mercoledì 26 novembre 2014

Film 823 - Free Birds - Tacchini in fuga

Sinceramente una pellicola di cui non ricordavo per nulla l'esistenza, eppure uscita a malapena un anno fa.

Film 823: "Free Birds - Tacchini in fuga" (2013) di Jimmy Hayward
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Simpatico cartoon dalla parte degli animali, "Free Birds" nello specifico prende a cuore le sventure culinarie dei tacchini nella ricorrenza del Thanksgiving americano che li vede grandi protagonisti del menù. Salvare la propria razza dal massacro a tavola comporterà un viaggio nel tempo - sì, avete letto bene - per risalire alle origini di questa tradizione. Si tornerà, quindi, a tre giorni prima che avvenga il primo Thankgsgiving in assoluto nel 1621.
Come si capisce già da questi pochi elementi la trama è piuttosto inusuale, soprattutto perché combina strani elementi insieme, ma a ben vedere recentemente abbiamo assistito alla storia di un cane super intelligente che adotta un bambino e assieme viaggiano nel tempo. A differenza di "Mr. Peabody e Sherman", però, "Tacchini in fuga" è più divertente. La saccenza costante del cane rende difficile simpatizzare per il protagonista che, invece, qui è abbastanza stupido e divertente, per cui si segue con pacata tranquillità le improbabili avventure temporali dei tacchini in cerca di riscatto.
Anche se la sensazione generale è sempre che ci sia tutto, eppure manchi qualcosa, la storia riesce comunque ad intrattenere lo spettatore, strappando qualche sorriso e riuscendo a giocarsi abbastanza benei 91 minuti di pellicola che gli competono. L'unica cosa che forse poteva essere un po' più moderata è il livello di idiozia dei personaggi, qui settati su valori molto alti che, se a volte funzionano, altre volte risultano un po' superflui (come per esempio la bambina narcolettica: la prima volta è divertente, alla terza quasi più). I doppiatori americani sono Woody Harrelson, Owen Wilson e Amy Poehler.
Box Office: $110,387,072
Consigli: Storiella sciocchina ma piacevole con anche una certa dose di fantasia che non guasta. Un film per tutta la famiglia su una tradizione tutta americana che ha i tacchini come protagonisti. Il Presidente americano è solito graziarne uno all'anno; l'altro, però, se lo mangia.
Parola chiave: Pizza.

Trailer
#HollywoodCiak
Bengi

lunedì 24 novembre 2014

Film 836 - Hunger Games: il canto della rivolta - Parte I

Appena visto la recensione è subito d'obbligo!

Film 836: "Hunger Games: il canto della rivolta - Parte I" (2014) di Francis Lawrence
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Dopo un'attesa così estenuante che ha costretto i numerosi fan ad un conto alla rovescia forzato man mano che la data d'uscita si avvicinava (e soprattutto perché ogni due per tre la produzione faceva trapelare qualche nuovo dettaglio, immagine, poster, trailer o affini), finalmente il momento di rivedere Katniss Everdeen sul grande schermo è arrivato. In linea con la data d'uscita in America - da noi il debutto è stato giovedì il 21 - venerdì mi sono recato al cinema carico di attese e sicuro di portare a casa l'ennesima impressione positiva. Non è stato così.
Con non poco rammarico, da fan della saga cinematografica, mi sono trovato di fronte all'evidenza che, questa volta, un film in più su uno dei miei franchise preferiti non è equivalso ad una piacevole avventura in più. Per dirla fuori dai denti: "The Hunger Games: Mockingjay - Part 1" non ha molto da dire.
Credo che, visti i due precedenti titoli, le aspettative fossero altissime e questo certamente non abbia aiutato, ma il vuoto narrativo che il terzo capitolo porta con sé spiazza chi segue le disavventure del Distretto 12 e dei suoi abitanti in fuga. Katniss è la nuova paladina della rivolta e ci metterà un bel po' per decidersi ad abbracciare questo suo inatteso destino, e nonostante il sacrificio della ragazza dovrebbe suscitare in chi segue la storia una certa dose di empatia, di fatto si avverte solo un po' di noia misto impazienza. Non perché improvvisamente la saga di "Hunger Games" abbia perso mordente, ma perché è ovvio che ciò che viene raccontato in un libro, se non tradotto nel linguaggio cinematografico più adatto, rischia di non funzionare. Qui si è preso un romanzo, si è deciso di suddividerne la traspozione cinematografica in due parti e ci si è ritrovati col dover razionare il meglio per la fine trovando però il modo di raccontare qualcosa anche nel capitolo di passaggio. Il guaio è che, forse - dico forse perché i libri non li ho letti -, non c'era poi così tanto da raccontare tra "La ragazza di fuoco" e la seconda parte de "Il canto della rivolta". Il risultato, quindi, è qualcosa che oscilla tra il film più che altro per i fan della saga e un racconto di mezzo che, preso singolarmente, funziona poco.
Durante i 123 minuti di pellicola vengono riprese le fila del precedente capitolo, intavolati i nuovi snodi della trama e preparato lo scenario di una guerra che incombe, ma per il momento solo nei discorsi dei rivoluzionari. Mi aspettavo che da un momento all'altro Aragon saltasse fuori e pronunciasse una delle battute più iconiche del secondo capitolo de "Il signore degli Anelli": "La guerra aperta incombe, che tu la rischi o no".
Di fatto qui, a parte qualche imboscata, non si rischia granché e sono solo i nemici - capitanati dal Presidente Snow/Donald Sutherland - ad arrecare i danni più gravi, sacrificando vite innocenti ogni qualvolta la situazione lo consenta. Sul fronte ribelle, invece, si mette in scena qualcosa di curioso. Solitamente, infatti, siamo abituati ad una presa di coscienza del proprio ruolo da parte dell'eroe che percorre vie spontanee, una maturazione che avviene naturalmente dopo che gli eventi ne forzano l'avverarsi. Qui, invece, vi è una vera e propria costruzione dell'immagine dell'eroe - in questo caso eroina - che richiede la pianificazione quasi di una campagna pubblicitaria. C'è la scelta del testimonial, la realizzazione di abiti di scena, lo shooting promozionale e lo spot da far rimbalzare di televisore in televisore con lo scopo di risvegliare le coscienze altrui, intorpidite da paura e malainformazione, al fine di reclutare quanti più seguaci possibile. Per la guerra (aperta), naturalmente.
Quindi, una volta che Katniss viene scossa dal vedere un Peeta malridotto ostaggio del nemico e le rovine del suo ormai ex distretto, la storia prende il via e riesce finalmente a mostrare qualcosa di differente dai soli momenti di introspezione, rammarico, rabbia, frustrazione. Perché è giusto che si costruisca bene il carattere del personaggio fornendo allo spettatore i numerosi esempi della sua profondità o maturità, però costruirci l'intero primo tempo di un film sopra mi sembra un tantino eccessivo. Quando, poi, l'azione parrebbe cominciare, di fatto l'unica cosa che accade è la ritirata sottocoperta e, bombardamenti a parte, non si ha altra testimonianza di uno scontro.
Insomma, diciamo che il paragone tra le due arene precedenti con questa prima parte di una rivolta che ancora fatica a partire non è dei più felici. Il buon scenario politico architettato viene imbruttito da un'attesa e una lentezza che forse un titolo del genere non dovrebbe avere. Non solo perché 4 film su 3 libri sono tanti, ma anche perché con tutta questa storia delle trilogie e affini, lo spettatore si aspetta almeno che qualcosa accada in tutti gli episodi che si portano al cinema. Quello che qui viene mostrato si poteva condensare in una mezz'ora abbondante / un'ora, ritagliando lo stesso tempo per un finalone con il botto. A questo punto non so più cosa aspettarmi per l'"imminente" capitolo conclusivo e vorrei sperare che al diluirsi della trama in questa prima parte non ne corrisponda uno nella seconda. Il che mi farebbe ancora di più pensare che di un quarto capitolo non ci fosse bisogno (ma questo è un altro discorso che, chiaramente, non può tenere presente il riscontro monetario).
In definitiva, a caldo (ma ormai un po' raffreddato), posso dire che no, "Hunger Games: il canto della rivolta - Parte I" non è stato così emozionante, interessante o avvincente come mi aspettavo e volevo che fosse. Probabilmente una volta digerita la delusione saprò affrontare con più lucidità questo "Hunger Games 3" che, per il momento, rimane l'anello debole di tutta la catena. Suppongo che col tempo - e presa visione del quarto - saprò rimodellare la mia opinione su basi meno sentimentali (come è stato, per esempio, con il secondo capitolo de "Lo Hobbit") che mi porteranno a scorgere anche un'utilità dietro questa evidente operazione commerciale. Per il momento, però, posso solo affermare che se ai giochi di Capitol City togli l'arena ne elimini anche l'essenza.
Box Office: $275 milioni (incasso mondiale del primo weekend d'uscita)
Consigli: Anche questa volta si sono fatte le cose in grande. Al cast sempre magnifico si aggiungono principalmente Julianne Moore e Natalie Dormer; la produzione è quella delle grandi occasioni e tutto è curato, ricostruito e inscenato alla perfezione; la colonna sonora (attentissima ad essere super cool) sfodera nientemeno che Lorde per la canzone portante. Insomma, come per i precedenti episodi a livello tecnico non si può che tessere lodi. Qui, però, c'è una necessaria virata narrativa che forse non è intrapresa nel migliore dei modi. Molti tempi morti, moltissimi momenti lenti e poca azione fanno sì che "Il canto della rivolta - Parte I" abbassi lo standard cui il franchise ci aveva abituato. Fortunatamente Jennifer Lawrence è in grado di sopportare il peso di un capitolo di passaggio come questo e risultare non solo credibile, ma ancora interessante per il pubblico che, dopo una storia pesante come questa, avrebbe potuto (o potrebbe ancora) anche decidere di abbandonarla al suo destino. Non credo, di fatto, sia un caso che l'esordio al botteghino americano sia stato il peggiore dei tre titoli della saga, nonostante il crescente interesse del pubblico per l'opera della Collins e la totale assenza di titoli avversari in uscita. Come ho ribadito a sufficienza, questo terzo episodio si divide tra il voler creare attesa - di fatto non mostrando nulla che non si evincesse dal trailer - e una presa di coscienza contemporanea che il supereroe deve avere una forte caratterizzazione attraverso un intelligente lavoro di sceneggiatura. Qui si mette in scena il tentativo - anche lodevole - di farlo, senza forse centrare l'obiettivo in pieno. Motivo per il quale penso che "Mockingjay - Part 1" non sia perfetto per tutti, ma che privilegi maggiormente i fan della saga disposti a qualunque sacrificio pur di arrivare all'agognato finale della saga. Chi è meno devoto troverà più faticosa questa storia e sicuramente meno appassionante. Per carità, è un buon film-ponte e questo non glielo può togliere nessuno; preso singolarmente, però, è un titolo con evidenti limitazioni.
Parola chiave: Depistaggio.

