mercoledì 30 giugno 2010

Film 126 - Il re leone

Inevitabilmente da riguardare per... rinfrescarmi la memoria!


Film 126: "Il re leone" (1994) di Roger Allers, Rob Minkoff
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Ci sono certi cartoni animati che, dopo averli visti da bambino, mi sono rimasti come semplice ricordo d'infanzia. Tra questi "Dumbo, l'elefante volante", "Fantasia", "Gli aristogatti" e alcuni altri tra cui proprio "Il re leone".
Tra tutti, sinceramente, non era neanche in cima alla mia lista dei 'must to see', ma dopo tre anni di Club del Thé ogni domenica, sotto l'influenza del mio amico Stefano che di Hakuna Matata ha fatto il suo motto, non ho potuto resistere alla tentazione di rivedere uno degli ultimi (veri) grandi capolavori Disney.
Anche se in linea generale la storia me la ricordavo, ammetto che rivederlo è stata un po' come una nuova prima visione, nonostante la maggior parte delle canzoni me le ricordassi (molto belle tra l'altro nonostante la traduzione in italiano!).
Insomma, è un bel film, proprio figlio di quell'ottima tradizione Disney che adesso è stata ereditata dalla Pixar con titoli ormai cult come "Alla ricerca di Nemo", "WALL·E", "Ratatouille" e "Up".
Oltre ai bellissimi disegni e ai simpaticissimi Pumbaa e Timon, comunque, credo che il potere di questa pellicola (per me che sono classe '87) sia quella di avere la capacità di ricordarti l'infanzia, farti ritornare bambino, collegarti ad immagini del tuo passato che magari avevi dimenticato. Ricordi non nostalgici ma decisamente piacevoli! "Aladdin", "La sirenetta, "La bella e la bestia" sono film come questo, capaci di rimandarti a momenti della tua vita che, forse, avevi dimenticato. Un potere da non sottovalutare.
Poi belle musiche accompagnate da - come dicevo - belle canzoni (Oscar a Elton John per "Can You Feel the Love Tonight" e ad Hans Zimmer per la colonna sonora), tra cui la famosissima "Circle of Life", da noi conosciuta come "Il cerchio della vita", cantata da Ivana Spagna.
Direi che, senza alcun dubbio, il valore artistico (e sentimentale) di questo film sia innegabile, letteralmente un classico della cinematografia d'animazione da tenere sempre presente perchè non passerà mai di moda. Come, del resto, tutti i (veri) grandi classici Disney.
Ps. E' l'unico film Disney in cui non appare l'uomo!
Film 1298 - Il re leone
Consigli: Per i nostalgici è da rivedere assolutamente con i compagni d'infanzia! Per i nuovi genitori è assolutamente da proporre ai pargoli. Per tutti gli altri è un ottimo film che non si può non aver visto!
Parola chiave: Potere.

Se ti interessa/ti è piaciuto

Trailer
#HollywoodCiak
Bengi

martedì 29 giugno 2010

Film 125 - Il dubbio

Ospite a casa mia, durante il pranzo non ho potuto fare a meno di proporre a Ilaria uno dei miei film preferiti. Ovviamente non potevamo che guardarlo in inglese!


Film 125: "Il dubbio" (2009) di John Patrick Shanley
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: Ilaria
Pensieri: Grande capolavoro moderno, sempre intelligente e interessate, questo "Doubt" di John Patrick Shanley non smette mai di piacermi nonostante lo abbia visto e rivisto.
La tentazione di vederlo in inglese, poi, è sempre maggiore rispetto a quella di godersi il film in italiano (anche se, per me, onde evitare di perdere qualche battuta, almeno una visione in lingua madre è sempre consigliata). Meryl Streep - inutile continuare a dirlo? - è l'imperatrice della recitazione, mostro sacro dell'espressione, mai fuori luogo, mai sopra le righe. Perfetta.
Avendolo visto da poco, comunque, non posso non confermare pienamente tutte le impressioni che avevo già descritto nel post num. 60, un film che continuo a consigliare di vedere all'infinito, alla pari di "Un tram che si chiama desiderio"!
Consigli: Quando avete bisogno di un film che vi lasci qualcosa, che non vi scorra via come se niente fosse, questo è il titolo da considerare! Impegnato, non facile, ma infinitamente bello!
Parola chiave: Gossip.


