La curiosità di scoprire quanto possa essere brutto un film già distrutto dalla critica mi accompagna sempre con una certa prepotenza. In questo caso, memore del precedente orrore, mi bastava solo non dover pagare...
Film 1373: "Cinquanta sfumature di nero" (2017) di James Foley
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Questo sequel è meno problematico del primo capitolo. Le esperienze legate al sesso sadomaso sono parzialmente limitate e si mostra in generale meno carne. L'argomento dominazion & co. è sostituito dalla standardizzazione fagocitante del vocabolario da prodotto romantico, per cui non ci si deve stupire se Grey - che prima non faceva l'amore, ma scopava forte - ora chiede ad Ana di sposarlo.
L'apertura di Christian (Jamie Dornan), che pure sottolinea una maggiore crescita della trama, rimane purtroppo relegata ad una parata di cliché imbarazzante che va a costruire un personaggio banale e prevedibile basato sul trauma infantile che determina il carattere schivo e sospettoso, incapace di amare e impegnarsi, oltre che vedere le donne non come oggetto, ma come persone e soggetti alla pari. Putroppo alla scontatezza di queste scelte narrative si aggiunge l'arroganza maschilista di un punto di vista medioevale che vede la compagna come un possesso, una proprietà di cui disporre a proprio piacimento.
Al quadro già di per sé non particolarmente illuminato - siamo nel 2017 donne, svegliatevi da questo torpore cazzo! - si assomma l'atteggiamento da piccola fiammiferaia di Anastasia (Dakota Johnson), figura femminile finto-indipendente che, dopo aver fatto la tipa "tosta" per tutta la pellicola, finirà in lacrime tra le braccia del suo uomo macho non appena le cose si metteranno meno bene del solito - che poi, per carità, le sparano addosso e lì chiunque se la sarebbe fatta sotto, però è inutile provare a vendere come donna moderna e indipendente una che per muoversi ha l'autista, prende gli elicotteri o guida le barche... -.
In tutto questo, comunque, quello che trovo sempre sconcertante è come si possa trovare attraente o interessante una storia d'amore del genere. Dov'è il romanticismo in una frase come "voglio passare ogni istante della mia vita con te"? Più che amore io sento un certo grado di ansia che mi cresce dentro.
Quello che suggellano qui non è un rapporto paritario basato sul rispetto l'uno per l'altra, ma il racconto del predominio e della prevaricazione mascherati da succosa e provocante perversione. Perché se Anastasia decide che essere sculacciata le provoca piacere per me non c'è alcun problema, finché rimane una ponderata scelta individuale dettata da una sana e naturale curiosità. Quello che mi lascia perplesso qui come nel precedente racconto è il tentativo di rendere sexy la compravendita di una prestazione mascherata da rapporto amoroso. Grey sarà fascinoso e proibito, ma solo perché è interpretato da un uomo che incarna queste caratteristiche; svuotato di quegli aspetti che lo rendono desiderabile, rimane un ometto ricco e viziato incapace di accettare il rifiuto e rapportarsi all'altro sesso in maniera salutare e costruttiva. E trovo che tentare di sdoganare al grande pubblico questo tipo di figura attraverso un banale infiocchettamento patinato e pseudo amoroso sia una pericolosa involuzione in grado di influenzare negativamente i più suggestionabili. Perché va tutto bene fin quando Grey viene deriso per la macchietta retrograda che è, meno quando viene idolatrato o osannato per i valori che trasmette.
Per quanto riguarda il cast, anche in questo secondo episodio è particolarmente ricco. Tra le new entry una Kim Basinger francamente irriconoscibile reduce da un assestamento facciale che è qualcosa di inquietante. Una donna che ha buttato via una carriera e ora ripeschiamo qui in uno dei ruoli più inutili di "Cinquanta sfumature di nero", forse solo meno inutile della sorella Grey giocosa e iperattiva interpretata da Rita Ora.
In generale, comunque, il film è spazzatura anche se più allineato ai canoni hollywoodiani del precedente. Della serie: lo scandalo c'è, ma si vede meno. La sceneggiatura attinge da materiale scarsissimo che regala dialoghi derisibili e snodi narrativi inesistenti, per un risultato finale privo di pathos e onestamente insapore, incapace di risollevarsi nemmeno con l'aiuto della colonna sonora (anche quella meno efficace della precedente). "Fifty Shades Darker" è una ciofeca.
Film 899 - Cinquanta sfumature di grigio
Cast: Dakota Johnson, Jamie Dornan, Eloise Mumford, Luke Grimes, Max Martini, Kim Basinger, Marcia Gay Harden, Eric Johnson, Bella Heathcote, Rita Ora.
Box Office: $378.8 milioni
Consigli: Se avete gradito il primo, tendenzialmente anche questo dovrebbe lasciarvi soddisfatti. Per tutti gli altri, meglio evitare.
Parola chiave: New York.