Trailer

Bengi

venerdì 21 novembre 2014

Film 822 - Red Eye

Dato che Lu non lo aveva mai visto ho dovuto assolutamente rispolverare il mio dvd di...

Film 822: "Red Eye" (2005) di Wes Craven
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: A mio avviso tra i migliori di Craven che riesce a produrre un effetto di suspense e tensione per tutta la durata del volo. L'avrò visto ormai 1000 volte, eppure rimango sempre concentratissimo ogni volta che lo riguardo.
L'ambiente claustrofobico dell'aereo, la minaccia di morte costante a cui si aggiunge l'ansia per il tentativo di mettere in pratica un attentato sono tutti ottimi elementi che concorrono a creare il giusto "ambiente", che si scalda però solo grazie alla bravura dei due protagonisti Rachel McAdams e Cillian Murphy (oltre che, naturale, grazie alla regia accorta di Wes).
Insomma, thriller adrenalinico con qualche buon colpo di scena e un cattivo che, strano, sembrerebbe non voler morire mai...
Film 169 - Red Eye
Film 301 - Red Eye
Box Office: $95,577,778
Consigli: Se si è in cerca di qualcosa di rapido, con un buon ritmo e toni thriller questo è un titolo perfetto. La mano esperta di Wes Craven è davvero funzionale a questa storia che, ambientata per la maggior parte all'interno di un aereo di linea, sarebbe potuta risultare noiosa e priva di suspense. Al contrario il senso di claustrofobia, l'ansia e il buon cast sono tutti elementi che concorrono a un'ottima riuscita della pellicola. Da vedere.
Parola chiave: Barca.

Trailer

Bengi

Film 821 - Quel mostro di suocera

Ho appena rivisto il trailer italiano scoprendo tristemente che il primo titolo pensato per questa commedia era "Se lo sposi ti ammazzo"... Imbarazzante.

Film 821: "Quel mostro di suocera" (2005) di Robert Luketic
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Prescindendo dalle incapacità recitative di Jennifer Lopez di cui, purtroppo, siamo tutti consapevoli, bisogna ammettere che "Quel mostro di suocera" ha il suo divertente perché. Sarà Jane Fonda in formissima, sarà l'idea che funziona, sarà l'ottimo lavoro di spalla ad opera di Wanda Sykes... insomma, il risultato finale è simpatico, privo di pretese e conforme alle promesse. Il che è raro per quanto riguarda le commediole a Hollywood.
La lopez fa quello che può per sembrare simpatica, spigliata e disinvolta, eppure la forzatura nel suo volto si riesce a cogliere in ogni inquadratura e proprio non le riesce di sembrare naturale. Forse fosse stata un'attrice prima della scoperta del sonoro avrebbe avuto più successo. Comunque si riesce abbastanza a sorvolare su questo aspetto sia perché Fonda è in grado di catalizzare l'attenzione su di sé tutte le volte che è in scena, sia perché la storia - e anche questo è abbastanza inusuale - procede senza esclusione di colpi. Non quelle cose tipo le metto un capello nel piatto e spero che lo mangi, qui si parla proprio di signore incazzate! E allora che importa se una è mortalmente allergica alle noci? O perché non usare un farmaco per stordire cavalli per mettere ko la futura suocera e farla "dolcemente" riposare con la faccia dentro ad un piatto di trippa?
Insomma, partendo dal presupposto che questa è una commediola romantica al sapore di favoletta corretta alla vodka, "Monster-in-Law" riesce a risultare un prodotto commerciale meritevole del titolo di commedia, strappa qualche sorriso e, quando finisce, lascia lo spettatore spensierato e con moltissime espressioni facciali di JLo di cui discutere.
Box Office: $154,749,918
Consigli: Una pellicola divertente e priva di pretese su una futura suocera che proprio non riesce ad accettare che il suo unico figlio maschio si stia per sposare. La storia è vecchia come il cucco, ma il film riesce ad attualizzare abbastanza bene la faida che si crea tra le due donne. E' un titolo perfetto per un qualunque momento che voglia essere privo di pensieri.
Parola chiave: Matrimonio.

