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martedì 9 novembre 2010

Film 179 - Wall Street

Uscito al cinema il secondo capitolo, noi della cena del lunedì non potevamo perderci l'originale anni '80!


Film 179: "Wall Street" (1987) di Oliver Stone
Visto: dalla tv del Puffo
Lingua: italiano
Compagnia: Diego, Titti, Marco, Carella, Andrea, Andrea Puffo
Pensieri: Dopo "Una donna in carriera" e "American Gigolo" questo è sicuramente il film più anni '80 che io abbia mai visto. Purtroppo, non capendo quasi una mazza di borsa, mi son dovuto concentrare su qualcosa di oggettivamente comprensibile per me. E allora, al di là della recitazione o del film in sé, cosa rimane di questo film? Lo stile. Non in senso positivo del termine, purtroppo. Mamma mia che orrore. Le camicie di Gekko/Michael Douglas (Oscar per questo ruolo) sono pessime come, del resto, le acconciature stoppose di Daryl Hannah (che in questo film ha l'onore di avere il ruolo meno fondamentale della storia del cinema e riuscire ad aggiudicarsi perfino un Razzie come peggior attrice per questo), ma niente batte l'arredamento casalingo che Bud Fox/Charlie Sheen lascia nelle mani dell'arredatrice di interni Darien Taylor/Hannah (che se già su capelli e vestiti fallisce, difficilmente sarà in grado di arredare con gusto una casa...).
Se ci si vuole confrontare sul film in sé, invece, devo ammettere che non ho capito se mi sia piaciuto o meno. Purtroppo non capendo i vari riferimenti alla borsa, probabilmente mi son perso una buona fetta di trama o, quantomeno, un aspetto che avrebbe giovato a suspance o resa della storia. C'è da dire che il resto che ho visto - ovattato nelle 'confortevoli' cianfrusaglie di quegli anni - non mi ha particolarmente colpito.
Poi la domanda: come ha fatto Douglas a vincere l'Oscar come miglior attore protagonista se lui di fatto non è il protagonista? Non è di Gekko (ma che nome è?!) che si narra la storia, ma di Fox. Gekko è solo uno dei vari personaggi che Fox incontra sulla sua strada, con cui si confronta e passa del tempo. Tutto qui. E' dunque giustificabile un Oscar in quella categoria? Ma soprattutto: Douglas si meritava davvero un Oscar?
Insomma, mi aspettavo di vedere uno dei capolavori della cinematografia mondiale e, invece, non ho trovato nessun elemento, per quanto mi riguarda, che giustificasse tale titolo. Non che non mi sia piaciuto, solo non posso considerarlo un film che ha fatto storia.
Nel film come nella realtà il padre di Fox/Sheen è davvero Carl Fox/Martin Sheen.
Consigli: A questo punto bisogna assolutamente vedere il secondo capitolo. Avrà Gekko migliorato il suo modo di vestire? Io me lo auguro di cuore...
Parola chiave: Libero mercato.




Ric

giovedì 24 giugno 2010

Film 124 - Capitalism: A Love Story

'Scrivere di cinema - Premio Alberto Farassino, edizione 2010' - In concorso.

Finalmente torno un po' a uno dei miei generi preferiti: il documentario!


Film 124: "Capitalism: A Love Story" (2009) di Michael Moore
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: I documentari del sig. Moore ormai sono conosciuti in tutto il mondo da quando, dopo l'Oscar per "Bowling a Columbine", il regista vinse a Cannes la Palma d'Oro con il docu-film "Fahrenheit 9/11", il documentario che ha incassato di più nella storia del cinema (costato $6,000,000, ne ha incassati $220,078,393).
Da quel momento Moore è diventato simbolo di due diverse fazioni - opposte - da cui è venerato e odiato: pro e contro amministrazione Bush (e, più ampiamente, democratici vs repubblicani).
Anche se sembrerebbero gruppi decisamente diversi, non è sempre così scontato decidere di volta in volta da che parte stare quando si parla di un film del nostro regista. Per quanto certe evidenze siano innegabili, non si può non ammettere una certa posizione di parte, neanche celata, a volte troppo presente per non influenzare l'oggettività che, si suppone, il genere documentario dovrebbe avere.
Quindi non sempre si può parlare di docu-film, ma, bensì, di docu-fiction, prodotto figlio di immagini, sì, volte a spiegare, certificare, documentare, ma costruite per portare lo spettatore ad un'unica ottica comune: quella di chi ha pensato, costruito, montato la determinata sequenza di immagini.
Fatta la premessa, questo è un classico film in stile Moore, seguito di una serie già di per sé politicamente molto schierata, qui quasi spropositatamente. Molto più esagerato del solito nel promuovere le sue campagne, molto teatrale nell'imbastire le sue imprese, il Moore protagonista assoluto di questa pellicola, gioca ad alzare di molto il tono della voce, sperando in una reazione da parte di qualcuno.
I fatti esposti fanno spesso rabbrividire, ma in certi passaggi è talmente scontata e prevedibile la dose di buonismo propinata solo per il gusto di creare scalpore e indignazione, che l'effetto che ne deriva è quasi di fastidio. Di per sé non sarebbe un male, ma non può essere l'unica voce in un film che promette di spiegare come funziona il capitalismo nell'America di ieri e oggi (vedi trailer). Manca pluralità di voci e possibilità di farsi un'idea anche di quello che sta dall'altra parte, ossia della parte 'cattiva'.
Moore sta diventando sempre più narratore (e portavoce) di un filone documentario che prevede l'esposizione del fatto molto spesso da un unico punto di vista e questo non può essere considerato come mezzo di informazione fortemente oggettivo. I potenziali ci sono sempre, forse si è un po' persa di vista la ''missione educativa'' che sta dietro l'intenzione di svelare il complotto, smascherare il crimine o portare alla luce un particolare fatto. Peccato, ma comunque interessante l'argomento in sé.
Consigli: Se l'interesse è quello di sviscerare il capitalismo sotto ogni aspetto, questo non potrà che essere un tassello della vostra ricerca di sapere. Un tassello, appunto. Niente di più.
Parola chiave: Borsa.



Ric