Ric

giovedì 24 giugno 2010

Film 124 - Capitalism: A Love Story

'Scrivere di cinema - Premio Alberto Farassino, edizione 2010' - In concorso.

Finalmente torno un po' a uno dei miei generi preferiti: il documentario!


Film 124: "Capitalism: A Love Story" (2009) di Michael Moore
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: I documentari del sig. Moore ormai sono conosciuti in tutto il mondo da quando, dopo l'Oscar per "Bowling a Columbine", il regista vinse a Cannes la Palma d'Oro con il docu-film "Fahrenheit 9/11", il documentario che ha incassato di più nella storia del cinema (costato $6,000,000, ne ha incassati $220,078,393).
Da quel momento Moore è diventato simbolo di due diverse fazioni - opposte - da cui è venerato e odiato: pro e contro amministrazione Bush (e, più ampiamente, democratici vs repubblicani).
Anche se sembrerebbero gruppi decisamente diversi, non è sempre così scontato decidere di volta in volta da che parte stare quando si parla di un film del nostro regista. Per quanto certe evidenze siano innegabili, non si può non ammettere una certa posizione di parte, neanche celata, a volte troppo presente per non influenzare l'oggettività che, si suppone, il genere documentario dovrebbe avere.
Quindi non sempre si può parlare di docu-film, ma, bensì, di docu-fiction, prodotto figlio di immagini, sì, volte a spiegare, certificare, documentare, ma costruite per portare lo spettatore ad un'unica ottica comune: quella di chi ha pensato, costruito, montato la determinata sequenza di immagini.
Fatta la premessa, questo è un classico film in stile Moore, seguito di una serie già di per sé politicamente molto schierata, qui quasi spropositatamente. Molto più esagerato del solito nel promuovere le sue campagne, molto teatrale nell'imbastire le sue imprese, il Moore protagonista assoluto di questa pellicola, gioca ad alzare di molto il tono della voce, sperando in una reazione da parte di qualcuno.
I fatti esposti fanno spesso rabbrividire, ma in certi passaggi è talmente scontata e prevedibile la dose di buonismo propinata solo per il gusto di creare scalpore e indignazione, che l'effetto che ne deriva è quasi di fastidio. Di per sé non sarebbe un male, ma non può essere l'unica voce in un film che promette di spiegare come funziona il capitalismo nell'America di ieri e oggi (vedi trailer). Manca pluralità di voci e possibilità di farsi un'idea anche di quello che sta dall'altra parte, ossia della parte 'cattiva'.
Moore sta diventando sempre più narratore (e portavoce) di un filone documentario che prevede l'esposizione del fatto molto spesso da un unico punto di vista e questo non può essere considerato come mezzo di informazione fortemente oggettivo. I potenziali ci sono sempre, forse si è un po' persa di vista la ''missione educativa'' che sta dietro l'intenzione di svelare il complotto, smascherare il crimine o portare alla luce un particolare fatto. Peccato, ma comunque interessante l'argomento in sé.
Consigli: Se l'interesse è quello di sviscerare il capitalismo sotto ogni aspetto, questo non potrà che essere un tassello della vostra ricerca di sapere. Un tassello, appunto. Niente di più.
Parola chiave: Borsa.



Ric

martedì 22 giugno 2010

Film 123 - Departures

Questo è un altro degli articoli commissionati dall'altro blog! E pompe funebri siano!