Trailer

Bengi

giovedì 20 novembre 2014

Film 820 - They Came Together

Insomma, c'era Amy Poehler... non potevamo mica perdercelo!

Film 820: "They Came Together" (2014) di David Dobkin
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: Luigi
Pensieri: Commedia surreale che prende in giro il genere delle pellicole romantiche (o commedie romantiche), questo "They Came Together" più che un film mi è sembrato un esperimento. Ovvero: cosa succederebbe se la storia romantica di una coppia fosse letteralmente raccontata attraverso i più abusati cliché dei prodotti cinematografici di genere romantico?
Avete presente, per esempio, quando la protagonista capisce che il suo innamorato è "quello giusto" perché è l'unico a riuscire ad identificare quel minuscolo particolare, un dettaglio, di cui solo lei è a conoscenza e il resto del mondo non riesce a percepire? Oppure cosa succederebbe per davvero se, la prima, si tornasse a casa travolti dalla passione e non appena varcata la soglia dell'appartamento, accecati dal desiderio, si cominciasse a fare sesso selvaggio per la casa ignorando qualsiasi cosa che ci sta intorno di fatto devastando casa?
Insomma, ecco perché questo titolo, più che una vera e propria storia, mi è sembrato un tentativo: di ridicolizzare e prendere in giro, sì, ma anche di de-romanticizzare certi atteggiamenti, certe pratiche e credenze che, in decenni di prodotti romantici mainstream, siamo soliti considerare non solo come plausibili, ma talvolta anche auspicabili. Ecco, allora, che con un atteggiamento del tutto dissacrante questo film corre in aiuto della realtà, finendo però per distorceva lui stesso. Infatti il risultato finale, che è assolutamente godibile e strappa più di una risata, finisce comunque per enfatizzare ed esasperare situazioni esasperate per definizione, imponendo un nuovo vocabolario per la commedia romantica che qui ha il sapore della satira.
E', però, proprio questo approccio relativamente innovativo il punto debole al contempo della storia. Dal momento in cui si capisce che la trama si compone degli elementi più bizzarri delle vicende di decine di altre pellicole (come "C'è posta per te" o un qualsiasi film con Meg Ryan) lo spettatore non percepisce più il racconto come desiderio dello sceneggiatore di raccontare, ma come semplice atto di provocatorio scherno nei confronti di tutti quei titoli che negli anni gli studios ci hanno propinato. Quindi, per farla breve, "They Came Together" è carino, ma quando ripenso a quello che ho visto fatico nella mia mente a categorizzarlo come film. Ripeto, mi sembra più un esperimento, più un desiderio di dimostrare quanto assurde siano certe messe in scene "da film" rispetto a ciò che accade nella vita vera.
Ps. Per inciso qui Joel/Paul Rudd capisce subito qual è quel particolare che solo Molly/Amy Poehler sa di aver cambiato...


Box Office: /
Consigli: Un ottimo cast (Rudd, Poehler, Cobie Smulders, Christopher Meloni, Max Greenfield, Bill Hader, Ellie Kemper, Jason Mantzoukas, Melanie Lynskey, Ed Helms, Jack McBrayer) per una pellicola che è una scusa per prendere in giro tutte quelle favole romantiche che il cinema ci ha raccontato in tutti questi anni. Se amate il genere commedia romantica e trasudate amore stereotipato da tutti i pori non credo che questo sia il titolo giusto per voi... Sì, è vero, l'amore trionfa anche qui, ma non esattamente come nella maniera "standard". Simpatico, strambo e dissacrante può andare a genio sia a chi non ama le romantic comedies, sia a chi apprezza le parodie. La coppia di protagonisti è perfetta e, in fin dei conti, adorabile.
Parola chiave: Negozio di caramelle.

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Bengi

martedì 18 novembre 2014

Film 819 - The Judge

Un cast molto interessante e un titolo aperto che lasciava ben sperare... Potevo, forse, perdermelo?

Film 819: "The Judge" (2014) di David Dobkin
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Ammetto che il mio interesse per questa pellicola è derivato principalmente dal fatto che, visto il red carpet all'ultimo Toronto Film Festival, mi avesse incuriosito lo strano duo Downey Jr.-Duvall con annessa Vera Farmiga per un titolo che suggeriva giuria, tribunale e un possibile genere thriller per cui non potevo chiedere di meglio. Alla prima occasione, quindi, subito al cinema!
La vera paura che mi ha assalito, però, è stata quella di non riconoscere praticamente niente di quello che mi aspettavo nella prima parte del film. Downey Jr. è, sì, un avvocato e Duvall è, sì, un giudice, ma per il resto si parlava di lutto, dinamiche famigliari arrugginite e precarie e il solito confronto-scontro tra grande città e realtà paesana che è tanto cara e presenta nella filmografia americana. Insomma, la prima mezzora-quaranta minuti mi ero un po' spaventato. Non volevo un dragone familiare alla "August: Osage County", per capirsi.
Passato l'inizio, però, con un introduzione minuziosa ma un po' lenta, la storia prende la piega da me sperata e il tutto si fa discretamente interessante. Dove prima c'era solo un durissimo padre incazzato nero con il figlio con cui a malapena parla, ora c'è una persona anziana che è in un enorme guaio - pare che abbia investito un tizio per la strada - e suo malgrado dovrà farsi aiutare dal figlio avvocato con cui a stento parla per difendersi nello stesso tribunale in cui ha lavorato per una vita come giudice. Ecco, questo è il vero succo della storia.
Per quanto abbia gradito la piega giudiziaria presa dal film, mi sono dovuto scontrare con il disgusto per la figura paterna interpretata da Duvall - che, tranquilli!, avrà modo di spiegare le sue motivazioni, figuriamoci... - e la cosa non è stata per nulla facile. Un uomo duro e chiuso con il figlio - che, tranquilli!, ha le sue colpe ma potrà redimerle... - ma che con gli altri è affettuoso e disponibile, un uomo retto, fiero e testardo che, dopo un po', stufa lo spettatore che non ne capisce le motivazioni. Questo aspetto disorientante della storia è forse un po' troppo calcato e rischia di distrarre chi guarda dalla questione giudiziaria che certo sarebbe più interessante, considerato che il giudice pare proprio abbia investito la persona (ex galeotto che aveva fatto precedentemente incarcerare), ma non si ricorda di averlo fatto.
Le vicende, nel finale, regalano allo spettatore quello che stava cercando, mitigando l'aspetto familiare in favore di meccanismi processuali che metteranno in scena la macchina della giustizia in piena fase di lavorazione. Molto del merito in questo caso va proprio a Downey Jr. - che mica un po' Tony Stark e un po' Sherlock Holmes in panni civili -, ma anche a Billy Bob Thornton, avvocato dell'accusa serio e concentrato, promessa di una lotta senza esclusione di colpi alla sbarra che, nonostante l'aspetto pulito e di certo non aggressivo, riesce nell'intento di mettere in pratica le minacce che promette.
Insomma, mi pare si possa suddividere questa storia in due parti ben distinte, quella sulla famiglia Palmer e quella relativa al processo giudiziario per il giudice Joseph Palmer. Diciamo che, per quanto "The Judge" sia un film che funzioni, il vero problema di fondo è che le due storie che lo costituiscono non riescono mai bene a fondersi in una. La sensazione è sempre quella che, di scena in scena, sia possibile distinguere a quale delle due porzioni di storia si stia assistendo, limitando così l'effetto di omogeneità che un film dovrebbe avere. Questo 'dualismo' è presente in tutta la vicenda, essendo che la storia oppone la figura patriarcale a quella del figlio, la verità alla menzogna, la famiglia all'individuo e, al di fuori, la metropoli alla cittadina di periferia. Insomma, molti degli elementi principali della storia sembrano suggerire questa impostazione.
In generale, comunque, ho gradito questa pellicola e l'ho trovata abbastanza interessante e piacevole da seguire. E' abbastanza conforme alle mie aspettative e i miei gusti in fatto di titoli di genere thriller con numerosi elementi giuridici e qualche verità nascosta da riportare a galla, quindi ho apprezzato il lavoro fatto qui. Al di fuori delle mie preferenze personali, mi rendo conto che questo sia un prodotto non esattamente commerciale di massa (per quanto i 50 milioni di dollari di budget parrebbero suggerirlo) e che ci sia qualche carenza narrativa - come per esempio una certa stereotipazione generale -, però credo si possa dire serenamente che vedere "The Judge" può piacere ed intrattenere lo spettatore per 141 minuti anche interessanti.
Box Office: $73.4 milioni
Consigli: Robert Downey Jr. e Robert Duvall veri protagonisti di questo film sono un padre e un figlio agli opposti che, a prima vista, parrebbero non riuscire a sopportarsi. La storia li costringerà a doversi confrontare, fino a risalire la china dei loro problemi arrivando al confronto. Nel mezzo ci sono una serie di personaggi-spalla piuttosto famosi (Vera Farmiga, Vincent D'Onofrio, Jeremy Strong, Dax Shepard, Billy Bob Thornton, Leighton Meester), una vicenda giudiziaria pesante, un lutto e una serie di verità che verranno a galla. Insomma, sulla carta una storia che promette bene. Di fatto bisogna tenere in considerazione che la narrazione è un po' lenta e prima che il processo cominci l'orologio segnerà lo scorrere di non poco tempo. Presi in considerazione questi aspetti, secondo me vale la pena di dare una chance a questo film, sia per vedere Downey Jr. in un contesto alternativo al blockbuster, sia per apprezzare un grande attore come Duvall alle prese con una nuova sfida cinematografica. Non è un film leggero, ma ha certi buoni elementi intriganti e interessanti, oltre che un buon cast e due ottimi protagonisti.
Parola chiave: Incidente.