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#HollywoodCiak
Bengi
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mercoledì 14 giugno 2017
Film 1373 - Cinquanta sfumature di nero
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lunedì 16 gennaio 2017
Film 1282 - Elle
Un po' per caso e un po' per curiosità mi sono avvicinato a questa pellicola che, sorprendentemente, ho trovato disponibile in streaming in versione originale.
Film 1282: "Elle" (2016) di Paul Verhoeven
Visto: dal computer di casa
Lingua: francese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Dopo qualche settimana di ponderazione e "digestione" della storia, sono giunto alla conclusione che probabilmente "Elle" sia il film del 2016 che ho preferito in assoluto.
Innanzitutto la premessa: ho scelto di vederlo - benché si trovasse solo in lingua - perché c'è Isabelle Huppert e perché sembrava fosse il riscatto di Paul Verhoeven. Non sapevo altro di questa pellicola e in tutta onestà non ero nemmeno troppo convinto sarei rimasto soddisfatto della visione.
E' bastato cominciare la storia per rimanerne rapito e, naturalmente, massacrato. Si tratta di un racconto duro, feroce e crudele, oltre che a volte tremendamente onesto per quanto riguarda la singolarità della natura umana. La protagonista Michèle Leblanc - una Huppert che si meriterebbe davvero l'Oscar - viene aggredita in casa sua e stuprata e la sua reazione a posteriori sarà spiazzante, disarmante per chi guarda e sa in tutto e per tutto quali comportamenti la donna metterà in atto. Essere spettatori di questa storia è difficile, è forte ed è a tratti doloroso, sia perché l'efferatezza della violenza fa star male, sia perché il modo di raccontare di Verhoeven è asciutto e senza fronzoli, crudo, quasi che l'attacco alla protagonista passi, per chi guarda, anche attraverso una regia che non risparmia nulla, non volta lo sguardo e, anzi, denuda la molteplicità della natura umana e non ha paura di confrontarcisi.
Michèle è una persona forte e indipendente che non perde tempo e non si finge qualcuna che non è per gli altri e, allo stesso tempo, mi è sembrata fragile, quasi bipolare nei suoi comportamenti di mamma "mammona" che concede tutto al figlio scansafatiche e di donna desiderosa di un contatto umano malato con il suo aggressore. La ricerca della violenza e dell'estremo, oltre che la ciclica necessità di avventure con uomini già occupati, fanno pensare al costante bisogno di deviare dal comune, dall'ordinario o da quella che semplicisticamente si potrebbe definire normalità, alla ricerca dell'eccitazione da situazioni al limite e rischiose persino per se stessa. Insomma, una facciata alto-borghese che racconta una storia di successo e inserimento all'interno della comunità e, nonostante ciò, un'insoddisfazione viscerale che passa attraverso l'umiliazione, l'aggressione e la sottomissione all'estraneo. E dove Michèle ha certamente molto su cui lavorare, quello che accade durante la visione è che anche lo spettatore non può fare a meno di porsi delle domande, di analizzare le situazioni cui assiste, di vivere con lei le aggressioni, gli atterramenti e le violenze in un mix di emozioni forti e spesso contrastanti verso la donna e verso il film.
Forse Michèle è la versione moderna e senza mediazioni di pudore di Séverine Serizy, una Bella di Giorno che ha già scoperto attraverso quali mezzi ottenere il proprio piacere e alla quale di certo non servono gli infiocchettamenti e le spinte altrui per convincersi ad abbracciare le proprie pulsioni più inconfessabili, animalesche e degradanti. Ci vuole fegato per raggiungere certi livelli di bassezza nei confronti di sé e riuscire a trarne qualcosa. Michèle sfrutterà la sua intelligenza per uscire da un gioco perverso che la mette in pericolo e le sfugge presto di mano. Noi che guardiamo proviamo - ognuno per sé - sentimenti contrastanti ed opinioni differenti di fronte ad una storia che è tutto tranne che ordinaria, convenzionale o stupida. Quello che rimane di "Elle" è un viaggio decisamente inaspettato all'interno di una vita che è totalmente personale, com'è giusto che sia, quanto umanamente discutibile. Ed è proprio quest'ultimo punto che considero vincente: una storia che fa discutere, che non lascia indifferenti, che ti rimane attaccata costringendoti più spesso di quanto non ti vada al confronto con qualcosa di scomodo ed inusuale; una storia che ha vinto perché, nel bene o nel male, è riuscita a trasmetterti qualcosa, a regalarti più di un'emozione e a lasciarti con numerosi spunti su cui riflettere.
Io la storia di Michèle Leblanc l'ho vissuta così, come un viaggio che è cominciato con la visione del film e che non sono più riuscito a togliermi da dosso, rapito e colpito da un personaggio tanto diretto e disarmante, tanto umano quanto apparentemente privo di emozioni. Non è facile trovare una pellicola che ti faccia provare tutto ciò (soprattutto di questi tempi) e io credo davvero di essermene innamorato.
Ps. Per una volta la stampa estera si è dimostrata più lungimirante di altre giurie e ha concesso a questa pellicola ben 2 Golden Globes su 2 candidature: Miglior film straniero e Miglior attrice protagonista drammatica (Huppert). Il film, inoltre, ha gareggiato in concorso al Festival di Cannes 2016.