Film 123: "Departures" (2008) di Yôjirô Takita
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: In quanto recentemente divenuto becchino, non posso ritenermi che la persona più adatta per parlare di questo film.
Departures, film del 2008 di Yôjirô Takita, Oscar all’edizione 2009 degli Academy Awards per il miglior film straniero (Giappone), parla di Daigo e della sua vita, del suo sogno e della realtà con cui si deve confrontare.
Tornato alla città natale dopo lo scioglimento dell’orchestra per cui suonava come violoncellista (sogno), il nostro giovane protagonista deve fronteggiare la necessità di reperire un lavoro (realtà) per mantenere la famiglia. L’annuncio sul giornale scambiato per quello di un’agenzia di viaggi, lo porta a contatto con quella che potremmo definire ‘l’agenzia dell’ultimo viaggio’, la NK. Qui Daigo non si troverà a pianificare particolari itinerari esotici, bensì a preparare i defunti secondo le tradizionali cerimonie giapponesi che prevedono pulizia, vestizione, trucco di fronte al resto della famiglia (che guarda e giudica). Un lavoro non facile, non solo sotto l’aspetto tecnico, ma anche dal punto di vista privato: il timore di sentirsi rifiutato da moglie e amici lo inducono a mentire sulla sua professione.
Se per un po’ il giochetto funziona, alla lunga la voce si sparge e la professione dell’ex violoncellista viene svelata, con non poche complicazioni per la sua vita domestica. Abbandonato alla solitudine di un lavoro che non concede gratifiche alla luce del sole, Daigo si arrende al percorso che la vita gli ha riservato, accompagnato da due colleghi ormai amici e dalla sua passione per la musica. La morte di due persone importanti cambieranno le cose…
Un po’ scontato in certi passaggi – quasi quanto il finale strappa lacrime di Ugly Betty - questo Okuribito (è il titolo originale) riesce comunque a piacere con garbo, a infilarci qualche battuta e a commuovere in certi momenti prestabiliti. L’idea che rimane è comunque quella di aver visto un film piacevole e interessante, su un mondo che altrimenti difficilmente (noi europei) avremmo mai potuto conoscere in maniera così approfondita. Quasi documentario nella parti di presentazione del rito, il regista riporta rigorosamente all’occhio dello spettatore ogni minimo particolare, ogni piega del raffinato vestito, ogni pennellata di trucco sulle labbra o di gesto per spostare un defunto che sembra quasi senza peso. Dignità è forse il denominatore comune.
Non è comunque un film facile, né di scontato successo visto l’argomento trattato, anche nella nostra società ridotto alla banalizzazione della figura professionale a semplice ‘toccatore di morti’ (fidatevi dell’esperienza). Avvicinarsi allo sconosciuto o al nuovo può lasciar confusi, ma questo film vale la pena di essere visto, anche solo per farsi un’idea su un’usanza molto particolare che spettacolarizza e valorizza il viaggio del defunto da qui all’Aldilà.
Il respiro è internazionale – si strizza un po’ l’occhio all’Occidente – e non stupisce che questa pellicola sia riuscita a strappare la statuetta per il film straniero agli Oscar dell’anno scorso, quando il vincitore fu un altro esportatore di cultura e usanze lontane: The Millionaire.
Consigli: Un film che abbatte preconcetti e affronta un tema poco conosciuto anche da noi. Da vedere, quantomeno per farsi un'idea.
Parola chiave: Tanatoesteta.



Ric

martedì 15 giugno 2010

Film 122 - Sex and the City

Visto il secondo capitolo, mi era venuta nostalgia dell'atmosfera molto glam e della vita super lusso. Allora ho recuperato il primo film e, due domeniche fa, ho concluso la mia settimana full immersion di...