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Bengi

lunedì 17 novembre 2014

Film 818 - Tartarughe Ninja

Curiosi di vederlo, io è da quando mi sono imbattuto nei numerosi character posters in giro per New York che attendevo di vedere come sarebbe stata questa pellicola!

Film 818: "Tartarughe Ninja" (2014) di Jonathan Liebesman
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Questo film poteva essere o una filata o una super boiata e, mi spiace dirlo, il risultato finale punta solo alla gigantesca boiata.
Innanzitutto gli effetti speciali non sono particolarmente belli e la messa in scena finale ne risente, evidenziando un gap non indifferente tra realtà e immagini rimaneggiate con il computer. Questa differenza abbassa non poco la qualità di questa pellicola che, già solo per questo, parte male. Inoltre - e non è poco - la storia non è particolarmente interessante e, peggio, le 4 tartarughe che dovrebbero farla da padrone sembrano solamente 4 sciocchi bambocci incapaci di risultare credibili anche nell'assurdo contesto che la storia dipinge. Insomma, non ci siamo.
E' naturale che un'operazione commerciale come questa non puntasse tutto su verosimiglianza e caratterizzazione peculiare e puntuale dei suoi protagonisti, ma qui siamo veramente a livelli di piattume che francamente non si vedevano da un po' sullo schermo. Ed è un peccato perché la storia delle "Teenage Mutant Ninja Turtles" è sempre carina, nonché un'avventurosa favola per tutte le età. Invece il risultato finale qui è un'insipida versione né solo per bambini né solo per gli adulti, un ibrido che non ha senso in nessuna delle due ottiche e che finisce, quindi, per essere un nulla di fatto che è una gigantesca occasione sprecata.
Ps. Mini ruolo per la mitica Whoopi Goldberg che, anche se si affianca a pellicole di dubbia qualità, è sempre un piacere rivedere.
Box Office: $474.4 milioni
Consigli: Puro intrattenimento - e nemmeno troppo elaborato... - che questa volta rispolvera le care vecchie tartarughe mutanti (e topolone ninja annesso) per un esperimento cinematografico che si avvale del computer per riportare sul grande schermo Michelangelo, Donatello, Leonardo e Raffaello. I nostri 4 eroi con il guscio sono adolescenti stupidini figli della generazione in corso, tra video su Youtube, atteggiamenti da ghetto e tentativi di rimorchio selvaggio. Generano discreta simpatia all'inizio che, però, fatica a consolidarsi man mano che evolve la storia, mancando di caratterizzarsi durante l'evoluzione della storia. April O'Neil/Megan Fox è figlia del botulismo e fa quel che può per sembrare una giornalista d'assalto intelligente, perspicace e impegnata, ma davvero quella difficoltà facciale ad esprimersi stride con gli intenti della trama. Il tutto è poi condito con un supercattivone mezzo ninja mezzo pazzo-coi-coltelli-e-una-superarmatura e certe mirabolanti avventure tanto caotiche e chiassose quanto di fatto prive di appeal. Si guarda, per carità, ma se si confrontano i 125 milioni di dollari di budget e il risultato finale viene un po' di amarezza. Perché "Tartarughe Ninja" va bene per qualsiasi serata relax, sì, ma lo vedi e te lo dimentichi in un secondo.
Parola chiave: Clan del piede.

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Bengi

venerdì 14 novembre 2014

Film 817 - Guardiani della Galassia

Attesissimo!!!

Film 817: "Guardiani della Galassia" (2014) di James Gunn
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi, Erika (che ha dormito più o meno dal decimo minuto in poi)
Pensieri: Premesso che avevo lavorato 2 giorni a questo post e nel giro di un secondo, qualche minuto fa, l'ho cancellato irrimediabilmente, cercherò in maniera concisa di riassumere i concetti precedentemente espressi cercando di mitigare la mia incommensurabile delusione e frustrazione.
Ciò detto, "Guardians of the Galaxy" è una pellicola ben confezionata e riuscita, un titolo d'intrattenimento divertente, avvincente, con ottimi protagonisti ed effetti speciali che incollano lo spettatore alla sedia.
Il cast è piuttosto ben fornito - considerando anche certi cameo come quelli di Glenn Close e Benicio del Toro - e Chriss pratt è un magnifico protagonista, tornato in super gran forma e in grado di dimostrare di riuscire perfettamente a trascinare da solo una pellicola commerciale ad altissimo budget. Non che la sua carriera fosse in declino (è uno dei protagonisti del fortunato "Parks and Recreation"), ma non si può certo dire che a livello internazionale fosse una superstar. Certamente questo titolo e tutti quei rinati addominali hanno aiutato a rispolverare un attimino la sua stella.
Suoi compagni di viaggio qui sono il magnifico Groot, che colpisce subito l'immaginario dello spettatore sia perché è un albero semi parlante - dico semi perché dice una sola frase - sia perché proprio perché l'unica cosa che sa dire è il suo nome lo catapulta direttamente nel magico luogo dei personaggi teoricamente inutili ma nella realtà realizzati in maniera geniale. Solo in America, infatti, sarebbe potuto venire in mente di utilizzare una star (Vin Diesel) per doppiare un personaggio che dice solo "Io sono Groot" e riuscire a farla passare per una filata pazzesca! Così come sono riusciti a caratterizzare ottimamente Rocket, il procione antropomorfo doppiato in originale da Bradley Cooper. Completano il gruppo la mai-nella-sua-pelle Zoe Saldana, sempre perfetta per il ruolo indipendente dalla galassia del suo personaggio (vedi "Star Trek" 1 e 2 o "Avatar"), e Dave Bautista nei panni di Drax, personaggio che non avevo minimamente considerato ma che di fatto è molto più interessante e incisivo di quanto pensassi.
Con questo ottimo team di personaggi protagonisti e una storia ben scritta, questa prima avventura dei Guardiani - traduco dall'intro di IMDB "Un gruppo di criminali spaziali è costretto a lavorare insieme per fermare il fanatico Ronan l'accusatore dal distruggere la galassia" - è assolutamente riuscita. I Marvel Studios si confermano leader nella produzione di blockbuster e non stupisce affatto che sia già in programma il sequel di questo film che, insieme al secondo "Captain America", quest'anno è stato il titolo commerciale per eccellenza.
Ps. Da non sottovalutare la stupenda colonna sonora (#1 nella Billboard americana) che spazia tra vari successi anni '60 e '70!
"Guardians of the Galaxy: Awesome Mix Vol. 1"

