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sabato 24 febbraio 2024

Film 2251 - Nuovo Olimpo

Intro: Mi era stato consigliato di vederlo e ho deciso di dare finalmente una chance a questo film.

Film 2251: "Nuovo Olimpo" (2023) di Ferzan Özpetek
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
In sintesi: non un capolavoro - specialmente nel finale - ma un prodtto interessante che ho seguito con piacere.
La premessa non è particolarmente innovativa - due uomini si conoscono e si piacciono, iniziano una frequentazione, ma per un motivo o per un altro si perdono di vista, per poi ritrovarsi anni dopo per caso, entrambe le loro vite completamente differenti - ma devo ammettere che la parte iniziale della storia mi abbia preso, complice un amore omosessuale con cui non fatico a identificarmi.
Il resto dello svolgimento della pellicola è più generico, le vicende si mischiano, le vite prendono pieghe inaspettate, le scelte di ognuno portano verso strade differenti: niente di nuovo, si diceva, ma comunque veritiero. Quello che mi ha garbato meno è l'epilogo, per così tanto tempo accennato e poi così rapidamente consumato: speravo, volevo e mi aspettavo qualcosa di più incisivo che tirasse le somme di un amore, un ricordo, durati nel tempo e troppo banalmente utilizzati dalla storia che preferisce virare per la scelta più plausibile, sì, ma comunque realizzazta in maniera troppo frettolosa.
Tutto sommato, comunque, "Nuovo Olimpo" funziona e si colloca bene nella filmografia di Özpetek.
Per concludere, un aspetto positivo e uno negativo di questo film (entrambi legati a una performance attoriale): Luisa Ranieri è pazzesca nel ruolo di Titti, un ruolo che interpreta magnificamente e con una naturalezza ipnotica e spiazzante; diametralmente opposta la performance di Alvise Rigo (qui Antonio), bisteccone inespressivo con capacità recitativa inesistente (non mi spiego come abbiano potuto offrirgli una parte tanto centrale nella storia, ogni volta che è in scena sorge un crescente senso di imbarazzo).
Cast: Damiano Gavino, Andrea Di Luigi, Luisa Ranieri, Greta Scarano, Aurora Giovinazzo, Alvise Rigo, Giancarlo Commare.
Box Office: /
Vale o non vale: Chi apprezza la filmografia di Özpetek sicuramente troverà in "Nuovo Olimpo" un gradito ritorno dell'acclamato regista. Brava la coppia di protagonisti, Luisa Ranieri magnifica, bella fotografia e - finalmente - un film a tema omosessuale che non ha paura di mostrare i corpi nudi di due uomini che si piacciono.
Premi: /
Parola chiave: Incidente.
Trailer
#HollywoodCiak
Bengi

venerdì 20 ottobre 2023

Film 2208 - The Fabelmans

Intro: Secondo titolo scelto nella mia lista di pellicole da recuperare mentre in viaggio verso Città del Messico, questa volta ho optato per uno dei grandi protagonisti agli Oscar di quest'anno.

