Intro: Ci è stata prestata una tv con lettore dvd incorporato e, naturalmente, tutta una serie di dvd da vedere. Abbiamo deciso di cominciare con questo film, sempre per continuare a riscoprire la carriera di Leo, senza contare che ci sembrasse giusto iniziare omaggiando il paese che ci ospita…
Film 1486: "Romeo + Juliet" (1981) di Baz Luhrmann
Visto: dalla tv di Tracey
Lingua: inglese
Compagnia: Fre
In sintesi: detto tra noi, non ho capito una mazza. La pellicola propone la famosissima storia di “Romeo e Giulietta” made in Shakespeare adattandola al contesto modero. L’idea è interessante, peccato che i dialoghi siano quelli originali, per noi anche in inglese e senza sottotitoli (che anche ci fossero, non sappiamo mettere, la tv non ha il telecomando). Dire che ho capito poco è un eufemismo e ringrazio ancora di conoscere già la storia, altrimenti non so come ne sarei uscito da questa visione. Che, tra parentesi, non è stata comunque semplice. Il film è abbastanza pesante e anche se esce tantissimo l’anima istrionica di Baz Luhrmann, la verità è che si ha più spesso la sensazione di assistere a un film strano che a uno bello, specialmente all’inizio. Le belle scenografie e i pazzi costumi non mancano di sorprendere e colorare l’atmosfera, ma il risultato finale in ogni caso quantomeno complesso; .
DiCaprio ha ancora l’aura da ragazzino e fa un po’ impressione vederlo in mezzo a questi omoni armati e scazzottanti. Perfino l’amico en travesti e più macho di lui. Ma non conta, Leo era presente per dar sfoggio della sua anima dandy e sicuramente qui molto impegnata, tra un verso e l’altro di nientemeno che uno Shakespeare. Non è male, è già bravo, rimane però l’effetto leggermente straniante. Claire Danes è sempre brava, anche lei molto acerba; .
il risultato finale è folleggiante, caotico e molto frenetico. La ricontestualizzazione moderna ha il suo perché e la sceneggiatura la sfrutta a dovere, sottolineando il potere dei media, la ferocia della cieca violenza, l’immobilità dell’ostinazione nei confronti di vecchie abitudini. A parte questo, “Romeo + Juliet” è stato arduo da digerire.
Cast: Leonardo DiCaprio, Claire Danes, Brian Dennehy, John Leguizamo, Pete Postlethwaite, Paul Sorvino, Diane Venora, Harold Perrineau, Paul Rudd.
Box Office: $147.5 milioni
Vale o non vale: per i fan di Leo o di Lurman è certamente un must see. Per gli altri può essere un optional.
Premi: Candidato all'Oscar per la scenografia e a 7 BAFTA (vincitore per la regia, sceneggiatura, scenografia e musica)
Parola chiave: Amore.
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Bengi
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giovedì 12 aprile 2018
Film 1486 - Romeo + Juliet
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venerdì 20 gennaio 2017
Film 1285 - West Side Story
Non lo avevo mai visto e, francamente, era davvero ora di recuperare!
Film 1285: "West Side Story" (1961) di Jerome Robbins, Robert Wise
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Il ricordo più intenso ed incisivo, nonché il primo, su questo film deriva dalla mia giovanile esperienza universitaria al DAMS, nello specifico dal corso di Storia del cinema. Tra gli approfondimenti a piacere scelsi, nell'ormai lontano 2007, "Introduzione al cinema di Hollywood" di Franco La Polla, una lettura che spesso mi torna alla mente nonostante gli ormai 10 anni passati dall'occasione di studio.
L'opinione di La Polla è piuttosto inequivocabile: "West Side Story" è il musical che negli anni '60 ha ucciso il genere del musical. Lo cito, così da fugare ogni perplessità:
Negli anni queste parole sono rimaste dentro di me, più che altro a solleticare la curiosità e un certo sano scetticismo nei confronti di una convinzione tanto radicale quanto certamente provocatoria. Rimaneva la necessità di un'opinione personale da affiancare a un parere tanto radicale quanto importante.
Dato che le parole di La Polla le sono andate volutamente a rileggere solo oggi, da un certo punto di vista mi fa piacere constatare che qualcuna tra le cose scritte da lui emerge anche dai miei appunti sul film. Niente di così elaborato, per carità. Tra le cose che ho notato durante la visione, sicuramente le belle riprese dall'alto che esaltano i numeri di danza, oltre che certe scelte registiche interessanti che, attraverso movimenti eclatanti di macchina (come gli sguardi diretti in camera o le chiusure dei numeri più sincopati), conferiscono alla pellicola un approccio moderno. Detto questo, la maggior parte delle volte ho trovato, però, che le riprese fossero meno dinamiche di quanto mi sarei aspettato e più semplicemente una sorta di avanti e indietro in carrellata, a dare un ritmo "musicale" direttamente attraverso la ripresa della scena, invece che tramite le scelte del montaggio. Oggi a mio avviso è più quest'ultimo a costruire il senso del ritmo di un'opera cinematografica nel suo complesso.
Al di là di questo, "West Side Story" mi ha coinvolto a fasi alterne. Il ritmo è altalenante e la storia si prende davvero molto tempo per girare attorno a quelli che saranno gli snodi principali del film, per cui inizialmente ho un po' faticato ad ingranare. Certe scelte di cast - in un'epoca in cui ad Hollywood le parti etniche erano solo un po' di lavoro in più per trucco e maestri di dizione e le esigenze di un ruolo qualcosa in secondo piano rispetto al richiamo del nome illustre - non mi hanno davvero convinto e tutto quel cerone per rendere più scuri alcuni degli attori mi ha più volte distratto. Per entrare maggiormente nello specifico, sono sicuro che qualcuno più adatto di Natalie Wood nei panni di Maria (e che magare potesse anche cantare) si potesse trovare e George Chakiris non mi è sembrato davvero così in parte da meritarsi un Oscar (senza contare il fatto che è di origini greche, non ispaniche). La vera "regina" di questa storia è la fantastica Anita, ovvero una strepitosa e magnetica Rita Moreno che canta e balla come un'indemoniata e nella cui grinta ho ritrovato una sorta di antesignana e molto più raffinata Nicki Minaj. Senza contare che l'attrice è nata a Humacao, Porto Rico.
