martedì 28 febbraio 2017

Film 1319 - Loving

Oltre ad essermi affrettato a recuperare il maggior numero di film candidati agli Oscar, curiosamente e in maniera del tutto casuale ho visto tutti quelli relativi al tema della razza (non a caso quest'anno è stato anche ribattezzato #OscarSoBlack).

Film 1319: "Loving" (2016) di Jeff Nichols
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Ho visto questa pellicola in due momenti abbastanza distanti uno dall'altro, eppure non ne ho un ricordo disomogeneo o frammentato, il che già di per sé è una buona cosa. "Loving" è un bel film, molto dolce nelle parti di coppia, delicatissimo, stranamente pacato nell'esporre gli abusi, lo sconforto, l'incertezza di una famiglia discriminata ed esiliata semplicemente perché composta da un uomo bianco e una donna di colore. Perché siamo a cavallo degli anni '50-'60 e la legge riteneva sbagliato che si mettessero al mondo bambini di etnia mista.
Assistere al racconto di questa storia, oggi, fa venire i brividi. Non tanto per azioni violente o bellicose, che qui a dire il vero non sono molte, ma soprattutto per l'impostazione mentale ben radicata all'interno del sistema legislativo e quindi umano e quotidiano che va addirittura oltre la libertà di pensiero o espressione e coinvolge qualcosa che oggi è, sì, garantito per legge, ma non ancora una conquista universale: la libertà di amare.
Il film sui coniugi Loving è ancora oggi un esempio utile a rinfrescare la mente in un mondo non sempre pronto ad accogliere le differenze. Ed è bello ricordarsi che ogni tanto anche nella vita vera il lieto fine arriva sul serio. Quello che mi è piaciuto qui è proprio il desiderio di ricordare, di dare voce ad una storia altrimenti non così scontatamente popolare. Perché Mildred e Richard sono esistiti davvero, hanno combattuto davvero e si sono fatti avanti per difendere il proprio matrimonio, la propria famiglia e il proprio amore. Per essere un film che tratta non marginalmente anche la parte prettamente giuridica, "Loving" mi è sembrato un film pieno d'amore, di quelli in cui non serve sbandierarlo perché il sentimento c'è e si vede. Non tutti sono in grado di raccontare questo tipo di storie senza scadere in retoriche facili o calcare la mano e in questo devo dire che Jeff Nichols è stato particolarmente abile ed efficace (diversamente dal suo precedente "Midnight Special").
Ruth Negga e Joel Edgerton sono una dolcissima coppia, affiatata, molto concreta. Ho veramente apprezzato la loro costruzione dei personaggi, si vede che c'è un lavoro dietro fatto di studio di mosse e accenti, sguardi e silenzi. Sono loro l'anima di questa pellicola e sono stati certamente la scelta più giusta per impersonare la coppia. Loro, insieme alla bella sceneggiatura (e storia, naturalmente) sono gli elementi portanti di "Loving", quegli aspetti che conferiscono al risultato finale del film quel senso di soddisfazione che alla fine ti rimane addosso.
Ps. Candidato a 2 Golden Globe per i migliori attori drammatici e a 1 Oscar per la Miglior attrice protagonista (Negga).
Cast: Joel Edgerton, Ruth Negga, Marton Csokas, Nick Kroll, Michael Shannon.
Box Office: $8.4 milioni
Consigli: Bel film, bella storia. Non è certamente un titolo da scegliere a cuor leggero sia per quanto riguarda l'argomento della trama, sia perché il ritmo non è certo dei più forsennati (il chemi par di capire sia una sorta di tratto distintivo degli ultimi film di Nichols). Però, se la disposizione d'animo è quella giusta e si cerca qualcosa di non scontato da guardare, "Loving" è sicuramente una buona scelta.
Parola chiave: Corte suprema.

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Bengi

lunedì 27 febbraio 2017

Film 1318 - Jackie

Da qui in avanti, per ben 6 titoli di fila, la mia rincorsa a raggiungere il numero maggiore di pellicole possibili in vista degli Oscar. Ormai i giochi sono fatti e sono riuscito a recuperarne abbastanza da potermi fare un'idea abbastanza indipendente di come potrebbe andare. Vedremo tra qualche ora cosa decreterà l'Academy!

Film 1318: "Jackie" (2016) di Pablo Larraín
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: Poe
Pensieri: Nonostante critiche e opinioni sentite qua e là praticamente entusiaste, non posso davvero dire che "Jackie" abbia incontrato il mio gusto. E' una pellicola molto raffinata e confezionata con dovizia di particolari e una cura innegabile per ogni singolo elemento che ha provveduto alla composizione del risultato finale, ma a parte questo, quello che ho visto mi è parso confusionario e disomogeneo nei suoi continui flashback e nell'incessante mischiare fatti, interviste, materiale di repertorio, memorie, ecc. Più che un film sembra un mausoleo, un museo nostalgico dedicato alla Kennedy, un'icona che si intende ritrarre in uno dei suoi momenti più intimi (eppure più mediatico), sviscerandone comportamenti, atteggiamenti, dettagli. Non so se il film avrebbe ottenuto lo stesso successo senza la performance magnetica di Natalie Portman la quale, va detto, è molto brava, anche se a mio avviso non ha alcuna chance, come invece molti pronosticano e sperano, di aggiudicarsi la statuetta questa sera. Non solo perché di Oscar ne ha già uno - e fare il bis non è impresa da poco -, ma anche perché Emma Stone è la favorita della stagione e, da non sottovalutare, l'interpretazione in "Elle" di Isabelle Huppert ha riscosso non pochi premi importanti che hanno spesso oscurato la performance della protagonista di "Jackie".
Premiazioni a parte, la metamorfosi che la Portman subisce qui è inquietante, arrivando a cambiare completamente voce e ad assomigliare all'ex First Lady pur non somigliandole davvero. L'insieme di simile e diverso a volte è straniante; il ruolo, che è molto difficile, viene ben gestito dall'attrice che ne restituisce un ritratto molto forte e molto umano che scava al di sotto della figura di donna-mito che Jacqueline "Jackie" Kennedy ha assunto col passare del tempo. La storia si concentra su un momento che è ovviamente difficilissimo, evento storico epocale e la reazione della neo vedova è comprensibile, eppure per molti versi folle. Ed è sicuramente anche per quest'ultimo aspetto che ho trovato il personaggio antipatico e scontroso, comandante e diffidente e, al contempo, tutto l'opposto. Dunque una protagonista difficile da digerire, troppo autoritaria e snob, calata nella costante rappresentazione di un'immagine ad hoc di finta ingenua che mi ha lasciato più volte perplesso (per esempio in relazione al cambiamento radicale pre-omicidio rispetto al successivo momento dell'intervista). Non posso fare certo paragoni con la persona reale, quindi rimango legato all'impressione che ho dedotto dal film, ovvero che nonostante un'ottima ricostruzione della frammentazione della personalità e complessità umana, Jackie qui si percepisce in chiave negativa.
E, a proposito di ricostruzione, dettagli di scena e costumi davvero elaborati e verosimiglianti; la colonna sonora è molto particolare per essere quella di un film biografico: difficilmente si concede toni rassicuranti, giocando molto su atmosfere cupe e distorte da suoni quasi da thriller o horror. Del resto la firma è di Mica Levi, già notata grazie alla spaventosa colonna sonora di "Under the Skin".
In conclusione, il risultato finale non mi ha convinto e, anzi, è stato inferiore alle mie aspettative. Si tratta di un titolo che affronta non solo una tematica storicamente importante, ma anche interessante dal punto di vista umano. Eppure le scelte della sceneggiatura, il gap tra un personaggio del genere e la vita dell'uomo medio di oggi, il continuo saltare da un momento all'altro, da una situazione all'altra mi ha lasciato insoddisfatto di fronte ad un prodotto dal potenziale grandissimo che, però, gestisce magistralmente solo la ricostruzione dal punto di vista scenico ed estetico. E del personaggio principale grazie ad una grandissima attrice.
Ps. Candidato a 3 Oscar: Miglior attrice protagonista, costumi e colonna sonora.
Pps. E' l'ultimo film in cui recita il recentemente scomparso John Hurt, qui nel ruolo di un prete confessore (più confuso che mai, a mio avviso).
Cast: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig, Billy Crudup, John Hurt, Richard E. Grant.
Box Office: $20.7 milioni
Consigli: Incentrato su uno dei fatti storici più iconici della più o meno recente storia degli Stati Uniti, legato alla figura di una delle First Lady più famose di tutti i tempi, questo film ritrae una Jackie Kennedy in mille pezzi e ne consegna allo spettatore qualche frammento sparso, spesso slegato, faticoso da combinare in un puzzle temporale troppo ballerino. Salva tutto la grande performance di una Portman particolarmente azzeccata, oltre che intensa (il regista voleva solo lei), anche se la voce così modificata dall'attrice è, alla lunga, una fatica da ascoltare, quasi una cantilena lagnosa. In generale, comunque, è certamente un titolo da vedere, fosse anche solo per la performance attoriale o il premio ai costumi che quasi certamente vincerà. Non è certamente una scelta per tutte le occasioni, ma ha il pregio di puntare lo sguardo su un fatto tragico e, al contempo, affascinante.
Parola chiave: Camelot.

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Bengi

domenica 26 febbraio 2017

Film 1317 - Il gatto con gli stivali

Scelto dal catalogo Netflix per la serie "metti una sera a cena".