Film 2208: "The Fabelmans" (2022) di Steven Spielberg
Visto: dalla tv dell'aereo
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
In sintesi: lo dico subito, questo film non mi ha particolarmente entusiasmato. Considerate le critiche entusiaste e la valanga di premi e nomination, mi aspettavo davvero un miracolo cinematografico. Invece "The Fabelmans" non mi ha colpito e, anzi, a tratti ho fatto fatica a finirlo.
E' vero che sul piccolo schermo del sedile di un aereo, in una situazione non esattamente fatta per godersi appieno l'esperienza cinematografica, la visione di un titolo come questo tende nettamente a perderci, però ammetto che la mia insoddisfazione rispetto all'ultimo progetto cinematografico di Spielberg non sta tanto nella fruizione, quanto nel prodotto finale in sé. Non ho amato il personaggio principale - e no, non sto parlando di Sammy Fabelman (Gabriel LaBelle), che pure non risulta particolarmente simpatico, ma di sua madre Mitzi (Michelle Williams) - né il tono generale del film che mi è parso volesse a tutti i costi evocare una straordinarietà delle circostanze che finisce per risultare forzata.
C'è da aggiungere che l'uscita più o meno ravvicinata con il "Belfast" di Kenneth Branagh del 2021 non aiuta: l'idea generale è simile (le origini familiari dei due grandi artisti), la dinamica familiare la fa da padrone, l'incasso al box-office è identico ("Belfast" ha incassato $49 milioni, costandone però tra i 10 e i 15, un quarto di "The Fabelmans"), l'apprezzamento della critica unanime, il numero di nomination agli Oscar esattamente lo stesso (Branagh ha però vinto per la Miglior sceneggiatura originale). Insomma, il paragone nasce spontaneo.
Ma dove Branagh riesce con successo a generare emozioni genuine attraverso il suo racconto, qui ho faticato a provare alcuna empatia per qualsivoglia personaggio. Forse solo il padre (Paul Dano), che inizialmente riveste il ruolo di "antagonista", ma di fatto è il più incompreso della famiglia. Non aiuta che Michelle Williams abbia il ruolo più detestabile di tutto l'ensable quando, onestamente, su di lei avevo riposto ogni mia buona speranza per questo film (non fatemi commentare, poi, quell'orrenda accoinciatura e quell'atroce frangetta).
Aggiungo che, forse, ho anche un po' perso interesse nell'opera moderna di Spielberg. Dopo gli evidenti buchi nell'acqua che sono stati titoli come "Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull", "War Horse", "The BFG" e "West Side Story" - e, francamente, per quanto mi riguarda anche "The Post" e "The Adventures of Tintin" che non ho trovato particolarmente appassionanti - ammetto che l'urgenza di recuperare l'ultima fatica del regista americano viene, con ogni titolo, sempre meno (tant'è che non ho visto "West Side Story" e ho recuperato per puro caso "Ready Player One", che pure mi è molto piaciuto).
Tutto quanto detto fin qui, condito con il fatto che "The Fabelmans" dura 2 ore e mezza, mi ha fatto gridare a tutto tranne che al capolavoro.
Cast: Michelle Williams, Paul Dano, Seth Rogen, Gabriel LaBelle, Judd Hirsch, David Lynch.
Box Office: $45.6 milioni
Vale o non vale: Decisamente non il film di Spielberg che ho amato di più, né che rivedrò più di una volta. Molto lungo, in alcune parti caotico, costellato di personaggi a cui si fa fatica ad affezionarsi. A mio avviso, se si cerca un titolo semi-autobiografico su un regista contemporaneo, allora miglio scegliere "Belfast" di Branagh; mentre se si cerca una pellicola che leghi insieme cinema ed emozioni, allora "Nuovo Cinema Paradiso" di Giuseppe Tornatore.
Premi: Candidato a 7 premi Oscar per Miglior film, regia, sceneggiatura originale, attrice protagonista (Michelle Williams), attore non protagonista (Judd Hirsch), colonna sonora e scenografia. Candidato al BAFTA per la Miglior sceneggiatura originale e vincitore di 2 Golden Globe per Miglior film drammatico e regia su 5 nomination (attrice protagonista, Williams, colonna sonora e sceneggiatura). Vincitore del David di Donatello per il Miglior film straniero.
Parola chiave: Tradimento.
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#HollywoodCiak
Bengi

sabato 9 novembre 2019

9 novembre 2009 - 9 novembre 2019: 10° compleanno!

10 anni fa, lunedì 9 novembre 2009, pubblicavo il primo post di HollywoodCiak.
1 film al giorno... Julie & Julia
Da allora 1807 post qui sul blog, 2.950 follower e un hashtag ufficiale da 8.000 menzioni solo su Instagram. Nel mezzo, l'amore per il cinema che non manca mai e la voglia di condividerla con gli altri.
Chi l'avrebbe mai detto che nel 2019 saremmo ancora stati qui?
Auguri HollywoodCiak!
Bengi
#HollywoodCiak

domenica 26 febbraio 2012

Film 388 - My Week with Marilyn

Due nomination all'Oscar e due grandi interpretazioni che andrebbero premiate.