Film 122: "Sex and the City" (2008) di Michael Patrick King
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Che inizio grintoso con la canzone di Fergie di sottofondo alle storie della nostre quattro amate eroine dell'era moderna (quella del sesso orale gridato ai quattro venti, per intenderci). Un riassunto delle vicende che hanno coinvolto Carrie & co. durante le sei stagioni televisive, nei passaggi fondamentali a far raccapezzare chiunque si approcciasse al mondo "Sex and the City" per la prima volta.
Dopo anni di assenza dalle scene, le 'ragazze' sembrerebbero davvero tornate alla ribalta in grande stile, ma, forse, barano un po'. Non è che, se guardiamo bene, ci accorgiamo che è tutto fumo e niente arrosto?
Ok, ci sono i vestiti, c'è lo humor, la moda, l'amore... ma poi? Da cosa si sono fatte abbindolare Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte?! E noi perchè le seguiamo ancora?
Avendo visto questo primo capitolo subito dopo il secondo, non ho potuto fare a meno di chiedermelo: perchè il quartetto funzionava tanto bene in tv e così faticosamente sul grande schermo? Va bene, 20 minuti che diventano 2 ore sono decisamente un bel cambiamento, ma, andiamo, non può essere tutto qui. Non è che Carrie ci ha un po' frantumato le palle con sto Mr Big che poi in effetti sposa? Sei stagioni di tv show possono essere riassunte con la stessa sintetica descrizione di questo film: tanto rumore (in questo caso guardare) per nulla.
Ora, non sto rinnegando SATC - non sia mai! - sto solo cercando di vederci più chiaramente. Carrie non mi è mai stata simpatica, ho sempre preferito la praticità di Miranda e la spensieratezza di Samantha. Qui, però, perdono tutte il loro caratteristico smalto che me le aveva fatte amare.
"Sex and the City" (tv) è un must, è stato anticipatore e sdoganatore. "Sex and the City" (film) è per gli appassionati, ma, allo stesso tempo, li delude.
Se fosse stato solo un film nato dalla penna di Michael Patrick King, lo avrei semplicemente definito una a tratti divertente, molto spesso zuccherosa commedia che non avrebbe avuto ragione di esistere se i protagonisti si fossero sposati subito e ci avessero risparmiato mille menate infinite.
Siccome, però, io il telefilm l'ho amato, alla descrizione aggiungo solo una postilla conclusiva: ... però è pur sempre "Sex and the City"! (Della serie: piuttosto che niente...) Film 221 - Sex and the City
Film 405 - Sex and the City
Film 1072 - Sex and the City
Consigli: Evitate questo film se siete in procinto di sposarvi. Le paranoie degli sposini sono qualcosa di corrosivo anche per i cuori più zuccherosi. Il resto è moda (discutibile) e (poco) sesso.
Parola chiave: Amore.



Ric

sabato 12 giugno 2010

Film 121 - Sex and the City 2

Dopo una lunghissima attesa, tantissimi scatti rubati dal set, poster improponibili con occhiali da sole tamarrissimi e certi rumors su comparsate eccellenti, finalmente al cinema il secondo capitolo delle 'ragazze'!