Film 1317: "Il gatto con gli stivali" (2011) di Chris Miller
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Poe
Pensieri: Non avevo mai visto questo film, spin-off derivato dal conosciutissimo franchise di "Shrek" che, personalmente, non ho mai particolarmente amato. Sarà anche per questo che nel tempo non ho sentito la necessità impellente di recuperare "Puss in Boots".
Questo film d'animazione totalmente incentrato sulla figura del gatto spadaccino, versione di Zorro con pelliccia, nel primo tempo non si capisce dove voglia andare a parare in quanto la storia sembra più che altro una semplice serie di situazioni comiche proposte una dopo l'altra, senza un vero filo logico. Quando, però, la trama ingrana il risultato finale è anche soddisfacente, con qualche buon momento comico e un divertimento per tutta la famiglia a cuor legger(issim)o. Gli unici aspetti che non mi hanno soddisfatto sono l'uovo Humpty Dumpty che è inquietante e la caricata espressività dei gatti che, per quanto fatta bene, l'ho trovata a volte disturbante.
in ogni caso un onesto cartoon che non sarà niente di eccezionale, ma risulta simpatico e sciocco quanto basta per lasciare soddisfatti.
Ps. Addirittura una candidatura all'Oscar come Miglior film d'animazione. Mi pare un po' esagerato.
Cast: Antonio Banderas, Zach Galifianakis, Salma Hayek, Billy Bob Thornton, Amy Sedaris, Constance Marie.
Box Office: $555 milioni
Consigli: Come per "Shrek", anche qui si saccheggia a piene mani dalla narrativa classica per ragazzi, mischiando non pochi elementi e personaggi originali di altre storie. Nel caotico risultato finale, il gatto - doppiato dallo stesso Banderas anche in italiano - riesce comunque a risultare non solo un personaggio vincente, ma anche particolarmente riuscito nella sua natura caricaturale. Il film non è davvero niente di che, ma è sicuramente perfetto per un qualunque momento di totale disimpegno in cui l'unico sforzo che si intende fare è quello di spingere il tasto play.
Parola chiave: Fagioli.

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Bengi

Film 1316 - Hacksaw Ridge

Oggi è il giorno degli Oscar e questo film è candidato a 6 statuette!

Film 1316: "Hacksaw Ridge" (2016) di Mel Gibson
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Ho visto per la prima volta la locandina di questo film ad ottobre, appesa all'interno di un cinema di Copenhagen. L'avevo guardata distrattamente, colpito dall'iimmagine di sofferenza che mi dava il soldato con in spalla il suo compagno. Qualche tempo dopo ho scoperto che il film stava andando bene al botteghino e che si trattava di una sorta di perdono da parte di Hollywood alla controversa figura di Mel Gibson che, per essere uno cui piace tanto parlare di Dio, non si presenta particolarmente tollerante. Al di là di questo, l'insieme di fattori, oltre che le buone critiche che ne parlavano bene, mi hanno convinto a vedere questa pellicola ancor prima che le nomination importanti cominciassero a fioccare. Ecco perché appena ho trovato "Hacksaw Ridge" in streaming ho voluto subito recuperarlo.
La prima cosa che mi è saltata all'occhio è che quest'anno Andrew Garfield sembra perseguitato da ruoli che richiedono una ferrea credenza nella religione cattolica. Anche qui come in "Silence", il suo personaggio Desmond Doss, militare realmente esistito, è un fervente credente che si appoggerà per tutta la storia alla preghiera e al Signore. Curiosa anche la coincidenza che lega i ruoli: entrambi vengono perseguitati per le loro convinzioni.

Garfield è molto bravo e credibile nella parte e sfodera un accento del sud tanto stretto che a volte è praticamente incomprensibile. Come lui anche Teresa Palmer, che certamente qui non sfigura e, anzi, dimostra di riuscire a vestire perfettamente i panni del personaggio femminile protagonista. E di rimanere impressa, per di più. Il ruolo di Vince Vaughn, invece, sembra ricalcato su quello del sergente di "Full Metal Jacket" che fu di R. Lee Ermey, specialmente nella scena in cui si presenta alle reclute nel dormitorio e, in seguito, quando le allena in preparazione alle attività militari. Non mancano grida, insulti e vessazioni.
Uscendo un attimo dalla categoria attoriale, la regia di Gibson è spietata, quasi morbosa. La guerra è alla nostra porta e, come i poveri soldati, ci troviamo a doverci confrontare con gli orrori, la violenza e le atrocità che porta con sé.  Il serrato montaggio, le scene tanto credibili, l'ansia generata da un nemico costantemente nascosto sono tutti elementi che contribuiscono a creare un'idea particolarmente suggestiva ed efficace della guerra anche per chi, come me, non l'hai fortunatamente mai dovuta vivere dal vivo. In contrapposizione a questo iperrealismo bellico, l'idillio amoroso tra Desmond e Dorothy sembra quasi un altro film, un'altra storia, come se non potessero coesistere allo stesso tempo due realtà tanto agli antipodi. Queste due apparentemente inconciliabili storie parallele si compongono in un film che mostra una storia straordinaria e ne eleva l'esempio pacifico oltre che la casistica peculiare ed irripetibile. Nonostante i presupposti da dramma strappalacrime, in realtà "Hacksaw Ridge" sfrutta in minima parte, rispetto a quanto avrebbe effettivamente potuto, le occasioni alla "supereroe" - o meglio eroe sovrumano -, optando per un taglio più sobrio (per esempio non ci sono musiche eroiche durante i combattimenti, ma solo i crudi rumori della battaglia) e andando a celebrare il suo protagonista soprattutto attraverso i titoli di coda, dedicandogli un momento fuori dalla ricostruzione in cui, attraverso filmati d'archivio, i suoi commilitoni e lo stesso Doss si raccontano alcuni degli episodi accaduti nella realtà e che sono raccontati nel film.
Dunque una storia potente raccontata, sì, con forza, ma senza esagerare nei toni. Un ottimo risultato finale - francamente migliore rispetto alle mie aspettative -, per una storia tanto pazzesca da sembrare di finzione, con scene di guerra da togliere il fiato per tutto ciò che riescono ad evocare.
Ps. 6 nomination agli Oscar 2017: Miglior film, regia, attore protagonista, montaggio, missaggio sonoro, montaggio sonoro.
Cast: Andrew Garfield, Sam Worthington, Luke Bracey, Teresa Palmer, Hugo Weaving, Rachel Griffiths, Vince Vaughn.
Box Office: $175 milioni
Consigli: Nonostante le non poche scene di guerra e le implicazioni che ne conseguono, questo non è un titolo che fa suoi i classici elementi della pellicola d'azione o di quella a sfondo storico (siamo durante la Seconda Guerra Mondiale), o meglio li utilizza, ma come strumenti di confronto per il proprio caso esemplare. Nella fattispecie si tratta di un militare, un ragazzo che per scelta personale decide di arruolarsi pur non avendo alcuna intenzione di impugnare alcuna pistola, figuriamoci sparare. Il paradosso è evidente a tutti, eppure la storia raccontata qui funziona sia perché è vera, sia perché, appunto, la pellicola sceglie quegli elementi di cui sopra solamente per far risaltare ancora di più il proprio grande protagonista. Un bel titolo, efficace e convincente, una regia priva di fronzoli, un bel cast e un risultato finale che non manca di colpire lo spettatore.
Parola chiave: Obiettore di coscienza.

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Bengi

giovedì 23 febbraio 2017

Film 1315 - Split

Dovevamo andare a vedere "Allied", siamo entrati nella sala sbagliata. E abbiamo visto questo film...

Film 1315: "Split" (2016) di M. Night Shyamalan
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Erika
Pensieri: Non che non lo volessi vedere, semplicemente avrei preferito scegliere quando. E' andata così.
In generale "Split" presenta una storia claustrofobica e inaspettatamente riuscita. Non è un capolavoro, ma bisgona ammettere che fa egregiamente il suo dovere, soprattutto grazie al suo/ai suoi protagonista/i.
Da questo punto di vista, tutto il film lo fa James McAvoy che è spettacolare. Nella scena del finale, (spoiler) quando la ragazza dice il nome completo di Kevin e tutte le personalità si manifestano a ruota, la performance è tanto riuscita da risultare inquietante e al contempo affascinante. Un personaggio dopo l'altro e, solo tramite le espressioni del volto, una persona dopo l'altra. Davvero, davvero notevole.
Il personaggio della terapista (Betty Buckley) è molto bello e l'attrice rimane particolarmente impressa anche se - come mi ha fatto più volte notare la mia amica durante la visione - si sapeva fin dall'inizio che la donna non avrebbe fatto una bella fine...
Per quanto riguarda la storia, il primo tempo è un po' noioso. La presentazione delle personalità protagoniste (che sono 23, ma non si manifestano tutte) è un po' lenta e le tre ragazze rapite continuano a saperne e capirne quanto lo spettatore, per cui si fatica a capire dove si voglia andare a parare. La vera esplosione è nel secondo tempo, con un aumento progressivo dell'ansia e dell'inquietudine oltre che di un francamente inatteso orrore. La storia della bestia è una boiata, ma la resa con cui l'hanno portata in vita è davvero efficace: non si vede mai per intero e mai per troppo tempo, cosicché ognuno è di fatto libero di riempirne i contorni mancanti con le paure che vuole, per un effetto finale che non manca di raccapricciare. E anche qui la metamorfosi e l'espressività di McAvoy sono strabilianti!
Dunque, per quanto inatteso sia stato questo film, devo dire che mi ha davvero convinto e ho ritrovato M. Night Shyamalan di nuovo in formissima. Un risultato finale che è andato ben oltre le mie aspettative.
Cast: James McAvoy, Anya Taylor-Joy, Betty Buckley, M. Night Shyamalan.
Box Office: $196.1 milioni
Consigli: Titolo inaspettatamente efficace che si costruisce attorno alla bravura del suo protagonista, qui vero mattatore. Un film un po' lento inizialmente che carbura pian piano e poi scoppia in un finale carico di tensione e disgusto, pur non scivolando mai nello splatter o l'eccessivamente didascalico. Meglio, immaginare è più che sufficiente a turbare chi guarda. Se si cerca una storia che giochi con le emozioni, qui non sono poche quelle chiamate in causa!
Parola chiave: Zoo.

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Bengi

mercoledì 22 febbraio 2017

Film 1314 - Oceania

Un sabato pomeriggio alternativo per recuperare una delle pellicole candidate agli Oscar di quest'anno.

