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domenica 15 ottobre 2017

Film 1421 - A Bug's Life

Ebbene sì, un altro cartone animato. Questa volta la scelta non è stata casuale, dopo aver scoperto che era disponibile nel catalogo Netflix, ho subito deciso di recuperarlo.

Film 1421: "A Bug's Life" (1998) di John Lasseter
Visto: dal computer portatile
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Cosa mi ricordavo di questo film? Assolutamente niente. Va detto che, innanzitutto, lo avevo visto al cinema nel lontano 1999 e, da allora, non ho più ripetuto la visione; in secondo luogo parte dei miei ricordi erano, in realtà, mixati con la trama dell'altro cartoon molto simile (e uscito esattamente nello stesso periodo) "Z la formica". Per cui, una volta recuperato "A Bug's Life" mi sono accorto che niente di quello che pensavo sarebbe accaduto nella storia si è poi di fatto verificato...
Qui la trama è semplice e parte dal presupposto famosissimo che la formica sia un'instancabile lavoratrice e la cicala una pigra nullafacente, in questo caso addirittura antagonista della prima in quanto le richiede di sacrificare parte del raccolto dell'inverno come tributo da offrire in cambio dell'essere risparmiata. Neanche a dirlo, sarà il più emarginato e incompreso di tutto il formicaio a salvare la situazione - dopo averla irrimediabilmente compromessa - e a determinare un cambiamento radicale nella vita di tutte le sue compagne. Il progresso al tempo delle formiche in digitale.
Devo ammettere che "A Bug's Life" mi è davvero piaciuto e mi ha lasciato soddisfatto, oltre che enormemente colpito dal grande progresso fatto nel giro di neanche vent'anni nel campo della computer grafica applicata al prodotto cinematografico. Già così, in realtà, il film si presenta all'avanguardia e sorprendentemente avanzato, ma è inutile nascondere che il salto in avanti fatto in questi 18 anni sia stato qualcosa di sorprendente. La trama è piacevole e godibile, anche divertente e il doppiaggio da parte di non pochi grandi nomi di cinema e tv (Kevin Spacey, Julia Louis-Dreyfus, Dave Foley, Hayden Panettiere, Bonnie Hunt) risulta particolarmente efficace ed azzeccato.
Insomma, un cartoon riuscito e bello da guardare anche a così tanto tempo dalla sua uscita nelle sale.
Ps. Candidato a un Oscar e un Golden Globe per la colonna sonora di Randy Newman oltre che un BAFTA per i Migliori effetti speciali.
Cast: Dave Foley, Kevin Spacey, Julia Louis-Dreyfus, Hayden Panettiere, Phyllis Diller, Richard Kind, David Hyde Pierce, Denis Leary, Madeline Kahn, Bonnie Hunt.
Box Office: $363.3 milioni
Consigli: Perfetto titolo d'animazione "vintage" da recuperare con tutta la famiglia, adatto ad ogni occasione che richieda relax e una storia piacevole adatta a tutti.
Parola chiave: Circo.

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#HollywoodCiak
Bengi

venerdì 20 gennaio 2017

Film 1285 - West Side Story

Non lo avevo mai visto e, francamente, era davvero ora di recuperare!

Film 1285: "West Side Story" (1961) di Jerome Robbins, Robert Wise
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Il ricordo più intenso ed incisivo, nonché il primo, su questo film deriva dalla mia giovanile esperienza universitaria al DAMS, nello specifico dal corso di Storia del cinema. Tra gli approfondimenti a piacere scelsi, nell'ormai lontano 2007, "Introduzione al cinema di Hollywood" di Franco La Polla, una lettura che spesso mi torna alla mente nonostante gli ormai 10 anni passati dall'occasione di studio.
L'opinione di La Polla è piuttosto inequivocabile: "West Side Story" è il musical che negli anni '60 ha ucciso il genere del musical. Lo cito, così da fugare ogni perplessità:

E infine il film che fu salutato come il rinnovamento quando in realtà era giunto a sotterrare il genere, West Side Story («West Side Story», 1961) di Robert Wise. Variazione sul tema di Giulietta e Romeo, la pellicola può vantare le belle coreografie di Jerome Robbins, ma non molto di più. Il problema è che nel mondo onirico del musical non c'è posto per i problemi sociali e sociologici. [...] sarà bene ricordare che anche più del teatro musicale il musical cinematografico affida il suo fascino alla componente eufemistica delle sue storie e della sua costruzione sia scenografica che coloristica. Affossare quest'ultima significa affossare il musical. Intendiamoci, non esiste alcun colpevole, si tratta soltanto di un diverso modo di sentire che negli anni si è fatto strada e che ha portato il genere alla sua consunzione nei termini in cui esso era noto e caro alle platee. Nel caso di West Side Story, poi, la bontà dei numeri di danza è indiscutibile, ma lo è altrettanto la loro secondarietà rispetto agli intenti primari del film, vale a dire il racconto di una storia d'amore e di morte. Già questo secondo elemento è alquanto inusitato nel panorama del musical classico, ma se vi si aggiunge anche una problematica sociale quale quella dell'emarginazione giovanile, è evidente che ci si trova davanti a un oggetto di natura a dir poco ambigua. Ne esce un'opera dove le convenzioni sceniche e drammaturgiche, tipiche del musical, diventano manierismo (La Polla, p. 141). 