Cast: Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Anne Consigny, Charles Berling, Virginie Efira, Judith Magre, Christian Berkel, Jonas Bloquet, Alice Isaaz, Vimala Pons, Arthur Mazet, Raphaël Lenglet, Lucas Prisor.
Box Office: $10.2 milioni
Consigli: Non è un film per tutti, non è un film che piacerà a tutti, non è un film per qualsiasi occasione. Tenetelo ben presente nel momento in cui valuterete la possibilità di dare una chance a questa pellicola. Si tratta certamente di un prodotto provocatorio, ma fatevi il favore di non aprire questioni di morale o gusti personali mentre state seguendo la storia: le riflessioni si fanno a racconto concluso, lasciandosi trasportare dalla franchezza e trasparenza con cui il film tratta i suoi elementi.
In ogni caso una Huppert mostruosa, magistrale nella sua interpretazione, stupenda, francamente inarrivabile e nonostante la mia personale ammirazione per Emma Stone e l'onesta felicità che provo nel pensarla vincitrice di un Oscar per "La La Land", ritengo che difficilmente la sua interpretazione saprà battere nel mio cuore quella che ben presto sarà l'Oscar mancato di Isabelle Huppert.
Parola chiave: Ferita alla mano.
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#HollywoodCiak
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Film 1282: "Elle" (2016) di Paul Verhoeven
Visto: dal computer di casa
Lingua: francese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Dopo qualche settimana di ponderazione e "digestione" della storia, sono giunto alla conclusione che probabilmente "Elle" sia il film del 2016 che ho preferito in assoluto.
Innanzitutto la premessa: ho scelto di vederlo - benché si trovasse solo in lingua - perché c'è Isabelle Huppert e perché sembrava fosse il riscatto di Paul Verhoeven. Non sapevo altro di questa pellicola e in tutta onestà non ero nemmeno troppo convinto sarei rimasto soddisfatto della visione.
E' bastato cominciare la storia per rimanerne rapito e, naturalmente, massacrato. Si tratta di un racconto duro, feroce e crudele, oltre che a volte tremendamente onesto per quanto riguarda la singolarità della natura umana. La protagonista Michèle Leblanc - una Huppert che si meriterebbe davvero l'Oscar - viene aggredita in casa sua e stuprata e la sua reazione a posteriori sarà spiazzante, disarmante per chi guarda e sa in tutto e per tutto quali comportamenti la donna metterà in atto. Essere spettatori di questa storia è difficile, è forte ed è a tratti doloroso, sia perché l'efferatezza della violenza fa star male, sia perché il modo di raccontare di Verhoeven è asciutto e senza fronzoli, crudo, quasi che l'attacco alla protagonista passi, per chi guarda, anche attraverso una regia che non risparmia nulla, non volta lo sguardo e, anzi, denuda la molteplicità della natura umana e non ha paura di confrontarcisi.
Michèle è una persona forte e indipendente che non perde tempo e non si finge qualcuna che non è per gli altri e, allo stesso tempo, mi è sembrata fragile, quasi bipolare nei suoi comportamenti di mamma "mammona" che concede tutto al figlio scansafatiche e di donna desiderosa di un contatto umano malato con il suo aggressore. La ricerca della violenza e dell'estremo, oltre che la ciclica necessità di avventure con uomini già occupati, fanno pensare al costante bisogno di deviare dal comune, dall'ordinario o da quella che semplicisticamente si potrebbe definire normalità, alla ricerca dell'eccitazione da situazioni al limite e rischiose persino per se stessa. Insomma, una facciata alto-borghese che racconta una storia di successo e inserimento all'interno della comunità e, nonostante ciò, un'insoddisfazione viscerale che passa attraverso l'umiliazione, l'aggressione e la sottomissione all'estraneo. E dove Michèle ha certamente molto su cui lavorare, quello che accade durante la visione è che anche lo spettatore non può fare a meno di porsi delle domande, di analizzare le situazioni cui assiste, di vivere con lei le aggressioni, gli atterramenti e le violenze in un mix di emozioni forti e spesso contrastanti verso la donna e verso il film.
Forse Michèle è la versione moderna e senza mediazioni di pudore di Séverine Serizy, una Bella di Giorno che ha già scoperto attraverso quali mezzi ottenere il proprio piacere e alla quale di certo non servono gli infiocchettamenti e le spinte altrui per convincersi ad abbracciare le proprie pulsioni più inconfessabili, animalesche e degradanti. Ci vuole fegato per raggiungere certi livelli di bassezza nei confronti di sé e riuscire a trarne qualcosa. Michèle sfrutterà la sua intelligenza per uscire da un gioco perverso che la mette in pericolo e le sfugge presto di mano. Noi che guardiamo proviamo - ognuno per sé - sentimenti contrastanti ed opinioni differenti di fronte ad una storia che è tutto tranne che ordinaria, convenzionale o stupida. Quello che rimane di "Elle" è un viaggio decisamente inaspettato all'interno di una vita che è totalmente personale, com'è giusto che sia, quanto umanamente discutibile. Ed è proprio quest'ultimo punto che considero vincente: una storia che fa discutere, che non lascia indifferenti, che ti rimane attaccata costringendoti più spesso di quanto non ti vada al confronto con qualcosa di scomodo ed inusuale; una storia che ha vinto perché, nel bene o nel male, è riuscita a trasmetterti qualcosa, a regalarti più di un'emozione e a lasciarti con numerosi spunti su cui riflettere.