Film 1314: "Oceania" (2016) di Ron Clements, John Musker
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: padre
Pensieri: Simpatico cartone animato estremamente colorato, questo "Moana" ha dovuto subire la censura italiana a discapito di un titolo originale troppo evocativo (a quanto pare il ricordo di moana Pozzi è ancora troppo vivido). Al di là di queste scemenze, "Oceania/Moana" è un prodotto carino e simpatico, più avventuroso di altre fiabe Disney e sicuramente indicativo dei tempi che cambiano.
La giovane protagonista, infatti, che pure è una principessa, ricerca l'avventura ed è curiosa di scoprire così ci sia oltre il famigerato reef, confine ultimo entro cui le sia permesso andare. Quando il suo villaggio, situato sull'isola polinesiana di Motunui, si ritrova in difficoltà a cuasa del pesce che scarseggia e la vegetazione che marcisce, la ragazza prenderà in mano il suo destino e salperà per un viaggio alla ricerca del semidio mutaforma Maui che potrebbe essere la cuasa dei problemi naturali che si stanno verificando.
L'inizio del viaggio è, ovviamente, il pretesto per l'innescarsi di tutti i meccanismi della storia, un percorso di formazione per entrambi i protagonisti, nonché il presupposto per la nascita di un'amicizia che aiuti a superare i momenti di difficoltà e le prove cui la storia li sottoporrà. Nel mezzo ci sono non pochi momenti divertenti e nonsense, la maggior parte dei quali garantiti dal gallo HeiHei, pollo completamente scemo incapace di comportarsi anche solo vagamente in maniera normale. E' naturalmente lui la spalla del film, anche se devo dire che l'ho trovato troppo simile a Becky, la stupida strolaga di "Alla ricerca di Dory".
Colori vividi, computer grafica particolarmente efficace e realistica tanto da far venire la voglia di visitare la Polinesia, canzoni che rimangono impresse (sicuramente anche per via del marketing pressante, vedi la canzone "We Know The Way") e un risultato finale piacevole e godibile, anche se meno sbalorditivo di quanto ci is sarebbe potuto aspettare.
Ps. Due candidature agli Oscar 2017: Miglior film d'animazione e canzone origiale ("How Far I'll Go" di Lin-Manuel Miranda, lo stesso che ha portato alla luce il musical "Hamilton" che tanto ha fatto furore la scorsa stagione. Dovesse vincere, Miranda diventerebbe il 13esimo membro del ristrettissimo "club" degli EGOT, coloro che hanno vinto i quattro principali riconoscimenti americani da parte dell'industria televisiva, musicale, teatrale e cinematografica, ovvero Emmy, Grammy, Tony e Oscar).
Cast: Auli'i Cravalho, Dwayne Johnson, Rachel House, Temuera Morrison, Jemaine Clement, Nicole Scherzinger, Alan Tudyk; (versione italiana) Angela Finocchiaro, Raphael Gualazzi.
Box Office: $574.7 milioni
Consigli: Film per tutta la famiglia simpatico e piacevole, un'avventura leggera che regala bellissimi disegni, una nuova eroina Disney dalla necessaria differenziazione culturale e un paio d'ore di spensieratezza in un misto fra musical e avventura. Perfetto film da weekend.
Parola chiave: Cuore di Te Fiti.

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martedì 21 febbraio 2017

Film 1313 - La La Land

Favorito praticamente per ogni tipo di riconoscimento, vero e proprio caso dell'anno, non potevo assolutamente perdere questa pellicola in vista del completamento della mia solita missione annuale: arrivare più preparato che mai alla notte degli Oscar.

Film 1313: "La La Land" (2016) di Damien Chazelle
Visto: al cinema
Lingua: inglese
Compagnia: Poe
Pensieri: Nel momento in cui si scrive, "La La Land" è il campione da battere ai prossimi Oscar che si terranno domenica 26 febbraio, ovvero tra 6 giorni. Con 7 Golden Globe vinti su 7 nomination, 5 BAFTA vinti su 11 nomination e le sbalorditive 14 candidature agli Academy Awards (senza contare le altre 204 nomination a premi vari ed aggiuntive 153 vittorie, tra cui la Coppa Volpi a Venezia come Miglior attrice ad Emma Stone), il musical di Damien Chazelle è sicuro che farà incetta di statuette d'oro. Bisogna solo capire in che misura. La mia opinione è che difficilmente porterà a casa tutto - Gosling non vince -, ma sicuramente non perderà nelle categorie chiave di Miglior film, regia e attrice protagonista.
Fatta questa breve analisi preventiva basata sul valore aggiunto che una pioggia di riconoscimenti possono conferire ad un film, veniamo a noi: com'è questo "La La Land"? E' bello o no? E' davvero quel capolavoro che tutti riferiscono?
Vuoi o non vuoi, questa pellicola ha fatto una sorta di rivoluzione. Neanche avesse inventato il genere stesso del musical, l'opera di Chazelle ha compiuto l'indiscutibile miracolo di riportare il cinema al centro della conversazione globale e non soltanto in vista delle numerose cerimonie di premiazione, ma proprio in nome di un compiuto miracolo che sembrerebbe avvenire durante la visione del film. Dunque si fa fatica ad arrivare al cinema senza essersi fatti in testa un'idea di cosa ipoteticamente si vedrà, il che va necessariamente ad influenzare la visione, nonché l'opinione finale. Per dire come la penso, il risultato finale è bello (i musical spesso lo sono), ma non posso dire di esserne rimasto folgorato; certamente tutto il caos mediatico che vi è stato di contorno ha contribuito a generare in me delle altissime aspettative difficili da accontentare.
"La La Land" è un musical diverso da quelli cui siamo abituati. Gli spazi rono reali (non ricreati in un set) e spesso all'aperto. La fotografia non rende tutto patinato o di plastica, ma al contrario ci si trova di fronte ad immagini molto vere, tangibili e stranamente realistiche, anche per quanto riguarda le scene del ballo. Le quali, a dire il vero, rispetto a certi standard faraonici dei bei tempi d'oro, non sono nemmeno così tanto spettacolari. Un musical è danza, ballerini, comparse che si muovo in sincronia e, invece, qui l'idea che passa è quella di una storia a due in cui delle comparse nemmeno ci si accorge; è tutto inusualmente intimista. Inoltre c'è un sacco di introspezione e non manca la costruzione approfondita e dettagliata dei personaggi, il che è un altro elemento abbastanza insolito per un genere che di norma rimane preferibilmente in superficie. Perfino i costumi sono abbastanza semplici: certi abiti della Stone sono elegantissimi, eppure lo sfarzo e la ricerca di quell'accompagnamento magico per il ballo attraverso creazioni straordinarie e indimenticabili non c'è. Tutto bene, le regole del gioco si posso riscrivere di volta in volta.
Di fatto l'idea generale che mi sono fatto è quella di un musical che non assomiglia troppo a un musical. Ci sono meno scene musicali di quanto mi aspettassi e per quanto i protagonisti ovviamente cantino, l'impressione che ho avuto è stata quella di averglielo sentito fare poco; c'è molta musica (d'altronde è un film di Chazelle), molte comparse canterine e, francamente, non così tanti momenti di stupore vocale.
Emma Stone, che ha una voce particolarmente roca, come dicevo vincerà l'Oscar. Ha un ruolo fatto di tanti ruoli: un'aspirante attrice che fa un provino dopo l'altro, dà prova di sapersela cavare egregiamente in ogni circostanza e, per di più, canta e balla... Insomma ce l'ha in tasca (all'Academy piace questo genere di parte). Ryan Gosling, d'altro canto, non mi sembra abbia la stessa fortuna dalla sua. Per quanto anche il suo ruolo preveda canto e ballo (e pure suonare il piano, a dire il vero), il sentore rimane comunque quello solito che si ha a guardarlo: è bello, ci sa fare ed è di fatto un uomo per tutte le stagioni, eppure la sua parte è meno sfacciata di quella della sua compagna protagonista, presenta meno momenti di spiccata versatilità. Poi, sia chiaro, Gosling è bravo, solo credo che la mia teoria del "dramma batte sempre commedia" in questo caso gli calzi a pennello.
Chazelle, al pari della Stone, ha l'Oscar in pugno. Se lo merita, ha saputo immaginare in grande e riportare l'attenzione su un genere non troppo fortunato. Certe inquadrature e certe scene sono già cult, anche grazie ad una fantasia lasciata libera di spaziare. E così voliamo tra le stelle o balliamo sulle macchine, prendiamo in giro i cliché dell'industria cinematografica o danziamo il tip-tap in un parcheggio vuoto mentre il sole lentamente sorge... Insomma, mi sento di dire che non abbia rivali nella sua categoria. Come non credo ne abbiano Justin Hurwitz e la sua colonna sonora, composta da un motivetto centrale davvero accattivante che non si può non fischiettare già all'uscita dalla sala.
Sono tanti, quindi, gli aspetti pregevoli di "La La Land" e anche se la scintilla non è scoccata, è indubbio che si tratti di un bel film, un esempio di titolo fuori dal coro, prova di una passione per il mondo del cinema e della musica. Non sarà il mio film preferito della stagione 2016, ma ha certamente una delle conclusioni più belle e che più mi ha colpito: come sarebbe se tra i due protagonisti fosse andato tutto per il verso giusto? E' un flashback immaginario romantico e malinconico allo stesso tempo, un "what if..." che si consuma nel tempo di una canzone e, nonostante questo, ha la forza e l'incisività di far rivedere e ripensare tutta la storia nel giro di pochi attimi. Una conclusione solo apparentemente giocosa che, invece, riprende non poco delle caratteristiche principali della nostra esistenza: il chiedersi come sarebbe potuto essere.
Cast: Ryan Gosling, Emma Stone, John Legend, Rosemarie DeWitt, J.K. Simmons, Finn Wittrock, Tom Everett Scott.
Box Office: $340 milioni
Consigli: Audace, meno spensierato del previsto e con meno numeri musicali, poiettato in un mondo realistico anche se dai colori sgargianti, il musical di Chazelle è uno di quei pochi casi annuali di titoli che vanno visti perché è necessario farsene un'opinione. Tutti ne parlano e ne hanno parlato e nel giro di una settimana tutti ne parleranno ancora di più. Dunque concedetevi un paio d'ore fatte di musica, qualche ballo e, soprattutto, di una storia d'amore molto contemporanea: sentimenti o carriera? Andate a vedere "La La Land" e decidete voi cosa ne pensate, non fatevelo suggerire da nessuno.
Parola chiave: Seb's.