Per quanto riguarda le canzoni, invece, alcune sono davvero belle ("America" la più incisiva, il momento della sfida di ballo tra le bande rivali nella sala da ballo è stupendo) e capaci di comunicare lo stato d'animo dei personaggi e gli sviluppi narrativi attraverso i loro versi. Non a caso si tratta di un adattamento cinematografico di un musical (di Broadway), dove la necessità di far progredire la narrazione prevede l'utilizzo delle canzoni non solo come strumento di intrattenimento, ma di vero e proprio dialogo e racconto. In questo è piuttosto evidente la genialità dei testi, i quali sfruttano brillantemente le strofe per dipingere un quadro della situazione che non si limita alla sola storia, ma include anche il contesto sociale in cui i personaggi sono immersi: un elemento ben sviluppato e vincente di "West Side Story" e credo uno di quelli che ho preferito in assoluto.
In definitiva, comunque, la visione di questo film è stata il dovuto completamento di un puzzle dal pezzo mancante che, però, non mi ha del tutto soddisfatto. La fredda frigidità di Natalie Wood mi ha infastidito, il pesante "trucco portoricano" è fastidioso e certi passaggi si sarebbero potuti sforbiciare ampiamente (di certo l'overture è saltabile e i titoli di coda sembrano belli all'inizio, ma alla lunga sembrano solo interminabili). Pure, ho amato Rita Moreno (cui certamente ora so spettare l'Oscar vinto), i bellissimi costumi e le straordinarie scenografie e coreografie pensate per balli che sembrano immaginati per un numero infinito di ballerini. Non so se "West Side Story" abbia decretato la definitiva dipartita del genere musical - sono curioso di vedere cosa ha in serbo "La La Land" -, a me sembra che nonostante tutto sia un titolo capace ancora oggi di attrarre il non facile status di culto, per cui preferisco evitare estremismi. Per quanto mi riguarda non è stata una pellicola sconvolgente, pur riuscendo per certi aspetti a rimanermi impresso. Mi aspettavo altro e certamente sono stato influenzato e "deviato" dal background di genere che mi sono costruito negli anni ("Into the Woods", "Nine", "Evita", "Sweeney Todd", "Come d'incanto", "8 donne e un mistero", "Cry Baby", "Chicago" e ovviamente quei capolavori che sono "Nightmare Before Christmas" e "Moulin Rouge!" oltre che chissà quali altri titoli che ora non ricordo), in ogni caso recuperarlo è stata la scelta giusta per farmi finalmente un'idea su questa porzione di storia del cinema americano.
Ps. 11 candidature agli Oscar del 1962 e 10 premi vinti: Miglior film, regia (per la prima volta andato a due persone), attore e attrice non protagonisti, fotografia, costumi, scenegorafie, sonoro, montaggio e colonna sonora. L'unico a perdere fu Ernest Lehman per la sceneggiatura non originale che, quell'anno, andò a Abby Mann per "Vincitori e vinti".
Cast: Natalie Wood, Richard Beymer, Rita Moreno, George Chakiris, Russ Tamblyn, Simon Oakland, Ned Glass, William Bramley.
Box Office: $43.7 milioni
Consigli: Una pellicola che vince 10 premi Oscar, tra cui Miglior film, diciamocelo: va vista. Se si ama il cinema, credo che la scelta prima o poi sia come obbligata, se si amano i musical o titoli d'epoca ancora di più. Le gigantesche scenografie permettono una libertà di movimento che spinge i numeri musicali ad osare e confrontarsi con un numero inusualmente alto di persone, il che li rende davvero d'effetto (e il corpo di ballo che non si risparmia). Certo, non è una scelta buona per ogni occasione sia perché si tratta di un prodotto musicale che si esprime anche attraverso la musica, sia perché dura due ore e mezza belle piene. Insomma, serve il momento buono.
Parola chiave: Bande rivali.
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#HollywoodCiak
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Film 1285: "West Side Story" (1961) di Jerome Robbins, Robert Wise
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Il ricordo più intenso ed incisivo, nonché il primo, su questo film deriva dalla mia giovanile esperienza universitaria al DAMS, nello specifico dal corso di Storia del cinema. Tra gli approfondimenti a piacere scelsi, nell'ormai lontano 2007, "Introduzione al cinema di Hollywood" di Franco La Polla, una lettura che spesso mi torna alla mente nonostante gli ormai 10 anni passati dall'occasione di studio.
L'opinione di La Polla è piuttosto inequivocabile: "West Side Story" è il musical che negli anni '60 ha ucciso il genere del musical. Lo cito, così da fugare ogni perplessità:
E infine il film che fu salutato come il rinnovamento quando in realtà era giunto a sotterrare il genere, West Side Story («West Side Story», 1961) di Robert Wise.