Io la storia di Michèle Leblanc l'ho vissuta così, come un viaggio che è cominciato con la visione del film e che non sono più riuscito a togliermi da dosso, rapito e colpito da un personaggio tanto diretto e disarmante, tanto umano quanto apparentemente privo di emozioni. Non è facile trovare una pellicola che ti faccia provare tutto ciò (soprattutto di questi tempi) e io credo davvero di essermene innamorato.
Ps. Per una volta la stampa estera si è dimostrata più lungimirante di altre giurie e ha concesso a questa pellicola ben 2 Golden Globes su 2 candidature: Miglior film straniero e Miglior attrice protagonista drammatica (Huppert). Il film, inoltre, ha gareggiato in concorso al Festival di Cannes 2016.
Cast: Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Anne Consigny, Charles Berling, Virginie Efira, Judith Magre, Christian Berkel, Jonas Bloquet, Alice Isaaz, Vimala Pons, Arthur Mazet, Raphaël Lenglet, Lucas Prisor.
Box Office: $10.2 milioni
Consigli: Non è un film per tutti, non è un film che piacerà a tutti, non è un film per qualsiasi occasione. Tenetelo ben presente nel momento in cui valuterete la possibilità di dare una chance a questa pellicola. Si tratta certamente di un prodotto provocatorio, ma fatevi il favore di non aprire questioni di morale o gusti personali mentre state seguendo la storia: le riflessioni si fanno a racconto concluso, lasciandosi trasportare dalla franchezza e trasparenza con cui il film tratta i suoi elementi.
In ogni caso una Huppert mostruosa, magistrale nella sua interpretazione, stupenda, francamente inarrivabile e nonostante la mia personale ammirazione per Emma Stone e l'onesta felicità che provo nel pensarla vincitrice di un Oscar per "La La Land", ritengo che difficilmente la sua interpretazione saprà battere nel mio cuore quella che ben presto sarà l'Oscar mancato di Isabelle Huppert.
Parola chiave: Ferita alla mano.
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venerdì 28 ottobre 2016
Film 1230 - Bella di giorno
Qualche settimana fa mi era venuta voglia di recuperare almeno un film con Catherine Deneuve, in particolare quello della sua performance candidata all'Oscar. Lo streaming di "Indochine", però, non era disponibile, per cui mi sono lanciato su questo titolo che da tantissimo tempo volevo recuperare!
Film 1230: "Bella di giorno" (1967) di Luis Buñuel
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Non sapevo nulla di questa storia. Dal titolo potevo immaginarmi una prostituzione versione upper class, ma nulla di più e, sorpresa, mi sono innamorato del film! Bellissimo, erotico e rivoluzionario, inaspettatamente provocatorio ma mai volgare, sorprendente nel toccare temi scomodi rimanendo sempre all'interno di una classe e una delicatezza che francamente non mi aspettavo. Chiaro, sempre di vendere il proprio corpo si tratta (e non solo), però rispetto alla crudezza delle immagini cui oggi siamo ampiamente abituati, la quasi pudica versione di Buñuel mi ha davvero colpito. E la Deneuve è perfetta.
Molto più risucito di "Lolita" (volutamente presentato come scabroso e carico di tensione sessuale), mi pare che "Belle de jour" riesca ampiamente a sconvolgere il suo spettatore, rimanendo ancora ad una visione d'insieme che riflette lo stile e la classe della sua protagonista. Dunque fantasia sadomaso sì, ma con la classica aplomb francese. J'adore.
Personaggi bizzarri, case chiuse, abiti Yves St. Laurent ed erotiche avventure qui si fondono in un tutt'uno di desiderio e inammissibilità, pudore e ricerca del proprio e dell'altrui piacere. Insomma, una pellicola di una certa potenza non solo narrativa, ma anche visiva. Bello e indimenticabile.
Ps. Leone d'Oro al Festival del Cinema di Venezia.
Cast: Catherine Deneuve, Jean Sorel, Michel Piccoli, Geneviève Page, Pierre Clémenti, Françoise Fabian, Macha Méril, Maria Latour, Marguerite Muni, Francis Blanche.
Box Office: $20,246,403
Consigli: Tratto dall'omonimo romanzo di Joseph Kessel, questo film è sorprendentemente erotico senza mostrare, provocatorio per i tempi in cui è uscito e allo stesso tempo in grado di presentarsi con classe, evitando scivoloni volgari. E' la storia di una casalinga (f)rigida col marito che finisce per mettere in pratica le sue fantasie sadomaso e non in una casa di appuntamenti d'alto bordo, intrecciando relazioni con numerosi uomini e riuscendo pian piano a trovare una dimensione affettiva più umana col consorte.