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Film 1312 - Lo chiamavano Jeeg Robot

Incuriosito dal titolo, ero rimasto con la voglia di recuperarlo per capire di cosa potesse mai parlare.

Film 1312: "Lo chiamavano Jeeg Robot" (2015) di Gabriele Mainetti
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Ok, di questo film non avevo capito niente. Cioè, io davvero mi aspettavo che fosse una storia su Jeeg Robot ed ero sempre rimasto con la curiosità di capire come cavolo avessero fatto (in Italia) a produrre una pellicola fatta bene su un fantomatico supereroe, tra l'altro comprando anche i diritti per il personaggio. Si sa che superpoteri e grandi responsabilità derivate sono solitamente appannaggio americano, quindi sono rimasto con il tarlo di capire cosa cavolo ne avessero tirato fuori. Ecco perché la mia delusione non è stata poca quando ho realizzato che, in realtà, "Lo chiamavano Jeeg Robot" è solo la versione comic-con della serie tv "Gomorra" di cui non sono un fan.
Dunque, sopraggiunta la disillusione, "Jeeg Robot" non mi ha convinto. E' un film violentissimo, crudele in tanti punti e in un modo insensato e gratuito, il che mi ha lasciato perplesso. L'approccio veritiero che replica il realismo non può essere sempre una scusante; poi non è che si debba chiudere gli occhi di fronte alla violenza, figuriamoci, semplicemente c'è modo e modo di renderla e raccontarla. Sarà che non sono un fan del genere malavitoso all'italiana, in ogni caso sono rimasto più volte perplesso.
Santamaria è bravo come lo è quasi sempre, Luca Marinelli è una bella scoperta e come cattivo funziona alla grande, per il resto non so se la pioggia di David di Donatello 4 su 4 al cast abbia un riscontro veritiero. Il film è certamente una ventata d'aria per il nostro cinema fatto di commedie-fotocopia e drammi recitati da fiction, un prodotto che ha tutte le carte in regola per superare il confronto con titoli dal budget importante, motivo per cui avrei trovato più giusto premiarne gli aspetti tecnici come effetti speciali, trucco e fotografia.
Per il resto questo titolo mi ha lasciato con uno sconfortante senso di solitudine e una certa dose di tristezza nonostante le molte scene d'azione che certamente mantengono il ritmo serrato e lo spettatore sempre sul chi vive. Io, però, da "Lo chiamavano Jeeg Robot" mi aspettavo tutta un'altra cosa e per quello che ho visto, il risultato finale non mi è piaciuto.
Ps. 16 candidature ai David di Donatello 2016 e 7 premi vinti tra cui tutte e quattro le categorie attoriali (Santamaria, Marinelli, Pastorelli e Truppo).
Cast: Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Stefano Ambrogi, Maurizio Tesei, Francesco Formichetti, Daniele Trombetti, Joel Sy, Antonia Truppo, Salvatore Esposito.
Box Office: € 5.043.000
Consigli: Chi apprezza "Gomorra" non faticherà a trovare anche in questo titolo quegli elementi che apprezza. Si tratta di una storia di solitudine e violenza, responsabilità da abbracciare e superpoteri ottenuti per caso, un amore strano e difficile in una Roma presa d'assalto da attentati in cui la criminalità non fatica ad emergere. Non è un film per ogni tipo di pubblico, né una storia adatta ad ogni tipo di occasione. Preparati alla violenza, si può vedere e razionalizzare. Ma l'aura classica del titolo su un supereroe va trovata altrove.
Parola chiave: Maschera fatta a maglia.

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lunedì 20 febbraio 2017

Film 1311 - Becoming Jane

Alla ricerca di un titolo per distrarci con tranquillità, abbiamo cercato tra i titoli a disposizione su Netflix, optando per questa pellicola in costume.

Film 1311: "Becoming Jane" (2016) di Julian Jarrold
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Poe
Pensieri: Filmetto passabile, ma troppo fotocopiato dalle tante famose storie della Austen e dalle pellicole che in tempi recenti hanno deciso di trasportarle sullo schermo. Diciamo che, piacendo i libri e i prodotti collaterali legati al mondo dell'autrice settecentesca anche questo "Becoming Jane" può essere una piacevole aggiunta ad un universo già di per sé particolarmente vasto; se consideriamo la faccenda dal punto di vista dello spettatore occasionale, il risultato è meno soddisfacente in quanto si tratta davvero di un titolo cui non si fatica ad indicarne i gemelli predecessori (bastano due titoli: "Ragione e sentimento" di Ang Lee e "Orgoglio e pregiudizio" di Joe Wright).
Qui Jane (Anne Hathaway) è una e tutte le eroine dei suoi romanzi, vive gli stessi snodi narrativi, gli stessi turbamenti e remore e, neanche a dirlo, le stesse identiche scelte di vita. Sposarsi o non sposarsi? Amore vero o unione conveniente? Rimanere se stessa o piegarsi al sistema?
Mi rendo conto che sia difficile scindere autrice e romanzi considerato il contesto storico originale e, per carità, non critico le scelte narrative - anche perché se la storia è quella, bisognerà raccontarla per com'è -, solo che la sfortuna di "Becoming Jane" è di arrivare per ultimo in un mondo di già numerosi cloni e titoli similari, venendosi così ad intaccare un risultato finale già di base non eccelso. Quindi ok, immagino che l'obiettivo della produzione non fosse esattamente creare un capolavoro, quanto dare in pasto ai fans l'ennesimo titolo che evocasse spirito ed ambientazioni cari alla famosa autrice, anche se tutto sommato questa pellicola è davvero troppo sbiadita e poco incisiva per rimanere impressa oltre le due ore della sua durata.
Cast: Anne Hathaway, James McAvoy, Julie Walters, James Cromwell, Maggie Smith, Lucy Cohu, Laurence Fox.
Box Office: $39,380,877
Consigli: Cast importante un po' sprecato per un prodotto che consegna esattamente quello che ci aspetterebbe e niente di più: un altro episodio delle "avventure" di/alla Jane Austen. Non c'è un guizzo di originalità che sia uno, né una vaga personalizzazione che elevi questo titolo oltre la miriade di prodotti similari di cui siamo già tutti a conoscenza. Dunque "Becoming Jane" si presenta come il film perfetto da vedere senza pensieri in un momento qualsiasi che non richieda alcuno sforzo mentale. Peccato solo che alla famosa scrittice non si sia voluto dedicare qualcosa di un minimo più approfondito, profondo o ricercato.
Parola chiave: Fuga d'amore.

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Film 1310 - Arrival

Curioso, curioso, curioso, curiosissimo di vedere questa pellicola che tante buone recensioni aveva ottenuto in patria e che tanto prometteva bene alla stagione dei premi cinematografici importanti.