Negli anni queste parole sono rimaste dentro di me, più che altro a solleticare la curiosità e un certo sano scetticismo nei confronti di una convinzione tanto radicale quanto certamente provocatoria. Rimaneva la necessità di un'opinione personale da affiancare a un parere tanto radicale quanto importante.
Dato che le parole di La Polla le sono andate volutamente a rileggere solo oggi, da un certo punto di vista mi fa piacere constatare che qualcuna tra le cose scritte da lui emerge anche dai miei appunti sul film. Niente di così elaborato, per carità. Tra le cose che ho notato durante la visione, sicuramente le belle riprese dall'alto che esaltano i numeri di danza, oltre che certe scelte registiche interessanti che, attraverso movimenti eclatanti di macchina (come gli sguardi diretti in camera o le chiusure dei numeri più sincopati), conferiscono alla pellicola un approccio moderno. Detto questo, la maggior parte delle volte ho trovato, però, che le riprese fossero meno dinamiche di quanto mi sarei aspettato e più semplicemente una sorta di avanti e indietro in carrellata, a dare un ritmo "musicale" direttamente attraverso la ripresa della scena, invece che tramite le scelte del montaggio. Oggi a mio avviso è più quest'ultimo a costruire il senso del ritmo di un'opera cinematografica nel suo complesso.
Al di là di questo, "West Side Story" mi ha coinvolto a fasi alterne. Il ritmo è altalenante e la storia si prende davvero molto tempo per girare attorno a quelli che saranno gli snodi principali del film, per cui inizialmente ho un po' faticato ad ingranare. Certe scelte di cast - in un'epoca in cui ad Hollywood le parti etniche erano solo un po' di lavoro in più per trucco e maestri di dizione e le esigenze di un ruolo qualcosa in secondo piano rispetto al richiamo del nome illustre - non mi hanno davvero convinto e tutto quel cerone per rendere più scuri alcuni degli attori mi ha più volte distratto. Per entrare maggiormente nello specifico, sono sicuro che qualcuno più adatto di Natalie Wood nei panni di Maria (e che magare potesse anche cantare) si potesse trovare e George Chakiris non mi è sembrato davvero così in parte da meritarsi un Oscar (senza contare il fatto che è di origini greche, non ispaniche). La vera "regina" di questa storia è la fantastica Anita, ovvero una strepitosa e magnetica Rita Moreno che canta e balla come un'indemoniata e nella cui grinta ho ritrovato una sorta di antesignana e molto più raffinata Nicki Minaj. Senza contare che l'attrice è nata a Humacao, Porto Rico.
Per quanto riguarda le canzoni, invece, alcune sono davvero belle ("America" la più incisiva, il momento della sfida di ballo tra le bande rivali nella sala da ballo è stupendo) e capaci di comunicare lo stato d'animo dei personaggi e gli sviluppi narrativi attraverso i loro versi. Non a caso si tratta di un adattamento cinematografico di un musical (di Broadway), dove la necessità di far progredire la narrazione prevede l'utilizzo delle canzoni non solo come strumento di intrattenimento, ma di vero e proprio dialogo e racconto. In questo è piuttosto evidente la genialità dei testi, i quali sfruttano brillantemente le strofe per dipingere un quadro della situazione che non si limita alla sola storia, ma include anche il contesto sociale in cui i personaggi sono immersi: un elemento ben sviluppato e vincente di "West Side Story" e credo uno di quelli che ho preferito in assoluto.
In definitiva, comunque, la visione di questo film è stata il dovuto completamento di un puzzle dal pezzo mancante che, però, non mi ha del tutto soddisfatto. La fredda frigidità di Natalie Wood mi ha infastidito, il pesante "trucco portoricano" è fastidioso e certi passaggi si sarebbero potuti sforbiciare ampiamente (di certo l'overture è saltabile e i titoli di coda sembrano belli all'inizio, ma alla lunga sembrano solo interminabili). Pure, ho amato Rita Moreno (cui certamente ora so spettare l'Oscar vinto), i bellissimi costumi e le straordinarie scenografie e coreografie pensate per balli che sembrano immaginati per un numero infinito di ballerini. Non so se "West Side Story" abbia decretato la definitiva dipartita del genere musical - sono curioso di vedere cosa ha in serbo "La La Land" -, a me sembra che nonostante tutto sia un titolo capace ancora oggi di attrarre il non facile status di culto, per cui preferisco evitare estremismi. Per quanto mi riguarda non è stata una pellicola sconvolgente, pur riuscendo per certi aspetti a rimanermi impresso. Mi aspettavo altro e certamente sono stato influenzato e "deviato" dal background di genere che mi sono costruito negli anni ("Into the Woods", "Nine", "Evita", "Sweeney Todd", "Come d'incanto", "8 donne e un mistero", "Cry Baby", "Chicago" e ovviamente quei capolavori che sono "Nightmare Before Christmas" e "Moulin Rouge!" oltre che chissà quali altri titoli che ora non ricordo), in ogni caso recuperarlo è stata la scelta giusta per farmi finalmente un'idea su questa porzione di storia del cinema americano.
Ps. 11 candidature agli Oscar del 1962 e 10 premi vinti: Miglior film, regia (per la prima volta andato a due persone), attore e attrice non protagonisti, fotografia, costumi, scenegorafie, sonoro, montaggio e colonna sonora. L'unico a perdere fu Ernest Lehman per la sceneggiatura non originale che, quell'anno, andò a Abby Mann per "Vincitori e vinti".

Cast: Natalie Wood, Richard Beymer, Rita Moreno, George Chakiris, Russ Tamblyn, Simon Oakland, Ned Glass, William Bramley.
Box Office: $43.7 milioni
Consigli: Una pellicola che vince 10 premi Oscar, tra cui Miglior film, diciamocelo: va vista. Se si ama il cinema, credo che la scelta prima o poi sia come obbligata, se si amano i musical o titoli d'epoca ancora di più. Le gigantesche scenografie permettono una libertà di movimento che spinge i numeri musicali ad osare e confrontarsi con un numero inusualmente alto di persone, il che li rende davvero d'effetto (e il corpo di ballo che non si risparmia). Certo, non è una scelta buona per ogni occasione sia perché si tratta di un prodotto musicale che si esprime anche attraverso la musica, sia perché dura due ore e mezza belle piene. Insomma, serve il momento buono.
Parola chiave: Bande rivali.