Dunque di certo non un titolo per tutti - pur casto nella messa in scena! -, ma un bellissimo film di cui consiglio vivamente la visione. Un cult.
Parola chiave: Marcel.
Trailer
#HollywoodCiak
Bengi
Film 1230: "Bella di giorno" (1967) di Luis Buñuel
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Non sapevo nulla di questa storia. Dal titolo potevo immaginarmi una prostituzione versione upper class, ma nulla di più e, sorpresa, mi sono innamorato del film! Bellissimo, erotico e rivoluzionario, inaspettatamente provocatorio ma mai volgare, sorprendente nel toccare temi scomodi rimanendo sempre all'interno di una classe e una delicatezza che francamente non mi aspettavo. Chiaro, sempre di vendere il proprio corpo si tratta (e non solo), però rispetto alla crudezza delle immagini cui oggi siamo ampiamente abituati, la quasi pudica versione di Buñuel mi ha davvero colpito. E la Deneuve è perfetta.
Molto più risucito di "Lolita" (volutamente presentato come scabroso e carico di tensione sessuale), mi pare che "Belle de jour" riesca ampiamente a sconvolgere il suo spettatore, rimanendo ancora ad una visione d'insieme che riflette lo stile e la classe della sua protagonista. Dunque fantasia sadomaso sì, ma con la classica aplomb francese. J'adore.
Personaggi bizzarri, case chiuse, abiti Yves St. Laurent ed erotiche avventure qui si fondono in un tutt'uno di desiderio e inammissibilità, pudore e ricerca del proprio e dell'altrui piacere. Insomma, una pellicola di una certa potenza non solo narrativa, ma anche visiva. Bello e indimenticabile.
Ps. Leone d'Oro al Festival del Cinema di Venezia.
Cast: Catherine Deneuve, Jean Sorel, Michel Piccoli, Geneviève Page, Pierre Clémenti, Françoise Fabian, Macha Méril, Maria Latour, Marguerite Muni, Francis Blanche.
Box Office: $20,246,403
Consigli: Tratto dall'omonimo romanzo di Joseph Kessel, questo film è sorprendentemente erotico senza mostrare, provocatorio per i tempi in cui è uscito e allo stesso tempo in grado di presentarsi con classe, evitando scivoloni volgari. E' la storia di una casalinga (f)rigida col marito che finisce per mettere in pratica le sue fantasie sadomaso e non in una casa di appuntamenti d'alto bordo, intrecciando relazioni con numerosi uomini e riuscendo pian piano a trovare una dimensione affettiva più umana col consorte.
Dunque di certo non un titolo per tutti - pur casto nella messa in scena! -, ma un bellissimo film di cui consiglio vivamente la visione. Un cult.
Parola chiave: Marcel.
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giovedì 16 aprile 2015
Film 899 - Cinquanta sfumature di grigio
Per l'ultimo film prima di toccare il traguardo delle 900 recensioni, un titolo già cult, un appuntamento al cinema del 2015 che non potevo assolutamente perdere. Perché per quanto sapessimo già tutti che sarebbe stata una boiata gigantesca, non potevo davvero non farmene un'opinione personale!
Film 899: "Cinquanta sfumature di grigio" (2015) di Sam Taylor-Johnson
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi, Clà
Pensieri: Lui non fa l'amore. Lui scopa. Forte.
Potrei già chiudere qui la mia recensione sul caso cinematografico di quest'anno, ma preferisco sparare ancora un po' sulla croce rossa. Partendo, però, da una verità che non posso nascondere: è stato meno peggio di quanto pensassi.
Innanzitutto trovo azzeccata la scelta di affidare a una donna, Sam Taylor-Johnson, la regia. Il taglio che ha scelto per le inquadrature è molto intimo, ravvicinato e non nasconde nulla allo spettatore. Gli sguardi tra i due attori sono i veri protagonisti di questa storia erotica che lo è, a ben vedere, principalmente sulla carta.
Un po' come un incontro sessuale tanto raccontato quanto atteso, questo menage tra Anastasia Steele e Christian Grey e talmente cerebrale e concordato che si affloscia quasi subito. L'ansia e l'attesa per l'eros che deve sbocciare a tutti i costi, le promesse di una sessualità spinta e un approccio di marketing che ha regalato al mondo intero - anche a chi non voleva - una preview di tutto quanto sarebbe accaduto, tutti questi elementi concorrono al raffreddamento di ogni scena sessualmente esplicita. Che poi chiamarle esplicite è un tantino esagerato. Ma procediamo con ordine.
Come dicevo ho apprezzato la scelta di regia come quella del cast. Nonostante Jamie Dornan sia meno sfacciatamente erotico di quanto mi sarei aspettato, ho trovato comunque particolarmente azzeccata Dakota Johnson (per quanto i miei compagni di visione non condividano la stessa opinione) nella sua semplicità e fresca immediatezza. Un corpo normale e naturale, un faccino alla Rory Gilmore, in un mix che ha funzionato bene a mio avviso. Insieme la coppia è palesemente bella, anche se un po' fatica nel regalare emozioni coinvolgenti sullo schermo. Ma diciamo che con tutto quel contrattare anche a me sarebbe venuta noia... Insomma loro ok, la scelta è giusta. Tutto il resto, invece, non va.