Film 1310: "Arrival" (2016) di Denis Villeneuve
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: padre
Pensieri: "Arrival" è una pellicola davvero particolare che anche se non mantiene per nulla le premesse/promesse del trailer, in realtà consegna allo spettatore un altro tipo di spettacolo, che coinvolge l'alieno in maniera furba, ma comunque funzionale ad un racconto che ha davvero molto da dire.
A livello narrativo, il film presenta una di quelle storie che gioca con il tempo nella maniera più interessante. Nonostante certi passaggi prevedibili e la scelta di alcuni elementi della trama non particolarmente originali (come quella sorta di autodeterminazione delle consapevolezze della conoscenza delle cose), è nel maneggiare il tempo che il racconto dà il suo meglio. C'è una sorta di filosofia che si segue dall'inizio alla fine, per quanto mai come per questo titolo l'espressione è usata in maniera impropria. Il gioco di flashback e flashforward è svelato solo verso il finale e il disorientamento che sceneggiatura e montaggio riescono a suscitare è un brivido magistrale che va oltre la missione aliena e colpisce persino lo spettatore, costretto a fare i conti con la messa in discussione di tutto ciò che ha visto fino a quel momento e dovendo imparare a ridistribuirlo su una linea temporale che non è più lineare, ma complessa e fluida. E' questa la sorpresa più bella del film e il regalo che rimane anche quando si è già tornati a casa.
Va detto che "Arrival" non è il classico sci-fi sugli alieni e, anzi, si distacca abbastanza dal genere per toni e modi. E' tutto molto statico, sembra di stare eternamente nell'attesa che cominci il finimondo, anche se poi di fatto rispetto a ciò che siamo abituati la risoluzione è meno prettamente d'azione. Del resto, dopo aver visto "Sicario e "Prisoners" da Villeneuve mi aspettavo esattamente questo tipo di narrazione lenta e visivamente molto evocativa. Gli spazi dei paesaggi sono ampi, l'interno della nave aliena dà un senso di compattezza indistruttibile, i primi piani su Amy Adams le sottraggono ogni espressione per regalarla al pubblico. E' un prodotto che cresce piano piano, che ha bisogno di mettere insieme tutti i pezzi prima di poterli spiegare a chi guarda cosicché li possa capire. Non è il solito racconto di uno sbarco di extraterrestri sulla terra, né il racconto di come l'America ci ha nuovamente salvato il culo, ma la storia di un incontro che è anche la scoperta di un intero nuovo mondo che va studiato attentamente per essere capito. La parola è la prima arma che si porta in battaglia, la comunicazione è fondamentale e capire chi si ha di fronte vitale.
Per quanto riguarda il cast, inutile dire che la maggior parte del merito vada ad una grandissima Adams, come sempre in grado di mantenere le aspettative. Certo è vero che io nutro una passione per l'attrice, quindi essendo di parte la trovo sempre magnifica e non mi stupisco quasi più delle sue interpretazioni ogni volta incisive e camaleontiche, anche se devo dire che in questo caso non mi stupisco della mancata nomination all'Oscar, più che altro perché va ammesso che ci fossero ruoli più eclatanti che quest'anno era giusto riconoscere, oltre che un certo percorso necessariamente da intraprendere. Non mi stupisco e non sono preoccupato: il talento di Amy saprà certamente portarla ancora lontano.
Dal punto di vista tecnico, le musiche sono particolari e anche se non sempre le ho trovate appropriate, devo dire che in certi passaggi riescono proprio ad esaltare le scene. Gli effetti speciali, invece, sono stranamente molto inferiori alla restante qualità tecnica del film nel suo complesso. La scena di Louise (Adams) immersa nel mondo di nebbia delle creature è talmente finta da essere a tratti imbarazzante.
In ogni caso "Arrival" è una pellicola insolita che regala un'esperienza diversa da quella che ci si potrebbe inizialmente aspettare e anche se questo potrebbe non soddisfare alcuni, riesce però a consegnare qualcosa di meno scontato e certamente più originale. Portare al cinema una storia che abbia come protagonista una linguista è una scelta molto interessante che, per estensione, veicola un bel messaggio, ovvero quello della parola come un'arma potente. In un mondo in cui l'atto di forza sembra sempre più l'unica moneta di scambio e in un genere filmico cui di solito appartiene l'atto dell'agire, "Arrival" sceglie la comprensione e, inoltre, veicola l'intelligente messaggio che non basta porre una domanda per ottenere una risposta, ma si deve tenere conto di una miriade di variabili, prima fra tutte chi si ha davanti. Ps. 2 candidature ai Golden Globes, 9 ai BAFTA (e una vittoria per il sonoro) e 8 nomination agli Oscar 2017: Miglior film, regia, sceneggiatura non originale, fotografia, montaggio, scenografia, montaggio sonoro e missaggio sonoro. Difficilmente il film porterà a casa qualcosa se non eventuali riconoscimenti tecnici.
Cast: Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg, Tzi Ma, Mark O'Brien.
Box Office: $195.3 milioni
Consigli: Non è per niente il classico blockbuster incentrato sulla figura dell'alieno conquistatore, per cui chi cercasse quel tipo di prodotto, forse è meglio abbandonare questi lidi. Il film di Villeneuve lascia per molto tempo spazio alle ipotesi più disparate, scegliendo di inserire fin dall'inizio elementi che si spiegheranno solo nell'eccitante finale. Non so se leggere il racconto breve "Story of Your Life" di Ted Chiang sia più emozionante o coinvolgente che vedere il film che ne hanno tratto, di sicuro per quanto mi riguarda l'esperienza è stata positiva e soddisfacente grazie ad una trama che attinge agli elementi fantascientifici, ma ne fa un uso meno scontato e più ragionato. Quindi siete avvertiti: poca azione, tanto ragionamento, non poche emozioni.
Parola chiave: Lingua.

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domenica 19 febbraio 2017

Film 1309 - Il nome del figlio

Poe era curioso di vederlo e io, francamente, ero rimasto incuriosito dal trailer. Quindi abbiamo deciso di dare a questa pellicola italiana una chance.

Film 1309: "Il nome del figlio" (2015) di Francesca Archibugi
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Poe
Pensieri: Mi aspettavo una commedia e, invece, mi sono trovato di fronte ad un quasi dramma estremamente teatrale che del dialogo e degli equivoci (voluti) fa il suo centro. "Il nome del figlio", insomma, non è stato per niente quello che mi immaginavo e, anzi, mi ha ricordato due diverse pellicole. La prima è "Amami se hai coraggio", film francese con Marion Cotillard e Guillaume Canet in cui i protagonisti innamorati perdono il loro tempo a sifdarsi in maniera insensata alla ricerca di una vittoria sull'altro priva di valore, ma per loro più importante che dichiararsi addirittura i propri sentimenti. In questo titolo mi pare ci sia una sorta di sadismo simile, un gioco al massacro ricercato che è brutto perché voluto e istigato. E nei film, come nella vita, questo tipo di volontaria flagellazione non mi piace; la seconda è "Perfetti sconosciuti" dato che, come nel film di Genovese, il raduno attorno alla tavola è un momento di scompiglio e sconforto in grado di destabilizzare gli equilibri preesistenti e di andare a fare leva su quegli elementi che spingeranno la storia in una determinata direzione. In "Perfetti sconosciuti" come qui ci sono molte somiglianze tra le storie, il che francamente mi ha un po' infastidito.
Va detto, comunque, che i quattro attori protagonisti sono formidabili. In particolare mi riferisco a Gassmann, Lo Cascio, Golino e Papaleo che riescono a rendere credibile la storia dall'inizio alla fine nonostante tutto. La Ramozzotti, che pure è brava, ha però il brutto vizio di ricadere sempre nello stesso ruolo di scemetta disagiata dal mistico accento marcato e il perenne broncio da una vita di sfighe. E dire che qui è quella messa meglio. Il suo personaggio - la scema ignorante che non finge di essere quello che non è - è però proprio il più debole, il più facile e scontato e certamente quello che a livello di evoluzione non compie alcun percorso inaspettato, ma va esattamente a parare dove ti aspetti. Per quanto riguarda i personaggi dei bambini, invece, sono semplicemente inutili nonché elemento di disturbo che spezzano il ritmo del racconto e di cui francamente non si sentiva il bisogno.
In ogni caso - nonostante la storia non mi abbia soddisfatto e il film abbia tradito le aspettative che, anche grazie al trailer, mi ero fatto - devo riconoscere che a prescindere dallo stampo teatrale ed iper-dialogico, non si soffre di claustrofobia e non ci si annoia. Sì, ci sono davvero tanti dialoghi e una marea di inutili litigi, ma la scemata del romanzo becero e best seller è una perfetta metafora dei giorni nostri, vedere la Golino recitare è un piacere e anche se Lo Cascio che twitta è credibile come Bristney Spears con un Oscar, la sua bravura e solidità come attore lo fanno uscire a testa alta anche da un ruolo infelice come quello che ha qui.
Dunque non un titolo soddisfacente, ma con elementi di cui essere soddisfatti (leggi cast).
Ps. Le scene finali del parto sono vere.
Pps. Il film è stato candidato a 4 David di Donatello, di cui 3 per le categorie attoriali (Gassman, Lo Cascio e Ramazzotti).
Cast: Alessandro Gassmann, Luigi Lo Cascio, Valeria Golino, Micaela Ramazzotti, Rocco Papaleo.
Box Office: € 2.765.000
Consigli: Storia volutamente assurda su un gruppo di amici-misto-familiari che nel corso di una cena decide di perpetrare uno scherzo continuo che non tarderà a diventare gioco al massacro. Nonostante le premesse comedy, il film preferisce prendere ben presto le strade ben battute del dramma all'italiana che, oggi, mischia volentieri i classici temi del tradimento, pregressi infantili, esclusione, ecc con nuovi esperimenti trendy che coinvolgono le nuove tecnologie e la fama becera. Non sarebbe un mix malvagio, ma manca un filino di originalità, anche perché nella struttura questo film rimane molto legato ad un'impostazione rigidamente classica (e teatrale). Insomma, "Il nome del figlio" strizza l'occhio a tante cose che, però, si dimentica di portare in tavola, rimanendo così più volentieri ancorato a quella safe zone cui in Italia ci piace tanto soggiornare. Va bene eh, basta saperlo nel momento in cui si scegli di vedere l'ennesimo dramedy che non aggiunge né toglie alcunché all'economia della nostra cultura cinematografica.
Parola chiave: Benito.

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venerdì 17 febbraio 2017

Film 1308 - Prova a prendermi

Da molti anni volevo rivedere questo film. Ricordavo solo di averlo visto al cinema e nient'altro, per cui alla prima occasione ho rimediato.