No.TitleArtist(s)Length
1."Hooked on a Feeling"  Blue Swede2:52
2."Go All the Way"  Raspberries3:21
3."Spirit in the Sky"  Norman Greenbaum4:02
4."Moonage Daydream"  David Bowie4:41
5."Fooled Around and Fell in Love"  Elvin Bishop4:35
6."I'm Not in Love"  10cc6:03
7."I Want You Back"  The Jackson 52:58
8."Come and Get Your Love"  Redbone3:26
9."Cherry Bomb"  The Runaways2:17
10."Escape (The Piña Colada Song)"  Rupert Holmes4:37
11."O-o-h Child"  Five Stairsteps3:13
12."Ain't No Mountain High Enough"  Marvin Gaye and Tammi Terrell2:29
Total length:
44:35
Box Office: $768 milioni
Consigli: Se si amano i titoli commerciali ad alo budget, le storie nello spazio - anzi, le avventure - o in generale i titoli tratti dai fumetti, questo "Guardiani della Galassia" è un ottimo esempio da tenere in considerazione. Divertente, di grande intrattenimento, ben realizzato e visivamente coinvolgente, per non parlare dell'effetto nostalgia che la musicassetta provoca!, questa pellicola apre un nuovo capitolo delle storie Marvel prescindendo dall'universo degli Avengers perfetta per regalare nuove emozioni e affacciarsi a nuovi traguardi. Per il pubblico è solo un piacere da guardare!
Parola chiave: Orb.

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Bengi

giovedì 13 novembre 2014

Film 816 - Beauty Shop

Una stupidata di quelle che piacciono a noi...

Film 816: "Beauty Shop" (2005) di Bille Woodruff
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Come al solito le commedie all-black americane sono un concentrato di stereotipi, ghetto e mosse da vere signore della strada, il che mi rende il tutto sempre molto gradito. Anche qui, naturalmente, non ci si esime dai diktat di genere e il risultato finale di "Beauty Shop", assolutamente insufficiente per carità, è comunque perfettamente nel mood.
Una commedia leggera fatta di buoni sentimenti, momenti di sorellanza spinta e di accoglienza (dei bianchi nel "mondo nero"), per un risultato finale che ha necessariamente il lieto fine. Non c'è, quindi, molto da dire a proposito di questo prodotto commerciale che mira quasi esclusivamente al target umano che rappresenta, evitando ogni tipo di idea innovativa o tentativo di differenziarsi dalla massa di titoli fotocopia già riversati sul mercato. Non c'è niente di male in questo, è chiaro fin da subito che l'intento primario qui è raccontare una favoletta che vada bene per 105 minuti privi di pensieri e che faccia un minimo sorridere. Insomma, puro intrattenimento che, se piace il genere, non fa alcun danno. E Queen Latifah mette sempre di buon umore, anche se non riesco a spiegarmi il perché.
Box Office: $37,245,453
Consigli: Cast quasi tutto black in gran spolvero (Alicia Silverstone, Andie MacDowell, Alfre Woodard, Mena Suvari, Sherri Shepherd, Adele Givens, Kevin Bacon, Djimon Hounsou) per questa commedia dei buoni sentimenti su Queen Latifah grande hairstylist che decide di emanciparsi dal dispotico e omosessualissimo Jorge e aprire un suo proprio salone dove acconciare i capelli tra chiacchiere e "cose da neri". Un micro cameo anche del premio Oscar Octavia Spencer per un film superficiale, stupidino, ma assolutamente innoquo. Va bene per un momento di relax in cui il cervello non va spento, ma dimenticato.
Parola chiave: DJ Helen.

