martedì 31 dicembre 2013

Film 646 - Ghost Academy

Continuiamo con la bulimia post-Natale, continuiamo con la Spagna!

Film 646: "Ghost Academy" (2012) di Javier Ruiz Caldera
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: "A teacher with paranormal abilities helps a group of ghosts graduate high school" (trad. Un insegnante con abilità paranormali aiuta un gruppo di fantasmi a diplomarsi al liceo, da IMDb) è il riassunto di una trama di un film più riuscito ed efficace di sempre! Non c'è altro da aggiungere per quanto riguarda la storia.
Questa pellicola - che mi ha consigliato Licia - è simpatica e piacevolmente semplice, oltre che curiosamente collegata al film che l'ha preceduta nel mio elenco, ovvero "Gli amanti passeggeri". Ho scoperto, infatti, che sia il professore protagonista di questa storia (Raúl Arévalo) che uno dei comprimari (Carlos Areces) sono 2 dei 3 personaggi principali del film di Pedro Almodóvar. E non avevo riconosciuto nessuno dei due fuori dai panni ad alto contenuto omosessuale dell'altro film.
Coincidenze a parte, "Promoción fantasma" è una commediola adolescenziale di puro intrattenimento che si diverte a prendere in giro più o meno qualunque cosa partendo dagli archetipi horror per eccellenza, passando per i drammi adolescenziali d'amore, i conflitti di popolarità al liceo, le turbe mentali, ecc. Il calderone giocoso che viene messo insieme per questo prodotto commerciale è anche divertente se non si pretende nulla più che quasi un'ora e mezza di cervello totalmente spento, bybassando in toto la necessità di un contenuto di qualunque tipo.
Niente più di una storiella perfetta per distrarsi senza impegno. Se questo è quello che si sta cercando, "Ghost Academy" è un titolo perfetto.
Consigli: Carino, semplice e simpatico. La produzione potrebbe sembrare quasi hollywoodiana di serie B, non fosse per i set e i nomi dei personaggi. Quindi tecnicamente è anche curato, ma la storia è una favoletta facile facile che si segue senza intoppi e si dimentica senza sensi di colpa.
Parola chiave: Questione in sospeso.

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Bengi

Film 645 - Gli amanti passeggeri

Qualcosa di leggero per digerire pranzi, cene e spirito natalizio. Bulimia portami via.

Film 645: "Gli amanti passeggeri" (2013) di Pedro Almodóvar
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: "Gli amanti passeggeri" è commedia surreale al suo estremo e gioca sempre nel territorio del politicamente scorretto. Se la si accetta per la sua anima 'nera' (o rossa), è un piacevole passatempo sboccato e frivolissimo.
Nonostante si tocchi spesso la tematica sessuale anche spinta, una volta che si è deciso di stare al gioco, quest'ultima fatica di Almodóvar è capace di far sorridere in maniera maliziosa, anche se a volte tocca - letteralmente - il limite del consentito, con sensitive che fanno previsioni toccando peni, rapporti sessuali in aereo dopo che tutti sono stati drogati, balletti al limite dell'omosessualità consentita.
"L'aereo più pazzo del mondo" tramutato in quello più gay in assoluto, tra un'infinità di cliché e luoghi comuni, situazioni comiche e situazioni erotiche, per un mix finale che - se piace il genere - è capace di divertire con una leggerezza frizzante e un po' goliardica.
Certo non sarà gradito ai più tradizionalisti, forse non tanto perché il tema centrale sia il sesso, ma più che altro perché la tematica omosessuale è trattata tanto esplicitamente e volutamente esagerata. Il pubblico medio immagino non sia particolarmente avvezzo a certi tipi di discorsi, nonostante nella realtà certi atteggiamenti disinibiti (qui caricati all'eccesso) siano certamente comuni.
Globalmente "Los amantes pasajeros" è simpaticamente volgare e totalmente disinibito, sboccato e leggero, ma comunque devo ammettere che, per come me ne avevano parlato, mi ha sinceramente divertito. Non me lo aspettavo ed è stata una piacevole sorpresa.
Ps. Discreto successo internazionale ($11,649,332) e camei di Penélope Cruz, Antonio Banderas, Paz Vega.
Consigli: Non certo un capolavoro, ha comunque i suoi momenti divertenti. Bisogna mettersi da subito l'animo in pace e accettare che sesso, omosessualità, verginità e droga sono gli elementi principali che caratterizzano questa commedia e riescono ad oscurare gli altri avvenimenti che caratterizzano la storia (tra cui un atterraggio di fortuna!).
Collegato per assurdo e ampientato ad alta quota, "Gli amanti passeggeri" è un esempio di come anche gli europei possano fare una pellicola sciocca e divertente esportabile globalmente.
Parola chiave: Aereo.

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Bengi

lunedì 30 dicembre 2013

Film 644 - Troy

Dopo l'acquisto di una nuova obesità post-natalizia, tento di distrarmi dal cibo abbuffandomi di film. Questo è il primo esempio della mia bulimia cinematografica spegni-Natale.

Film 644: "Troy" (2004) di Wolfgang Petersen
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Nel grande calderone dei film-scelti-a-caso di quest'anno arriva a pelo, ma arriva, questo grandissimo esempio di cinemone colossale privo di qualcosa da dire, ovvero l'intrattenimento spensierato nella sua più alta e pura forma.
Alla regia il nome forte di Wolfgang Petersen ("La storia infinita", "Air Force One", "Poseidon"), un cast ricolmo di adoni e bionde bellezza europee (Brad Pitt, Eric Bana, Orlando Bloom, Diane Kruger) oltre che di qualche attore capace (Peter O'Toole, Julie Christie, Brendan Gleeson, Brian Cox) e nomi che sarebbero esplosi più avanti (Rose Byrne, Garrett Hedlund e Sean Bean) e, naturalmente, una delle storie più famose di tutti i tempi: l'"Iliade" di Omero.
A parte tutto questo elenco e il notevole aiuto degli effetti speciali, "Troy" non ha altro da dire. E' una pellicola piatta e priva di pathos che gioca con elementi epici senza saperli totalmente gestire e il risultato finale è un racconto abbastanza vuoto di una vicenda che ci si chiede perché si sia voluta raccontare.
Non credo sia colpa effettivamente di nessuno in particolare, ma l'insieme degli elementi davvero non funziona. E' tutto troppo succube di una resa high-tech, di una narrazione a tratti infantile e di una recitazione che vede Brad Pitt al timone di una squadra troppo spesso votata all'inespressività. Anche se hai un bel corpo e ti chiedono di mostrarlo per un terzo delle tue scene, alla lunga è evidente anche ai ciechi che non puoi recitare solo con le natiche. Aggiungo che personalmente trovo Orlando Bloom di un'inutilità infinita in questo ruolo.
Insomma, per quanto i buoni propositi di portare sullo schermo un'opera tanto importante culturalmente parlando - per quanto un buon margine di libertà sia stato concesso alla sceneggiatura -, la sensazione che "Troy" non sia niente di più che un tentativo di chiamare al cinema la grande massa media pagante non si leva mai dalla mente di chi guarda.
Ps. 175 milioni di dollari di budget e $497,409,852 di incasso mondiale. Una nomination all'Oscar per i costumi.
Consigli: E' un buon esempio di cosa può fare Hollywood quando ha per le mani una storia universalmente conosciuta ed apprezzata e un grandissimo budget a disposizione. Ovvero un esempio di come tramutare un poema epico in un videogioco tutto azione e grandi gesti d'onore (ovvero di vendetta). Se lo si prende come strumento di intrattenimento privo di sostanza è un buon titolo da tenere presente. Anche bello da vedere perché curato nei costumi e nei set, ma di fatto non c'è molto altro che si possa apprezzare.
Parola chiave: Cavallo.

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Bengi

Film 643 - Dietro i candelabri

Il film del Natale 2013 è...