Film 1308: "Prova a prendermi" (2002) di Steven Spielberg
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Poe
Pensieri: Steven Spielberg è un grande narratore, non c'è niente da fare. Come le racconta lui le storie, anche quelle brutte, non ci riescono in molti. Prima dei tanti passi falsi recenti,
15 anni fa il regista regalò al mondo questa pellicola sull'assurda storia di Frank Abagnale Jr. che, non fosse vera, sarebbe semplicemente una delle tante americanate simpatiche e un po' furbette. Non fosse che, appunto, questi fatti sono realmente accaduti.
Così la storia di Spielberg assume anche quella connotazione eclatante, roboante e quasi magica che tutte le imprese del protagonista le assicurano man mano, in un crescendo di assurdità che rimane  saldamente ancorato a fatti concreti tanto assurdi e pazzeschi da lasciare storditi. Ovvero: può un ragazzino minorenne spacciarsi efficacemente per un pilota, un dottore, un agente dei servizi segreti e un avvocato (superando anche l'esame di abilitazione)? A quanto pare Frank Abagnale Jr. c'è riuscito e pure con successo. Chapeau.
Al di là delle sue clamorose "avventure" però, per come la sua storia è raccontata qui ne esce il ritratto di una persona sofferente e insicura, un giovane adulto incapace di distinguere realtà e fantasia, giusto e sbagliato a causa di una coppia di genitori alla soglia dell'omertà e con già problemi personali pregressi (il padre con la giustizia, la madre attenta a badare solo a se e quando ci sono i soldi). Frank vuole solo rivedere unita la sua famiglia e farà quello che crede essere il suo dovere per ricomporre i cocci del matrimonio finito dei suoi. Certo in una maniera davvero molto personale e fantasiosa. E illegale.
Andando oltre le follie di questa storia, "Prova a prendermi" risulta meno il racconto compatto della vita di un uomo e più l'insieme di tutta una serie di sketch e momenti tragicomici in cui entrano in scena le numerose comparse che, presto o tardi, spariranno di nuovo. A tratti sembra quasi più una carrellata di ruoli, oltre che oggi quasi un gioco a trovare le star che ce l'hanno fatta (tra le tante: Amy Adams, Jennifer Garner, Ellen Pompeo, Elizabeth Banks). In quest'ottica mi è parso mancasse un senso unitario finale, anche se naturalmente parte di questa sensazione dipende dal materiale originale da cui è tratto il film.
Per quanto riguarda il cast, DiCaprio con questa performance comincia a dimostrare davvero il suo talento camaleontico. Oscillando esteticamente tra il periodo "Titanic" e quello de "La maschera di ferro", il ragazzo si produce in una performance solo apparentemente facile, andando finalmente oltre il bel visino d'angelo e i ruoli da sex symbol romantico. Hanks, invece, ha un personaggio strano che oscilla tra il tenero-simpatico e l'imbecille arrogante. Gli riesce bene. Infine non posso dire che l'interpretazione di Christopher Walken mi abbia così convinto e sbalordito da meritare addirittura una nomination all'Oscar (ed ha vinto addirittura un BAFTA come attore non protagonista!). E' bravo, ma DiCaprio qui mette tutti in ombra.
In definitiva, comunque, la ritrovata visione di "Catch Me If You Can" mi ha lasciato soddisfatto, andando a confermare i pochi ricordi che avevo relativamente a questa pellicola. Si tratta di un buon prodotto, spesso divertente e certamente interessante per le vicende e i fatti che racconta. Manca, appunto, di una certa compattezza d'insieme, ma la peculiarità della storia e l'ottimo cast, oltre che la spassosa caccia al ladro rendono il tutto piacevolmente godibile.
Ps. 2 candidature all'Oscar: Miglior attore non protagonista (Walken) e colonna sonora.
Cast: Leonardo DiCaprio, Tom Hanks, Christopher Walken, Martin Sheen, Nathalie Baye, Amy Adams, James Brolin, Jennifer Garner, Ellen Pompeo, Elizabeth Banks.
Box Office: $352.1 milioni
Consigli: Pellicola piacevole e sufficientemente spensierata (soprattutto la prima parte), perfetta per un disimpegno di qualità che ricalca le pazzesce vicissitudini di un giovane Frank Abagnale Jr. ai suoi esordi criminali. Ora l'uomo è un rispettabile cittadino, nonché consulente per l'FBI, per cui il lietofine è assicurato. Insomma, una pellicola perfetta per godersi qualche ora di intrattenimento tanto assurdo da essere persino vero.
Parola chiave: Identità false.

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Film 1307 - Drive

Messo a disposizione tra le proposte di Sky Go, ho deciso che fosse giunto il momento di recuperare questa pellicola...

Film 1307: "Drive" (2011) di Nicolas Winding Refn
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Per molto tempo mi sono chiesto come potesse essere questo film che, qualche anno fa, era piovuto sul mondo del cinema come una sorta di rivelazione, un piccolo miracolo che aveva lanciato nell'olimpo non solo Ryan Gosling, che di fatto già c'era, ma soprattutto Nicolas Winding Refn e il suo modo di dirigere e concepire i suoi lavori. Vinto il premio per la miglior regia a Cannes, sembrava che il mondo fosse ai suoi piedi, in attesa della prossima mossa. In realtà, per quanto Refn mantenga una certa fama, nonché nomea di cineasta con un suo perché, i percorsi successivi non hanno confermato il successo trovato con questo "Drive" che, credo, rimanga il suo titolo più iconico e al momento rappresentativo. E a giusta ragione.
"Drive" è un prodotto esemplare sotto molteplici aspetti. La cura estetica che vi è dietro è lampante e passa attraverso molteplici elementi diversi: dalla giacca con lo scorpione alle macchine sempre lucenti, dagli appartamenti con carta da parati pastello a - naturalmente - una fotografia pazzesca. In questo senso penso che la cura maniacale per l'immagine sia deducibile anche da quel colore rosa-fuxia dei titoli di testa, un contrasto forte per una pellicola che tocca argomenti cupi come l'omicidio, la violenza e la vendetta. In questo senso, un certo dualismo bipolare non manca in almeno altri due contesti. Quello quello artistico, che alterna scene d'azione mozzafiato ad una trama dal ritmo altrimenti precario e quasi statico, e quello umano del protagonista, pacato e premuroso vicino di casa che sa trasformarsi in vendicatore cui non può sfuggire alcun obiettivo. A renderlo efficace e riuscito è un Gosling perfetto, plastico in ogni posa, micidiale alla guida come con i pugni, sempre e comunque sexy. Da solo fa praticamente metà film.
Dal punto di vista della storia, per quanto presenti elementi già visti, il risultato finale li combina comunque in modo personale. "Drive" è un titolo magnetico e intrigante, brutale in alcune parti - che mi hanno ricordato "The Neon Demon" e mi hanno fatto pensare che Refn citasse un po' troppo se stesso nel brutto film con Elle Fanning - , in ogni caso un viaggio molto dark nel posto del passeggero delle auto guidate dal silenzioso protagonista, vendicatore notturno che non risparmierà nessuno per l'amore della vicina in pericolo (Carey Mulligan). Difficilmente si distoglie lo sguardo durante la visione, tanto che nel finale, mentre Gosling rimane immobile nel sedile della macchina dopo il confronto con Bernie Rose (Albert Brooks), lo spettatore trattiene il fiato e resta fermo e teso esattamente come il protagonista, ipnotizzato e in attesa di sapere cosa gli sia, di fatto, successo.
Per quanto riguarda Refn, regia davvero bella, esteticamente attentissima a consegnare immagini curate nei minimi dettagli, tanto che spesso più che scene di un film sembrano quadri. A rendere il tutto ancora più coinvolgente, una colonna sonora che utilizza canzoni in grado di creare un magico effetto affascinante che rimane nella testa dello spettatore (penso, per esempio, a "Nightcall" di Kavinsky featuring Lovefoxxx) e crea un effetto spesso simili ad un lungo video clip.
In generale, quindi, un titolo che fa centro e rimane impresso, intenso, adrenalinico e violento, una pellicola visivamente potente e un protagonista già icona. Meritava qualche riconoscimento in più.
Ps. Una candidatura all'Oscar per il Miglior montaggio sonoro e una ai Golden Globes per il Miglior attore non protagonista (Albert Brooks).
Cast: Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston, Christina Hendricks, Ron Perlman, Oscar Isaac, Albert Brooks.
Box Office: $78.1 milioni
Consigli: Un mix di lentezza e sfrenata velocità, violenza e romantica galanteria, chiaro e scuro. Forse una pellicola fatta anche sui contrasti oltre che su una storia di mafia, rapine e un amore impossibile. E' un bel film, una scelta non per ogni occasione, ma sicuramente perfetta per chi sia alla ricerca di qualcosa di un po' più ricercato della classica pellicola d'azione fatta di esplosioni, inseguimenti ed omicidi. Qui c'è una bella ricerca estetica, un grande cast e una colonna sonora pazzesca.
Parola chiave: 1 milione di dollari.

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mercoledì 15 febbraio 2017

Film 1306 - Silence

Serata tra cugini con aperitivo e un salto in Cineteca a recuperare l'ultima gestazione di Scorsese. Non sono sicuro di essere ancora stato perdonato per la mia scelta...