Film 388: "My Week with Marilyn" (2011) di Simon Curtis
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: Marco
Pensieri: E poi... una sorpresa! Wow.
"My Week with Marilyn" non solo è un bellissimo film e pure ben recitato, ma è il classico esempio di cinema che ti invoglia a vedere altro cinema. Divori Marilyn e la sua fragilità, ma ne vorresti subito ancora. Vorresti sapere come continua, cos'altro è successo dopo e, soprattutto, ti chiedi perchè una creatura così sia stata sopraffatta da una tale fine.
Sia chiaro fin da subito: io non sono un fan di Marilyn. Eppure la curiosità dietro un personaggio tanto chiacchierato e apprezzato, non poteva non avvicinarmi a questa pellicola. Da non dimenticare, poi, che nel cast c'è la sempre più brava Michelle Williams, ormai lanciatissima in un cinema adulto e capace di riconoscerle ruoli di prim'ordine per cui, tra l'altro, è davvero portata.
Bene insomma, la pellicola è esattamente ciò che non mi ero aspettato: un lavoro corale, un biopic ben scritto e lineare, una storia raccontata con dolcezza, ma mai con pietà. Il taglio è personale - la soggettiva è di Colin Clark/Eddie Redmayne, tratta dai suoi racconti a proposito dell'episodio nella trama - ma la resa finale non perde di vista una certa obiettività e non si sfocia mai nel tentativo di ingraziarsi lo spettatore riproponendo un'immagine stereotipata della diva.
Il racconto coinvolge i giorni della lavorazione del film "Il principe e la ballerina" di e con Laurence Olivier e, naturalmente, la Monroe. Il set non è solo il luogo di lavoro, ma anche e quasi una famiglia in cui, per problematica matrimoniali e prettamente personali, Marilyn fatica a trovarsi a suo agio. Fragilità e insicurezza, solitudine e senso di abbandono convivono nella mente e nel corpo della diva più famosa al mondo e, strano a dirsi, la rendono di una vulnerabilità quasi ingestibile. Incapace di sopportare lo stress, causato anche dall'impazienza di Sir Olivier (un fantastico Kenneth Branagh che quest'anno meriterebbe, finalmente, di vincere il suo primo Oscar!), trova rifugio nel giovanissimo terzo aiuto regista Clark che finirà, inevitabilmente, per innamorarsi di lei.
Sono pochi giorni, poche ore, quelle che avvicineranno i due nuovi amanti (la Monroe, fresca di terze nozze con Arthur Miller viene lasciata momentaneamente sola dal marito per tornare dalle figlie), eppure avranno il tempo per condividere qualcosa di solo loro, prezioso proprio perchè durato il tempo di un ricordo.
La Williams è bravissima a riproporre un personaggio tanto ingombrante da interpretare e dimostra una finezza come attrice che lascia piacevolmente colpiti. E' delicata, graziosa e fragilissima. Due occhi (con lenti colorate) magnetici e una gamma di espressioni tutte ispirate alla grande diva da impersonare, eppure così naturali da sembrare proprie. Lei da sola vale metà del film.
Mi facevano notare, tra l'altro, quanto riuscita fosse una scena: al ritorno dalla gita fuori porta, dopo il primo bacio scambiato nudi tra le acque del fiume, Marilyn e Colin sono in macchina verso casa e, quando lui tenta di stringerle la mano, lei scosta la sua continuando a guardare fuori. E, proprio da fuori, la scorgiamo attraverso il finestrino, celata a più riprese dalla luce dei lampioni che si susseguono per la strada. Luci e ombre che riflettono uno stato d'animo inquieto, derivato dal vuoto che segue dopo tante emozioni forti, quando si realizza che si insegue qualcosa con tanta forza, ma non si riesce davvero ad afferrarlo (felicità? Tranquillità o pace interiore? A ognuno la sua interpretazione). Marilyn, consapevole del suo fascino sugli uomini, ottiene senza fatica le loro attenzioni e, sul momento, può godere di queste trasformandole in qualcosa di appagante per sé. Ma, appena terminato quell'istante, ritorna al sentimento di insoddisfazione che la divora, incapace di intraprendere (se non addirittura trovare) quella strada che la conduca ad una vera stabilità.
Non funzioneranno le pillole, né le schiere di ammiratori, men che meno l'aiuto dell'assistente Paula Strasberg/Zoë Wanamaker tanto rassicurante quanto accondiscendente a placare l'animo sperduto della diva che, contro ogni previsione, vedrà in Colin la possibilità di tranquillità che tanto va cercando. Anche se, per lui, sarà causa di non pochi guai (rottura con Lucy/Emma Watson e non poche grane sul set).
Bello, insomma, finalmente un biopic lineare e compatto, comprensibile sia nella trama che nella lingua (visto in inglese senza sottotitoli e, assicuro, non si perde un discorso). Avrebbe meritato più delle due sole nomination per gli attori (Williams e Branagh), considerata la buonissima qualità di fotografia e colonna sonora. I costumi sono davvero ben realizzati e, inutile dirlo, il trucco è funzionale alla riproduzione del personaggio.
Anche se dubito porterà a casa qualcosa, spero davvero che possa trionfare.
Consigli: Una pellicola che consiglio caldamente, specialmente a chi ama le biografie ben riuscite. Il ritratto di Marilyn non è bidimensionale e, anzi, la presenta con molteplici sfaccettature da cui emerge, più di tutto, la sua fragilità. Va visto principalmente per i bravissimi attori e la grande prova - passata a pieni voti - di Michelle Williams che conquista, finalmente, un ruolo stabile nel mondo del cinema di serie A.
Parola chiave: "The Prince and the Showgirl".