Film 643: "Dietro i candelabri" (2013) di Steven Soderbergh
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Marco
Pensieri: Mai pellicola recente fu più adatta ad essere intrattenimento natalizio senza esserlo effettivamente: lustrini, pellicce, candele e tanta, tanta musica suonata al pianoforte. Ci mancava una scena con un caminetto accesso e "Behind the Candelabra" poteva diventare il sottofondo di un gaio Natale.
Matt Damon e Michael Douglas si calano anima e corpo in questa ricostruzione per la tv americana della storia d'amore tra il giovane e all'inizio ingenuo Scott Thorson e il grande pianista Liberace, love story cominciata alla fine degli anni '70 e quindi assolutamente da nascondere agli occhi del pubblico che vedeva nell'artista un playboy alla ricerca della donna perfetta. Ah, la cecità.
Steven Soderbergh, che con questo lavoro ha dichiarato di volersi ritirare dal mondo del cinema, dirige in maniera egregia questo biopic sinceramente interessante e racconta la vicenda umana di due persone - un po' personaggio - e della loro (costretta) concezione dell'amore al tempo dell'omosessualità tabù. Liberace, pioniere della chirurgia estetica facciale subita ed imposta, conduce la sua esistenza all'apice di successo ed eccesso, ultrapagato intrattenitore al Las Vegas Hilton e Lake Tahoe (dove i suoi show facevano incassare $300,000 a spettacolo) nonché protettore di numerosi giovanotti in cerca di una loro strada...
E' così che la storia tra lui e Scott comincia, tra una velata lusinga e il fascino kitsch dell'opulenza, il carisma artistico e la quasi adolescenziale sottomissione e anche se il loro amore a prima vista fa sincera impressione, si segue con instancabile interesse la loro vicenda amorosa e di vita di coppia in un'epoca in cui, per stare insieme al tuo uomo e potergli riconoscere qualche diritto, l'unica opzione legale era quella di adottarlo (Woody Allen ci è arrivato più tardi).
Stramberie di legge a parte, "Dietro i candelabri" è a mio avviso buon esempio di mimetismo artistico, nel senso che è capace di rendersi al contempo eccessivo e a tratti difficile da guardare al pari del suo protagonista ispiratore e, in quest'ottica, il risultato finale non poteva essere più riuscito. La storia d'amore di queste due anime alla ricerca di certezze è un viaggio sulle montagne russe, tra droghe, delusioni, abissi di perdizione e svilimento personale, forzate lesioni corporali e la ricerca di una felicità che sta nel conforto degli oggetti, tra collezionismo ed ostentazione. Un accumulo continuo che maschera un vuoto interiore profondissimo e la paura alla fine di rimanere soli. Racconto attualissimo anche oggi.
Michael Douglas, somiglianza fisica a parte, è davvero bravo in questo ruolo assolutamente non facile e sia lui che Matt Damon dimostrano un'evidente capacità di immedesimazione nei personaggi, facendo risultare assolutamente plausibile ogni situazione, nonostante la loro fama negli anni di sex symbol e/o playboy (ma poi noi italiani siamo abbastanza abituati a vedere anzianità e gioventù incontrarsi nel piacere di un bacio). Non tutto quello che è mostrato piace, però il racconto è questo e, anche se non è certamente per il pubblico medio tutto, il bello dei film che raccontano la storia vera di qualcuno sta proprio nel rappresentarne la vita nel bene e nel male. La grande libertà con cui oggi questa particolare vicenda umana può essere raccontata è in fortissimo contrasto con ciò che in effetti qui ci viene narrato e rappresenta un enorme salto di qualità per la comunità LGBT che oggi, nonostante le ancora grandi mancanze, può certamente constatare con mano l'abisso che vi è tra il nostro quotidiano e quello di anche soli 30 anni fa.
Dunque "Dietro i candelabri" è un esperimento televisivo - in Italia un'operazione del genere sarebbe utopia per innumerevoli ragioni - di grande impatto e, piaccia o meno, non si può che rimanere incollati allo schermo e seguire le vicende che la storia racconta. C'è una sorta di magnetismo visivo un po' nella ricostruzione accuratissima, un po' nel mistero della figura di Liberace e per entrambe le ragioni, incuriositi, si attende di scoprire dove porterà la narrazione. Il finale, onirico e svolazzante, è una bella conclusione che suggella la realtà di un amore che, a causa di una cornice carica di eccesso ed eccessi, finisce spesso per rimanere in secondo piano. Eppure, fortissimo, c'è.
Ps. Da noi uscito al cinema, in realtà in America è andato in onda sulla rete via cavo HBO. "Behind the Candelabra" ha vinto 11 Emmy Awards (tra cui Miglior miniserie e Michael Douglas Miglior attore) ed è attualmente candidato a 4 Golden Globes.
Consigli: Certamente una storia diversa da quella che siamo abituati a vedere, ma interessante e per qualche verso istruttiva. Colpisce pensare che sia un prodotto nato per la televisione, ma comunque in grado di essere esportato anche per il grande schermo. Portare il nostro "Pupetta" al cinema, per esempio, fa ridere anche solo a pensarci.
Parola chiave: "Behind the Candelabra: My Life with Liberace".

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Bengi

venerdì 27 dicembre 2013

Film 642 - I Am Britney Jean

Vabbé, era la sera di Natale. Ero solo in casa dopo l'abbuffata con i miei al ristorante... C'era il link on-line gratuito... Io l'ho visto!

Film 642: "I Am Britney Jean" (2013) di Fenton Bailey, Randy Barbato
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Ebbene sì, sono uno di quegli irriducibili che ancora seguono l'iter "musicale" di Miss Spears, osannata per anni e ora notevolmente in declino rispetto agli albori della sua carriera. Tra le varie mosse per destare un po' di attenzione mediatica c'è anche questo documentario televisivo, operazione teoricamente astuta di marketing per promuovere il prossimo prodotto commerciale di punta della Spears che, no, non è l'album "Britney Jean" uscito 3 settimane fa e già flop documentato, ma bensì il tour de force pseudo canoro che la cantante terrà a Las Vegas a partire da oggi. Ovvero quella che viene definita la residenza al Planet Hollywood: "Britney: Piece of Me".
Già di partenza, dunque, chi si aspettava di scoprire quale potesse essere stata la genesi dell'ottavo album di Britney può accantonare ogni speranza.
Di fatto "I Am Britney Jean" è un prodotto vendibile solamente ai veri fans della cantante, poiché lo scarso appeal che riesce a generare non può che essere apprezzato da chi la segue con devozione dagli inizi e comprende o conosce il difficoltoso cammino di ricostruzione personale e di immagine che la cantante ha affrontato. E' bello rivederla in forma, capace di muovere le gambe a tempo di musica senza dimenticare di avere cognizione di causa anche sulle sue braccia e, soprattutto, rendersi conto che riesce a rispondere durante le interviste senza ripetere ad alta voce la domanda che le è appena stata fatta per iniziare la sua risposta. Effettivamente, dopo la devastazione fisica e psicologica di non moltissimo tempo fa, i risultati sono notevoli: lo sguardo da pazza sotto psicofarmaci pare sparito, i capelli non sembrano sudati da una ventina di muratori che staccano dopo una giornata di lavoro e il suo corpo è nuovamente quello di una ragazza sana e in forma.
Miglioramenti personali a parte, però, cosa rimane della nostra eroina? Difficile dirlo se si cerca risposte in questo prodotto televisivo. Già, perché a parte vedere come è nato lo show di Las Vegas e sentirci ripetere quanto Britney sia timida e brava come ballerina - un po' come Victoria Beckham che sul sito ufficiale delle Spice Girls era presentata come stilista - non c'è molto altro. Gli spezzoni di intervista proposti sono di una banalità che sfiora la scuola elementare (la prima domanda che le pongono è qualcosa tipo quale sia il suo gusto di lecca-lecca preferito) e le risposte mono-frase che dà la ragazza sono difficili da metabolizzare e incasellare in un mosaico che vada a costruire un'idea anche solo generale su chi sia la Spears persona.
Chiaro che l'intento prepotentemente commerciale di questo prodotto oscura anche solo il tentativo di rendere umana la figura iconica della star, ma un tentativo, una sorpresa, un'epifania avrebbe certo migliorato in questo senso il risultato finale. Che, per carità, è assolutamente godibile, ma non aggiunge assolutamente niente all'idea mediatica che si ha di lei.
In questo senso il titolo è fuorviante perché "I Am Britney Jean" fa supporre un approfondimento sul personaggio che, ci fosse stato, avrebbe destato interesse a prescindere dall'essere o meno suo fan. Invece, scegliendo di presentare i concerti di Las Vegas come unico macrotema di tutti i 90 minuti di spettacolo, si finisce per appiattire un contenuto teoricamente di approfondimento che altrimenti avrebbe potuto giocare a favore della cantante, regalandole un po' di visibilità svincolata dall'aspetto commerciale che da sempre la lega al mondo della musica.
Quindi, in definitiva, "I Am Britney Jean" è uno pseudo documentario sulla preparazione dei due anni di residenza al Planet Hollywood di Britney "lip-sync" Spears che ci rivela A) quanto si sia sbattuta fisicamente per preparasi allo show B) quanto voglia bene ai suoi figli C) quanto lei sia una vera artista D) quanto personale sia questo suo ottavo album E) quanto sia pubblicamente irritantemente cattolica la sua famiglia F) quanti gay gravitano attorno al mondo dello show business. Ho semplificato, ma nemmeno troppo.
Di conseguenza il risultato è prodotto estremamente superficiale che niente ha a che spartire con altri documentari musicali passati di recente, certo palesi operazioni commerciali, eppure più furbescamente attenti a presentare i beniamini della musica non tanto come bidimensionalità iconografiche, ma come persone uguali ad ognuno di noi. Qui, per quanto si sforzino di rendere gli Spears una normale famiglia americana, di fatto non ci riescono.
Consigli: Rispetto ad un prodotto come "Katy Perry: Part of Me", unico recente termine di paragone che posso avere, "I Am Britney Jean" è molto più debole e di superficie. Il risultato finale sarà certo interessante per tutti i suoi fans e rimane comunque divertente e anche interessante per certi aspetti. Lascia un po' delusi che manchi la presentazione della vera Britney, l'occasione di un momento a cuore aperto della cantante dopo tanti alti e bassi e una disastrosa promozione del recente ultimo cd. Si poteva sfruttare questo documentario in maniera meno maldestra e regalare al pubblico il piacere di conoscere una 'parte di lei' che, purtroppo, qui non si vede.
Parola chiave: "Britney: Piece of Me".

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Bengi

giovedì 26 dicembre 2013

Film 641 - Lo Hobbit - La desolazione di Smaug

Finalmente il secondo capitolo. Finalmente di nuovo nella Terra di Mezzo!