Film 121: "Sex and the City 2" (2010) di Michael Patrick King
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Licia, Andrea, Stefano
Pensieri: Nessuno vuole fare una strage, signore e signori - sarebbe inutile sparare sulla croce rossa - prendiamolo per quello che è: il tripudio del nulla!
Per quanto mi faccia male vedere snaturato un prodotto tv così ben confezionato (e forse uno dei migliori di tutti i tempi), bisogna ammettere che "Sex and the City" ha decisamente perso smalto. Tempi e toni son cambiati, meno rapidità e spensieratezza, più drama e pensatezza distruggono una struttura che, dal '98 al 2004, ha caratterizzato uno dei tv show più seguiti e premiati della storia.
Fa male, quindi, rivedere Carrie e le sue tre amiche sb(r)occate avventurarsi per Abu Dhabi senza scopo o meta, semplicemente sfoggiando completi (per la maggior parte improponibili) di extra lusso che fanno di tutte quante delle attempate signore di lusso. Non che siano vecchie, in effetti, ma mostruosamente cambiate sì! L'unica sempre fedele a sé stessa, per modi, stile e decadenza (facciale) è Miranda/Cynthia Nixon, la sola a risultare sensata alla fine della fiera. Colpisce - per forza - Samantha, sempre energica, battagliera e fiera tanto a New York quanto in Marocco, qui tornata all'antico splendore (leggi sesso a gogo). Charlotte è sempre Charlotte, vive in un sogno, questa volta disturbato dall'interno causa figlie moleste che la fanno impazzire. Ma poi basta, la storia potrebbe anche finire qui, non fosse che mr Michael Patrick King (regista e sceneggiatore) deve dare a Carrie 146 minuti di pellicola per poter sproloquiare sul suo nuovissimo matrimonio con Mr Big, dei suoi dubbi, delle sue impressioni. Nella versione tv Carrie era, sì, molto spesso una rompi coglioni, ma sempre con una marcia in più. Qui, purtroppo, risulta inutilmente complessata, infinitamente noiosa e (mannaggia!) un'insoddisfatta cronica.
Avuto il Big che voleva, rivede Aidan - e già il fatto che lo avesse lasciato la dice lunga - e manda in crisi la fresca unione (appena due anni) per un bacetto inutile. Se nel precedente capitolo cinematografico era stato Big a dimostrare insicurezza su coppia e matrimonio (quanto si odiava quell'infinitamente tuo, nostro vostro e loro), questa volta è la Carrie ormai senza porro a evidenziare tendenze autodistruttive (ma va?!). Il tutto si risolverebbe in un batter d'occhio, non fosse la distanza tra i due sposini (e la necessità di giustificare il costo del biglietto).
Ma nemmeno questo da brio alla vicenda, non c'è mordente, non c'è vero interesse, se non il fantasma di un'avventura (il telefilm) conclusa da tempo ma che continua ad essere utilizzata per lucrare sull'amore di tanti fan. Per carità, l'appuntamento con questo tipo di pellicole si gradisce sempre, è quasi un evento mondano andare al cinema e vedersi attorniati da ragazzine truccate da prostitute che credono di aver azzeccato la mise fashion; però non ci si dovrebbe fermare solo a quello.
Se il film, come già del resto il primo, la tirasse meno per le lunghe e giocasse più sul concreto (ma il matrimonio tra Stanford e Anthony che ci sta a dire così, buttato lì?!), vivesse non solo in funzione degli abiti, ma anche di eventi interessanti e non si giocasse cartucce importanti come camei di star quali Liza Minnelli, Penélope Cruz e (aimè) Miley Cyrus senza alcuna coscienza e logica, ma solo con l'intento di legare nomi famosi alla promozione del film, allora forse avrebbe senso produrre una pellicola come questa e pensare perfino a un numero 3 (come del resto già si sta facendo). Purtroppo manca un vero motivo, una storia interessante o quantomeno un'idea di fondo che giustifichi addirittura una nuova pellicola. Cosa potrebbe succedere ancora? Carrie madre a 50 anni? Samantha regina dell'ospizio? Charlotte ai ferri corti con il marito? Il figlio di Miranda all'università? E poi cosa, uno spin-off sulla prole delle ragazze?
Sono d'accordo con l'idea che la vita non finisca a 40 anni e che sia più che giusto parlare anche nei film non solo dei o delle ventenni arrapati/e. Però c'è un limite a tutto, specialmente se non si sa che raccontare.
Carrie, Samantha, Miranda e Charlotte rimangono icone dell'immaginario gay-fashion, rappresentanti di una parte enorme di persone che credono di potersi permettere azzardi di moda solo perchè Carrie ha deciso che il tulle viola nel deserto è un must. Si amano perchè hanno sdoganato il sesso in tv, hanno elevato alla potenza il femminismo e, soprattutto, spianato la strada alla produzione HBO che, in quanto a show televisivi ormai è garanzia di qualità ("True Blood" in primis). Però, forse, è ora di dire basta. Non perchè a noi non vada più di vedere "Sex and the City", ma perchè finchè il compromesso per 'assistere' alla vita delle nostre eroine è quello di vederle sciupate in due ore di banalità, allora preferiamo rivederci all'infinito il telefilm comodamente seduti a casa, crogiolandoci nel ricordo di quanto fosse fantastico girare per New York in compagnia delle ragazze.
Consigli: In compagnia, con gli amici, le amiche di sempre, i cocktails, morosi arrapati, micro-cani a forma di topo... portate chiunque! E' un evento e, agli eventi, non ci si va mai da soli!
Parola chiave: Bacio.




Ric

domenica 6 giugno 2010

Film 120 - Cappuccetto rosso e gli insoliti sospetti

Pareva fosse necessario vederlo. Un capolavoro dell'animazione? Dovevo capire...