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Ric

Film 387 - Hugo Cabret

Ed eccoci al più nominato dell'edizione 2012: 11 candidature agli Oscar e, probabilmente, qualche premio assicurato già in pugno.


Film 387: "Hugo Cabret" (2011) di Martin Scorsese
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Licia, Marco
Pensieri: Diverso dagli altri prodotti di Scorsese, questo "Hugo" (titolo originale") pareva dovesse fare scintille. E per il 3D e per la magnifica storia. Io, che non ho (consapevolmente) giovato del 3D non posso dire di essere rimasto particolarmente stupefatto. Sarà che mi aspettavo davvero qualcosa di superlativo, di esplosivo, quasi mai visto che, alla fine, mi sono rovinato con le mie stesse mani.
"Hugo Cabret" non è né il miglior film dell'anno né il migliore del famoso regista, ma semplicemente un'onesta pellicola di ben dichiarato amore per il cinema, onesto lavoro in generale, ma molto ben fatto per la parte tecnica in alcuni aspetti (effetti speciali, scenografie). Mi spiace dirlo, ma non ho apprezzato per nulla le musiche che, invece di esaltare le scene del film, trovo non centrassero per nulla lo spirito della trama.
Non posso dire che il film sia brutto, per carità, ma bisognerebbe onestamente ammettere che, con tutto ciò che è emerso quest'anno dal panorama internazionale, qui ci troviamo di fronte a qualcosa che non rappresenta nulla di particolare. Piace molto, però, l'aspetto quasi 'didattico' legato al mondo del cinema, alla sua creazione e prima esportazione al pubblico. Un atto di vero amore che emerge con perfetta chiarezza a chi sta guardando. L'escamotage della storia per arrivare alla finale scoperta di chi sia davvero papà Georges (alias Georges Méliès/Ben Kingsley) è piacevole e il racconto di Hugo l'orfanello è una favoletta che arriva diretta al pubblico di ogni età. Ma il film trova meglio la sua strada quando, svelato l'arcano, si apre ad un mondo di colori ed immagini che colpiscono diritti al cuore. Tra i fratelli Marx e la comparsa del cinema muto, le prime proiezioni del treno che, entrando in stazione, spaventa il pubblico preoccupato di venire travolto e una ricostruzione dei set di Méliès davvero affascinante, si può dire che "Hugo Cabret" dia il suo meglio e che la trama dia un senso al racconto fino ad allora intrapreso. E' un toccasana per ogni appassionato di cinema.
Molti gli attori piuttosto conosciuti che si possono riconoscere nel film, di cui ben tre appartenenti alla saga di Harry Potter (Helen McCrory, Frances de la Tour e Richard Griffiths). Tra i tanti: Sacha Baron Cohen ("Borat - Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan"), Jude Law ("Sherlock Holmes"), Emily Mortimer ("Shutter Island"), Christopher Lee ("Il signore degli anelli - Le due torri"), Michael Stuhlbarg ("A Serious Man") e Chloë Grace Moretz ("Kick-Ass"). Il protagonista, invece, è Asa Butterfield già visto in "Il bambino con il pigiama a righe".
Per concludere, curiosità. 11 candidature agli oscar (Miglior film, regia, sceneggiatura non originale, colonna sonora, montaggio, fotografia, scenografia, costumi, montaggio sonoro, missaggio sonoro ed effetti speciali), "Hugo Cabret" è la pellicola con più nomination quest'anno e, probabilmente, porterà a casa qualche premio tecnico per scenografia e, forse, il sonoro. Male, invece, sul fronte degli incassi: 150milioni di dollari per produrlo e, fino ad ora, $115,814,000 di incasso in tutto il mondo.
Consigli: Per gli amanti di Scorsese (ma io preferisco altri suoi film) e per chi ama la favole in grande stile. Buon lavoro tecnico, ma, nel complesso, si poteva fare di più. Si vede, comunque, volentieri.
Parola chiave: Automa.