Film 641: "Lo Hobbit - La desolazione di Smaug" (2013) di Peter Jackson
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi, Marco
Pensieri: Non amo i capitoli di passaggio e questo Hobbit 2, come fu per "Le due torri", è di fatto un film-ponte che traghetta i protagonisti dalle prime avventure de "Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato" al grande epilogo dell'episodio conclusivo dell'anno prossimo, "Lo Hobbit - Racconto di un ritorno". Quindi, anche per questo motivo, risulta uno strano esempio cinematografico, in quanto ha un inizio e una fine che non sono tali per definizione.
A prescindere da questo, però, il secondo episodio della nuova saga di Jackson mi è piaciuto meno. Ho letto di critiche più positive rispetto alla prima pellicola poiché la lentezza iniziale che la contraddistingueva qui, invece, non c'è. A mio avviso, però, non è sufficiente a dire che ci sia stato un miglioramento.
Il film non è male, per carità, e non ci sono mai momenti noiosi, ma il nuovo assetto da videogioco coloratissimo e pieno di azione mi ha lasciato perplesso. Tutto questo nuovo dinamismo è veramente dettato dalla necessità di raccontare la storia o si è semplicemente voluto cambiar rotta rispetto al precedente risultato? In aggiunta: quanto era veramente necessario girare un capitolo aggiuntivo piuttosto che i soli due decisi all'inizio della produzione?
Perché, di fatto, l'impressione che ho avuto è che molti degli intrighi narrativi e delle trame secondarie potessero benissimo essere abbreviati e, in aggiunta, moltissimi dei momenti di guerriglia potessero essere sforbiciati. Non si è, dunque, calcata un po' troppo la mano sull'azione per riempire un vuoto narrativo altrimenti palese? Leggere il libro sicuramente aiuterebbe a capirlo.
In generale "The Hobbit: The Desolation of Smaug" è una pellicola carina con i suoi buoni momenti, anche se rispetto alla bellezza de "Il signore degli anelli" non c'è confronto. Qui manca totalmente un realismo dell'immagine che 10 anni fa aveva reso Frodo e compagnia tanto intriganti quanto verosimili. Thorin (Richard Armitage) non è Aragorn né ha il suo magnetico carisma, la nuova elfa Tauriel (Evangeline Lilly) non è Arwen e mai sarà tanto eterea, nonostante il tentativo un po' sciocco di sovrapposizione tra le due attraverso l'espediente della luce divina da incantesimo curativo. Non è comunque tutta "colpa" loro. La combricola di nani è simpatica, ma non ci si riesce ad affezionare ad alcuno di loro. I nomi sono impossibili da ricordare e anche a livello visivo non sono facili da riconoscere (tranne quello grasso con le trecce rosse tipo Obelix). Thranduil (Lee Pace), che dal trailer ti aspetteresti essere il nuovo elemento-sorpresa della storia è, invece, una delusione e finisce per sembrare un isterico capo degli elfi impaurito ed allucinato. Quest'ultima caratteristica si riscontra bene anche in suo figlio Legolas (grande ritorno di Orlando Bloom nella saga), un po' inutilmente sfruttato all'interno del racconto e più che altro calato dalla promozione come asso nella manica per i nostalgici delle precedenti pellicole. Bloom non è mai stato un campione dell'espressività e le caratteristiche peculiari degli elfi - algidi, privi di emozioni evidenti, biondi - non gli si addicono granché e, anzi, sembra peggiorato rispetto all'ultima volta che aveva portato il ruolo sullo schermo. Infine Gandalf non è lo stesso Gandalf (Ian McKellen), ma una specie di caricatura simpatica e meno iconica.
Impeccabile, invece, è Martin Freeman nelle vesti di Bilbo, capacissimo interprete dall'evidente espressività, vero re della storia nonostante la sua parte qui cominci a ridursi in favore di elfi e nani, nonché il ritorno di Sauron attraverso l'occhio di fuoco. L'anello, infatti, comincerà a dare i primi segni di pesantezza malvagia e anche lo stregone grigio se ne accorgerà.
Il grande momento della pellicola, l'incontro con il drago, è effettivamente il picco di tutta la storia, assolutamente all'altezza delle aspettative: Freeman duetta con Smaug - doppiato in inglese da Benedict Cumberbatch, suo compagno di set in "Sherlock" - in maniera egregia, in un balletto sull'oro che è un piacere da guardare. Grazie agli effetti speciali l'enorme creatura è resa benissimo ed è cento volte meglio di momenti precedentemente digitalmente ricreati che, invece, fanno pensare più che altro ad un videogame non sempre realizzato al meglio. Senza il carisma di Freeman, perfetto erede dei precedenti 4 hobbit Frodo, Sam, Pipino e Merry, "La desolazione di Smaug" non avrebbe avuto alcun pregio di per sé, se non quello di rappresentare il capitolo di passaggio verso la conclusione della saga (anche perché moltissimi degli snodi narrativi sembrano fotocopiati dai tre precedenti episodi della trilogia dell'anello).
In generale, per carità, questo film non è brutto e si fa guardare in maniera assolutamente piacevole, ma la sensazione è che si siano un po' traditi i precedenti lavori in favore di un patinato fastidioso e una superficialità un po' vuota. Gli scenari sono fantastici, la fotografia curatissima e, inevitabilmente, l'attaccamento per tutto ciò che la Terra di Mezzo rappresenta e ha rappresentato non può essere cancellato. Però mi aspettavo molto più. Meno giochetti e -paradossalmente - stereotipi in favore di quella magia che Jackson ha saputo da solo creare per le belle storie di Tolkien. La sensazione è che anche lui si sia piegato ai meccanismi hollywoodiani di standardizzazione di prodotto e contenuto, mentre l'aspetto bello di tutta la saga era proprio che, per una volta, un colossal contemporaneo potesse avere le idee, i paesaggi, i volti e la realizzazione di stampo più indipendente e libero da un vincolo glamour e piatto cui siamo solitamente abituati. Sebbene non si possa dire che Jackson abbia optato totalmente per tali meccanismi, l'impressione globale è, però, che "Lo Hobbit - La desolazione di Smaug" ne sia in parte contagiato suo malgrado: visivamente potente e capace, come ci si aspettava, di grande intrattenimento, è tuttavia carente di un'anima propria che lo elevi rispetto al resto, nonché lo caratterizzi inequivocabilmente rispetto agli altri film collegati alla saga.
Godibile e dal tempismo perfetto per risultare un successo, ma non è di certo il più significativo tra i film di Jackson sulle gesta della famiglia Baggins.
Ps. Ad oggi il film ha incassato $416,924,000 al botteghino mondiale. Riuscirà ad incassare più di un miliardo di dollari, come ha fatto la pellicola che lo ha preceduto? Al momento, un aspetto che li accomuna, è di essere stati completamente ignorati dalle nomination ai Golden Globes: gli Oscar dovrebbero regalare più soddisfazioni (effetti speciali e scenografie, probabilmente).
Film 494 e 496 - Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato
Film 616 - Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato
Film 1050 - Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato
Film 701 - Lo Hobbit - La desolazione di Smaug
Film 1052 - Lo Hobbit - La desolazione di Smaug
Film 855 - Lo Hobbit - La battaglia delle Cinque Armate
Film 1059 - Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate
Consigli: Meno indipendente rispetto al capitolo 2 de "Il signore degli anelli", questo "Lo Hobbit - La desolazione di Smaug" ha bisogno del suo predecessore per essere compreso appieno. E' un bel prodotto commerciale da vedere e ha buone sequenze di azione, anche se manca un poco di personalità. Divertente, spensierato e con un bel finale incendiario grazie al drago Smaug. Perfetto per le feste, in attesa de "Lo Hobbit" 3 esattamente tra un anno.
Parola chiave: Arkengemma.

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Bengi

640 - Immaturi - Il viaggio

Ho visto questo film solo perché quest'estate sono stato a Paros.

Film 640: "Immaturi - Il viaggio" (2012) di Paolo Genovese
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: La coincidenza della location di questa pellicola e della mia recente vacanza in Grecia mi ha incuriosito un po' nostalgicamente e di fatto convinto a vedere questa pellicola italiana, seguito del primo "Immaturi" che non ho visto e a questo punto credo non vedrò.
L'effetto nostalgia ha, sì, fatto la sua parte, aiutando a digerire un prodotto cinematografico insipido e bruttino, anche se alla lunga non può essere il rivedere i luoghi di una bellissima vacanza a salvare l'opinione su un prodotto come "Immaturi - Il viaggio".
Nessuno si stupirà quando dico che non credo ci fosse bisogno di un secondo episodio al cinema se il risultato di produzione è questo. Pieno di stereotipi e situazioni "comiche" tanto caricate da essere totalmente fuori controllo, ciò che rimane allo spettatore è l'insieme male assortito di coppie strampalate e bidimensionali, capaci solo di cercare di essere quelle che non sono. Ogni personaggio ha necessariamente una caratterizzazione opposta a quello degli altri così da poter rendere eterogeneo un gruppo di amici che non si capisce bene come faccia a stare assieme (ancora dal liceo poi! Che vita orrenda, senza mai nuove amicizie o un'evoluzione personale).
Il peggio del peggio è Raoul Bova+Luisa Ranieri, tanto credibili quanto di probabile origine orientale. Lui ha la faccia da lesso e si comporta da idiota per non smentirsi; lei che faccia parte del film te ne accorgi solo nel finale, quando recita alla perfezione il ruolo della pirla cornuta. Brava.
La coppia che si salva è quella formata da Paolo Kessisoglu+Anita Caprioli, che nel marasma di inutilità generale, finisce per rappresentare l'happy ending della pellicola, almeno recitato con tentativo di plausibilità.
Gli spaiati Luca Bizzarri e Ambra Angiolini sono i jolly della storia, quelli che strillano, combinano casini e si infilano nelle situazioni più assurde e che, di fatto, non servono a niente se non a creare lo scompiglio necessario alla storia per sembrare meno noiosa o priva di idee di quanto non sia in realtà. Di fatto - ma chi non se lo aspettava? - l'espediente non funziona e, va detto, per quanto Ambra sia migliorata rimane sempre una che non sa recitare.
La Bobulova e Memphis sono una coppia visivamente brutta, ma comunque tra quelle tollerabili. In ogni caso sono piuttosto inutili anche loro.
Nel complesso direi che siamo di fronte al solito ridicolo tentativo di spillare soldi al pubblico, incapaci però di mascherare il terreno tentativo con qualche cosa di vagamente interessante. Non dico una produzione da Oscar, ma almeno una storia carina...

"Immaturi - Il viaggio" (per quanto presenti una sequela di caratteristiche di fatto corrispondenti al titolo) rimane comunque incapace di creare dei personaggi interessanti che prescindano dallo stereotipo che devono rappresentare, risultando una semplice carrellata di scene prevedibili con intrecci scontati e risoluzioni prevedibili. Il momento del carcere comune nel finale, poi, è qualcosa di imbarazzante.
Insomma, non che aspettassi il capolavoro, ma di certo nemmeno questa volta il cinema commerciale italiano è stato in grado di smentire il suo peculiare binomio di inconsistenza visiva.
Ps. Prima di scomparire dal box office italiano, il film ha incassato 11.747.185€.
Consigli: La cornice paesaggistica è estremamente suggestiva nonché l'unica scelta sensata di tutta la trama. Per il resto "Immaturi - Il viaggio" è una pellicola priva di brio o idee e finisce per ricadere tristemente nel mucchio di quelle produzioni italiane approdate sul grande schermo solo per attirare spettatori compranti desiderosi di evasione dopo le fatiche dei festeggiamenti di fine anno (il film è uscito nelle sale il 4 gennaio 2012). Innocuo, ma privo di creatività.
Parola chiave: Viaggio di post maturità.