Conformemente a ciò che mi aspettavo, la sceneggiatura è imbarazzante. Anzi, mi correggo, la storia è imbarazzante, la sceneggiatura fa quello che può per riempire un vuoto cosmico che non può certamente essere riempito in vista di una trasposizione cinematografica che a tutto punta tranne che riempire di contenuti il risultato finale. E, per carità, sta anche in questo il suo fascino. Eppure il vuoto intrattenimento, il peccaminoso voyeurismo, la serata un po' spinta che "Cinquanta sfumature di grigio" intende regalare non basta a renderlo sufficientemente gradevole.
Innanzitutto - e devo dire che la cosa mi ha lasciato fortemente perplesso - perché questo titolo punta al target femminile in maniera sfacciata, ma imposta la storia in un'ottica maschilista che è ancora più palese. Uno si aspetterebbe che in un film come questo sia l'uomo l'oggetto dell'attrazione, il corpo da spogliare, il fulcro del desiderio. E, invece, Jamie Dornan è sempre senza maglietta, ma niente più. Forse un lato B, ma ammetto che al momento non ricordo. La cosa più osé che lo riguarda è una sbottonata di pantalone della durata di un millesimo di secondo che fa intravvedere dove finisce il pelo e dove comincia Mr. Grey. Basta.
D'altro canto di Dakota Johnson ora conosco tutto tranne il codice fiscale. Più che "Cinquanta sfumature di grigio" lo ribattezzerei "Cinquanta sfumature di tette", perché ce ne sono davvero tante e in tutte le prospettive e posizioni. Capezzoli, capezzoli ovunque (sempre della Johnson, a onor di cronaca). Non che la cosa mi abbia particolarmente turbato, ma sono rimasto sorpreso da questa impostazione della vicenda. Io se fossi donna e mi fossi appassionata al libro e alla figura chiave del suo protagonista mi sarei sentita francamente presa per il culo (e neanche in senso letterale, il che aggiungerebbe frustrazione). Cioè io pago per vedere Grey e mi sorbisco 2 ore di vuoto narrativo riempito dalle inquadrature total body di Anastasia Steele? Non ci siamo.
Ma poi nel 2015 non è neanche tanto l'approccio sessista a darmi più fastidio (che pure me ne dà, sia chiaro). La cosa che mi atterrisce maggiormente in questo caso è la rappresentazione dell'amore contemporaneo. Christian Grey è uno che è talmente ricco che ti viene a prendere all'Università in elicottero e poi fa a scazzottate perché è geloso, dopo che ti ha detto che non vuole una relazione perché lui è in una situazione troppo complessa, troppo marcia, troppo... troppo. Ma di cosa stiamo parlando, scusate? Io se voglio stare con qualcuno ci sto, non ci stipulo un contratto. E ok che il Signor Grey ha delle fantasie particolari, ma non ci vuole un'ora e mezza di film per dire che gli piace il sadomaso, lo si dice e pace. Anastasia è pur carina, ma non è l'unica donna di questo pianeta e se non gradisce l'articolo grazie e arrivederci. E invece no, perché per 125 minuti si parla minuziosamente di ogni "scabroso" dettaglio, di tecniche per lo sculacciamento, di dildo, di penetrazioni e cose così, senza che si avverta mai per davvero il desiderio sessuale tra questi due, senza che si percepisca l'affetto genuino che dovrebbe stare alla base del loro rapporto e far superare al pubblico le azioni bambocce da ragazzini come fare a pugni per la propria donna (ma poi, ancora? Davvero?). Io, personalmente, sono rimasto avvilito nel vedere che l'amore ai tempi dell'iPhone 6 passa attraverso una minuziosa contrattazione che vuole lui a dormire fuori dalla camera da letto di lei, che la obbliga a passare i suoi weekend presso la sua residenza a fare ciò che lui vuole fare, che le ricorda a quanti incontri sessuali dovrà partecipare e quanti orgasmi gli dovrà procurare, in che maniera e con che tecniche. Lei dice "Sì, signore", io direi vai a cagare (e scusate il francesismo).