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Ric

domenica 21 febbraio 2010

Film 79 - Il Concerto

Al cinema questa volta a vedere un film che ha scelto mio padre.


Film 79: "Il Concerto" (2009) di Radu Mihaileanu
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Papà
Pensieri: Allora, ho decisamente metabolizzato questo film. L'ho visto la settimana scorsa, quindi ho avuto tempo per pensarci. Appena uscito dalla sala io e mio padre concordavamo sul fatto che questa fosse un'ottima pellicola, ben realizzata, a tratti divertente, che avvicina ad un mondo che, personalmente, io non conoscevo.
Si sa che la musica classica fa sempre cultura e un film sulla cultura non può che essere un film di valore. Sono d'accordo, ma non al 100%. Le musiche sono effettivamente stupende e il film sa dare tutto lo spazio che serve ad una musica così importante. Però poi strizza l'occhio alla commedia, al caos delle usanze e manie russe, quasi fosse un grosso grasso matrimonio greco. E, nonostante le risate, si scivola un po'. Peccato, perchè il resto è convincente. Il protagonista Aleksei Guskov è perfetto nella parte del direttore d'orchestra sfortunato, che ritrova la sua fama alla fine di un percorso - tra complotti e necessità di campare - che dura 30 anni. Tutto questo grazie, anche, alla collaborazione dei suoi amici e colleghi musicisti dell'orchestra, che per lui (e non solo), tornano a suonare sul palco del teatro parigino Châtelet. Ad affiancarli la giovanissima e talentuosa violinista Anne-Marie Jacquet che poi si scoprirà essere legata all'orchestra del teatro russo Bolshoi di cui la sgangherata orchestra fa parte.
Tra il marasma di inutilità su pellicola che ultimamente siamo abituati a seguire, questo "Il Concerto" è sicuramente un piccolo caso di cinematografia franco-russa da vedere a tutti i costi, finalmente liberi di respirare un'aria diversa da quella classica hollywoodiana (ma, per carità, non sto rinnegando il mio primo amore!) cui ci hanno forzatamente abituati. Forse la scelta di buttarla molto sul comico con gag un po' facili sulle dicerie e i costumi del popolo russo non è sempre vincente, però dimostra che non ci sono solo gli americani che sanno fare del cinema divertente e intelligente (io Apatow non è che lo capisco così tanto...).
Recitazione molto buona, solo ogni tanto un po' di 'ho-sempre-la-stessa-espressione' sul viso della giovane (e bella) Mélanie Laurent ("Bastardi senza gloria"), comunque migliore di tantissime poveracce che si spacciano per attrici.
In definitiva direi che vale la pena di andare addirittura al cinema per godersi questa pellicola nella piacevole oscurità della sala. Chiudendo gli occhi sembrerà di stare ad un vero concerto! Potente ed emozionante.
Consigli: Assolutamente da vedere!
Parola chiave: Tchaikovsky.



Ric

venerdì 29 gennaio 2010

Film 68 - Avatar (3D)

Per la prima pellicola in 3D di questo blog ho scelto di testare il film dei record e di vederlo, quindi, un'altra volta!