Variazione sul tema di Giulietta e Romeo, la pellicola può vantare le belle coreografie di Jerome Robbins, ma non molto di più. Il problema è che nel mondo onirico del musical non c'è posto per i problemi sociali e sociologici. [...] sarà bene ricordare che anche più del teatro musicale il musical cinematografico affida il suo fascino alla componente eufemistica delle sue storie e della sua costruzione sia scenografica che coloristica. Affossare quest'ultima significa affossare il musical. Intendiamoci, non esiste alcun colpevole, si tratta soltanto di un diverso modo di sentire che negli anni si è fatto strada e che ha portato il genere alla sua consunzione nei termini in cui esso era noto e caro alle platee. Nel caso di West Side Story, poi, la bontà dei numeri di danza è indiscutibile, ma lo è altrettanto la loro secondarietà rispetto agli intenti primari del film, vale a dire il racconto di una storia d'amore e di morte. Già questo secondo elemento è alquanto inusitato nel panorama del musical classico, ma se vi si aggiunge anche una problematica sociale quale quella dell'emarginazione giovanile, è evidente che ci si trova davanti a un oggetto di natura a dir poco ambigua. Ne esce un'opera dove le convenzioni sceniche e drammaturgiche, tipiche del musical, diventano manierismo (La Polla, p. 141).
Negli anni queste parole sono rimaste dentro di me, più che altro a solleticare la curiosità e un certo sano scetticismo nei confronti di una convinzione tanto radicale quanto certamente provocatoria. Rimaneva la necessità di un'opinione personale da affiancare a un parere tanto radicale quanto importante.
Dato che le parole di La Polla le sono andate volutamente a rileggere solo oggi, da un certo punto di vista mi fa piacere constatare che qualcuna tra le cose scritte da lui emerge anche dai miei appunti sul film. Niente di così elaborato, per carità. Tra le cose che ho notato durante la visione, sicuramente le belle riprese dall'alto che esaltano i numeri di danza, oltre che certe scelte registiche interessanti che, attraverso movimenti eclatanti di macchina (come gli sguardi diretti in camera o le chiusure dei numeri più sincopati), conferiscono alla pellicola un approccio moderno. Detto questo, la maggior parte delle volte ho trovato, però, che le riprese fossero meno dinamiche di quanto mi sarei aspettato e più semplicemente una sorta di avanti e indietro in carrellata, a dare un ritmo "musicale" direttamente attraverso la ripresa della scena, invece che tramite le scelte del montaggio. Oggi a mio avviso è più quest'ultimo a costruire il senso del ritmo di un'opera cinematografica nel suo complesso.
Al di là di questo, "West Side Story" mi ha coinvolto a fasi alterne. Il ritmo è altalenante e la storia si prende davvero molto tempo per girare attorno a quelli che saranno gli snodi principali del film, per cui inizialmente ho un po' faticato ad ingranare. Certe scelte di cast - in un'epoca in cui ad Hollywood le parti etniche erano solo un po' di lavoro in più per trucco e maestri di dizione e le esigenze di un ruolo qualcosa in secondo piano rispetto al richiamo del nome illustre - non mi hanno davvero convinto e tutto quel cerone per rendere più scuri alcuni degli attori mi ha più volte distratto. Per entrare maggiormente nello specifico, sono sicuro che qualcuno più adatto di Natalie Wood nei panni di Maria (e che magare potesse anche cantare) si potesse trovare e George Chakiris non mi è sembrato davvero così in parte da meritarsi un Oscar (senza contare il fatto che è di origini greche, non ispaniche). La vera "regina" di questa storia è la fantastica Anita, ovvero una strepitosa e magnetica Rita Moreno che canta e balla come un'indemoniata e nella cui grinta ho ritrovato una sorta di antesignana e molto più raffinata Nicki Minaj. Senza contare che l'attrice è nata a Humacao, Porto Rico.
Per quanto riguarda le canzoni, invece, alcune sono davvero belle ("America" la più incisiva, il momento della sfida di ballo tra le bande rivali nella sala da ballo è stupendo) e capaci di comunicare lo stato d'animo dei personaggi e gli sviluppi narrativi attraverso i loro versi. Non a caso si tratta di un adattamento cinematografico di un musical (di Broadway), dove la necessità di far progredire la narrazione prevede l'utilizzo delle canzoni non solo come strumento di intrattenimento, ma di vero e proprio dialogo e racconto. In questo è piuttosto evidente la genialità dei testi, i quali sfruttano brillantemente le strofe per dipingere un quadro della situazione che non si limita alla sola storia, ma include anche il contesto sociale in cui i personaggi sono immersi: un elemento ben sviluppato e vincente di "West Side Story" e credo uno di quelli che ho preferito in assoluto.
In definitiva, comunque, la visione di questo film è stata il dovuto completamento di un puzzle dal pezzo mancante che, però, non mi ha del tutto soddisfatto. La fredda frigidità di Natalie Wood mi ha infastidito, il pesante "trucco portoricano" è fastidioso e certi passaggi si sarebbero potuti sforbiciare ampiamente (di certo l'overture è saltabile e i titoli di coda sembrano belli all'inizio, ma alla lunga sembrano solo interminabili). Pure, ho amato Rita Moreno (cui certamente ora so spettare l'Oscar vinto), i bellissimi costumi e le straordinarie scenografie e coreografie pensate per balli che sembrano immaginati per un numero infinito di ballerini. Non so se "West Side Story" abbia decretato la definitiva dipartita del genere musical - sono curioso di vedere cosa ha in serbo "La La Land" -, a me sembra che nonostante tutto sia un titolo capace ancora oggi di attrarre il non facile status di culto, per cui preferisco evitare estremismi. Per quanto mi riguarda non è stata una pellicola sconvolgente, pur riuscendo per certi aspetti a rimanermi impresso. Mi aspettavo altro e certamente sono stato influenzato e "deviato" dal background di genere che mi sono costruito negli anni ("Into the Woods", "Nine", "Evita", "Sweeney Todd", "Come d'incanto", "8 donne e un mistero", "Cry Baby", "Chicago" e ovviamente quei capolavori che sono "Nightmare Before Christmas" e "Moulin Rouge!" oltre che chissà quali altri titoli che ora non ricordo), in ogni caso recuperarlo è stata la scelta giusta per farmi finalmente un'idea su questa porzione di storia del cinema americano.