Film 1306: "Silence" (2016) di Martin Scorsese
Visto: al cinema
Lingua: inglese
Compagnia: Francy
Pensieri: "Silence" è una pellicola che già nel titolo si spiega da solo. E' una produzione faraonica (40 milioni di dollari per produrlo) oltre che un titolo difficilissimo che richiede concentrazione e pazienza. Di seguito i miei pensieri sottoforma di appunti. Più che a un film, si assiste ad una liturgia, un racconto interminabile che solo inizialmente può essere scambiato per una pellicola perché poi ci si accorge che è qualcos'altro, quasi un atto di fede nei confronti di un regista che è un mito e divinità per quelli del suo ambiente. Dunque è con devozione che c si deve rimettere alla storia di questo "Silence", un dramma in costume che richiede la pazienza di un santo, la speranza di chi crede in qualcosa e, forse, l'arguzia di chi sa leggere oltre le immagini. Io è così che ho vissuto questa esperienza, come un discepolo che segue un rituale che non sempre capisce e di cui spesso si interroga (sulle motivazioni) e che, certamente, rimane con delle domande. La mia prima e più forte è: perché proprio questa storia e che senso ha raccontarla nel 2017? Una storia interminabile, lentissima, straziante per narrare la vita di un uomo costretto a a demolirsi, rinnegarsi e poi convivere con quanto ha fatto. E noi insieme a lui. Si poteva certamente sforbiciare; sui toni e modi non discuto, la ricostruzione è magistrale;
- Andrew Garfieldall'inizio non mi convinceva, ma devo dire che la sua performance cresce durante la narrazione, per arrivare ad esplodere nel momento del colloquio con il finalmente ritrovato Ferreira (Liam Neeson) che, praticamente, parlando di ciò che ne è stato di lui predirrà il destino dello stesso Rodrigues (Garfield);
- mi sono spesso chiesto se non ci fossero dei rimandi alla storia di Gesù raccontata nella Bibbia, pur con episodi che coinvolgo personaggi di volta in volta diversi: quando Ichizo, Mokichi e il terzo uomo vengono appesi ai pali in mezzo al mare (3 uomini, 3 costruzioni in legno simili a croci); quando l'eterno pentito Kichijiro tradisce definitivamente Rodrigues - alla terza volta - ricevendo come ricompensa monete d'argento, che non sono 30 denari, ma 300...; quando alla fine Rodrigues rinnega la sua fede e calpesta l'immagine cristiana e a quel punto si è fatta l'alba. Senza contare tutte le persecuzioni e torture che mettono in pratica contro i cristiani i buddisti giapponesi, sorta di novelli romani;
- in certe scene, soprattutto all'inizio quando i due preti sbarcano sulle coste del giappone, le immagini mi hanno ricordato il film di Garrone "Il racconto dei racconti";
- mancando praticamente la colonna sonora, mi hanno molto colpito i suoni, i rumori e comunque l'attenzione dedicata ai particolari legati al suono, come gli zoccoli dei cavalli nel fango. Inoltre ho trovato in linea con la storia e l'ambientazione la scelta dei titoli di coda accompagnati dal rumore del vento, le onde del mare, le cicale,...;
- la punizione che la storia riserva al suo protagonista mi è parsa in linea con la cultura giapponese: costretto alla conversione totale, trasformato in sibolo, monito e promemoria per la sua comunità, la punizione del prete cattolico che voleva portare la sua religione allo straniero è quella di venire egli stesso costretto alla conversione, rinnegando se stesso e tutto ciò che è stato per venire inserito all'interno della società locale, assorbito dal mondo estraneo, dovendo così convivere con la consapevolezza di aver tradito le proprie convinzioni e il suo credo. La tortura non è fisica, ma è un fardello da portare per tutta la vita.
Dunque un titolo complicato che si discosta molto dalle ultime produzioni molto mainstream di Scorsese che, nonostante tematiche non certo semplici, preferiva comunque toni più ritmati. Nel caso di "Silence", l'ambientazione, le tematiche e la concezione dell'opera hanno portato ad un risultato finale complesso e pesante, violentissimo e paradossalmente particolarmente statico, anche se nel complesso non mi pento di aver dato una chance a questa pellicola. E' stata davvero un'esperienza totale, un'immersione in un tempo e mondo lontanissimi, una richiesta di sottomissione ad un linguaggio cinematografico totalmente distante, eppure un lavoro efficace, feroce e difficile da dimenticare. Probabilmente una visione che non ripeterò mai, ma di sicuro indimenticabile.
Ps. Candidato ad un solo premio Oscar (Miglior fotografia) nonostante fosse dato tra i favoriti a fare incetta di nomination.
Cast: Andrew Garfield, Adam Driver, Tadanobu Asano, Ciarán Hinds, Liam Neeson, Issey Ogata, Shinya Tsukamoto, Yoshi Oida, Yōsuke Kubozuka.
Box Office: $14.1 milioni
Consigli: Per tutti i fan di scorsese e/o del cast, per chi cerca una vera e propria esperienza da fare, però, solo se veramente motivati e pronti alle 2h e 41min di full immersion cinematografica. Altrimenti meglio un altro film.
Parola chiave: Ugly woman.

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martedì 14 febbraio 2017

Film 1305 - Io, Daniel Blake

Come ho già detto, tra i vari vantaggi di lavorare per/in un cinema, oltre a quello di conoscere persone interessanti, c'è quello di poter vedere le pellicole in proiezione...

Film 1305: "Io, Daniel Blake" (2016) di Ken Loach
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Gli unici film di Ken Loach che avevo visto nella mia vita ("Un bacio appassionato" e "Il vento che accarezza l'erba") francamente non mi avevano sconvolto e la fama da regista impegnato che segue ed alleggia sul famoso artista mi frenavano leggermente. In realtà già alla fine del primo tempo ero stato ampiamente conquistato da Daniel Blake e la sua dolce e triste storia.
"I, Daniel Blake" è un gran film che non ha bisogno di scelte pietose per arrivare al cuore del pubblico. La trama è straziante e i pugni nello stomaco arrivano piano, ma tutti ben assestati, eppure la lensazione alla fine della visione è quella di aver assistito a qualcosa di quasi magico.
L'umanità alla base del personaggio protagonista (interpretato da Dave Johns) colpisce e lascia non pochi spunti su cui riflettere e il bel rapporto che nasce tra Daniel, Katie (Hayley Squires) e la sua famiglia è quel racconto di cui ogni tanto abbiamo bisogno per rivedere del buono, una speranza negli altri, un aiuto se necessario che arrivi grauito e fatto in nome della semplice gentilezza e disponibilità. In un mondo fatto di ostacoli, burocrazia ed un cieco automatismo in cui è facile sentirsi presto lasciati fuori - soprattutto quando si è poveri -, la necessità di sopravvivvere spinge ognuno verso scelte differenti e anche il semplice conforto di un nuovo amico può rappresentare quell'elemento di differenza capace di cambiare tutto.
Qui Daniel Blake non è solo una persona, ma è un messaggio, a volte disarmante e sconcertante, a volte umanamente potente. Fossimo in America si potrebbe anche ribattezzare "The People vs. Daniel Blake", un cittadino qualunque che vuole semplicemente vivere l'ultima parte della sua vita con dignità e decoro, ma che finirà per scontrarsi contro la gigantesca montagna statale della previdenza sociale. Non c'è pietà per chi non rispetta le regole, non ci sono soluzioni alle contraddizioni interne, non c'è limite al senso di solitudine e impotenza e, nonostante questo, Daniel non getterà la spugna in nome dei suoi diritti e della ragione che è dalla sua parte. Eppure, dopo la gioia del trovare finalmente ascolto, il racconto non tarderà a ricordarci che spesso la vita è anche più dura di quanto non sia riuscita già ad essere fino a quel momento. Ma il messaggio di Daniel lo abbiamo recepito forte e chiaro.
Ps. Palma d'Oro a Cannes 2016 e BAFTA per il Miglior film britannico.
Cast: Dave Johns, Hayley Squires, Dylan McKiernan, Briana Shann, Sharon Percy.
Box Office: $12.45 milioni
Consigli: "Io, Daniel Blake" è un film potente e raffinato, privo di fronzoli e certamente triste. Non è una pellicolà che soddisferà tutti e certamente non è adatta ad ogni occasione, ma sono sicuro che una volta vista non mancherà di lasciare il segno.
Parola chiave: Lavoro.

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sabato 11 febbraio 2017

Film 1304 - Game Change

Sky Go propone e noi cogliamo al volo. Nonostante i suoi riconosciuti disservizi.

Film 1304: "Game Change" (2016) di Christophe Lourdelet, Garth Jennings
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Poe
Pensieri: Prima che Julianne Moore vincesse finalmente l'Oscar, è stato questo film per la tv a consegnarle quella parte di premi importanti che si meritava da tempo e ancora non aveva ottenuto, ovvero un Golden Globe e un Emmy come miglior attrice. Con "Game Change" - titolo profetico - l'attrice ha ritrovato quel consenso globale che da tempo faticava a venirle riconosciuto. Del resto è stata la scelta perfetta che ha fatto certamente la differenza, capace di un mimetismo inquietante che rende difficile, a posteriori, distinguere quale fosse l'imitazione e quale l'originale. Julianne Moore qui è Sarah Palin.
Per quanto riguarda il risultato finale di questa pellicola televisiva targata HBO, forse avrei preferito qualche risvolto politico meno di superficie, diciamo un approfondimento che andasse oltre l'attenzione didascalica per la messa in scena di certe vicende reali che qui trovano ampio spazio e contestualizzasse più a fondo il punto di vista politico, il quadro sociale in cui la storia della Palin e del Governo americano sono immersi. La sensazione che ho avuto è che si rimanga più spesso bloccati a fotocopiare un episodio piuttosto che integrarlo all'interno della storia, la quale di conseguenza diventa una sorta di collage di tanti pezzi, pur non così amalgamati.
Un altro aspetto che ho faticato ad assimilare ciecamente riguarda il rapporto tra la Palin, candidata alla Vicepresidenza degli Stati Uniti, e il suo superiore, il candidato alla Presidenza John McCain. Le loro dinamiche mi sono sembrate descritte in maniera troppo edulcorata. Non so dire se l'ex candidato alla Presidenza possa davvero aver reagito così alle varie debacles della sua vice durante tutta la campagna elettorale, ma di sicuro c'è la rappresentazione di una pazienza, un'accettazione incondizionata, quasi un fatalismo che mi rimangono difficili da ritenere totalmente plausibili. Al pari della "solitudine" degli addetti alla campagna elettorale rispetto al partito cui fanno riferimento. Nel film si dice che la Palin sia una macchina da soldi, ma non sono sicuro che questo sia bastato a smorzare la frustrazione e il disappunto dei repubblicani di fronte alla sconcertante impreparazione della Governatrice dell'Alaska e, in generale, alla sconfitta elettorale. Quindi mi chiedo: dov'è qui il partito repubblicano e perché sembra che siano solo McCain e i suoi a prendere le decisioni?
In ogni caso "Game Change" rimane un interessante approfondimento via fiction di un episodio della storia politica statunitense moderna, il racconto della storia di una persona impreparata di fronte all'attenzione mediatica mondiale contro la quale difficilmente esiste un training preparatorio sufficientemente adeguato. Va detto che la Palin rappresenta al contempo il caso di una persona ignorante che riveste una carica governativa e, in aggiunta, si candida per un ruolo dalle implicazioni globali per il quale non è minimamente competente e anche se la sua ingenuità suscita una certa dose di compassione, niente può scacciare via la desolante sensazione di spaesamento nel momento in cui ci si ricorda che, nella realtà, non sono poche le persone nella stessa posizione della governatrice. E per quanto faccia bene farci sopra della satira - nel film sono mostrate anche le vere imitazioni che Tina Fey ha proposto durante un'intera stagione del Saturday Night Live, vincendo perfino un Emmy per la sua interpretazione -, è comunque spaventoso che le sorti del mondo possano anche solo per un istante venire affidate a mani tanto inconsapevoli e incapaci.
Ps. 3 Golden Globes vinti (Miglior film per la tv, attrice protagonista e attore non protagonista ad Ed Harris) e 5 Emmy Awards, tra cui Miglior serie televisiva, sceneggiatura e attrice protagonista.
Cast: Julianne Moore, Woody Harrelson, Ed Harris, Peter MacNicol, Jamey Sheridan, Sarah Paulson, Ron Livingston, Brian d'Arcy James.
Box Office: /
Consigli: Anche se non totalmente soddisfacente, questo film HBO ha il pregio di ripercorrere molto attentamente le vicende che hanno portato Sarah Palin dalla sua Alaska fino al cuore della politica americana, rischiando perfino di trovare una poltrona di spicco all'interno della Casa Bianca. Impreparata, ignorante, presuntuosa, bigotta, la donna faticherà a sottostare alle regole di una campagna elettorale durissima e certamente difficile anche per i più preparati. "Game Change" è un film politico patinato che ha dalla sua un cast fenomenale e un personaggio principale capace di attirare l'interesse dell'opinione pubblica. Può piacere, ma non è una scelta buona per ogni occasione.
Parola chiave: Cultura.