Film 68: "Avatar" (2009) di James Cameron
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Papà
Pensieri: La domanda, a questo punto è: sarà poi vero che il 3D aggiunge qualcosa all'esperienza cinematografica che il 2D non può offrire? E se sì, è necessario che ogni film comprenda la terza dimensione?
Nel mio piccolo, e temo sarò sempre legato a questa visione, il 3D non aggiunge niente di che alla bellezza o spettacolarità di un film. Certo, ammetto che la trovata sia affascinante, ma nei termini in cui possiamo fruirne ora non credo di ritrovarmici appieno. Innanzitutto ci terrei a far notare che certi tipi di occhialini hanno la montatura talmente larga che con la coda dell'occhio non riesci nemmeno a vedere il tuo vicino di posto. Poi, da non sottovalutare, la vista si stanca più in fretta. Un polpettone come "Avatar" richiede quasi 3 ore filate di occhiale 3D con non pochi disturbi per chi non è abituato a vederci tramite lente. Il mio personalissimo metodo di visione in questi casi prevede le stanghette posizionate, invece che dietro le orecchie, un poco più in alto sulla testa in modo da tenere l'occhiale un po' in sospensione e non caricare tutto il peso sul naso. Lo so che sembra stupido, ma per chi non c'è abituato è davvero strano... Finchè non troveranno un metodo più consono (e monetariamente abbordabile) per la fruizione del 3D, temo mi toccherà adottare questa tecnica. In ogni caso lancio il mio suggerimento: quando si è parlato di rivoluzione del 3D e di aggiornamento delle sale, a cui è corrisposto un costo più elevato del biglietto per sostenere le spese della nuova visione, io mi aspettavo una vera tecnologia all'avanguardia, non lo stesso occhiale che usavo da bambino per vedere le figurine in 3D, solo con lenti diverse... Quindi, perchè non installare nei cinema un'enorme lente trasparente per il 3D che copra lo schermo della proiezione? Nessuno userebbe più gli occhialini e, soprattutto, i 10-11 euro richiesti avrebbero quantomeno un senso. Che la mia idea sia irrealizzabile? Non lo so, sinceramente.
Ma ora entriamo nel merito di questo film. C'è bisogno del 3D per vederlo? No. A differenza degli altri 2 che avevo precedentemente visto in tre dimensioni ("Mostri contro Alieni" e "L'era glaciale 3 - L'alba dei dinosauri"), qui non mi pare ci sia stato un vero accorgimento ai fini della distribuzione in 3D. E' vero, ci sono sparatorie, lanci, voli, esplosioni... ma non è che con il 3D ci bruciamo la faccia, vediamo un proiettile sfiorarci o ci vengono le vertigini per l'altezza. Non so, forse il fastidio causatomi dagli occhiali ha spento un pochino di magia, però non ho sentito il brivido giù per la schiena vedendomi l'etichetta della maglietta di Sam Worthington in tre dimensioni (è un esempio serio, ho controllato - per caso - durante la visione). Cioè, se i miei 11 euro di biglietto servono a finanziare un'etichetta, mi spiace ma io passo. Anche perchè, diciamocelo, è più un vezzo che non una vera necessità questa esplosione globale del 3D. Io, personalmente, aspetto la vera rivoluzione del cinema. Che potrebbe anche essere vicina con il 3D, ma non nella forma in cui è adesso... Che me ne faccio, per esempio, di vedermi "Il dubbio" in 3D? O "Elizabeth: The Golden Age". In questi termini, a mio avviso, non si può parlare di rivoluzione perchè la tecnologia innovativa non è applicabile su tutti i fronti. O meglio, non è che non lo sia per problematiche tecniche, è solo che risulterebbe superfluo. Solo io la vedo così?
Film 62 - Avatar
Film 68 - Avatar (3D)
Film 312 - Avatar
Film 604 - Avatar
Film 1291 - Avatar
Film 2155 - Avatar: The Way of Water
Film 2427 - Avatar: Fire and Ash
Consigli: Bello anche senza il 3D. Risparmiatevi 10 euro...
Parola chiave: Eywa.



#HollywoodCiak
Bengi

sabato 19 dicembre 2009

Film 39 - A serious man

Mio padre, qualche giorno fa, mi ha chiesto se volevamo andare al cinema a vedere qualcosa di divertente. Di solito io e lui andiamo assieme a vedere i film che non interessano a mia madre e con cui lui, quindi, non può andare. Oppure i film che danno in quei cinema che lei considera troppo alti, ossia che hanno un'inclinazione delle poltrone tale da darle fastidio. Mia madre soffre di vertigini. Sì, anche al cinema...