Ps. 11 candidature agli Oscar del 1962 e 10 premi vinti: Miglior film, regia (per la prima volta andato a due persone), attore e attrice non protagonisti, fotografia, costumi, scenegorafie, sonoro, montaggio e colonna sonora. L'unico a perdere fu Ernest Lehman per la sceneggiatura non originale che, quell'anno, andò a Abby Mann per "Vincitori e vinti".
Cast: Natalie Wood, Richard Beymer, Rita Moreno, George Chakiris, Russ Tamblyn, Simon Oakland, Ned Glass, William Bramley.
Box Office: $43.7 milioni
Consigli: Una pellicola che vince 10 premi Oscar, tra cui Miglior film, diciamocelo: va vista. Se si ama il cinema, credo che la scelta prima o poi sia come obbligata, se si amano i musical o titoli d'epoca ancora di più. Le gigantesche scenografie permettono una libertà di movimento che spinge i numeri musicali ad osare e confrontarsi con un numero inusualmente alto di persone, il che li rende davvero d'effetto (e il corpo di ballo che non si risparmia). Certo, non è una scelta buona per ogni occasione sia perché si tratta di un prodotto musicale che si esprime anche attraverso la musica, sia perché dura due ore e mezza belle piene. Insomma, serve il momento buono.
Parola chiave: Bande rivali.
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martedì 9 aprile 2013
Film 528 - Shakespeare in Love
Imprevista visione di una pellicola ormai diventata un classico del suo genere: la trasmettevano in tv e, con Leoo, ci siamo incantati a guardarla. Non tanto per il film in sé (forse), ma più per la stanchezza dell'intera giornata passata a girovagare per Cremona.
Film 528: "Shakespeare in Love" (1998) di John Madden
Visto: dalla tv dell'albergo
Lingua: italiano
Compagnia: Leoo
Pensieri: Non mi è mai stato chiaro perchè "Shakespeare in Love" abbia ottenuto tanto successo. Non è un film orrendo, ma non è nemmeno quel capolavoro che i 7 premi Oscar vinti e le 13 nomination totali sembrerebbero suggerire. Gwyneth Paltrow porta a casa una delle statuette più regalate di sempre, con un ruolo che ho sempre trovato piuttosto insipido, battendo Cate Blanchett e Meryl Streep. Facciamoci qualche domanda.
Il film in generale non si può certamente dire che sia brutto, ma mi sembra ci si sia troppo lanciati in premiazioni ed elogi, quando nella realtà è una pellicola normale, senza infamia e senza lode, che però non può rappresentare l'eccellenza dell'anno 1999 a mio parere.
Ciò detto, trovo sempre pungente e arguta l'interpretazione di Judi Dench nei panni di Elisabetta I (Oscar come non protagonista) e divertente Imelda Staunton nel ruolo della balia premurosa e pacioccona. Fastidiosa, invece, la voce del doppiatore italiano di Shakespeare/Joseph Fiennes che riesce sempre a rovinarmi i film in cui la trovo.
Di contorno, una serie di volti molto noti del cinema americano e non: Colin Firth, Ben Affleck, Rupert Everett, Tom Wilkinson e il sempre bravo Geoffrey Rush (ma il suo personaggio non mi piace).
In generale, quindi, mi rendo perfettamente conto che questo "Shakespeare in Love" non ha nulla di male che non sia il non essere meritevole (ai miei occhi) di tutti gli elogi ricevuti. Ma, a parte questo giudizio personale, sono conscio del fatto che è un film carino, con dei bei costumi e delle belle scenografie, capace di portare lo spettatore in un'epoca affascinante che ha coinvolto l'Inghilterra. Ps. $289,317,794 di incasso mondiale e il successo planetario per la Paltrow.
Film 280 - Shakespeare in Love
Consigli: Carino e piacevole da guardare, ma non è un capolavoro. Rimane un piacevole modo per passare la serata in compagnia, oltre che per cercare di capire come Gwyneth sia riuscita a portarsi a casa l'Oscar come Miglior attrice protagonista a soli 27 anni.
Parola chiave: Mele renette.
Trailer
Bengi
Film 528: "Shakespeare in Love" (1998) di John Madden
Visto: dalla tv dell'albergo
Lingua: italiano
Compagnia: Leoo
Pensieri: Non mi è mai stato chiaro perchè "Shakespeare in Love" abbia ottenuto tanto successo. Non è un film orrendo, ma non è nemmeno quel capolavoro che i 7 premi Oscar vinti e le 13 nomination totali sembrerebbero suggerire. Gwyneth Paltrow porta a casa una delle statuette più regalate di sempre, con un ruolo che ho sempre trovato piuttosto insipido, battendo Cate Blanchett e Meryl Streep. Facciamoci qualche domanda.
Il film in generale non si può certamente dire che sia brutto, ma mi sembra ci si sia troppo lanciati in premiazioni ed elogi, quando nella realtà è una pellicola normale, senza infamia e senza lode, che però non può rappresentare l'eccellenza dell'anno 1999 a mio parere.
Ciò detto, trovo sempre pungente e arguta l'interpretazione di Judi Dench nei panni di Elisabetta I (Oscar come non protagonista) e divertente Imelda Staunton nel ruolo della balia premurosa e pacioccona. Fastidiosa, invece, la voce del doppiatore italiano di Shakespeare/Joseph Fiennes che riesce sempre a rovinarmi i film in cui la trovo.