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Bengi

venerdì 10 febbraio 2017

Film 1303 - Sing

Serata del cinema a 2€ di un mese fa: il secondo titolo scelto è stato questo.

Film 1303: "Sing" (2016) di Christophe Lourdelet, Garth Jennings
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Poe
Pensieri: I film della Illumination Entertainment non mi lasciano mai completamente soddisfatto e questa pellicola non fa eccezione. Per quanto diversamente da "Minions" e "Pets" qui ci sia una trama, l'insieme di animali ricorda tantissimo "Zootopia" e il risultato finale è stato inferiore rispetto alle mie aspettative. Diciamo che "Sing" è più carino che bello, più simpatico che divertente. E dato che la storia sfocia nell'usuale buonismo e lieto fine e ogni cosa si sistema, ecc ecc... che due palle! Da un prodotto che sceglie di percorrere strade ampiamente già battute mi aspetto qualcosa che lo caratterizzi in maniera inequivocabile e qui mi pare che la personalizzazione sia a livelli minimi.
L'unico personaggio che ho davvero gradito è quello della mamma porcellina, un concentrato di talento inespresso, si potrebbe dire. E' autoironica, dimostra il suo valore e insegue il suo sogno nonostante tutto e tutti e, giustamente, le viene riconosciuto il merito dalla storia (è anche un bel messaggio che puoi essere una mamma e non avere come unica ragione di vita la tua famiglia). Per il resto mi è sembrato tutto un po' troppo prevedibile, perfino dove sarebbero andate a parare certe battute o simparietti comici. Peccato, perché scomodato un cast stellare, usarlo per qualcosa di già visto è un inutile dispiego di tempo e risorse.
Ps. Candidato a 2 Golden Globes 2017: Miglior film d'animazione e canzone originale ("Faith", cantata da Stevie Wonder e Ariana Grande)
Cast: Matthew McConaughey, Reese Witherspoon, Seth MacFarlane, Scarlett Johansson, John C. Reilly, Taron Egerton, Tori Kelly, Nick Offerman, Jennifer Saunders, Jennifer Hudson, Rhea Perlman.
Box Office: $487.7 milioni
Consigli: Adatto a un momento di spensieratezza privo di pretese. E' certamente un titolo frizzante e a volte simpatico, ma niente di più.
Parola chiave: Teatro.

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Bengi

Film 1302 - Passengers

Serata del cinema a 2€ di un mese fa: il primo titolo scelto è stato questo.

Film 1302: "Passengers" (2016) di Morten Tyldum
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Poe
Pensieri: Le critiche lo avevano stroncato e l'incasso non era partito per niente bene (è costato $110 milioni), dunque il mio approccio a questa pellicola è stato di tipo bipolare: volevo andare tantissimo, perché apprezzo molto i due protagonisti, però non ci volevo andare, perché sentivo odore di boiata pazzesca. Sicuramente il secondo dei due sentimenti altalenanti è stato quello che mi ha condizionato maggiormente e che certamente ha contribuito a determinare quella che poi è stata la mia opinione finale rispetto a "Passengers". Ovvero sì, il film è una scemenza, ma non così tanto come mi aspettavo.
Sintetizzare così la pellicola con le due sexy star Jennifer Lawrence e Chris Pratt secondo me rende giustizia al risultato finale e complessivo, ma articolerò meglio il mio pensiero, schematicamente.
Innanzitutto, il primo tempo sostanzialmente non ha trama. Pratt è il vero protagonista del film e per i primi 20 minuti della Lawrence non c'è traccia. Poco male per l'attore, dimostra di essere capace a reggere le sorti anche di un film senza storia ed uscirne comunque vincente;
- i dialoghi d'amore sono sconcertantemente banali come lo è, francamente, la spiegazione del perché Pratt si sveglii prima;
- trailer e film sono due cose completamente diverse e la storia che il primo promette non c'entra nulla con la trama del secondo. Il che non è necessariamente un male, solo c'è uno slancio romantico particolarmente accentuato inaspettato; 

- l'anello debole di tutta l'operazione, al di là del vuoto narrativo, è certamente il personaggio di Laurence Fishburne. Arriva ad oltre metà della storia e muore dopo 10 minuti, il che lo rende di fatto un semplice mezzo per far ottenere ai protagonisti lo strumento necessario a far progredire un racconto altrimenti in stallo. Più che altro è un espediente - e pure mal celato -, il che mi ha infastidito considerato che la storia si prende ampiamente il tempo per raccontare tutta una serie di baggianate inutili, ma non trova lo spazio per mettere in scena un terzo personaggio (da un certo punto di vista chiave) e concedersi il tempo per approfondirne le implicazioni. Tanto valeva far trovare il braccialetto "magico" in un altro modo; 
- gli effetti speciali sono particolarmente notevoli e, insieme all'ambientazione futuristica ma accogliente, rendono l'espereinza visiva di "Passengers" sicuramente molto interessante; 
- Lawrence e Pratt hanno una certa chimica evidente ed è un piacere vederli insieme recitare. Non gli manca certo il talento e riescono ad essere due protagonisti magnetici all'interno di un ambiente (scenografie) accattivante ed affascinante.
Dunque "Passengers" non è quello che mi sarei aspettato, né riesce a consegnare un prodotto finale avventuroso o al passo con l'apparato tecnico che sceglie di mettere in campo, giocando invece sul terreno sicuro del romanticismo spinto, semplicemente ricollocato all'interno di un'inedita cornice spazio-temporale. Il contesto è contorno e il cuore della trama è una love story e anche se non c'è niente di male che sia così, è innegabile che il marketing abbia venduto un'immagine ingannevole. Per il resto, una volta abituatisi all'idea che oltre l'amore non si va, vedere i due protagonisti tubare, scherzare e di fatto prodursi in una sorta di "one+one man show" è un vero piacere.
Ps. Due candidature agli Oscar 2017: Miglior scenografia e colonna sonora.
Cast: Jennifer Lawrence, Chris Pratt, Michael Sheen, Laurence Fishburne, Andy García, Aurora Perrineau.
Box Office: $292.9 milioni
Consigli: Pratt mattatore si concede il primo blockbuster all'esterno di un franchise e toppa leggermente (la scelta del film), ma salva tutta l'operazione insieme ad una stupenda ed in formissima Lawrence con la quale ingaggia un gioco a due che porta avanti da solo la storia. Del resto altro non c'è se non dei bellissimi effetti speciali e un contorno d'amore al sapore di fantascienza. Peccato non si siano volute esplorare le implicazioni legate alla premessa della storia, avrebbero sicuramente garantito quel qualcosa in più che manca al risultato finale. Poi, per una serata tranquilla, questa pellicola è una scelta certamente accettabile.
Parola chiave: Reattore a fusione.

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Bengi

giovedì 9 febbraio 2017

Film 1301 - Amiche da morire

Alla ricerca di un titolo da guardare durante la cena, abbiamo scelto una commedia italiana che avevo già visto (per andare sul sicuro). Ovviamente offerta da Netflix...

Film 1301: "Amiche da morire" (2013) di Giorgia Farina
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Erika
Pensieri: Già alla prima visione ero rimasto colpito da questo titolo italiano fuori dal coro, divertente e riuscito. Con questa seconda ho confermato il mio pensiero in positivo e anche se non si tratta di una pellicola perfetta, il risultato è comunque simpatico e il trio di protagoniste azzeccatissimo e in gamba.
La storia fila bene e non manca di trovate geniali o grottesche al punto giusto e solo qual e là c'è qualche battuta fuori posto; i toni della Gerini sono spesso troppo carichi o impostati e delle tre è l'unica di cui si capisce che recita, anche se qui il suo personaggio è certamente sopra le righe. Capotondi e Impacciatore sono invece stupende, comiche che non te lo aspetti e da sole valgono la visione. Marchioni riesce a rendere credibile un ispettore che è una macchietta, il che non è da tutti.
Certamente una delle più evidenti qualità di questo film è il giusto bilanciamento di elementi, che utilizza i vari assi nella manica senza voler strafare. Troppe scemenze di olivia o comportamenti da repressa bacchettona di Crocetta, per esempio, avrebbero sicuramente appesantito la narrazione.
Inoltre, bella fotografia che evita le solite atmosfere da fiction italiana e, al contrario, si attesta sugli standard delle produzioni con budget significativo. L'immagine è curata - probabilmente ripulita - ma l'effetto è gradevole.
Insomma, "Amiche da morire" è stato una bella sorpresa la prima volta e anche in questa occasione sono rimasto piacevolemente colpito.
Film 566 - Amiche da morire
Cast: Claudia Gerini, Cristiana Capotondi, Sabrina Impacciatore, Vinicio Marchioni, Marina Confalone, Corrado Fortuna, Antonella Attili, Tommaso Ramenghi, Adriano Chiaramida, Gaetano Aronica, Giovanni Martorana.
Box Office: € 1.785.000
Consigli: Divertente titolo made in Italy capace di risultare simpatico ed efficace dall'inizio alla fine. Sopra alle righe quanto basta, con non pochi momenti comici, questa pellicola è adatta a qualsiasi momento che richieda spensieratezza e leggerezza con un pizzico di furba malignità.
Parola chiave: Pistola nella borsetta.

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Bengi