Film 39: "A serious man" (2009) di Ethan Coen, Joel Coen
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Papà
Pensieri: Se l'ottica era vedere un film divertente, ho toppato di brutto. Questo è forse il più strano film che io abbia mai visto. Finisce quando finalmente sta per succedere qualcosa. Mentre durante tutto il film succedono cose, ma con una lentezza tale che diresti che in effetti non è successo niente. Per non parlare dell'inizio strampalato assolutamente disorientante!
Siccome ieri nevicava, io e papà ci siamo fiondati dentro al cinema senza guardarci troppo intorno. Appena seduti è cominciato il film e parte questa scena ambientata agli inizi del '900(?) con una coppia che parla chissà quale lingua e accoglie un fantasma in casa. Lì per lì mica ero sicuro fossimo a vedere il film giusto! Magari nel pomeriggio il cinema dava un'altra pellicola...
Comunque no, il film inizia proprio così. Poi seguono dei titoli di testa accompagnati da una bellissima musica (quella del trailer) e poi parte il film vero. Peccato che sia leeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeentissimo. A un certo punto non riuscivo a stare fermo dal nervoso. Ero irritato dall'incapacità di quest'uomo - il protagonista - di reagire alla realtà che lo circonda (un po' come Pippo nei cartoni animati della Disney. Uno che, per com'è fatto, mi irrita)! Una moglie che lo lascia per un uomo che praticamente gli entra in casa; un fratello pazzoide che gli dorme da mesi sul divano; due figli adolescenti veramente strani (la femmina passa la sua vita a lavarsi i capelli); uno studente coreano che lo ricatta per avere la sufficienza nella sua materia (ah, già, è professore di fisica all'università); un vicino che sconfina costantemente nella sua proprietà. E poi ancora molte altre. Ma Larry Gopnik reagisce? No, a nessuna di queste cose. Lui va da 3 rabbini per cercare la spiegazione di queste orribili cose che gli stanno capitando, per comprendere come mai Dio lo stia punendo e con quale scopo. Nessuno dei rabbini ha una risposta che non sia più di un mal celato 'non lo so'. Larry vorrebbe solo essere un uomo serio, che aiuta i suoi vicini (ma solo quelli ebrei!) e che vive sereno la sua realtà familiare. E, invece, è costretto a passare attraverso una serie innumerevole di umiliazioni, fino alla (quasi) fine del film, in cui sembra tutto dissolversi. Ma è poi veramente così? Chi lo vedrà, saprà!
Quello che posso dire su questa pellicola è che, sicuramente, non mi aspettavo questo. So che i Coen sono estremamente particolari e che ogni loro film è un'avventura diversa, ma, per quanto mi riguarda, non sempre è un'avventura felice. Su una cosa sono d'accordo però: sono bravi! Qui rendono alla perfezione l'incapacità di un uomo a reagire alla sua vita e alle pieghe che sta prendendo. In "Non è un paese per vecchi" ho dovuto chiudere gli occhi in alcune scene per la paura, come quando ero bambino. In "Burn after reading - A prova di spia" hanno saputo creare un'ironia maledettamente tagliente. Insomma, sanno sempre ricreare e ottenere ciò che vogliono e questo è un grande pregio.
Non rivedrei questo film, ma sono felice di averlo visto. E' un tassello in più della visione del mondo Coen. Una scena in particolare mi ha colpito: quando Larry sale sul tetto e si ferma ad osservare il vicinato. Lui è spettatore, come lo è, in realtà, nella sua vita. Gli altri fanno e lui subisce le conseguenze. Ma lui, davvero, cosa fa?
Curiosità: l'attore protagonista, Michael Stuhlbarg, è assolutamente identico a Joaquin Phoenix, ma senza il labbro leporino. Davvero due gocce d'acqua!
Consigli: Guardate questo film solo se siete appassionati di quello che potremmo definire il 'genere Coen'.
Parola chiave: Al peggio non c'è mai fine (è la metafora del film, non il mio giudizio sui film dei Coen!)


Ric