lunedì 2 settembre 2013

Film 577 - Lolita

Ho letteralmente divorato il libro durante la vacanza in Grecia, rapito dallo stile del'autore e dalla trama che, man mano che si sviluppava, non sapevo in quale scabroso meandro avrebbe potuto condurmi.
Tornato dalle ferie non ho perso tempo e ho subito guardato la trasposizione cinematografica realizzata nientemeno che da Stanley Kubrick.


Film 577: "Lolita" (1962) di Stanley Kubrick
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Ammetto che avessi aspettative altissime per questa pellicola, disattese in particolare per la sceneggiatura.
Innanzitutto era impossibile non chiedersi come, negli anni '60, fosse stato possibile trarre un film da un libro così complesso e dalle tematiche così impossibili da prendere di petto. Per quanto nel romanzo di Nabokov non sia presentata mai alcuna espressione volgare, è comunque vero che le immagini evocate sono inequivocabili; rendere, dunque, ciò che nel libro è 'nascosto' dalla parola è stata certamente una sfida all'interno del contesto cinematografico, specialmente considerato il target tendenzialmente generico della pellicola. Questa sfida, a mio avviso, per l'occhio di uno spettatore moderno è totalmente persa. Il magnetismo erotico, malizioso e al contempo innocente di Dolores è completamente perso nella trasposizione per il cinema e, considerato il periodo storico, si fa leva su altri fattori per noi oggi privi di rilievo. Sue Lyon è relativamente in grado di suscitare la morbosità curiosa di chi guarda sapendo ciò che sta per accadere, non riesce in toto a ricreare quel giochetto perverso di autoconsapevolezza e smarrimento, dolcezza e scabrosità che, invece, sarebbero dovuti appartenere alla piccola protagonista che, già a 12anni, riesce a far impazzire il suo futuro patrigno Humbert Humbert. Tra l'altro, in un'ottica più contemporanea, si sarebbe potuto giocare di più con un repertorio di immagini plausubilmente più accettate. Per esempio si sarebbero potuti rendere tutti quei particolari, causa di eccitazione per Humbert, come la peluria infantile di braccia ed ascelle, il vezzo dell'osservazione voyeristica di scapole e spalle oltre che delle gambette da bambina. Senza voler scadere in nulla di più, l'aiuto di qualche suggerimento di malsano attaccamento da parte di lui avrebbe delineato meglio e reso più fedelmente giustizia al libro e alle magnificamente lucide considerazioni del suo malato narratore. Ma ritorniamo alla realtà dei fatti.
Già, perché "Lolita" era un qualcosa di troppo rovente all'epoca per non tentare di sfruttarne la eco, dovendone però delineare nettamente i confini all'interno della decenza più auspicabilmente raggiungibile. E allora tutta la trasudazione di (s)piacevole confessione erotica perde di valore dal primo all'ultimo minuto di pellicola. Non perché Kubrick sia incapace di suscitare immagini adatte all'atmosfera del film, ma perché di fatto questo prodotto cinematografico ha tutta un'altra storia rispetto al romanzo originale. Nonostante libro e sceneggiatura appartengano entrambi a Nabokov - anche se la seconda subirà non pochi rimaneggiamenti da parte di altri - di fatto solo gli snodi principali sono affrontati nel film, quasi a suggerire un percorso, senza però rispettarlo appieno. E così già si comincia con il finale, per poi spiegare che cosa ha portato all'omicidio da parte di Humbert/James Mason dello scrittore Clare Quilty/Peter Sellers. Ma già da quella scena, a causa di ciò che mi aspettavo dopo la lettura, mi sono reso conto che l'istrionico genio malato di Humbert non fosse in grado di fuoriuscire dall'interpretazione granitica resa da Mason, bloccato in una resa di statuaria impotenza, quasi inconsapevole della sua deviazione e talmente succube da esserne stordito e pietrificato. Quello, invece, che rende particolare H.H. nel libro è proprio la sua sciolta consapevolezza di mostruosità che riesce ad essere mascherata da una brillante messa in scena pubblica, dinamica quanto basta da distrarre per lungo tempo l'occhio dell'uomo medio da qualsivoglia sospetto. Per farla breve: Mason sembra subito colpevole o, quantomeno, portatore di qualche inconfessata stranezza.
Dico la verità, non so se un "Lolita" rivisto oggi sarebbe comunque in grado di soddisfarmi. L'esplicito quotidiano cui siamo abituati riuscirebbe probabilmente ad intaccare un lavoro di parola che suscita immagini nitidissime ma evitando sempre il contatto con il reale, magia che l'esplicito non riesce a regalare. Anche se, forse, una come Chloë Grace Moretz sarebbe in grado di suscitare quella malizia di bambina perversa, già ninfetta della sua generazione.
Insomma, "Lolita" di Kubrick appartiene al suo regista come "Lolita" di Nabokov appartiene al suo autore. Sono prodotti profondamente, inevitabilmente diversi. Ho preferito il libro per il semplice fatto che è stupendo, mentre il film presenta una versione della storia diversa e su cui è richiesta una fantasia d'approccio che, di fatto, se non avessi letto il libro avrebbe limitato la mia comprensione.
Ps. Nomination all'Oscar per Miglior sceneggiatura non originale a Vladimir Nabokov.
Consigli: I fans del libro o i fans di Kubrick non possono certo perdersi questa pellicola. Gli altri decidano: il tema è pesante, ma trattato con un certo garbo (da censura). Il finale è triste e lascia con un profondissimo amaro in bocca. Ma consiglio infinitamente di leggere il libro, da cui recuperare la disperata descrizione di hotel e motel, oltre che la paesaggistica americana. Non meno che la viva confessione di un uoma che sa di aver distrutto l'infanzia di una bambina.
Parola chiave: Ninfetta.

Trailer

Bengi