Di contorno, una serie di volti molto noti del cinema americano e non: Colin Firth, Ben Affleck, Rupert Everett, Tom Wilkinson e il sempre bravo Geoffrey Rush (ma il suo personaggio non mi piace).
In generale, quindi, mi rendo perfettamente conto che questo "Shakespeare in Love" non ha nulla di male che non sia il non essere meritevole (ai miei occhi) di tutti gli elogi ricevuti. Ma, a parte questo giudizio personale, sono conscio del fatto che è un film carino, con dei bei costumi e delle belle scenografie, capace di portare lo spettatore in un'epoca affascinante che ha coinvolto l'Inghilterra. Ps. $289,317,794 di incasso mondiale e il successo planetario per la Paltrow.
Film 280 - Shakespeare in Love
Consigli: Carino e piacevole da guardare, ma non è un capolavoro. Rimane un piacevole modo per passare la serata in compagnia, oltre che per cercare di capire come Gwyneth sia riuscita a portarsi a casa l'Oscar come Miglior attrice protagonista a soli 27 anni.
Parola chiave: Mele renette.
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Bengi
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lunedì 18 luglio 2011
Film 280 - Shakespeare in Love
Quarto film della serie 'Regno Unito'.

Film 280: "Shakespeare in Love" (1998) di John Madden
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Michele
Pensieri: Facilotto e molto romanzato, questo è il film della 'serie' ad aver vinto più Oscar, 7 in tutto: miglior film, attrice protagonista (Gwyneth Paltrow), attrice non protagonista (Judi Dench), sceneggiatura, scenografia, costumi e musiche (musical o commedia). Curioso che questa pellicola si sia direttamente scontrata con l'"Elizabeth" di Kapur all'edizione del '99 (la stessa in cui ha vinto Benigni), strappandole - piuttosto ingiustamente, a mio avviso - tutte le statuette in cui i due film si 'scontravano', trane nella categoria miglior trucco.
Pensieri più articolati qui: Film 277 - 282.
Consigli: Leggerino e molto concentrato sulla questione amorosa, vale soprattutto per la spassosissima interpretazione della Dench come Elisabetta I, stesso ruolo storico per cui, nello stesso anno, Cate Blanchett era candidata come miglior attrice (perdendo) agli Oscar del 1999 per "Elizabeth".
Parola chiave: Romeo e Giulietta.
Trailer
Ric

Film 280: "Shakespeare in Love" (1998) di John Madden
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Michele
Pensieri: Facilotto e molto romanzato, questo è il film della 'serie' ad aver vinto più Oscar, 7 in tutto: miglior film, attrice protagonista (Gwyneth Paltrow), attrice non protagonista (Judi Dench), sceneggiatura, scenografia, costumi e musiche (musical o commedia). Curioso che questa pellicola si sia direttamente scontrata con l'"Elizabeth" di Kapur all'edizione del '99 (la stessa in cui ha vinto Benigni), strappandole - piuttosto ingiustamente, a mio avviso - tutte le statuette in cui i due film si 'scontravano', trane nella categoria miglior trucco.
Pensieri più articolati qui: Film 277 - 282.
Consigli: Leggerino e molto concentrato sulla questione amorosa, vale soprattutto per la spassosissima interpretazione della Dench come Elisabetta I, stesso ruolo storico per cui, nello stesso anno, Cate Blanchett era candidata come miglior attrice (perdendo) agli Oscar del 1999 per "Elizabeth".
Parola chiave: Romeo e Giulietta.
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Shekhar Kapur
venerdì 8 luglio 2011
Film 277 - 282
Questo è decisamente un esperimento. Tra gli ultimi giorni di Maggio e la prima metà di Giugno, ho guardato una serie di film che, per tematica, collocazione temporale, ambientazione, atmosfera, possono essere discussi quasi fossero un’unica entità. Il motivo di tale sequenziale lista di titoli si lega al week-end a Londra avvenuto oramai un mese e mezzo fa.

Film 277: "L'altra donna del re" (2008) di Justin Chadwick
Film 278: "Elizabeth" (1998) di Shekhar Kapur
Film 279: "Elizabeth: The Golden Age" (2007) di Shekhar Kapur

Film 280: "Shakespeare in Love" (1998) di John Madden
Film 281: "The Young Victoria" (2009) di Jean-Marc Vallée
Film 282: "Orgoglio e pregiudizio" (2005) di Joe Wright
Pensieri: Trascinato dalla cornice Londinese che non rivedevo ormai da un paio d'anni, mi è venuta voglia di approfondire meglio determinate tematiche 'locali', anche grazie all’aiuto del cinema. In questa ottica, quindi, raggruppo sei pellicole molto diverse fra loro, ma che in comune hanno la centralità della storia britannica, i suoi avvenimenti principali, i suoi Monarchi e le loro (vere e romanzate) avventure: 1 "L'altra donna del re" (ADR) 2 "Elizabeth" (E) 3 "Elizabeth: The Golden Age" (EGA) 4 "Shakespeare in Love" (SL) 5 "The Young Victoria" (YV) 6 "Orgoglio e pregiudizio" (OP).
Per forma, toni, accuratezza storica e genere cinematografico, questi 'magnifici sei' sono totalmente differenti. E, altrettanto, è diverso il mio giudizio su di loro.
E’ già noto, per esempio, che i due "Elizabeth" siano decisamente nelle mie ‘grazie’, avendone già parlato in precedenza (Film 51 - Elizabeth e Film 59 - Elizabeth: The Golden Age), tutto merito della bravissima Cate Blanchett, dei perfetti costumi e fotografia (nel caso di EGA) e dell’avvincente storia della Regina Elisabetta I (quella vera).