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Bengi

mercoledì 25 dicembre 2013

Film 639 - Questione di tempo

La tagline del film dice qualcosa tipo: Dallo sceneggiatore di "Quattro matrimoni e un funerale", "Notting Hill" e "Love Actually - L'amore davvero". Sarà di buon auspicio?

Film 639: "Questione di tempo" (2013) di Richard Curtis
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Nessun dubbio già a pochi minuti dall'inizio: "Questione di tempo" è la pellicola romantica di fine anno. Non c'è altro da dire.
Zuccherosa, piacevole, divertente, scanzonata, delicata, triste quanto basta, giovane, fresca, fantasy e temporalmente instabile con un riguardo speciale per un indie style che prende fin da principio a pugni gli occhi dello spettatore (i look di Mary sono terrificanti). Insomma un mix di elementi felici e irresistibili, una scorrevolezza della trama che raramente si trova e una coppia di protagonisti bomba dall'alchimia facile e il sorriso contagioso.
Nonostante le incomprensioni temporali sul momento e i ripensamenti sulle incongruenze poi, devo dire che alla fine della fiera il fatto che effettivamente la trama spesso finisca per autosabotarsi rimangiando ciò che era stato detto prima riguardo ai viaggi nel tempo, questo non è poi troppo un problema. La storia è bella comunque a prescindere dalle falle sulle questioni scientifiche e funziona non tanto perché l'idea di base è intrigante (oddio, anche), ma perché l'insieme funziona. "About Time", infatti, vive dei suoi personaggi così ben caratterizzati, del profondo amore tra padre e figlio e tra quest'ultimo e la moglie, colpo di fulmine al buio da riconquistare un po' alla "50 volte il primo bacio", delle milioni di opzioni possibili che la pellicola esplora grazie al passepartout del ritorno al passato.
Passato che, insieme all'amore, è tema centrale di tutta la storia. Un po' culto dei ricordi, un po' abbraccio del destino, lo spettatore cresce assieme al protagonista Tim e, con lui, passa dall'ebbrezza di poter rivivere tutte le cose più belle della sua vita imparando ad ambientarcisi per davvero, a capire che ogni istante è più prezioso quando lo si vive una volta sola, appieno. E che, inevitabilmente, bisogna imparare a lasciare andare.
Bello, bello e delicato, a tratti commovente e a tratti un po' assurdo, ma nel complesso proprio una piacevole sorpresa come qualche tempo fa è stato "Noi siamo infinito". Piace soprattutto perché pare rappresentare la storia di una famiglia semplice, strana, ma molto unita anche senza bisogno di ricordarselo sempre e per forza ad alta voce. Piace perché ogni tanto credere nell'amore serio e forte è bello. E perché persone normali, dall'aspetto comune, posso essere altrettanto protagoniste di storie interessanti anche senza dover per forza avere il volto patinato di una star (che, di fatto, Rachel McAdams è).
Non è certo un capolavoro e finirà inesorabilmente per essere relegato al genere 'romance' per signore, ma posso assicurare che dare una chance a questo film vale la pena. Non amo troppo lo sdoganamento sentimentale e l'attaccamento famigliare, ma qui non mi è mai sembrato davvero pesante o stucchevole. C'è dove ci sta e funziona soprattutto grazie ad un cast capace di interpretare benissimo i personaggi della storia: Bill Nighy è un'ottima spalla e un rassicurante papà, la McAdams un'adorabile compagna e Domhnall Gleeson, la vera sorpresa del film, rivelazione assoluta, è capace di trasformarsi silenziosamente da ragazzino impacciato e spettinato a marito e padre adorabile.
Insomma, "Questione di tempo" funziona e conquista. Basta lasciarsi trasportare.
Ps. Ad oggi il film ha incassato $74,995,553 in tutto il mondo.
Consigli: Strano mix di generi, questa pellicola avvicina la commedia romantica classica ai viaggi nel tempo con partenza dagli armadi. Curioso, mai volgare, divertente e dalla realizzazione simil-indipendente, è in realtà un buon prodotto commerciale che, una volta tanto, esalta la semplicità e la tranquillità. Si cerca l'amore, l'amicizia e gli affetti nella famiglia. Una buona lezione genitoriale, qualche lacuna temporale e di stile, ma un risultato a sorpresa molto bello. Ci si lascia volentieri coinvolgere e il tempo passa che è una meraviglia.
Parola chiave: Viaggi indietro nel tempo.

Trailer

Bengi

lunedì 23 dicembre 2013

Film 638 - 21 Jump Street

Avevo iniziato a vederlo qualche tempo fa, ma lo streaming non mi aveva assistito fino alla fine...

Film 638: "21 Jump Street" (2012) di Phil Lord, Chris Miller
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Simpatica boiata divertente e scanzonata, "21 Jump Street" è decisamente meglio di quello che ti aspetteresti da una qualunque commedia americana tra il poliziesco e il demenziale.
Molto del merito va alla coppia Channing Tatum - Jonah Hill (quest'ultimo firma anche la sceneggitura), affiatata e divertente, perfetta nel doppio ruolo di scemo-belloccio&muscoloso e nerd-molliccio&sfigato (come la vera tradizione del polizziotto buono e cattivo vuole).
La pellicola, piena zeppa di luoghi comuni trattati in maniera simpatica, non si prende mai davvero sul serio e per questo funziona egregiamente, intrattenendo con simpatia e senza alcuna pretesa il pubblico che vuole ridere tra una scazzottata e qualche sparatoria. La cosa meno tipica è che il tutto è svolto al liceo dove entrambi, sotto copertura, dovranno nuovamente tentare di ambientarsi (e non essere scoperti) anche se questa volta i due archetipi tipici del liceale cool e sfigato che raprresentano sono invertiti nel nuovo contesto contemporaneo che vede i nerd come categoria sociale più in voga del previsto. Sarà una sorpresa per Jenko, quindi, scoprire che avere i muscoli e non capirne una mazza di nessuna materia non è più tanto fico come un tempo.
Come se riambientarsi al liceo non fosse già abbastanza, i due dovranno anche tentare di contrastare la circolazione di una nuova droga che sballa ed uccide, dovendo fare i conti con il loro essere costantemente imbranati ed infantili.
Successone di pubblico - forse anche aiutato dal fatto chela pellicola deriva dalla serie tv omonima degli anni '80 - e, va detto, anche di critica, come al solito se si prende "21 Jump Street" per la commedia scanzonata che è, non si può fare altro che passare 109 minuti piacevoli, divertenti e assolutamente godibili senza controindicazioni.
Ps. $201,585,328 di incasso e un sequel in arrivo la prossima estate: "22 Jump Street".
Consigli: Carino e perfetto per una serata senza pretese in compagnia o in solitaria. Aiuta a spegnere il cervello ed intrattiene a dovere. Rimane perfino un sorriso sulle labbra una volta finita la visione. Per contesto poliziesco e la scelta di un duo/partners, ricorda un po' "Corpi da reato", per il ritorno al passato/liceo, invece, "17 again - Ritorno al liceo".
Parola chiave: Miranda warning.

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Bengi

Film 637 - Prisoners

Ero attirato principalmente dalla presenza dei due attori protagonisti, anche perché Jake Gyllenhaal mancava dal grande schermo già da un po' di tempo...

Film 637: "Prisoners" (2013) di Denis Villeneuve
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Pensavo sinceramente fosse uno di quei film con un grande cast (Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal, Viola Davis, Maria Bello, Terrence Howard, Melissa Leo, Paul Dano), ma con nessuna chance di proporti qualcosa di interessante. E invece "Prisoners" è più che sorprendente!
Parte piano e, sinceramente, lascia quasi intendere che ciò che vedi è proprio quello che ti aspettavi: il solito prodotto che si gioca tutto attraverso i suoi protagonisti, senza davvero impegnarsi in una storia interessante e/o convincente. In realtà, piano piano, il racconto prende direzioni inaspettate, finanedo per intraprendere percorsi narrativi che toccano temi piuttosto scottanti come la giustizia privata, il fanatismo e, naturalmente, il rapimento di minori e le conseguenze che ha sulle famiglie che lo subiscono. Insomma, non esattamente cose da nulla.
Il tema del rapimento segue tutto il percorso del film praticamente dall'inizio e accompagna i 153 minuti di pellicola come tema portante a cui, man mano che si procede a raccontare, si aggiungono gli altri che vanno ad arricchire "Prisoners" di pathos e tensione. Numerose le domande che si è costretti a porsi: come mi comporterei se rapissero mio figlio? Quanta fiducia darei a chi è incaricato di indagare? E, se fossi sicuro di aver individuato il/i colpevole/i, quanto potrei spingermi oltre pur di ottenere una confessione che mi aiuti a ritrovare mio figlio? Riuscirei a trasformarmi in una specie di vendicatore della notte, tra torture e sensi di colpa?
Insomma, pur partendo in sordina, questa pellicola ingrana presto la marcia giusta e si confronta con domande che rendono spesso difficile rapportarsi con quello che si sta vedendo, ovvero la personale discesa all'inferno di Keller Dover per ritrovare la figlia rapita il giorno del ringraziamento da qualcuno che lui ritiene essere l'infantile Alex Jones. Avrà ragione?
Il dubbio è una componente intrinseca di questa storia e per la maggior parte del tempo bisognerà fare i conti con la possibilità che tutto ciò che sta facendo Keller sia effettivamente sbagliato. Le piste che lui e il Detective Loki stanno seguendo, poi, sono completamente differenti e non si sa mai davvero per quale dei due parteggiare.
In un difficile gioco di specchi, tra l'ombra dell'abuso sessuale e il feroce timore di non riuscire a ritrovare in tempo la sua bambina, Keller finirà per affrontare anche i suoi personalissimi demoni, segnato per sempre da ciò che farà pur di non sprecare nessuna possibilità di trarre in salvo la sua Anna.
Sia nel modo di affrontare la vicenda, sia nei personaggi - e, per forza, nell'interpretazione degli attori - "Prisoners" funziona alla grande e lascia un segno forte nello spettatore, costretto anche lui a ritrovarsi faccia a faccia con decisioni scomode, scene violente e rivelazioni inquietanti da far accapponare la pelle. Melissa Leo invecchiata è letteralmente la rivelazione del film - nella versione italiana molto l'aiuta avere la doppiatrice di Meryl Streep, Maria Pia Di Meo -, glaciale ed inquietante al contempo. Hugh Jackman nella parte del padre che tutti vorremmo avere è una garanzia, aiutato dalle sue spalle-armadio e la capacità di risultare roccia sì, ma in grado di commuoversi e comunicarti anche solo con lo sguardo che il suo mondo di padre si sta sgretolando man mano che le ore passano e le possibilità di trovare la sua bambina ancora viva diminuiscono. Viola Davis in generale non mi dispiace mai, anche se quando le toccano queste parti pianto-annesse finisce sempre per lacrimare anche dal naso e la cosa mi distrae sempre un po' dalla sua interpretazione
(vedi "Il dubbio"). Più innoqui Maria Bello e Terrence Howard i cui ruoli finiscono per essere marginali. Paul Dano lievemente ritardato è perfetto e si fa odiare in maniera magnifica, mentre il detective di Jake Gyllenhaal piace per il taglio di capelli cool e perché, alla fine, è esattamente chi speravi che fosse.
Nonostante questo film non sia stato particolarmente preso in considerazione tra le pellicole meritevoli di nomination in questa stagione di premiazioni, devo dire che, al momento, "Prisoners" è uno dei migliori prodotti cinematografici che ho visto, ben scritto, realizzato e recitato, teso ed oscuro, capace di tenerti appeso ad una speranza fino all'ultimo secondo, fino a quel fischio che ti fa, finalmente, tirare un sospiro di sollievo.
Ps. $118,433,958 incassati al botteghino e 46 milioni spesi per produrlo.
Consigli: Assolutamente uno dei titoli più interessanti di questo 2013. Grande cast, ottima sceneggiatura, atmosfera cupa da thriller, ma con parecchie incursioni dark nella psiche dei protagonisti. Bello e riuscito. Davvero una sorpresa.
Parola chiave: Camper.

