venerdì 6 febbraio 2015

Film 873 - Seven

Era davvero ora di rivedere questo film, sia perché ormai titolo di culto, sia perché averlo visto una sola volta mi sembrava davvero troppo poco.

Film 873: "Seven" (1995) di David Fincher
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Stra-cult del genere thriller psicologico con annesso serial killer senza scrupoli, "Seven" o "Se7en" è senza dubbi uno dei migliori titoli in filmografia di chiunque coinvolto nel progetto. Certo David Fincher, Morgan Freeman, Brad Pitt e Kevin Spacey ci hanno abituato a pellicole di un certo livello spalmate regolarmente nella loro lunga lista di successi commerciali e non, cosa che non si può propriamente dire di Gwyneth Paltrow. Fortunata ad esserci dunque!
Cast a parte, che è davvero perfetto, rimane comunque la spettacolare storia di questi omicidi perfettamente concepiti per sorprendere e colpire i protagonisti, ma soprattutto gli spettatori, sconcertati e impauriti di fronte a tanta atroce violenza, eppure affascinati. L'idea di un sacrificio umano per ogni peccato capitale è, infatti, raccapricciante eppure affascinante; non si può fare a meno di domandarsi man mano che la storia procede cosa l'assassino seriale sarà in grado di mettere in scena per simboleggiare il successivo peccato mortale.
E allora via, giù nel vortice buio e malato di John Doe cercando di capirne motivazioni e intenzioni, valutando ogni possibile nuovo scenario e, soprattutto, cercando di battere sul tempo una ferocia inaudita che pare non poter essere fermata. I detective Somerset e Mills, due persone agli antipodi, dovranno imparare a conoscersi e rispettarsi per riuscire a portare avanti un'indagine che, per il primo, sarà l'ultima della sua carriera prima della pensione, mentre per il secondo sarà di fatto una condanna a morte.
Non risparmia niente a nessuno questa storia, "Seven" è un film crudo già a partire dai titoli di testa - identici a quelli del recente "American Horror Story" - e che procede fermo su un cammino che non accennerà a cambiare direzione nemmeno nello sconcertante finale. Ricordiamoci che 20 anni fa l'happy ending aveva ancora un valore specifico nell'immaginario cinematografico e anche se questo genere di pellicola a tinte horror di certo non lo ha mai garantito, una specie di patto con lo spettatore veniva stipulato al momento del finale, riservando una qualche forma di chiusura del 'cerchio dell'orrore' che metteva fine alla sequenza di eventi straordinari prolungatisi per tutta la storia, facendo raggiungere una sorta di equilibrio pacificatore. Qui, invece, non è così. La follia di John Doe (documentarsi sul significato che questo nome comune ha nella cultura americano-anglosassone) è implacabile, segue un piano e più questo riesce a svilupparsi più ci si rende conto di quanto sadico e fuori di testa sia quest'uomo. Per Kevin Spacey davvero un ruolo memorabile, potenziato all'epoca da un effetto a sorpresa ricercato: il suo nome, infatti, non compariva né nei titoli di testa, né sulle locandine promozionali, così da evitare che una parte del pubblico si aspettasse di vederlo prima o poi comparire.
Insomma, rivedere "Seven" è stata un'ottima scelta, mi ha aiutato a rispolverare la memoria e rinfrescare certi particolari che nel tempo si erano sbiaditi. Freeman e Pitt sono una strana coppia che sullo schermo funziona alla grande, la storia è geniale e disturbante, il finale indimenticabile, fotografia e scenografie perfettamente funzionali a creare nello spettatore quell'inquietudine, quel marcio salmastro che richiedeva una moderna discesa agli inferi come questa. Insomma, tutto perfetto, tutto quasi da subito cult. E, naturalmente, il publico l'ha vista lunga (33 milioni di dollari per produrlo e più di 300 d'incasso) a differenza di un'Academy che ha considerato questo titolo solo con una nomination per il Miglior montaggio (almeno ai BAFTA anno avuto il coraggio di riconoscere una candidatura per la Miglior sceneggiatura originale).
Box Office: $327.3 milioni
Consigli: Tanto crudo da sembrare un horror, eppure è più che altro un thriller. C'è un serial killer, ci sono numerose vittime (già, 7), ci sono due polizziotti di New York che indagano ognuno a proprio modo su quello che sta succedendo. Quattro anni prima che le labbra di Angelina Jolie sdoganassero sul grande schermo come indaga la scientifica su prove e modus operandi degli assassini ("Il collezionista di ossa") e 9 anni prima che le stesse labbra riprovassero a bissare il successo nuovamente aggrappandosi al profiling dei criminali ("Identità violate"), suo marito Brad Pitt grazie a questo film aveva già imparato l'arte del mettersi nella testa di qualcun'altro, sia metaforicamente parlando che... non proprio.
Consiglio vivamente la visione di questo piccolo capolavoro di Fincher, ennesimo esempio della capacità del regista di portare letteralmente in vita le sue storie, riuscendo a creare ogni volta da zero un mondo parallelo adatto ogni volta alla nuova storia che intende raccontarci. Questo, insieme a "Fight Club" è sicuramente il suo titolo più suggestivo e iconico, riuscito a 20 anni di distanza dalla sua uscita nelle sale a mettermi ancora un'ansia e una sensazione di irrequeitezza che neanche avessi ancora 8 anni. Bello, imperdibile.
Parola chiave: Scatola.

Trailer
#HollywoodCiak
Bengi