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Bengi

mercoledì 12 novembre 2014

Film 815 - Amore, cucina e curry

Dopo aver donato il sangue avevo la giornata libera. Così, dopo il pranzo con un'amica, sono andato al cinema di pomeriggio...
Film 815: "Amore, cucina e curry" (2014) di Lasse Hallström
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Molto curioso di vedere questa pellicola prodotta da Spielberg e Oprah Winfrey - e con protagonista nientemeno che la sempiterna Helen Mirren - il cui tema centrale è la cucina, come bene fa intendere il titolo italiano. La semplice banalità di quest'ultimo è, nella versione originale, più misterioso anche se certo non più complesso: "The Hundred-Foot Journey". Anche se qui si usa un termine più inerente al viaggio per simboleggiare il percorso dei vari protagonisti durante la storia, i 100 passi di cui si parla sono, si scoprirà, la distanza tra i due ristoranti che la cittadina francese di Saint-Antonin-Noble-Val vedrà rivaleggiare. Da una parte il classico locale di Madame Mallory, di fronte l'etnico ristorante indiano della famiglia del protagonista Hassan.
Inutile sottolineare il primo periodo caldissimo di guerra tra le due realtà, un vecchio vs nuovo che certamente non ha alcunché di sorprendente o innovativo in quando intere sceneggiature di film ci hanno sproloquiato sopra. Di fatto qui si calca bene l'ondata del già visto con la sola variante dell'ambito culinario. La questione, invece, si fa più interessante quando finalmente a differenze e diffidenze si fa spazio alla commistione culturale sia di valori che di ricette, quando finalmente le due realtà, dopo lo scontro a fuoco, alzano bandiera bianca e finiscono per conoscersi scoprendo letteralmente un mondo.
A questo punto non è che la trama operi una rivoluzione di contenuti rispetto al solito, però l'aspetto interessante per una produzione americana ad alto budget è, a questo punto, che si dia tanto spazio alla cultura indiana e che sia l'occidente a trarre insegnamenti dall'oriente. Inoltre, proprio quando ti aspetteresti la fine della storia, o quantomeno si arriva a quel punto in cui ti immaginavi sarebbe finita, la trama procede evitando di esaurirsi in quell'unico evento principale che si rincorreva dall'inizio del film.
"more, cucina e curry" è, quindi, meglio di come me lo immaginassi. Mi aspettavo una commediola iper stereotipata in cui la cucina sarebbe stata marginale e l'unica cosa importante sarebbe stato l'amore e così non è stato. Non in questi termini, almeno. Amore dei due protagonisti (e non solo), amore per la cucina e per il proprio lavoro, amore della propria cultura sono tutti temi compresenti a cui si riesce a dare giusto equilibrio e spazio, evitando una totale banalizzazione dei contenuti. Per un prodotto ad alta commercialità come questo la cosa è insolita. Ovviamente non stiamo parlando di un capolavoro, semplicemente ho trovato piacevole che, per una volta, si tentasse di scardinarsi leggermente dai canoni hollywoodiani. Credo che molto del merito vada anche alla regia di Lasse Hallström, un oche su piccoli paesini della francia, cucina e amore si è costruito una reputazione ("Chocolat"). A parte questo, comunque, qualche pecca ovviamente c'è. Innanzitutto Helen Mirren è tirata che non si guarda. Certi primi piani impietosi rivelano un'occhio sfuggente e una bocca recalcitrante; inoltre si sceglie di mostrare la ascesa alla popolarità e conseguente smarrimento del protagonista Hassan/Manish Dayal in maniera piuttosto banale e stereotipata (cambiano lo scenario, i vestiti e lo stile di vita, ma una volta che hai ottenuto tutto quello che avresti sempre desiderato, cos'è che capisci di aver sempre veramente voluto?). Inoltre mi sarei aspettato una rappresentazione del magico sud della Francia in maniera un po' più patinata, diciamo. Non caricata o saturata alla massima potenza, semplicemente che se ne offrisse allo spettatore un'immagine meno fittizia da sfondo computerizzato (e praticamente metà delle esterne nei pressi dei ristoranti hanno il cielo ritoccato) e più reale. A parte questo, comunque, il risultato finale di questa pellicola un po' commedia, un po' drammatica, un po' culinaria è buono e riesce nell'intento di distinguersi da altri prodotti più o meno simili rimanendo piacevolmente impresso nell'immaginario dello spettatore. La Mirren è sempre brava, ma Hassan/Dayal e Papa/Om Puri non si battono.
Ps. Le musiche sono del due volte premio Oscar (per "The Millionaire") A. R. Rahman.
Box Office: $85.7 milioni
Consigli: Tratto dal romanzo del 2010 di Richard C. Morais, questo film è una piacevole escursione nelle terre francesi con contaminazione indiana che ben si addice ad un momento di relax in cui si ricerchi qualcosa di delicato, curioso e con una buona dose di mix culturale. Sorvolando su una stereotipazione purtroppo necessaria in questi casi, si riesce comunque a sorridere e godere della piacevole storia che questa pellicola ha da offrire. Con il pericolo che a fine visione vi sia venuta fame...
Parola chiave: Stelle Michelin.

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Bengi

lunedì 10 novembre 2014

Film 814 - Captain America: The Winter Soldier

Eravamo rimasti indietro, ma dopo aver rivisto "The Avengers" abbiamo recuperato subito questo titolo...

Film 814: "Captain America: The Winter Soldier" (2014) di Anthony Russo, Joe Russo
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Accidenti, questo secondo Capitan America è proprio un bel blockbuster!
Molto più commercialmente appetibile del primo, con minori richieste allo spettatore relativamente a fatti storici, questa nuova avventura con protagonista Chris Evans centra l'obiettivo in pieno: migliora il franchise, aumenta la qualità del prodotto cinematografico, riporta al Capitano il ruolo di protagonista che si merita.
Con il precedente primo capitolo - in cui era necessaria una contestualizzazione storica che, però, lo ha penalizzato - la sensazione era che, tra i vari Avengers, Captain America non fosse di fatto tra i più interessanti. Con un carismatico Iron Man e un intergalattico Thor, la precedente avventura nazista del supersoldato geneticamente modificato aveva sinceramente difficoltà a competere. Con questo "Captain America: The Winter Soldier", invece, il nostro eroe riprende a pieno titolo lo spazio e il ruolo di spicco che si merita tra quelli dello S.H.I.E.L.D., oltre che riuscire ad allinearsi con successo agli altri titoli dei supereroi Marvel. Se si considera, poi, la tabella di marcia che i Marvel Studios si sono imposti - e la pioggia di pellicole previste - è più che logico immaginare nuovi intrecci e nuovi crossover di personaggi tra un film e l'altro, motivi per i quali ha senso pensare ad una più o meno necessaria standardizzazione del prodotto. Viste le dimensioni del progetto, ogni nuova puntata dovrà essere riconducibile a stile e meccanismi narrativi di quelle precedenti, così da rendere questa sfida su Vendicatori & Co. una gigantesca operazione commerciale quanto più uniforme e compatta possibile.
A questo proposito, quindi, anche "Captain America 2" ha subito non poche modifiche: rimangono le trame politiche e i giochi di potere, ma si è davvero svecchiato il franchise, che anche se ritorna all'HYDRA e quindi a un rimando storico, punta tutto sulle novità tecnologiche, la simpatia magnetica del suo protagonista (molto in stile Tony Stark) e sulla necessità di lasciarsi il passato alle spalle.
Con questi presupposti, il nuovo progetto per il Capitano funziona bene, intrattiene alla grande e visivamente riesce a conquistare l'attenzione dello spettatore. La presenza di Natasha Romanoff/Black Widow (Scarlett Johansson) è molto azzeccata e la coppia di protagonisti, insieme a Nick Fury (Samuel L. Jackson) funziona alla grande. Insomma, se la Marvel continuerà di questo passo a sfornare prodotti commerciali di buona qualità, il successo dei loro titoli non dovrebbe essere in discussione. Il prossimo test per la casa di produzione sarà il secondo film sugli Avengers in uscita in Italia il 22 aprile 2015: "Avengers: Age of Ultron". Supererà, anche questo, il miliardo di dollari di incasso?
Film 695 - Captain America - Il primo vendicatore
Box Office: $714.1 milioni
Consigli: Chiaramente sarebbe più sensato vedere i film su Capitan America in ordine di uscita, anche per avere più chiarezza nel caso si scegliesse di seguire anche gli Avengers; in ogni caso questa pellicola funziona bene anche presa da sola e considerata come un buon blockbuster scacciapensieri. Gli effetti speciali sono ottimi, Chris Evans ormai è perfettamente in parte come lo sono, del resto, anche Scarlett Johansson e Samuel L. Jackson (i quali non hanno una pellicola tutta loro sui rispettivi personaggi, ma sono facilmente riciclabili nei progetti sugli altri supereroi). Il risultato finale è ben riuscito e anche se si capisce praticamente subito per chi tifa il personaggio di Robert Redford, rimane comunque una storia piacevole da seguire e con ottimi momenti action. Il prossimo film "Captain America: Civil War" uscirà in Italia il 5 maggio 2016: presenti Iron Man e Black Panther (Chadwick Boseman), il nuovo supereroe che Marvel intende portare al cinema nel 2017!
Parola chiave: Helicarrier.

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Bengi

venerdì 7 novembre 2014

Film 813 - Frequency - Il futuro è in ascolto

Un vero e proprio tuffo nel (mio) passato!