Meno - decisamente meno - incentrati sulla veridicità storica i due ADR e SL e molto confuso nella trama YV, troppo concentrato ad attenersi ai fatti accaduti per accorgersi che il risultato, oltre ad essere piuttosto banale, è poco chiaro in moltissimi passaggi. A parte, invece, OP che, essendo tratto dal libro della Austen, può al limite essere aderente alla trama del libro (ma non l’ho letto e non so dire).
Molto favorevoli, comunque, i miei giudizi su i due “Elizabeth” e OP - in cui la Knightley riceve la sua prima nomination all’Oscar - che presentano una buona messa in scena generale, soprattutto aiutata da una sceneggiatura solida. Pessimo, invece, ADR che, in un incastro alla “Beautiful” propone le vicissitudini di Enrico VIII dall’unica prospettiva del suo pene. La donna, qui incarnata nella figura delle due sorelle Bolena, oggetto contenitore per figli, seduce il suo Re sicura di potergli dare finalmente il tanto cercato maschio, ma si perde in litigi tra parenti che la usano al fine di arricchire le tasche della famiglia. Peccato che il risultato si avvicini di più a 'le mirabolanti avventure di letto del re fallocentrista’, piuttosto che una rivisitazione moderna della storia della monarchia britannica (che non ci fa nemmeno tanto una bella figura, a dirla tutta).
Male anche - come dicevo - YV che si perde nei bellissimi costumi (premio Oscar) e nelle atmosfere patinate, ma nel concreto presenta un quadro della storia tra la Regina Victoria e il suo futuro marito Albert piuttosto nebuloso e lento. L’ambiguità è dietro ogni personaggio, i dialoghi sono spesso non esplicativi rispetto a ciò che sta succedendo e si ha sempre la sensazione di non aver capito qualcosa o di aver perso un passaggio. Prima di vedere questa pellicola mi ero documentato sulla vita della Regina e, in effetti, sono riuscito a spiegarmi certi passaggi (come la ‘crisi della camera da letto’ o il nomignolo di ‘Signora Melbourne’ o ancora nel finale di certe prese di posizione di Albert) solamente perché ne avevo già letto in precedenza.
Via di mezzo, quasi trait d’uninon tra le pellicole che ho apprezzato e quelle di più difficile digestione, è stato SL, un filmetto eletto a migliore del 1999 con 7 Oscar portati a casa e una lunghissima schiera di ragazzine sbavanti per il Joseph Fiennes qui Shakespeare senza musa.
E’ un brutto film, primo della classe in nessuna delle categorie in cui è stato eletto migliore, ridicolo se paragonato a film che, in edizioni differenti, hanno vinto come migliore dell’anno (ne cito alcuni per rendere chiaro il concetto: "Fronte del porto", "Amadeus", "Million Dollar Baby", "Eva contro Eva", "Schindler's List" e non vorrei infierire oltre). Non è il peggiore dei sei che ho visto, ma si colloca sicuramente nella metà di cui non ho una buona opinione. Forse cercavo più aderenza storica o più interesse per la stessa Storia, ma qui l'unico interesse è favoleggiare sull'incontro tra lo scrittore e colei che gli avrebbe ispirato la tragedia di "Romeo e Giulietta" (nel film è Gwyneth Paltrow).
Nel complesso, comunque, devo dire che rivedere questi film (tutti visti almeno una volta precedentemente) mi ha soddisfatto in quanto sapevo perfettamente a cosa andassi incontro. Il desiderio di non abbandonare quelle atmosfere 'di palazzo', di giostrarmi tra un intrigo di corte e l'altro, di rivivere i fasti (e le cadute) dell'Impero Britannico è stato pienamente accontentato in un piacevolissimo giro di giostra tra pellicole che, sparse nell'ultimo decennio, hanno tentato di raccontare al loro meglio un universo che da sempre mi affascina e mi incuriosisce come nessun altro è mai riuscito a fare.
Consigli: Il criterio che ho seguito per guardare i film è stato seguire la linea temporale dei Monarca regnanti per assicurarmi, almeno, un minimo di aderenza storica temporale. E' interessante, tra l'altro, confrontare le due versione della Regina Elisabetta I interpretate sia da Cate Blanchett (per questo ruolo due volte candidata all'Oscar, sia da Judi Dench (lei, invece, Oscar vinto per una delle interpretazioni più brevi nella storia del cinema).
Parola chiave: Regno Unito.
#HollywoodCiak
Bengi

Film 277: "L'altra donna del re" (2008) di Justin ChadwickFilm 278: "Elizabeth" (1998) di Shekhar Kapur
Film 279: "Elizabeth: The Golden Age" (2007) di Shekhar Kapur

Film 280: "Shakespeare in Love" (1998) di John MaddenFilm 281: "The Young Victoria" (2009) di Jean-Marc Vallée
Film 282: "Orgoglio e pregiudizio" (2005) di Joe WrightPensieri: Trascinato dalla cornice Londinese che non rivedevo ormai da un paio d'anni, mi è venuta voglia di approfondire meglio determinate tematiche 'locali', anche grazie all’aiuto del cinema. In questa ottica, quindi, raggruppo sei pellicole molto diverse fra loro, ma che in comune hanno la centralità della storia britannica, i suoi avvenimenti principali, i suoi Monarchi e le loro (vere e romanzate) avventure: 1 "L'altra donna del re" (ADR) 2 "Elizabeth" (E) 3 "Elizabeth: The Golden Age" (EGA) 4 "Shakespeare in Love" (SL) 5 "The Young Victoria" (YV) 6 "Orgoglio e pregiudizio" (OP).
Per forma, toni, accuratezza storica e genere cinematografico, questi 'magnifici sei' sono totalmente differenti. E, altrettanto, è diverso il mio giudizio su di loro.