Film 120: "Cappuccetto rosso e gli insoliti sospetti" (2005) di Cory Edwards, Todd Edwards
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Stefano
Pensieri: Questo film è made in USA. E già non me l'aspettavo. La grafica accattivante cui i film d'animazione ci hanno abituato, mi aveva sviato. "Hoodwinked!" (titolo originale), invece, presenta una grafica molto semplice - volutamente? - talmente basic da ricordare qualche videogioco anni '90, prima che le ombre ridefinissero il realismo dei personaggi animati. Poco male se la grafica non è curata, la trama è comunque originale. Non proprio divertente, ma almeno non giocata sulla banalità da botteghino facile. Quando dico che non è divertente, intendo che manca una certa comicità diretta, facile. Ovviamente la storia è per bambini e non si possono spiattellare volgarità gratuitamente, ma un minimo di rimando per gli adulti non sarebbe stato sgradito.
Invece, si prepari chiunque intende vederlo, è totalmente un film per infanti. Non come "Alla ricerca di Nemo" o "WALL·E", decisamente incentrati su tematiche adulte e da lì sviluppati anche per ragazzi, ma più un genere da favola fine a sé stessa. Svecchiamento di un classico in chiave ironica (lupo paparazzo, nonnina fan degli sport estremi) e, temo, niente di più. Carino, per carità, ma sia chiaro che non si va oltre.
In America ha riscosso un buon successo ($51,053,787), probabilmente anche perchè doppiamo da attori di serie A come Anne Hathaway, Glenn Close, James Belushi e Chazz Palminteri. Da noi, invece, la colonna sonora è stata ridoppiata adattando i testi delle canzoni in italiano (regno dei pargoli docet).
Ps. In programma un secondo capitolo, dal titolo "Hoodwinked Too! Hood VS. Evil". Da vedere?
Consigli: Se dovete organizzare una festa per bambini, questo è un dvd da avere assolutamente!
Parola chiave: Ricette.


Ric

giovedì 3 giugno 2010

Film 119 - Aiuto vampiro

L'altro giorno dovevo pranzare a casa e mi andava di guardarmi qualcosa. In attesa dell'uscita di "Sex and the City 2" (quindi un po' di tempo fa...) ho deciso di guardarmi un film di cui sapevo poco e niente...


Film 119: "Aiuto vampiro" (2009) di Paul Weitz
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Orrenda locandina, un photoshop casalingo avrebbe reso meglio. E poi vago (seeee) rimando a una mascolinità vampira alla Robert Pattison che, ultimamente, sembra non guastare mai.Questo "Aiuto vampiro" non aiuta neanche sé stesso a promuoversi in maniera decente.
Se la premessa è questa non si può certo auspicare in un capolavoro... E, infatti, questo filmetto che vorrebbe cavalcare l'onda dei canini appuntiti a tutti i costi, ricorda molto il teen movie "Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo: Il ladro di fulmini" piuttosto che una rilettura in chiave 'easy' del "Freaks" (1932) di Tod Browning.
Nessuno si aspettava grandi citazioni, per carità, ma effettivamente l'assenza totale di appeal rende la visione piuttosto piatta. Banali effetti speciali, più che altro un buon make-up e via che si va, mente e cuore leggeri. Molto leggeri.
I 'freaks' non sono interessanti, forse proprio perchè deturpati (non è assurdo?!) dalla banalità degli effetti speciali che li rendono solo vanesio (e pigro) divertimento per PC, ma niente di realisticamente plausibile (e via il fascino del diverso, da guardare se non spiare). Più interessanti dei loro ruoli, invece, gli attori in piccole parti o camei che avrebbero dovuto stimolare il film: Ken Watanabe (visto ne "L'ultimo samurai", "Memorie di una geisha" e "Lettere da Iwo Jima"); Jane Krakowski (vista in "Ally McBeal" e "30 Rock"); Salma Hayek (che dopo il monociglio di "Frida" qui prova la barba); Willem Dafoe (sempre poliedrico e capace di mettersi in discussione in film come "Antichrist", "Platoon" o "Nato il quattro luglio").
Insomma, i numeri per fare il botto c'erano, ma la combinazione non ha funzionato. Non saprei dire se il pubblico si stia cominciando a stufare dei vampiri in sé oppure se effettivamente sia solo colpa della realizzazione senza pretese di questa pellicola, sta di fatto che il regista Paul Weitz non sta avendo molta fortuna con i suoi film ("American Dreamz", "In Good Company") da 'solista'. Abituato a lavorare con il fratello Chris (insieme hanno diretto il primo "American Pie" e hanno ottenuto una nomination all'Oscar - anche se per la sceneggiatura - per "About a boy - Un ragazzo"), di recente hanno cominciato a firmare pellicole proprie, senza registrare, però, clamorosi successi al botteghino (di Chris il clamoroso flop "La bussola d'oro"). Che sia ora di riunirsi ed evitare la solitudine?
Infine, per spendere ancora due parole sulla pellicola, ci terrei a sottolineare la banalità espressiva dei giovani protagonisti, scelti per rappresentare il solito conflitto giovanile tra bene e male e che qui sfocia in prese di posizione molto drastiche (il che, ovviamente, avrebbe previsto la realizzazione di capitoli successivi). Sperando che la cosa non accada, sarebbe meglio che Chris Massoglia si preoccupasse del suo futuro attoriale, magari tentando di superare la faccia 'di stucco' che tanto ricorda il Brandon Routh di "Superman Returns".
Consigli: Se avete figli non farà certo loro del male seguire questo film molto (molto molto molto) tranquillo. Non fa certo paura...
Parola chiave: Ragno.