Film 813: "Frequency - Il futuro è in ascolto" (2000) di Gregory Hoblit
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Ho un ricordo piacevole di quando andai al cinema a vederlo coi miei, il che ha contribuito ad un effetto nostalgia che negli anni mi ha sempre fatto pensare a "Frequency" in maniera positiva. Di fatto, con gli occhi di adulto, posso dire che il film è carino anche se l'intento puramente commerciale è più che evidente. Nonostante questo, comunque, rimane un titolo che mi colpisce perché, a dispetto dell'anima blockbuster, si impegna e non poco a portare sullo schermo una storia ricca di avvenimenti.
Infatti non parliamo solo di elementi sci-fi (grazie ad una tempesta solare che accade contemporaneamente nel passato e nel presente della storia e rende possibile un contatto radio tra il 1969 e il 1999), ma anche una certa dose di action (vuoi non metterci un pompiere supereroe senza macchia e senza paura che si addentra in un incendio come io mi perdo all'IKEA?), di thriller (visto che c'è un serial killer psicopatico che uccide le infermiere... e vuoi non metterci la madre del protagonista, che è anche la moglie del superpompiere, a fare l'infermiera?) e dramma (visto che man mano che dal futuro John/Jim Caviezel suggerisce al padre Frank/Dennis Quaid come agire nel passato cambiano gli eventi della storia e influenzano anche con ripercussioni gravi l'andamento degli eventi). Insomma, come si è capito c'è molta carne al fuoco.
Chiaramente l'happy ending è dietro l'angolo e sarà anche più dolce di quanto saremmo abituati ad immaginarlo oggi, ma se si sorpassano un pochino i pregiudizi su prodotti mainstream come questo, alla fine ci si può godere una pellicola carina e di buon intrattenimento.
Box Office: $68,106,245
Consigli: Meno di successo di quanto si sarebbe sperato, eppure "Frequency" è un titolo perfetto per una serata spensierata da accompagnare alla visione di un film senza pretese e di sufficiente intrattenimento. Dennis Quaid era ancora in un momento in cui le persone si ricordavano chi fosse, mentre Jim Caviezel e Elizabeth Mitchell qui sono ancora rispettivamente pre "La passione di Cristo" e pre "Lost". Il film funziona ed è ben confezionato, si lascia guardare e ha anche qualche trovata interessante. Da tenere in considerazione quando si cerca un disimpegno.
Parola chiave: Ospedale.

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Bengi

Film 812 - Liberaci dal male

Si avvicinava halloween...

Film 812: "Liberaci dal male" (2014) di Scott Derrickson
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Ed è quando anche gli horror non sanno più che titolo inventarsi che la faccenda si mette male.
Solitamente carichi di una fantasia che si esaurisce con la titolazione del proprio prodotto commerciale usa e getta tutto oscurità e improvvisi picchi di audio, i moderni film dell'orrore ci hanno abituato ad un'infinità di escamotage per portarci in sala. Qualsiasi mezzo è valido, qualsiasi porcata... ehm, trovata, ha valore se riesce ad attirare il pubblico e far vendere biglietti. Ci sono horror senza una storia ("Paranormal Activity"), quelli ultra violenti che fatichi a vedere certe scene ("La casa"), quelli a basso budget che però per qualche motivo di conquistano ("Necropolis - La città dei morti"), i sequel intriganti ("Annabelle"), le super calzate ("Omen - Il presagio"), le atroci calzate ("Smiley") e, naturalmente qualche buon titolo ("Saw - L'enigmista", "The descent - Discesa nelle tenebre", "Il mistero di Sleepy Hollow"). Questo "Deliver Us from Evil" non ha alcunché da dire e mischia una baraonda di elementi in modo caotico e poco interessante, puntando tutto sul finalone con esorcismo - esorcismo in un film horror? No, giura! - e una serie di trovate ad effetto che ricalcano ogni idea già vista in precedenza. La possessione, le presenze, le visioni, le case infestate, le voci, le voci paurose, i preti che non sembrano preti, i poliziotti tormentati da un oscuro passato, ... devo continuare?
Insomma, per quanto questa produzione molto buia non sia tecnicamente orribile e per quanto tentino di spacciare tutto per vero (a partire dalla locandina), di fatto il risultato finale è mediocre e per niente originale. Un titolo dell'orrore come ce ne sono a migliaia e indistinguibile tra la moltitudine di prodotti-fotocopia cui ci hanno abbondantemente abituato. Solo che qui c'è Eric Bana (che una volta aveva una carriera).
Box Office: $87.8 milioni
Consigli: Dal regista e autore della sceneggiatura di "The Exorcism of Emily Rose" ti aspetteresti qualcosina di più. In comune con l'altro titolo - genere cinematografico a parte - c'è una scelta di scenario che in entrambi i casi è inusuale per l'horror di questi tempi: dove per Emily c'era l'aula del tribunale, qui ci sono i militari. A parte questo comunque non c'è molto altro di nuovo. Il film prende spunto dal libro "Beware the Night" di Ralph Sarchie e Lisa Collier Cool dei quali il primo è anche il protagonista della storia qui rappresentata, poliziotto della NYPD. Ciò detto, si può aggiungere solo che questo sia un titolo fondamentalmente innocuo, anche in grado di suscitare qualche spavento o qualche momento inquietante, per carità, ma comunque privo di idee originali. Si può vedere e dimenticare.
Parola chiave: Missione militare.

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Bengi

giovedì 6 novembre 2014

Film 811 - The Normal Heart

Se ne è fatto un gran parlare e non vedevo davvero l'ora di farmene un'opinione!