Poi a parte le prepotenze da bulletto e gli occhi a cuore di lei perché dopo che gli regala la verginità non ci capisce più niente, mi rendo conto anch'io che questa è una storia inventata, che la situazione è più che peculiare e che grazie a Dio c'è ancora gente che per vivere una storia d'amore non ha bisogno di trascriverla in un contratto, però rimane il fatto che constatare i milioni di lettori e di spettatori che il franchise ha avuto emette una sentenza innegabile, ovvero che questa storia, proprio questa qui, è piaciuta e anche molto. Non so, a me spaventa. Perché è vero che io per primo, pagante, sono andato a vedere questo film, ma non so dire in quanti troveranno questa storia idiota, volgare, sciocca, divertente, bella, stupenda o il modello a cui protendere quando si parla di relazione amorosa. Se - di nuovo - fossi una donna, non vorrei mai un fidanzato come Christian Grey, e non certo perché ha quel segretuccio del bondage, ma per quell'idea becera di uomo che ti possiede, che ti ha e ti detiene come bene prezioso da proteggere e custodire, che ti dimostra il suo amore attraverso tanti di quei cliché che non sai più nemmeno come farglielo capire che se invece di regalarti una macchina ti regalasse una relazione sentimentale e sessuale normale tu saresti più felice. E per sessualmente normale intendo vissuta con normalità e serenità, senza tutta la farsa che montano in questo film.
Film che, come sappiamo, avrà altri due sequel che mi spiegheranno come diavolo pensano di portare avanti sta boiata, visto che dall'orrendo finale tronco di questo primo episodio ho capito che lei è rimasta sconvolta perché lui l'ha sculacciata. Mi scuso per lo spoiler, ma bisogna dirlo a voce alta che lei è una cretina, se lo lascia per questo. Cioè ma allora di cosa abbiamo parlato per due ore, di raccolta differenziata? Lo lasci perché mette in pratica le 2.000.000 di regole che avete deciso insieme e non perché è un bamboccio maschilista? Rimango perplesso.
Insomma, come è evidente "Fifty Shades of Grey" non è certo un prodotto cinematografico che mi ha colpito in positivo; depurato da ogni visione in chiave socio-antropologica (forse comincio a delirare) è perfino divertente perché regala momenti comici involontari a iosa (non potrete più fare a meno di mordervi il labbro). Però davvero tutto ciò non basta a renderlo anche solo passabile. E' un film vuoto, carico solo di un'immagine patina e glam di come Hollywood e E.L. James hanno rivestito l'erotismo spiccio. Non c'è molto da vedere qui, nonostante le promesse e dubito che i prossimi due titoli miglioreranno anche se rimango fiducioso e con la speranza che, più di questo, possano colpirmi. Forte.
Film 1373 - Cinquanta sfumature di nero
Box Office: $567.7 milioni
Consigli: Attesissimo, chiacchieratissimo e di gran successo. Insomma, uno di quei titoli che bisognerebbe vedere per capire perché tutti ne parlino. Va detto subito che è brutto e privo di una storia, ma sono sicuro che nella vita ci siano modi ben peggiori di passare il proprio tempo. Cast abbastanza buono (nonostante la scelta di scritturare Rita Ora, di cui ancora ignoro la professione), regia migliore del previsto, bella colonna sonora. E' un po' come "Twilight", anche se manca il triangolo e la perversione della figlia che si innamorerà dell'uomo con cui la madre ha avuto un'affaire. Che poi, chi può dirlo? Magari in "Cinquanta sfumature di nero" o "Cinquanta sfumature di rosso" ci sarà anche questa bella sorpresa! Nell'attesa, il grigio sta bene su tutto, tanto vale dargli una chance. Almeno ci si fa una risata.
Parola chiave: Controllo.
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#HollywoodCiak
Bengi
Film 899: "Cinquanta sfumature di grigio" (2015) di Sam Taylor-Johnson
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi, Clà
Pensieri: Lui non fa l'amore. Lui scopa. Forte.
Potrei già chiudere qui la mia recensione sul caso cinematografico di quest'anno, ma preferisco sparare ancora un po' sulla croce rossa. Partendo, però, da una verità che non posso nascondere: è stato meno peggio di quanto pensassi.
Innanzitutto trovo azzeccata la scelta di affidare a una donna, Sam Taylor-Johnson, la regia. Il taglio che ha scelto per le inquadrature è molto intimo, ravvicinato e non nasconde nulla allo spettatore. Gli sguardi tra i due attori sono i veri protagonisti di questa storia erotica che lo è, a ben vedere, principalmente sulla carta.
Un po' come un incontro sessuale tanto raccontato quanto atteso, questo menage tra Anastasia Steele e Christian Grey e talmente cerebrale e concordato che si affloscia quasi subito. L'ansia e l'attesa per l'eros che deve sbocciare a tutti i costi, le promesse di una sessualità spinta e un approccio di marketing che ha regalato al mondo intero - anche a chi non voleva - una preview di tutto quanto sarebbe accaduto, tutti questi elementi concorrono al raffreddamento di ogni scena sessualmente esplicita. Che poi chiamarle esplicite è un tantino esagerato. Ma procediamo con ordine.
Come dicevo ho apprezzato la scelta di regia come quella del cast. Nonostante Jamie Dornan sia meno sfacciatamente erotico di quanto mi sarei aspettato, ho trovato comunque particolarmente azzeccata Dakota Johnson (per quanto i miei compagni di visione non condividano la stessa opinione) nella sua semplicità e fresca immediatezza. Un corpo normale e naturale, un faccino alla Rory Gilmore, in un mix che ha funzionato bene a mio avviso. Insieme la coppia è palesemente bella, anche se un po' fatica nel regalare emozioni coinvolgenti sullo schermo. Ma diciamo che con tutto quel contrattare anche a me sarebbe venuta noia... Insomma loro ok, la scelta è giusta. Tutto il resto, invece, non va.