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Bengi

venerdì 20 dicembre 2013

Film 636 - The Interpreter

Una scelta un po' dettata dal caso: nessuno streaming funzionava e di pronto c'era questo...

Film 636: "The Interpreter" (2005) di Sydney Pollack
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: In tempi già sospetti di labbra al botox, Nicole Kidman girò questo film - uno degli ultimi di Sydney Pollack - in compagnia dello stropicciatissimo Sean Penn per raccontare la storia di un'interprete dell'ONU che rischia la vita per aver ascoltato inavvertitamente una conversazione per uccidere un esponente politico.
Nonostante il trailer e le premesse della storia parrebbero suggerire un buon prodotto commerciale a tinte thriller internazionali, questa seconda visione (come la prima al cinema) delude ampiamente le aspettative. Anche se ne avevo un ricordo più negativo rispetto a ciò che effettivamente è "The Interpreter", rimane il fatto che il risultato finale sia decisamente inferiore a ciò che ci si aspetterebbe da una produzione big budget come questa.
La fragilità del personaggio interpretato da Nicole alla lunga è un po' tediosa e stucchevole e rallenta notevolmente la storia che, già di per sé, manca ampiamente di appeal. Un thriller con poca, poca azione e tanta, tanta denuncia politica dovrebbe durare meno dei 128 minuti di questa pellicola e, possibilimente, giocarsi meglio le sue carte. Perché innanzitutto sia la Kidman che Penn non sono assolutamente essenziali per la storia, poi lo svolgimento dell'intreccio non è sempre chiarissimo e si perde in alcune difficoltà linguistico-culturali che, francamente, allo spettatore medio interessano poco.
Il fascino di questo prodotto sta tutto nella figura qui icona dell'interprete che lavora alle Nazioni Unite, luogo sacro di diritti e civiltà e voce mondiale dei popoli. Intrufolarsi nella quotidianità di un posto così affascinante è già di per sé un ottimo motivo per perdonare a "The Interpreter" di essere un prodotto mediocre e pretenzioso. Questo, infatti, è il primo film girato effettivamente all'ONU: mai prima di questo esempio era stato possibile effettuare riprese all'interno della sede di New York. Un'opportunità non appieno sfruttata a mio avviso, ma pur sempre l'occasione di visitare virtualmente uno dei simboli della modernità contemporanea.
Purtroppo, salvo questo, non rimane moltissimo altro della pellicola che valga al pena di elogiare. E' un prodotto che si lascia guardare e, per carità, non è malvagio, ma si rimane comunque delusi dal risultato finale nonostante ci si sarebbe aspettati qualcosa di migliore. Insomma, solo Kidman, Penn e Pollack all'epoca insieme avevano 4 Oscar! Eddai...
Ps. $162,944,923 di incasso mondiale e 80 milioni di dollari per produrlo.
Pps. Vedere Nicole Kidman che sfreccia per New York in sella a una Vespa è qualcosa che sa tantissimo di irreale.
Consigli: Questo e un paio di altri film ("La donna perfetta", "Birth - Io sono Sean") hanno segnato l'inizio del declino della carriera di Nicole Kidman, fino ad un paio di anni prima star incontrastata del cinema mondiale. Nonostante "The Interpreter" sia effettivamente meglio degli altri due, rimane comunque un prodotto sottotono e francamente a tratti noioso. Non ci si affeziona ai personaggi e la storia è troppo lunga. La realizzazione tecnica è di ottimo livello, ma non basta.
Parola chiave: Matobo.

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Bengi

martedì 17 dicembre 2013

Film 634 e 635 - Hunger Games: la ragazza di fuoco

Tra i film che più attendevo quest'anno: avrebbe mantenuto l'altissimo livello del primo, bellissimo, "Hunger Games"?

Film 634 e 635: "Hunger Games: la ragazza di fuoco" (2013) di Francis Lawrence
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Marco, Andrea, Diego, Ale; Luigi
Pensieri: A distanza di pochi giorni ho rivisto questa pellicola che mi è piaciuta veramente molto. Non pensavo fosse possibile superarsi con questo secondo episodio e, invece, "The Hunger Games: Catching Fire" riesce nell'impresa.
Ritorno alla futuristica Capitol City e ai 12 distretti ribelli dopo che l'eroina Katniss e il fidanzatino sullo schermo Peeta sono riusciti a portare a casa il titolo di vincitori dei 74esimi Hunger Games, ovvero a salvarsi dalla carneficina nell'arena. Finalmente sembrerebbero poter tirare un sospiro di sollievo, ma non è in verità così. Entrambi sono in pericolo, come lo sono gli altri vincitori delle passate edizioni del gioco. Dopo aver gabbato il sistema centrale, infatti, i due ragazzi hanno messo in luce la falla di tutto il meccanismo e sono riusciti - attraverso lo sdoganamento di un amore al solo fine della sopravvivenza (?) - a mostrare alla gente che c'è ancora speranza di mettere in scacco Capitol e la tirannia che rappresenta. In questa nuova cornice, non solo Katniss è in pericolo in quanto è solo grazie a lei se Peeta si è salvato, ma lo è anche tutta la categoria di vincitori, osannati dal pubblico come star e circondati da un'aura d'intoccabilità che il Presidente Snow vuole eliminare alla radice.
Saranno quindi indetti i nuovi giochi, ma questa volta non estraendo tra altri tributi: la 75esima edizione degli Hunger Games sarà quella della memoria e, quindi, richiamerà in gioco i vincitori delle passate edizioni. La nostra protagonista, essendo l'unica donna ad aver vinto i giochi del suo distretto, sarà nuovamente chiamata a rappresentarlo, per la seconda volta consecutiva. Inutile dire che Peeta la seguirà.
Questo l'incipit dela trama di "Hunger Games: la ragazza di fuoco" che, nonostante sia già molto ricco, proseguirà portando alla luce novità che sconvolgeranno non poco lo spettatore. La storia, infatti, sarà in grado non solo di mantenere stabile la tensione, ma di presentare una serie di colpi di scena piuttosto notevoli che culmineranno nel finale che lascia a bocca aperta. Durante la visione, lo spettatore non smetterà mai di chiedersi come riusciranno Katniss e Peeta a uscirne nuovamente indenni visto che è chiaro non verrà lasciata la possibilità di un'ulteriore coppia di vincitori. A chi vorrà, il piacere di scoprire quale destino toccherà ai ragazzi.
Storia a parte, anche a livello tecnico "La ragazza di fuoco" è molto curato: come nel precedente film, il look è una questione centrale lasciata alla creatività più spontanea di costumisti, truccatori ed hairstylist che, in questo, sono un passo avanti a tutti (nonostante né l'Academy né altri abbiano premiato lo sforzo di rendere in maniera originale questo aspetto del racconto).
Gli effetti speciali sono di grande aiuto a creare un modo altrimenti irrealizzabile fisicamente: l'arena è certo un piccolo capolavoro. Molto intrigante anche la scenda della nebbia "assassina" che, nonostante il tocco mortale, rimane visivamente bella.
Infine, ottimo anche il cast che ritorna in toto e funziona come per "Hunger Games" alla grande. Jennifer Lawrence, oltre che ormai lanciatissima, è anche veramente brava a caratterizzare il personaggio, regalando a Katniss un potere espressivo evidente e una fragilità alternata ad una forza che si percepiscono anche solo attraverso lo sguardo. Intrigante Donald Sutherland nei panni del vendicativo Presidente e untuoso, come al solito, Philip Seymour Hoffman nei panni del nuovo stratega dei giochi Plutarch Heavensbee. Ho apprezzato ancche il personaggio di Johanna Mason, velata lesbo-vincitrice dal carattere forte e genuinamente incazzata con il sistema che l'ha riportata sul luogo del massacro; Jena Malone - sempre molto sottovalutata - la interpreta con il carisma e l'attitudine necessari.
Insomma, anche questo secondo "Hunger Games" funziona bene, bilanciando lo sconforto per la violenza del contesto con il messaggio positivo e di speranza che Katnis porta con sé. E' facile immedesimarsi in lei e, per quanto la storia porti a vivere un'angoscia quasi costante, non si riesce a fare a meno di volerne sapere di più.
Chi sceglierà in amore? Come finirà la storia? Che fine faranno gli Hunger Games?
Tutte le risposte in due episodi: "Hunger Games: il canto della rivolta - Parte 1 e Parte 2" (2014-15).
Ps. $730,403,663 di incasso mondiale ad oggi. Giovedì 12 dicembre, con l'annuncio delle candidature ai Golden Globes 2014, il film si è guadagnato un posto nella categoria Miglior canzone originale grazie ad "Atlas", track dei titoli di coda cantata da Coldplay, nominati nella stessa categoria anche ai Grammy Awards.
Pps. Nel cast, a sorpresa, anche Lynn Cohen, mitica Magda di "Sex and the City"!
Film 412 - Hunger Games
Film 461 - Hunger Games
Film 541 - Hunger Games
Film 699 - Hunger Games: La ragazza di fuoco
Film 1171 - The Hunger Games: Catching Fire
Film 836 - Hunger Games: il canto della rivolta - Parte I
Film 1176 - The Hunger Games: Mockingjay - Part 1
Film 1056 - Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte 2
[EDIT]: Un mio ulteriore pensiero a proposito di questo film nella recensione per "IL MURO mag": "HUNGER GAMES: LA RAGAZZA DI FUOCO"
Consigli: Vedere, vedere e rivedere! Quasi un imperativo.
Devo dire, però, che questo episodio numero 2 è piuttosto legato a quello che l'ha preceduto, quindi sarebbe meglio avere un'idea di quello che è successo precedentemente, prima di affrontare questa nuova avventura. Secondo me ne vale la pena.
Parola chiave: Freccia.

