello da vedere e affascinante nei modi e nei toni, spesso simpatico e a volte surreale, in ogni caso in linea con gli ultimi titoli del regista e comunque molto, molto meglio di "Magic in the Moonlight". Dunque un buon Allen che, a 80 anni compiuti, sembra non perdere (molti) colpi.
Ps. Il film ha aperto, fuori concorso, il Festival del Cinema di Cannes 2016.
Cast: Jeannie Berlin, Steve Carell, Jesse Eisenberg, Blake Lively, Parker Posey, Kristen Stewart, Corey Stoll, Ken Stott, Anna Camp, Paul Schneider, Sari Lennick.
Box Office: $24.9 milioni
Consigli: Francamente non mi aspettavo granché, mentre questo "Café Society" è un film molto raffinato e delicato, piacevole. Forse l'Allen degli ultimi anni non piace a tutti, ma è innegabile che si tratti sempre di un lucido narratore capace di evocare le atmosfere giuste oltre che un'aura glam e chic non comune. Di sicuro questo suo ultimo titolo si può vedere senza alcun tipo di controindicazione, carino e spensierato.
Parola chiave: Rodolfo Valentino.

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domenica 6 novembre 2016

Film 1233 - Il segreto dei suoi occhi

Non smaniavo per vederlo, ma ero comunque disposto a dargli un'occasione nel caso fosse arrivato il momento giusto. Così, quando Netflix l'ha aggiunto alla sua offerta, mi sono convinto a vederlo. Ho fatto bene.

Film 1233: "Il segreto dei suoi occhi" (2009) di Juan José Campanella
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Particolare, misterioso, intrigante e certamente ben scritto, "El secreto de sus ojos" racconta una storia forte, nostalgica, talvolta malinconica e lascia lo spettatore con una buona dose di emozioni non facili da scrollarsi di dosso. Rimane la violenza del crimine iniziale - lo stupro e l'uccisione di una donna innocente -, l'ingiustizia della scarcerazione del colpevole, la tristezza per la condizione del marito che ha perso la sua amata e, allo stesso tempo, una sorta di desolata simpatia nei confronti di un uomo che, privato di ogni speranza, reagisce alla violenza di cui è stato testimone infliggendo una pena che altrimenti non sarebbe mai arrivata.
Dunque si tratta di un film forte, un racconto che non può non lasciare tracce sullo spettatore attento, sempre più coinvolto da una storia che procede per flashback e si incammina verso uno scioglimento dei suoi enigmi che sarà allo stesso tempo giusto e sconvolgente, tutto in nome di una sorta di tormento del protagonista che, ancora alla ricerca di risposte, decide di scrivere un libro sulla storia dell'omicidio della povera donna.
Da "Il segreto dei suoi occhi" non sapevo cosa aspettarmi e certamente ho cominciato la visione totalmente aperto a qualsiasi tipo di esperienza, conscio soltanto del fatto che certamente non so sarebbe certamente trattato di un film "leggero". Non lo è certamente e richiede una buona dose di predisposizione alla visione, diciamo, ma in ogni caso è un bel film, uno di quelli che quando finisce ti lascia con qualcosa di cui pensare.
Ps. Vincitore dell'Oscar per il Miglior film straniero (Argentina).
Cast: Ricardo Darín, Soledad Villamil, Pablo Rago, Javier Godino, Guillermo Francella.
Box Office: $34 milioni
Consigli: Non un titolo per tutti i giorni, "Il segreto dei suoi occhi" richiede al suo spettatore una dose di pazienza e fiducia che, forse, ultimamente siamo meno abituati a concedere. Vale la pena di attendere, per un finale sorprendente e sconvolgente che lascerà molto su cui riflettere.
Parola chiave: Stazione ferroviaria.

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mercoledì 2 novembre 2016

Film 1232 - L.A. Confidential

Era già da tempo che desideravo rivedere questo film: l'avrò visto almeno altre 5 volte, ma non mi stanca mai. L'occasione si è presentata qualche tempo fa, dopo la scomparsa del regista.

Film 1232: "L.A. Confidential" (1997) di Curtis Hanson
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Uno dei miei film preferiti. Un vero capolavoro, stupendo.
Tratto dal romanzo di James Ellroy, racconta la storia della polizia di Los Angeles, negli anni '50 tra le più corrotte d'America. E come si inserisce la corruzione nella ricerca della giustizia? Inutile dirlo: solo grazie all'onore di pochi, pochissimi uomini.
E' questo, in breve, il perimetro di una storia che, in realtà, è molto più complessa di così. Prostituzione di lusso, omicidi e regolamento di conti, persone scomparse, spioni e paparazzi impiccioni, il tutto in un mix intrigante e inaspettatamente di classe. Molto del fascino di questa pellicola, per quanto mi riguarda, deriva dalla magnifica sosia di Veronica Lake interpretata da Kim Basinger, sensuale ed enigmatica tanto da rendere indimenticabile e iconico questo suo ruolo.
Ma "L.A. Confidential" non è solo fascino, anzi, tra i vari intrighi, le scazzottate, le ingiustizie, il razzismo, l'omofobia e gli omicidi non si tratta certo di un film leggero. E' una storia di malavita e corruzzione, parla del marcio e dello schifo cui può arrivare l'uomo pur di badare ai suoi interessi. In tutto questo scenario di desolazione e disillusione, i pochi che non si lasciano traviare non hanno vita facile e, ognuno come può, reagisce alle sfide della propria vita come riesce. In pochi, neanche a dirlo, sopravviveranno. E vale la pena scoprire chi sono.
Ps. Candidato a 9 premi Oscar, ne ha vinti 2: Miglior sceneggiatura e attrice non protagonista (Kim Basinger).
Cast: Kevin Spacey, Russell Crowe, Guy Pearce, Kim Basinger, James Cromwell, David Strathairn, Danny DeVito, Ron Rifkin, Paul Guilfoyle, Simon Baker.
Box Office: $126.2 milioni
Consigli: Magnifico. Cast stellare, sceneggiatura perfetta, colonna sonora indimenticabile e risultato finale impeccabile per una pellicola che è un vero e proprio cult tra i noir degli ultimi anni. L'anno prossimo "L.A. Confidential" compie 20 anni ed è ancora un film bellissimo. Da vedere.
Parola chiave: Rollo Tomasi.

Trailer
#HollywoodCiak
Bengi