E’ già noto, per esempio, che i due "Elizabeth" siano decisamente nelle mie ‘grazie’, avendone già parlato in precedenza (Film 51 - Elizabeth e Film 59 - Elizabeth: The Golden Age), tutto merito della bravissima Cate Blanchett, dei perfetti costumi e fotografia (nel caso di EGA) e dell’avvincente storia della Regina Elisabetta I (quella vera).
Meno - decisamente meno - incentrati sulla veridicità storica i due ADR e SL e molto confuso nella trama YV, troppo concentrato ad attenersi ai fatti accaduti per accorgersi che il risultato, oltre ad essere piuttosto banale, è poco chiaro in moltissimi passaggi. A parte, invece, OP che, essendo tratto dal libro della Austen, può al limite essere aderente alla trama del libro (ma non l’ho letto e non so dire).
Molto favorevoli, comunque, i miei giudizi su i due “Elizabeth” e OP - in cui la Knightley riceve la sua prima nomination all’Oscar - che presentano una buona messa in scena generale, soprattutto aiutata da una sceneggiatura solida. Pessimo, invece, ADR che, in un incastro alla “Beautiful” propone le vicissitudini di Enrico VIII dall’unica prospettiva del suo pene. La donna, qui incarnata nella figura delle due sorelle Bolena, oggetto contenitore per figli, seduce il suo Re sicura di potergli dare finalmente il tanto cercato maschio, ma si perde in litigi tra parenti che la usano al fine di arricchire le tasche della famiglia. Peccato che il risultato si avvicini di più a 'le mirabolanti avventure di letto del re fallocentrista’, piuttosto che una rivisitazione moderna della storia della monarchia britannica (che non ci fa nemmeno tanto una bella figura, a dirla tutta).
Male anche - come dicevo - YV che si perde nei bellissimi costumi (premio Oscar) e nelle atmosfere patinate, ma nel concreto presenta un quadro della storia tra la Regina Victoria e il suo futuro marito Albert piuttosto nebuloso e lento. L’ambiguità è dietro ogni personaggio, i dialoghi sono spesso non esplicativi rispetto a ciò che sta succedendo e si ha sempre la sensazione di non aver capito qualcosa o di aver perso un passaggio. Prima di vedere questa pellicola mi ero documentato sulla vita della Regina e, in effetti, sono riuscito a spiegarmi certi passaggi (come la ‘crisi della camera da letto’ o il nomignolo di ‘Signora Melbourne’ o ancora nel finale di certe prese di posizione di Albert) solamente perché ne avevo già letto in precedenza.
Via di mezzo, quasi trait d’uninon tra le pellicole che ho apprezzato e quelle di più difficile digestione, è stato SL, un filmetto eletto a migliore del 1999 con 7 Oscar portati a casa e una lunghissima schiera di ragazzine sbavanti per il Joseph Fiennes qui Shakespeare senza musa.
E’ un brutto film, primo della classe in nessuna delle categorie in cui è stato eletto migliore, ridicolo se paragonato a film che, in edizioni differenti, hanno vinto come migliore dell’anno (ne cito alcuni per rendere chiaro il concetto: "Fronte del porto", "Amadeus", "Million Dollar Baby", "Eva contro Eva", "Schindler's List" e non vorrei infierire oltre). Non è il peggiore dei sei che ho visto, ma si colloca sicuramente nella metà di cui non ho una buona opinione. Forse cercavo più aderenza storica o più interesse per la stessa Storia, ma qui l'unico interesse è favoleggiare sull'incontro tra lo scrittore e colei che gli avrebbe ispirato la tragedia di "Romeo e Giulietta" (nel film è Gwyneth Paltrow).
Nel complesso, comunque, devo dire che rivedere questi film (tutti visti almeno una volta precedentemente) mi ha soddisfatto in quanto sapevo perfettamente a cosa andassi incontro. Il desiderio di non abbandonare quelle atmosfere 'di palazzo', di giostrarmi tra un intrigo di corte e l'altro, di rivivere i fasti (e le cadute) dell'Impero Britannico è stato pienamente accontentato in un piacevolissimo giro di giostra tra pellicole che, sparse nell'ultimo decennio, hanno tentato di raccontare al loro meglio un universo che da sempre mi affascina e mi incuriosisce come nessun altro è mai riuscito a fare.
Consigli: Il criterio che ho seguito per guardare i film è stato seguire la linea temporale dei Monarca regnanti per assicurarmi, almeno, un minimo di aderenza storica temporale. E' interessante, tra l'altro, confrontare le due versione della Regina Elisabetta I interpretate sia da Cate Blanchett (per questo ruolo due volte candidata all'Oscar, sia da Judi Dench (lei, invece, Oscar vinto per una delle interpretazioni più brevi nella storia del cinema).
Parola chiave: Regno Unito.
#HollywoodCiak
Bengi
mercoledì 25 maggio 2011
Film 264 - Come l'acqua per gli elefanti
Di nuovo al cinema gratis con gli ingressi della 3, che non fanno mai male.

Film 264: "Come l'acqua per gli elefanti" (2011) di Francis Lawrence
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Licia
Pensieri: Inaspettatamente più piacevole del previsto, questa storia d'amore ambientata al circo mi ha lasciato una buona impressione.
Robert Pattinson, Christoph Waltz e Reese Witherspoon sono un inedito trio che riesce bene a rappresentare il triangolo di amore e paura che viene descritto nella trama. Lei (teoricamente) bellissima - una verità imposta -, lui&lui agli antipodi tra bene e male, ricchezza e povertà, amore e possesso. Waltz/August a fare il cattivo è sempre capace (ma quando un ruolo meno prevedibile?) e sa creare una sottesa tensione sempre presente al suo palesarsi sulla scena. Lo sguardo da pazzo inarrestabile fa il resto.