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Bengi

giovedì 12 dicembre 2013

Golden Globes 2014 - Le nomination

Olivia Wilde, Aziz Ansari e Zoe Saldana hanno appena presentato le nomination per i prossimi Golden Globes Awards che si terrano di qui a un mese, proprio il 12 gennaio 2014.
Dopo le nominations degli Screen Actors Guild Awards di 24 ore fa, anche i globi d'oro hanno decretato il meglio della passata stagione sfoderando la solita valanga di candidature tra cinema e tv, comedy e drama. Va detto che non c'è una gran differenza tra i nominati. Proprio tra questi ultimi, tra l'altro, una vera e propria pioggia di nomi che ad Hollywood contano davvero: Cate Blanchett, Sandra Bullock, Julia Roberts, Jennifer Lawrence (ancora), Tom Hanks, Robert Redford, Kate Winslet, Judy Dench, Kevin Spacey, Al Pacino, Leonardo Dicaprio, Michael Douglas e Matt Damon. Insomma, si prevede già un red-carpet succulento. 
 Per quanto riguarda il cinema, comunque, battono tutti "12 Years a Slave" ("12 anni schiavo") di McQueen e "American Hustle - L'apparenza inganna" di David O. Russell (ormai lanciatissimo) con 7 nomination ciascuno; per la tv, invece, 4 nomination per "House of Cards" e "Dietro i candelabri" di Soderbergh, da noi adesso al cinema. Per i film d'animazione sono in lizza "Cattivissimo me 2", "Frozen" e "I Croods", mentre per la Miglior canzone originale spuntano i nomi di Taylor Swift (per la seconda volta), Justin Timberlake e i Coldplay.
Infine, come ogni anno, ne approfitto per pronunciarmi riguardo a chi secondo me vincerà (*) e chi, invece, vorrei veder trionfare (§), attribuendo il seguente punteggio:
* = 1 punto;
§ = 1/2 punto;
*§ = 1 punto.
Insieme a me (B), Lidia (L) e Luigi (Lu).

Ma ecco la lista di tutte le categorie!



 71st Golden Globes Awards


Best Motion Picture - Drama
B Lu L*12 Years a Slave
Captain Phillips
B § Gravity
Lu L§ Philomena
Rush

Best Motion Picture - Musical or Comedy
B* Lu§ American Hustle - L'apparenza inganna
 Her
A proposito di Davis
Lu L* Nebraska
 The Wolf of Wall Street

Best Actor in a motion picture, drama
B* Lu§ Chiwetel Ejiofor,12 Years a Slave
Lu* B§ Idris Elba, Mandela: Long Walk to Freedom
Tom Hanks, Captain Phillips
L*§ Matthew McConaughey, Dallas Buyers Club
Robert Redford, All is Lost

Best Actress in a motion picture, drama
B* Lu§ L*§ Cate Blanchett, Blue Jasmine
 Sandra Bullock, Gravity
Lu* Judi Dench, Philomena
Emma Thompson, Saving Mr. Banks
Kate Winslet, Labor Day

Best Performance by an Actor in a Motion Picture - Musical or Comedy
L* Christian Bale for American Hustle - L'apparenza inganna
Lu§ Bruce Dern for Nebraska
B§ Lu* Leonardo DiCaprio for The Wolf of Wall Street
Oscar Isaac for A proposito di Davis
B* L§ Joaquin Phoenix for Her

Best Performance by an Actress in a Motion Picture - Musical or Comedy
B* Lu L*§ Amy Adams for American Hustle - L'apparenza inganna
Julie Delpy for Before Midnight
Greta Gerwig for Frances Ha
Julia Louis-Dreyfus for Non dico altro
 Meryl Streep for I segreti di Osage County

Best Director – motion picture
B§ L* Alfonso Cuaron, Gravity
Paul Greengrass, Captain Phillips
Lu* Steve McQueen, 12 Years a Slave
Lu L§ Alexander Payne, Nebraska
B* David O. Russell, American Hustle

Best Screenplay – Motion Picture
B L§ Spike Jonze, Her
Bob Nelson, Nebraska
Lu§ Jeff Pope Steve, Philomena
B Lu* John Ridley, 12 Years a Slave
L* David O. Russell and Eric Singer Warren, American Hustle

Best Animated Feature film
L*§ The Croods
Despicable Me 2
B Lu*§ Frozen

Best Foreign Language Film
Lu L* Blue Is The Warmest Color (France)
B*Lu§  The Great Beauty (Italy)
 The Hunt (Denmark)
The Past (Iran)
 The Wind Rises (Japan)

Best supporting Actress in a motion picture
Lu L* Sally Hawkins, Blue Jasmine
Jennifer Lawrence, American Hustle
B* Lu L§ Lupita Nyong'o, 12 Years a Slave
 Julia Roberts, August: Osage County
June Squibb, Nebraska

Best supporting Actor in a motion picture
Bradley Cooper, American Hustle
B L* Lu§ Michael Fassbender, 12 Years a Slave
B§ Lu* Jared Leto, Dallas Buyers Club
 Daniel Bruhl, Rush
Barkhad Abdi, Captain Phillips

Best Original Score – Motion Picture
All Is Lost - Alex Ebert
Mandela: Long Walk to Freedom - Alex Heffes
 Gravity - Steven Price
The Book Thief - John Williams
B* Lu L*§ 12 Years a Slave - Hans Zimmer

Best Original Song – Motion Picture
Lu L§ Frozen - Il regno di ghiaccio (2013): Kristen Anderson-Lopez, Robert Lopez ("Let It Go")
A proposito di Davis (2013): T-Bone Burnett, Ethan Coen, Joel Coen, Justin Timberlake, George Cromaty, Ed Rush ("Please Mr. Kennedy")
Hunger Games: la ragazza di fuoco (2013): Chris Martin, Guy Berryman, Jonny Buckland, Will Champion ("Atlas")
B Lu L* Mandela: Long Walk to Freedom (2013): Bono, Adam Clayton, The Edge, Larry Mullen Jr., Brian Burton ("Ordinary Love")
 One Chance (2013): Jack Antonoff, Taylor Swift ("Sweeter Than Fiction")

Best TV series, drama
B Lu* Breaking Bad
Downton Abbey
The Good Wife
 House of Cards
Lu§ Masters of Sex

Best Actress in a TV series, drama
Julianna Margulies, The Good Wife
Tatiana Maslany, Orphan Black
Lu*§ Taylor Schilling, Orange is the New Black
 Kerry Washington, Scandal
B* Robin Wright, House of Cards

Best Actor in a TV series, drama
B* Bryan Cranston, Breaking Bad
Liev Schreiber, Ray Donovan
B Lu§ Michael Sheen, Masters of Sex
Lu* Kevin Spacey, House of Cards
James Spader, The Blacklist

Best TV Series, Comedy
B Lu* The Big Bang Theory
Brooklyn Nine-Nine
Girls
Lu§ Modern Family
 Parks and Recreation

Best Actress in a TV Series, Comedy
Lu§ Zooey Deschanel, New Girl
Lu* Edie Falco, Nurse Jackie
Lena Dunham, Girls
B* Julia Louis Dreyfus, Veep
 Amy Poehler, Parks and Recreation

Best Actor, TV Series Comedy
B* Jason Bateman, Arrested Development
Don Cheadle, House of Lies
Michael J. Fox, The Michael J. Fox Show
B§ Lu*§ Jim Parsons, The Big Bang Theory
Andy Samberg, Brooklyn Nine-Nine

Best TV Miniseries or Movie
Lu§ American Horror Story: Coven
B Lu* Behind the Candelabra
Dancing on the Edge
Top of the Lake
 White Queen

Best Actress in a mini-series or TV movie
Jessica Lange, American Horror Story: Coven
B Lu* Helena Bonham Carter, Burton and Taylor
B Lu§ Rebecca Ferguson, The White Queen
Helen Mirren, Phil Spector
Elisabeth Moss, Top of the Lake

Best Actor in a mini-series or TV movie
 Matt Damon, Behind the Candelabra
B Lu* Michael Douglas, Behind the Candelabra
Chiwetel Ejiofor, Dancing on the Edge
Idris Elba, Luther
Lu§ Al Pacino, Phil Spector

Best Supporting Actress in a series, mini-series, or TV movie
Jacqueline Bisset, Dancing on the Edge
B§ Lu* Janet McTeer, The White Queen
Hayden Panettiere , Nashville
Monica Potter, Parenthood
B* Lu§ Sofia Vergara, Modern Family

Best Supporting Actor in a series, mini-series or TV movie
B Lu§ Josh Charles, The Good Wife
Rob Lowe, Behind the Candelabra
B Lu*Aaron Paul, Breaking Bad
Corey Stoll, House of Cards
Jon Voight, Ray Donovan

Bengi

mercoledì 11 dicembre 2013

Film 633 - Stai lontana da me

Si torna al cinema con la 3, questa volta per un prodotto italiano che promette qualche risata.