Film 811: "The Normal Heart" (2014) di Ryan Murphy
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: "The Normal Heart" mi ha spezzato il cuore.
E' chiaro, il mio coinvolgimento emotivo è stato sicuramente aumentato da motivazioni personali, ma lo strazio, il dolore, la disperazione e lo smarrimento che questo film per la tv porta a galla è qualcosa che ti lascia a pezzi.
E' bene, quindi, mettere subito in conto che la visione di questa produzione HBO firmata Ryan Murphy non sarà una passeggiata: sono gli anni '80, siamo a New York e la comunità gay si sta ammalando di AIDS. Muoiono a migliaia, ma l'emancipazione del mondo omosessuale è ancora acerba e i gay sono 'froci' o 'checche' agli occhi dell'opinione pubblica, ancora bidimensionali e caricati a macchietta. L'epidemia è gravissima e si pensa che solo nella comunità il virus si diffonda, il che contribuisce ad alimentare un'idea di promiscuità e lascività di costumi che spaventa chi quella comunità non la frequenta e non la conosce. Per carità, di sesso se ne faceva eccome, però, come si sa, non solo gli omosessuali uomini sono a rischio di contagio.
In questo scenario umanamente apocalittico si muove Ned Weeks - un bravissimo Mark Ruffalo che si meritava almeno l'Emmy, chissà il Golden Globe -, scrittore grazie al quale comincia a farsi sentire la voce proprio di quella comunità ghettizzata. Essere ascoltati non è per nulla facile e, anzi, sembrano più le sconfitte che le vittorie. Il suo approccio preciso e dettagliato spaventa, i suoi modi schietti e le sue richieste intimoriscono chi dovrebbe ascoltare o aiutare. Ci sarà, quindi, per tutto il film una differenza d'approccio tra quello di Ned e quello portato avanti e voluto dall'organizzazione che contribuisce a fondare, la "Gay Men's Health Crisis": da una parte il temperamento forte e l'animo indignato e fiero dello scrittore, dall'altro un tentativo più tranquillo e mediato di ottenere l'attenzione dei potenti per tentare un dialogo con loro che porti a dei frutti, seppur in sordina.
Vedere una pellicola come questa con, sulle spalle, il peso di un'esperienza che 30 anni di distanza porta con sé crea sicuramente e fin da subito una simpatia per il povero Ned, vittima della sua stessa creatura solo perché più coraggioso degli altri. Immagino, però, che dovendo vivere allora una situazione così delicata portasse a non poter semplicemente scegliere la via più idealisticamente coraggiosa. Trovare una soluzione, ottenere aiuto e considerazione erano gli scopi che, anche se raggiunti col ricatto e nel tentativo di mantenere ai margini la comunità gay, andavano in ogni caso perseguiti. E non si può biasimare l'associazione che cerca modi più 'docili' e meno drastici di avere quell'attenzione di cui disperatamente necessita.
Come si capisce, quindi, è un quadro abbastanza complesso, carico di emozioni che avvolgono e stravolgono lo spettatore sia perché la storia di "The Normal Heart" è davvero straziante in certi passaggi, sia perché c'è un grande cast che rende un'operazione come questa riuscita non solo dal punto di vista tecnico. Ruffalo, Matt Bomer e Taylor Kitsch, Alfred Molina, Jim Parsons e una Julia Roberts che, nonostante un ruolo cui sia già abituata (vedi "Erin Brockovich - Forte come la verità"), riesce bene a rappresentare la sua Dott.ssa Emma Brookner evitando di banalizzare un personaggio tanto forte e iconico come questo (unica a interessarsi dei gay, unico dottore a visitarli e tentare di curarli, unica ad effettuare ricerche in proposito e, da non sottovalutare a livello di comunicazione, anche in sedia a rotelle) e riuscendo a renderlo meno patinato di quanto, personalmente, mi sarei aspettato.
Insomma, è inutile nasconderlo: ho pianto e pure tanto, pure più di quanto credo di aver mai pianto per un film. Mi ha veramente fatto pensare, oltre che fatto stare male come non mai. E' una storia così crudele ed ingiusta e allo stesso tempo così carica di messaggi di speranza, personaggi-persone da ricordare e passi importanti per chi della comunità fa parte (newyorkese e non) che non si può rimanere indifferenti. Persone annientate, amori distrutti, una malattia che ti consuma e degrada e una società che distoglie volentieri lo sguardo. Come spesso capita quando mi imbatto in storie come questa, mi chiedo: e io, che avrei fatto? Sarei stato in disparte? Sarei stato a guardare? Avrei aiutato la mia comunità e messo da parte la paura, la mia codardia, le mie remore personali?
Sono fortunato, oggi, a non dovermi dare queste risposte, a non essermi dovuto confrontare con tali tragedie e vivere in un tempo e in un luogo in cui una persona omosessuale può pensare di decidere di e per sé stessa. Chiaro, non è per tutti così, ci sono ancora così tanti passi da fare...

Eppure, grazie a "The Normal Heart", hai come quella sensazione di quando ti guardi indietro, ripensi al passato, e ti ricordi che dopotutto qualche passo in avanti è stato fatto. 
Non sarà molto e di sicuro la battaglia non è finita. Però, quando ti sei asciugato le lacrime, è una consapevolezza che ti fa sentire maledettamente bene.
Ps. 12 nomination agli Emmy 2014 tra cui una praticamente per ogni attore principale e solo 2 vittorie portate a casa: Outstanding Television Movie e Outstanding Makeup for a Miniseries or a Movie (Non-Prosthetic). Francamente credo sia un po' poco; forse i Golden Globes sapranno dare più risalto a questo titolo.
Box Office: /
Consigli: Tratto dal testo teatrale dello stesso Larry Kramer che qui scrive la sceneggiatura, questo film tv - che mette in imbarazzo una qualunque produzione italiana contemporanea - è di una potenza e un'intensità disarmanti. Lo spettatore non può che soffrire con i protagonisti, tifare per loro e sperare che Tommy Boatwright (Jim Parsons) non debba più archiviare alcun biglietto da visita. Si sa, la vita è dura e una tragedia che porta il nome di epidemia è una tema tanto difficile da portare sullo schermo soprattutto perché si rischia di cadere in cliché o puntare tutto su un'emozionalità superficiale e commerciale che priverebbe un dramma come quello dell'AIDS della rappresentazione seria, competente e dignitosa che merita. Qui pare tutto funzionare bene, Murphy riesce a dare il giusto spazio ai suoi protagonisti e, soprattutto, alla storia che devono raccontare. Forte come un pugno nello stomaco, specialmente se chi guarda può identificarsi. Eppure andrebbe visto, per molti buoni motivi.
Parola chiave: Malattia.

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Bengi

martedì 4 novembre 2014

Film 810 - Gravity

Dopo un esame abbastanza pesante, ho scelto di farmi un regalo comprando questo DVD. Dopo più di un mese sono riuscito a vederlo...

Film 810: "Gravity" (2013) di Alfonso Cuarón
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Questa volta ho optato per la versione originale in lingua e senza sottotitoli. In effetti gli aspetti legati alle procedure tecniche sono un po' complessi da capire - ma anche in italiano poi non è che posso dirmi ferratissimo - comunque la cosa ha influenzato davvero poco la visione. Essendo una pellicola che racconta la storia di due soli personaggi, una volta che la protagonista Sandra Bullock rimane sola è abbastanza facile seguire anche senza conoscere l'inglese così approfonditamente (però consiglierei i sottotitoli, nel caso di poca dimestichezza).
E' inutile, Cuarón secondo me ha sfornato un capolavoro del genere sci-fi. Suspense dall'inizio alla fine, empatia con la protagonista, effetti speciali mastodontici e una storia che ti incolla alla sedia. Bello, drammaticissimo, ti fa sudare freddo dall'ansia. Ce la farà la povera Ryan a tornare sulla terra?
Scelte di regia assolutamente azzeccate, un turbinio di emozioni che lo spettatore è forzato a vivere con la Bullock, si quando è inquadrata con primissimi piani sia quando ci viene imposta la sua visuale e noi come lei siamo persi nello spazio. La sensazione di smarrimento è totale, il panico agghiacciante, palpitazioni e fiato corto come se fossimo noi a roteare all'infinito, puntino bianco in un'oscurità perenne.
Se questo non è sufficiente a convincervi, bisogna aggiungere che gli effetti speciali sono da paura - anche senza il 3D si capisce bene che è il lavoro fatto è superlativo - e man mano che la poveretta si ritrova ad affrontare una nuova difficoltà e la sceneggiatura richiede un ulteriore sforzo di realismo, la computer grafica permette di realizzare in immagini scenari tanto catastrofici quanto plausibili per l'occhio umano.
Bello, potente e raccontato bene. Poco importa se scientificamente ha inesattezze, qui parliamo di fiction e le regole di una buona storia non per forza devo coincidere con una veridicità scientifica a prova di università e professori. Io ho davvero apprezzato anche questa seconda visione casalinga. 7 Oscar assolutamente meritati - e sì, secondo me Miglior film ci stava eccome - e una performance per la Bullock che molto più di "The Blind Side" avrebbe meritato un riconoscimento (ma poi come la batteva Cate Blanchett per "Blue Jasmine"?).
Film 605 - Gravity 3D
Box Office: $716,392,705
Consigli: Da vedere assolutamente! Meglio se con un buon impianto dolby e uno schermo come si deve, immersi nel buio e nel silenzio. "Gravity", se lo si lascia fare, può trasportare chi guarda all'interno della sua storia drammatica e al cardiopalma, regalando un'esperienza cinematografica forte e da ricordare. Chi ha attacchi di ansia forse dovrebbe desistere all'idea di vederlo... In ogni caso un bel film.
Parola chiave: Sopravvivere.

Trailer

Bengi