Ric

martedì 1 giugno 2010

Film 118 - Robin Hood

Dove c'è Cate Blanchett ci sono io...


Film 118: "Robin Hood" (2010) di Ridley Scott
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Stefano
Pensieri: Teoricamente poteva essere il film dell'anno. Sulla carta si univano quasi ancestralmente stelle dell'olimpo hollywoodiano (Russell Crowe, Cate Blanchett, Max von Sydow, William Hurt, Mark Strong e Ridley Scott) in una produzione già famosa prima ancora dell'uscita della pellicola.
In realtà il risultato non è quello promesso e, anzi, lascia leggermente delusi. Sarà per la lunghezza eccessiva (140 min), sarà che non si arriva mai al dunque o che ci si aspetta da un momento all'altro che Robin tramuti nel gladiatore, tant'è che l'occhio soffre un po' la noia e l'orecchio non si stupisce di sentire qualcuno russare.
Ovvio - inutile dirlo - ci si rimane male non tanto perchè tutto sembra tranne che la storia di Robin Hood (maledetta Disney, è colpa loro se idealizziamo!), ma perchè con tutto il ben di dio di cast, produzione, pubblicità si poteva fare molto di più.
Non è che Ridley Scott mi sia mai piaciuto particolarmente, comunque non si può negare che la storia di Maximus avesse il suo fascino. Quella di Robin, invece, risulta abbastanza tediosa, anche perchè la si prende molto alla lontana. Ci mancava solo il prologo con il Robin-neonato in fasce tra le braccia di mammina e poi la storia era completa. L'idea di far conoscere la storia prima della leggenda poteva essere interessante, ma trovo sia stata troppo politicizzata e contestualizzata, quasi con voglia smaniosa di dimostrare che Robin è esistito e che la leggenda è tale non tanto perchè un benefattore delle masse non potesse esistere, ma perchè le sue gesta sono state davvero grandi. E' quasi troppo hollywoodiano perfino per me...
Dove sono gli scontri con lo sceriffo di Nottingham? E l'amore furbetto per lady Marion? Le avventure con l'allegra brigata? Purtroppo, come dicevo prima, l'immaginario disneyano ha fatto sì che nella mente ritornasse sempre il ricordo del "Robin Hood" di Wolfgang Reitherman, più simpatico e scaltro, meno violento e più giocherellone, rappresentato alla perfezione dalla volpina furbizia dell'animale-simbolo/personaggio. Non c'è bisogno di sottolineare oltre che lo scontro era decisamente impari.
Insomma, insomma, il povero Robin del sig. Scott poteva essere promosso a pieni voti, ma ogni tanto riprende troppo certi altri film (i capelli di lady Marion sono gli stessi, ma castani, della biondissima Galadriel de "Il Signore degli Anelli") e si dimentica che il Colosseo è sparito 10 anni fa e che, teoricamente, sarebbe meglio andare oltre. In sostanza, potrebbe essere una qualsiasi storia di guerra, con il solito protagonista che sopravvive a tutte le prove. Ma Robin Hood che c'entra?
Consigli: Lasciate stare il confronto con tutti gli altri film su Robin Hood che avete visto perchè questo è decisamente uno dei più atipici film sul ladro gentiluomo.
Parola chiave: Ribellione.


Ric