Film 633: "Stai lontana da me" (2013) di Alessio Maria Federici
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Erika
Pensieri: Che ci fosse la possibilità il film si ispirasse al francese "La Chance de ma Vie" (in italiano "Per sfortuna che ci sei") l'avevo intuito. Che avessero solo fotocopiato la sceneggitura, cambiato i nomi e la location in cui ambientare il tutto, invece, non lo avevo nemmeno preso in considerazione.
Proprio come "Benvenuti al Sud" è identico al film che lo ha ispirato "Giù al nord", anche in questo caso la totale mancanza di idee del cinema italiano ha finito per riutilizzare la trama semplice ma divertente di un'altra pellicola per non faticare a produrne una decente propria. Qui, però, il caso differisce per un aspetto macroscopico: "Stai lontana da me" è un film orrendo.
Come è evidente dal fatto che tutto è trasposto in questo remake con millimetrica precisione copiativa, l'idea che sta alla base del progetto (ovvero lui che è solo perché porta una sfiga nera alle ragazze con cui si fidanza) è divertente e lascia sperare in qualcosa di ironico, seppur copiato. La realtà è invece differente perché A) Brignano è incapace a recitare, far ridere e, peggio, tentare un approccio drammatico; B) Ambra, checché ne dicano, non sarà mai un'attrice; C) questa pellicola non ha ritmo. Riguardo quest'ultimo punto in particolare, va aggiunto poi che chi ha già visto il film da cui è tratto è costantemente in grado di prevedere qualunque avvenimento che la trama starà per raccontare. Quindi addio anche all'effetto sorpresa. Continuiamo.
La coppia Brignano-Angiolini non solo è male assortita, ma nemmeno troppo credibile. E' vero che il personaggio di lei dimostra di non avere alcun senso del gusto già attraverso la figura del fidanzato e del guardaroba che è un pugno nell'occhio continuo, ma mi riesce davvero difficile credere che Jacopo, nella forma di Enrico Brignano dotato di sopracciglia demoniache, sia anche solo un candidato appetibile agli occhi di una ragazza come Sara/Ambra (o di ogni altra ragazza la cui vista sia funzionante). Non è, comunque, solo un fatto estetico. Jacopo è un'ameba impacciata e noiosa, ridicolo quando punta i piedi e imbarazzante quanto tenta l'approccio romantico. Definirlo pasticcione è fargli un complimento. E non sto nemmeno prendendo in considerazione il fattore jella-per-tutte.
La scontatezza e la superficialità che caratterizzano questo prodotto su tutti i fronti va ben oltre il consentito ad una commedia - seppur nostrana - dei nostri giorni, anche se copiata! Chiunque compaia sullo schermo è una macchietta e i temi portanti del racconto sono - udite udite! - l'amore vero e che lavorare sodo prima o poi premia sempre! Per non dire, poi, che i 'cattivi' finiranno per essere smascherati...
Insomma, è evidente che il carattere innovativo di questo remake fotocopia stia solo nel fatto di aver gentilmente concesso la paternità dell'opera ai creatori di "La Chance de ma Vie", evitando un silenzio che avrebbe altrimenti destato sospetti (in quanti film sulla sfiga compare una cicogna, per esempio?). Il risultato italiano, però, è imbarazzante - e non è che l'originale fosse esattamente un capolavoro, intendiamoci -, scontato e di una banalità che mi ha colpito. La contestualizzazione finto-intellettualoide sia di Jacopo che di Sara passa solo attraverso il loro guardaroba nerd, quella che dovrebbe essere la Miranda Priestly italiana è una volgarissima imitazione inconsistente interpretata da un paio di labbra di Anna Galiena e il risultato finale riesce ad essere stucchevole e insopportabile. Brutto e insignificante, manca il perché. Ovvero: perché si è decisi di portarlo sullo schermo.
Ma sì, lo so, lo so. I soldi (al momento l'incasso ammonta a € 3.920.955).
Consigli: Meglio guardare l'originale da cui è tratto. L'idea che sta alla base della storia è anche carina, ma qui viene resa becera e sciocca. Ok che è un film senza pretese, ma non dargli nemmeno la chance di avere una ragione per esistere è grave. Brutto e inutile.
Parola chiave: Iella.

Trailer

Bengi

Film 632 - Millennium: Uomini che odiano le donne

Avevo comprato il dvd perché in promo circa un anno fa, poi lo avevo riposto nella libreria in attesa di un buon momento per dare una chance a questo remake dell'originale svedese di soli due anni prima. Ad Hollywood sono sempre più a secco di idee?

Film 632: "Millennium: Uomini che odiano le donne" (2011) di David Fincher
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Niente di questa storia mi era noto. Avevo visto solo qualche immagine promozionale tratta da entrambe le produzioni, ma non sapevo né di cosa trattasse il libro né immaginavo possibili sviluppi. Le uniche notizie a riguardo erano i nomi delle due protagoniste che hanno interpretato Lisbeth Salander (Noomi Rapace e Rooney Mara che per il ruolo ha ricevuto una nomination all'Oscar) e Fincher, qui alla regia, che aveva chiamato nuovamente a collaborare con lui alcuni dei 'tecnici' di "The Social Network" tra cui Trent Reznor e Atticus Ross per le musiche che, in quel film, non mi erano per niente piaciute (ma loro ci hanno vinto un Oscar). Ero un po' dubbioso in generale.
La mia iniziale titubanza nei confronti di questo titolo è svanita quasi subito. Per quanto per una buona parte della storia non si capisca bene dove si voglia andare a parare (ma quindi Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander come fanno ad incontrarsi? Si incontreranno?), si rimane comunque rapiti dalla trama e dai personaggi magnetici, incorniciati in scenari nordici cupi, freddi e maledettamente affascinanti.
Se devo sbilanciarmi sull'impressione generale che ho avuto, devo dire che secondo me "The Girl with the Dragon Tattoo" ha perfettamente trovato la sua dimensione: riusce a distinguersi dai tanti altri prodotti crime-drama-mistery grazie ad una storia ben architettata ed interessantissima, una protagonista tanto strana quanto affascinante e un James Bond finalmente umano. Sono questi tre aspetti ad essere (con)vincenti. Immagino il libro di Stieg Larsson debba essere una bomba se questa ne è la trasposizione cinematografica.
Per quanto riguarda i toni e lo stile della regia - non del montaggio! - ho trovato qualche somiglianza con il film di Polanski "L'uomo nell'ombra" con cui condivide i colori freddi e il senso di solitudine trasmesso dal paesaggio, oltre che una vena di mistero veicolata da indagini sull'oscuro passato di una famiglia potente. 

Fincher conduce in modo funzionale a raccontare le vicende che intersecano i due protagonisti alla famiglia Vanger, capace di custodire un mistero per anni senza porsi troppo il problema della verità. Christopher Plummer è il carismatico capofamiglia che ingaggerà i servizi di Blomkvist per indagare a proposito della scomparsa della giovane nipote durante un ritrovo di famiglia avvenuto quattro decadi prima. Per come presenta i suoi parenti e da cosa suggeriscono le sue condizioni di salute, non si è naturalmente portati a dargli totale fiducia, ma saprà mostrare le sue prove. Da questo incipit e dal successivo arrivo di Lisbeth ad aiutare partirà un indagine che metterà a setaccio l'esistenza della famiglia e dell'intera comunità a cui appartiene per tentare di scoprire se un assassino ci sia (stato) effettivamente. Parallelamente a questo tema, la trama ne proporrà numerosi altri che aumenteranno l'appeal di tutto il film (passato di Lisbeth e suo "rapporto" col tutore, scandalo legato all'attività giornalistica di Blomkvist, rapporto che si instaura tra i due protagonisti, ...) che, nel finale, dovrà dare una risposta alle molte questioni tirate in ballo dagli snodi della trama.
Il risultato finale è un thriller a tinte noir davvero ben riuscito. A differenza del precedente "Zodiac" - piuttosto lento -, Fincher riesce a dare dinamismo ad una storia ambientata in una apparente staticità dettata dal tempo e dall'ambiente apparentemente immutabile e immutato. Una volta che i primi dettagli cominciano a dare senso alle ipotesi, il racconto spinge definitivamente sull'acceleratore fino a condurre a un finale che dà finalmente voce all'ipotesi già balenata nella mente dello spettatore.
Suggestivo, intrigante e sinceramente ben recitato.
Ps. 5 candidature agli Oscar 2012, un premio vinto per il montaggio e $232,617,430 di incasso mondiale.
Pps. Il capitolo successivo della saga, "La ragazza che giocava con il fuoco", è stato appena messo in produzione; mancano ancora una data di uscita e un regista. Le produzioni svedesi che hanno portato sullo schermo i due capitoli seguenti della saga di Stieg Larsson hanno avuto un discreto successo commerciale mondiale rispetto al primo film e, nonostante tutto, nemmeno questo remake americano ha avuto un introito clamoroso al box office. Riuscirà la versione americana di "The Girl Who Played with Fire" a fare meglio?
Consigli: Bello e, se ci si lascia condurre dalla trama, anche coinvolgente. Ci sono segreti di famiglia, sparizioni, violenza e abusi, investigazioni e scandali editoriali, oltre che una magnetica protagonista femminile in stile punk e assolutamente anticonformista. Un film che è stato davvero una piacevole sorpresa. Lo rivredò sicuramente.
Parola chiave: Wennerström.

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Bengi

martedì 10 dicembre 2013

Film 631 - Thor: The Dark World

Finita la reclusione forzata, subito al cinema!