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#HollywoodCiak
Bengi

sabato 30 aprile 2016

Film 1125 - The Dressmaker

Appena uscito in Italia, ho visto questo film un mesetto fa perché non riuscivo a trattenermi dalla curiosità!
Film 1125: "The Dressmaker" (2015) di Jocelyn Moorhouse
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: Poe
Pensieri: Ammetto che mi aspettassi un prodotto più sciocchino, forse quasi più una commedia all'americana. Invece "The Dressmaker", che pure è simpatico e suscita qualche risata, non disdegna momenti anche molto drammatici, oltre che una certa cattiveria di fondo, il che mi ha sorpreso.
Tutto comincia con la bellissima Tilly Dunnage (Kate Winslet) che torna nel suo sperduto paesino natale australiano dopo essersi girata il mondo grazie al suo lavoro e al suo talento: la nostra protagonista è donna di stile e gusto capace di creare abiti da red carpet e di valorizzare la fisicità praticamente di chiunque. Ovviamente il suo ritorno a Dungatar creerà non poco scompiglio, sia perché la donna si presenterà ai suoi concittadini in abiti cui certamente loro non sono abituati, sia perché il suo andarsene via era legato ad un fatto del passato che aveva scosso la comunità, che aveva finito per odiarla.
Queste, a grandi linee, le premesse di una trama in grado di regalare non poche sorprese. Principalmente perché fin dall'inizio la sensazione è che di questa pellicola se ne voglia trarre un prodotto principalmente comico, uno di quelli cui siamo solitamente abituati, ma in realtà si tratta di qualcosa di meno convenzionale che si rifà a canoni leggermente diversi da quelli più (ab)usati. Anche solo per questo "The Dressmaker" si guadagna non pochi punti. In aggiunta a ciò, va detto che la Winslet è la solita ottima scelta in grado di valorizzare una pellicola con la sua capacità e bravura e qui anche con una bellezza spiazzante. Insieme a lei, altri aspetti positivi sono assolutamente i non protagonisti: la madre pazza Molly (Judy Davis) e il poliziotto en travesti Farrat (Hugo Weaving, che qui ripercorre i vecchi fasti di quel gioiellino che è "Priscilla - La regina del deserto"), insieme al sempre ben piazzato Liam Hemsworth nella parte dell'amore della protagonista.
In generale, quindi, un titolo riuscito, sorpresa piacevole e meno convenzionale di quanto non ci si potrebbe aspettare all'inizio. Sarà l'animo australiano della produzione, sarà il materiale da cui è tratto - dal romanzo di Rosalie Ham - o la semplice presenza magnetica di una Winslet in gran forma, di fatto "The Dressmaker" riesce nell'impresa di piacere e coinvolgere sufficientemente lo spettatore che, neanche a dirlo, per tutta la durata del film tiferà per l'emarginata Tilly. Insomma, un ottimo lavoro.
Ps. Vincitore di 4 AACTA Awards - gli Oscar australiani - su 13 nomination totali: Miglior attrice protagonista (Winslet) e Migliori attori non protagonisti (Davis e Weaving), Migliori costumi.
Cast: Kate Winslet, Judy Davis, Liam Hemsworth, Hugo Weaving, Sarah Snook, Kerry Fox, Rebecca Gibney, Julia Blake, Gyton Grantley, James Mackay.
Box Office: $18.34 milioni
Consigli: Un titolo carino da tenere in considerazione, soprattutto ora che è appena uscito al cinema da noi. Gran bei costumi, una Winslet che porta sulle sue spalle tutta la produzione - e ci riesce divinamente -, un cast veramente ben assortito, con due piacevoli ritrovamenti: Hugo Weaving e una grandissima Judy Davis. La storia non sarà sempre tutta lustrini e scollature pericolose, il che potrebbe stupire chi da "The Dressmaker" si aspetta solo qualche passerella e un mondo di battute, però il risultato finale è piacevole e meno 'a catena di montaggio' del solito, per cui correte al cinema e date una chance a questo film!
Parola chiave: Stewart Pettyman.