Pattinson/Jacob è capace di azzeccare qualche espressione, affascina perchè bello, ma non stupendo, con quello sguardo da post-canna che distoglie dal suo essere ancora così acerbo. E' adatto al ruolo e dimostra uno spessore di fondo comunque presente, ma - facile, diranno alcuni! - con alle spalle uno qualunque degli episodi di "Twilight" anche un sasso avrebbe fatto la sua figura.
Più insulsa la Witherspoon/Marlena Rosenbluth - che per me sempre e solo sarà usurpatrice di un Oscar che andava ad una qualunque delle sue quattro rivali del 2006 (prima fra tutte Felicity Huffman per "Transamerica") - che oltre a non essere bella né alta né conforme all'abbigliamento che le hanno destinato, a volte si scambia più facilmente per la nana del circo piuttosto che per la pupa del proprietario della baracca.
I tre, comunque, tengono bene e, all'arrivo del quarto membro importante della pellicola, risultano ancora più interessanti. L'elefantessa Rosie ha uno sguardo talvolta più espressivo degli stessi attori e intenerisce per la sua infinita gigantesca dolcezza. Una volta entrata lei in scena offusca tutti gli altri.
La storia è d'amore impossibile, un "Romeo e Giulietta" ambientato nella grande depressione americana, si snoda tra acrobazie sentimentali (ma mai di letto) e circensi spettacoli che piacciono allo spettatore e ne sanno carpire l'interesse. Peccato il finale troppo prevedibile, ma non si poteva certo sperare in un epico un-happy ending.
Vale se ci si aspetta esattamente ciò che la pellicola regala, uno sguardo malinconico su un passato che non tornerà, un amore folgorante figlio di un amore ormai sfiorito (ma la Witherspoon è sempre a cavallo di più di uno stallone?), un paesaggio freak che propone meraviglie di cui ormai non siamo più capaci di stupirci. Non amo il circo e questo non è circo. Sotto la parola 'famiglia' si cela la necessità di fare parte di qualcosa, appartenere quantomeno ad una cateogira umana che venga notata e - seppur al contrario - considerata. Un tema che avrebbe dovuto essere più approfondito a discapito delle numerosissime scene in treno. Sotto il tendone poteva succedere di più. Ma tutto sommato è solo un film.
Consigli: Pare sia tratto da un libro. Magari la sua autrice gradirebbe quantomeno una lettura. "Acqua agli elefanti" di Sara Gruen.
Parola chiave: Veterinario.
Trailer
Ric

Film 264: "Come l'acqua per gli elefanti" (2011) di Francis Lawrence
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Licia
Pensieri: Inaspettatamente più piacevole del previsto, questa storia d'amore ambientata al circo mi ha lasciato una buona impressione.
Robert Pattinson, Christoph Waltz e Reese Witherspoon sono un inedito trio che riesce bene a rappresentare il triangolo di amore e paura che viene descritto nella trama. Lei (teoricamente) bellissima - una verità imposta -, lui&lui agli antipodi tra bene e male, ricchezza e povertà, amore e possesso. Waltz/August a fare il cattivo è sempre capace (ma quando un ruolo meno prevedibile?) e sa creare una sottesa tensione sempre presente al suo palesarsi sulla scena. Lo sguardo da pazzo inarrestabile fa il resto.
Pattinson/Jacob è capace di azzeccare qualche espressione, affascina perchè bello, ma non stupendo, con quello sguardo da post-canna che distoglie dal suo essere ancora così acerbo. E' adatto al ruolo e dimostra uno spessore di fondo comunque presente, ma - facile, diranno alcuni! - con alle spalle uno qualunque degli episodi di "Twilight" anche un sasso avrebbe fatto la sua figura.
Più insulsa la Witherspoon/Marlena Rosenbluth - che per me sempre e solo sarà usurpatrice di un Oscar che andava ad una qualunque delle sue quattro rivali del 2006 (prima fra tutte Felicity Huffman per "Transamerica") - che oltre a non essere bella né alta né conforme all'abbigliamento che le hanno destinato, a volte si scambia più facilmente per la nana del circo piuttosto che per la pupa del proprietario della baracca.
I tre, comunque, tengono bene e, all'arrivo del quarto membro importante della pellicola, risultano ancora più interessanti. L'elefantessa Rosie ha uno sguardo talvolta più espressivo degli stessi attori e intenerisce per la sua infinita gigantesca dolcezza. Una volta entrata lei in scena offusca tutti gli altri.
La storia è d'amore impossibile, un "Romeo e Giulietta" ambientato nella grande depressione americana, si snoda tra acrobazie sentimentali (ma mai di letto) e circensi spettacoli che piacciono allo spettatore e ne sanno carpire l'interesse. Peccato il finale troppo prevedibile, ma non si poteva certo sperare in un epico un-happy ending.
Vale se ci si aspetta esattamente ciò che la pellicola regala, uno sguardo malinconico su un passato che non tornerà, un amore folgorante figlio di un amore ormai sfiorito (ma la Witherspoon è sempre a cavallo di più di uno stallone?), un paesaggio freak che propone meraviglie di cui ormai non siamo più capaci di stupirci. Non amo il circo e questo non è circo. Sotto la parola 'famiglia' si cela la necessità di fare parte di qualcosa, appartenere quantomeno ad una cateogira umana che venga notata e - seppur al contrario - considerata. Un tema che avrebbe dovuto essere più approfondito a discapito delle numerosissime scene in treno. Sotto il tendone poteva succedere di più. Ma tutto sommato è solo un film.
Consigli: Pare sia tratto da un libro. Magari la sua autrice gradirebbe quantomeno una lettura. "Acqua agli elefanti" di Sara Gruen.
Parola chiave: Veterinario.
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