Film 631: "Thor: The Dark World" 3D (2013) di Alan Taylor, James Gunn
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Questo secondo episodio è, a mio avviso, meglio del primo "Thor" di Branagh: meno pretese drammatico-attoriali e una resa più vicina al franchise che Thor rappresenta, ovvero il cinema nella sua forma più commerciale possibile.
Abbandonata una ricerca iconografica francamente un po' fuori luogo, in questo "Thor: The Dark World" si torna a raccontare quello che il pubblico vuole vedere se sceglie un film sui supereroi, ossia l'azione. Thor vola e distrugge, le da e le prende, si scontra con ogni genere di creatura e i suoi compagni con lui. Francamente credo fosse ora. Anche perché, diciamocelo, Chris Hemsworth ha certo il physique du rôle, ma la sua stazza massiccia non è esattamente proporzionale alle sue capacità recitative e la possibilità di ripetere l'iniziale inerzia del personaggio che si è vista nel primo capitolo non mi faceva ben sperare rispetto a questo secondo progetto (pure in 3D, tra l'altro!). E invece mi sbagliavo.
Il parallelismo dei mondi di Thor e Jane Foster/Natalie Portman, l'inusuale arma del protagonista, la dominante figura del fratell(astr)o Loki/Tom Hiddleston sono tutti elementi che fanno di "Thor" un prodotto atipico rispetto a ciò che siamo abituati a vedere per quanto riguarda l'universo dei supereroi e, soprattutto, la loro trasposizione cinematografica. Eppure questa volta tutto funziona abbastanza bene e, senza troppa fisica incomprensibile o shakespeariane rivendicazioni di potere, la trama è libera di calare in maniera fluida i suoi assi nella manica. Tantissima la carne al fuoco per 112 minuti belli densi (questa volta i cattivi sono gli Elfi oscuri, ma anche Jane saprà mettersi nei casini).
Nonostante i nemici - e in generale la variegazione dei mondi - sia piuttosto vicina a quella vista di recente nella saga di "Star Trek" di J.J. Abrams, ciò non disturba più di tanto e, in fin dei conti, questo film si lascia vedere tranquillamente. Ha i suoi momenti divertenti, un sacco di effetti speciali ben fatti e un crescendo di tensione nel finale che vale la pena di essere visto (si spaccherà tutto!).
Unico punto che mi ha rattristato è vedere come il ruolo già piccolo della madre Frigga/Rene Russo, sia stato sacrificato per un atto eroico, sì, ma che poteva vedere forse un finale diverso. Non è che Rene abbia avuto molti ruoli cinematografici nell'ultimo decennio, almeno questa particina gliela si poteva anche lasciare poveretta...
Comunque "Thor: The Dark World" mi ha sorpreso perché mi è piaciuto e, soprattutto, ha saputo intrattenermi meglio del suo predecessore (il che mi ha stupito). E' spassoso e capace di equilibrare bene tutti i suoi numerosi elementi (tanti personaggi, tante location, tanti effetti speciali, tante cose da raccontare, ...). Divertente.
Ps. Ad oggi la pellicola ha incassato $610,340,000 nel mondo. Il primo episodio ne incassò $449,326,618.
Film 411 - The Avengers
Film 808 - The Avengers
Film 930 - Avengers: Age of Ultron
Film 932 - Avengers: Age of Ultron
Film 1177 - Avengers: Age of Ultron
Film 695 - Captain America - Il primo vendicatore
Film 814 - Captain America: The Winter Soldier
Film 1156 - Captain America: Civil War
Film 268 - Thor
Film 1191 - Thor
Film 1193 - Thor: The Dark World
Film 543 - Iron Man 2
Film 676 - Iron Man 3
Film 1004 - Ant-Man
Film 1195 - Ant-Man
Consigli: Se è piaciuto il primo o se è piaciuto "The Avengers" è certamente il caso di vedersi anche questo. E' un prodotto spassoso e intrattiene a dovere lo spettatore. La Portman è bellissima, Heimdall/Idris Elba è un personaggio interessante e Loki di Hiddleston è veramente uno stronzo simpatico.
Parola chiave: Aether.

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Bengi

lunedì 9 dicembre 2013

Film 630 - World War Z

Cineforum dell'incidentato capitolo XVI - capitolo finale: una bella epidemia mondiale ti fa capire che a due settimane dall'incidente in effetti stai meglio.

Film 630: "World War Z" (2013) di Marc Forster
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Pellicola fatta di grandi numeri ($190 milioni di budget), grandi location (il mondo), grandi catastrofi (un'epidemia di un virus che rende le persone zombie) e un solo grande nome in tutto il cast (Brad Pitt).
"World War Z" è un film caotico e rumorosissimo, incasinato e con la tendenza a focalizzarsi su qualsiasi cosa venga o verrà distrutta. Gli effetti speciali in questo sono necessariamente fondamentali e, infatti, non riescono a non farla da padrone. Anche se, va detto, il risultato finale non è per nulla male. 

Lungo quanto basta per sembrare eterno (divertimento, se piace il genere), questo film ha quella rara capacità di sembrare sempre impossibile a concludersi. Cambiano gli scenari, i Paesi, gli alleati coprotagonisti di Brad e, sempre, tu spettatore non puoi fare a meno di chiederti quando cavolo sarà trovata la cura per il maledetto virus. Eppure il film dura 116 normalissimi minuti.
La scena top e al contempo più assurda, che riesce a fermare il cuore a chi guarda è certo quella sull'aereo dove il povero Brad-salva-il-mondo e la sua nuova amica col moncherino si ritrovano ad alta quota a dover fronteggiare l'ennesimo attacco zombie - ogni persona morsa da uno zombie diventa zombie a sua volta - che, causa location, sembrerebbe impossibile da fronteggiare. Sembrerebbe. Già, perché Brad farà "atterrare" l'aereo. E se prima avevate paura di volare...
In ogni caso si può dire che "World War Z" è sorprendente da un punto di vista visivo, ha un certo ritmo e un buon montaggio serrato. La presenza di Brad Pitt non è esattamente necessaria, ma certo il nostro sempiterno eroe riesce ancora a reggere benissimo un intero film rimaneggiato al computer sulle sue solidissime spalle di ex Benjamin Button.
Il risultato globale è la realizzazione di uno scenario apocalittico mondiale, classico esempio di come il cinema possa permettersi di estremizzare un evento - nemmeno tanto plausibile - e portarlo ad un livello tanto grave da coinvolgere l'intero pianeta, riuscendo comunque ad affrontare il tutto dal punto di vista di un uomo che si tramuta in eroe e granitica certezza per la sua famiglia. Niente di quello che si vede in questo film presenta delle originalità - forse solo l'antidoto al virus -, però bisogna dire che questo prodotto commercialissimo funziona bene, intrattiene benissimo e, per di più, se piace il genere non faticherà a diventare uno dei titoli preferiti.
Ps. Le location sparse per il mondo hanno reso necessario selezionare attori da un po' tutto il Globo. Tra i tanti volti sinceramente sconosciuti (anche se qualche americano c'è: David Morse e Matthew Fox, redivivo dopo "Lost"), qualcuno si riesce ad individuare: il tedesco Moritz Bleibtreu ("Lola corre", "The Experiment - Cercasi cavie umane") e, a sorpresissimissimissima, Pierfrancesco Favino (che ormai colleziona titoli anglofoni come i francobolli: "Una notte al museo", "Angeli e demoni", "Rush").
Pps. $540,007,876 di incasso mondiale e probabilmente qualche nomination tecnica agli Oscar per il sonoro e/o gli effetti speciali.
Consigli: E' un blockbuster dalle tine post-apocalittiche. Un virus, che sembrerebbe non aver alcun punto debole, decima buona parte della popolazione mondiale trasformandola in zombie.Come farà Brad a salvare la sua famiglia e il resto del mondo?
Se piace il genere - anche un po' horror/splatter - è un buon tipo di intrattenimento: leggero, velocissimo, facile da comprendere e, che non guasta, molto meglio dell'altro film 'all star' sui virus che infettano il mondo aka "Contagion".
Parola chiave: Malattia.

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Bengi

venerdì 6 dicembre 2013

Film 629 - Smiley

Cineforum dell'incidentato capitolo XV: vabbé, meglio non chiedersi troppo il perché abbia deciso di vederlo.

Film 629: "Smiley" (2012) di Joshua Michael Stern
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Marco
Pensieri: Truce. Ma nella sua accezione più contemporanea: becero, ridicolo, inutile, trash.
"Smiley" è tutto quello che un horror non dovrebbe fare, ovvero essere più in grado di far ridere che paura.
L'incipit è anche accattivante e disturbante, se vogliamo: scrivi tre volte una frase specifica sulla chat della persona con cui sei collegato in internet e il serial killer ribattezzato Smiley appare uccidendo la persona dall'altra parte dello schermo. Chi sia non si sa. Come faccia ad apparire sempre quando chiamato, anche. Un buon mistero splatter su cui indagare, diciamo.
Il film invece si concentra su dinamiche adolescenziali di ampia superficialità, abbozzando una caratterizzazione dei personaggi che non va mai oltre uno stereotipo riconoscibile e usurato. Un carnet umano banalissimo, dialoghi scritti da un bambino di 6 anni e una recitazione che fa pietà. La non tanto sconosciuta protagonista Caitlin Gerard ("The Social Network", "Magic Mike") è tanto brava a recitare quanto Manuela Arcuri e regge in maniera pessima le poche sfide recitative richieste dal copione. Farà la fine che si merita.
Insomma questo "Smiley" è proprio un prodotto inutile e brutto, incapace anche solo di ricreare quell'atmosfera intrigante vista, per esempio, in un'altra pellicola sulle leggende metropolitane, "Urban Legend" (che già non è certo un capolavoro...). Sì, ci sono momenti di tensione sporadici, ma il tutto è rovinato dall'imbarazzante messa in scena generale e dall'incapacità della sceneggiatura di concentrarsi sulla figura del serial killer, dei suoi disturbi e sul suo modo di agire, presentando invece lo psicodramma di una ragazzina agitata e credulona. Il tutto, poi, è assolutamente prevedibile e privo di un qualunque margine di originalità.
Per dimostrare quanto tutto ciò sia frutto di una disperazione generale, basti pensare che due tra i protagonisti principali sono attori che, per un po', hanno goduto di una certa fama grazie a serie tv famossissime, ma con ormai carriere in declino inesorabile: Liza Weil ("Una mamma per amica") e Roger Bart ("Desperate Housewives").
Consigli: Pessimo esempio di film horror tra splatter e urban legend. Può valere la visione solo se si è interessati a verificare quanto sia mal realizzato, banale e, passatem iil termine, poraccio.
Parola chiave: I did it for lulz.

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Bengi