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Bengi

lunedì 28 settembre 2015

Film 1002 - Home - A casa

Uscito dal periodo di malattia, ecco la prima scelta cinematografica al di fuori della mia camera da letto.

Film 1002: "Home - A casa" (2015) di Tim Johnson
Visto: dal computer portatile di Lu
Lingua: italiano
Compagnia: Lu
Pensieri: Francamente non capisco come si possa pensare a Rihanna per il doppiaggio di un film d'animazione per ragazzi, considerando che lei stessa si definisce come una non role model. Per di più assegnandole il personaggio principale di Tip, ragazzina di una decina d'anni che, di conseguenza, ha la voce di un'adulta. La cosa è un tantino disturbante, vedere per credere.
Scelta del doppiaggio a parte - per la voce dell'alieno Oh è stato scelto Jim Parsons ("The Big Bang Theory") -, "Home" è un tantino peggio di come me lo aspettavo. Non è male, ma non è abbastanza. I suoi punti di forza sono sicuramente la simpatia del suo protagonista maldestro e le trovate divertenti della trama, oltre al fatto di essere di fronte ad una pellicola coloratissima e musicalmente molto ricca.
Dall'altra parte, però, manca quel qualcosa in più che lo avrebbe reso maggiormente interessante o soddisfacente. La storia è una favoletta innocua che non racconta niente di nuovo o niente di inaspettato e che Oh sarebbe diventato un eroe lo sapevamo dopo 10 secondi. D'altronde le pellicole d'animazione - e i titoli per ragazzi in generale - ormai spingono tutti verso il generico tema della diversità come valore aggiunto del personaggio, per cui nessuno si stupisce che l'unicità di Oh rappresenterà anche la sua fortuna. Diversi, esclusi ed emarginati prima, riescono a dimostrare il loro valore attraverso le loro peculiarità, così da riscattarsi con la propria comunità e riuscire a ritagliarsi quello spazio sociale che cercavano e meritavano. E' così, per esempio, in "Happy Feet", "Ribelle - The Brave", "Alla ricerca di Nemo" o "L'era glaciale" e in tanti altri ancora. Il messaggio è forte e chiaro: bambini, imparate dai nostri protagonisti e siate fieri della vostra unicità.
Per questo motivo sento di dire che "Home - A casa" è carino, ma di fatto niente di nuovo sulla piazza. La storia vale principalmente per la simpatia del piccolo alieno, capace di strappare più di una risata, ma per il resto la trama affronta un percorso evolutivo che non racconta proprio nulla di nuovo. Per cui sì, "Home" è un film per famiglie piacevole e ben realizzato, pur non riuscendo nell'impresa di ritagliarsi il suo spazio (peculiare) all'interno dell'universo vastissimo di pellicole dello stesso genere che lo hanno preceduto.
Ps. Tratto dal libro per ragazzi "The True Meaning of Smekday" di Adam Rex.
Cast: Jim Parsons, Rihanna, Steve Martin, Jennifer Lopez, Matt Jones.
Box Office: $387.5 milioni
Consigli: Prodotto per famiglie perfetto per un momento spensierato e piacevole, ma che non va oltre questo. Ha i suoi momenti divertenti e, ovviamente, il lieto fine è assicurato, per cui se siete alla ricerca di un porto sicuro che vi regali qualche battuta, un mondo colorato e il racconto di una favola "Home - A casa" è un ottimo candidato per portare a termine la missione.
Parola chiave: Gorg.

Trailer
#HollywoodCiak
Bengi