Conformemente a ciò che mi aspettavo, la sceneggiatura è imbarazzante. Anzi, mi correggo, la storia è imbarazzante, la sceneggiatura fa quello che può per riempire un vuoto cosmico che non può certamente essere riempito in vista di una trasposizione cinematografica che a tutto punta tranne che riempire di contenuti il risultato finale. E, per carità, sta anche in questo il suo fascino. Eppure il vuoto intrattenimento, il peccaminoso voyeurismo, la serata un po' spinta che "Cinquanta sfumature di grigio" intende regalare non basta a renderlo sufficientemente gradevole.
Innanzitutto - e devo dire che la cosa mi ha lasciato fortemente perplesso - perché questo titolo punta al target femminile in maniera sfacciata, ma imposta la storia in un'ottica maschilista che è ancora più palese. Uno si aspetterebbe che in un film come questo sia l'uomo l'oggetto dell'attrazione, il corpo da spogliare, il fulcro del desiderio. E, invece, Jamie Dornan è sempre senza maglietta, ma niente più. Forse un lato B, ma ammetto che al momento non ricordo. La cosa più osé che lo riguarda è una sbottonata di pantalone della durata di un millesimo di secondo che fa intravvedere dove finisce il pelo e dove comincia Mr. Grey. Basta.
D'altro canto di Dakota Johnson ora conosco tutto tranne il codice fiscale. Più che "Cinquanta sfumature di grigio" lo ribattezzerei "Cinquanta sfumature di tette", perché ce ne sono davvero tante e in tutte le prospettive e posizioni. Capezzoli, capezzoli ovunque (sempre della Johnson, a onor di cronaca). Non che la cosa mi abbia particolarmente turbato, ma sono rimasto sorpreso da questa impostazione della vicenda. Io se fossi donna e mi fossi appassionata al libro e alla figura chiave del suo protagonista mi sarei sentita francamente presa per il culo (e neanche in senso letterale, il che aggiungerebbe frustrazione). Cioè io pago per vedere Grey e mi sorbisco 2 ore di vuoto narrativo riempito dalle inquadrature total body di Anastasia Steele? Non ci siamo.
Ma poi nel 2015 non è neanche tanto l'approccio sessista a darmi più fastidio (che pure me ne dà, sia chiaro). La cosa che mi atterrisce maggiormente in questo caso è la rappresentazione dell'amore contemporaneo. Christian Grey è uno che è talmente ricco che ti viene a prendere all'Università in elicottero e poi fa a scazzottate perché è geloso, dopo che ti ha detto che non vuole una relazione perché lui è in una situazione troppo complessa, troppo marcia, troppo... troppo. Ma di cosa stiamo parlando, scusate? Io se voglio stare con qualcuno ci sto, non ci stipulo un contratto. E ok che il Signor Grey ha delle fantasie particolari, ma non ci vuole un'ora e mezza di film per dire che gli piace il sadomaso, lo si dice e pace. Anastasia è pur carina, ma non è l'unica donna di questo pianeta e se non gradisce l'articolo grazie e arrivederci. E invece no, perché per 125 minuti si parla minuziosamente di ogni "scabroso" dettaglio, di tecniche per lo sculacciamento, di dildo, di penetrazioni e cose così, senza che si avverta mai per davvero il desiderio sessuale tra questi due, senza che si percepisca l'affetto genuino che dovrebbe stare alla base del loro rapporto e far superare al pubblico le azioni bambocce da ragazzini come fare a pugni per la propria donna (ma poi, ancora? Davvero?). Io, personalmente, sono rimasto avvilito nel vedere che l'amore ai tempi dell'iPhone 6 passa attraverso una minuziosa contrattazione che vuole lui a dormire fuori dalla camera da letto di lei, che la obbliga a passare i suoi weekend presso la sua residenza a fare ciò che lui vuole fare, che le ricorda a quanti incontri sessuali dovrà partecipare e quanti orgasmi gli dovrà procurare, in che maniera e con che tecniche. Lei dice "Sì, signore", io direi vai a cagare (e scusate il francesismo).
Poi a parte le prepotenze da bulletto e gli occhi a cuore di lei perché dopo che gli regala la verginità non ci capisce più niente, mi rendo conto anch'io che questa è una storia inventata, che la situazione è più che peculiare e che grazie a Dio c'è ancora gente che per vivere una storia d'amore non ha bisogno di trascriverla in un contratto, però rimane il fatto che constatare i milioni di lettori e di spettatori che il franchise ha avuto emette una sentenza innegabile, ovvero che questa storia, proprio questa qui, è piaciuta e anche molto. Non so, a me spaventa. Perché è vero che io per primo, pagante, sono andato a vedere questo film, ma non so dire in quanti troveranno questa storia idiota, volgare, sciocca, divertente, bella, stupenda o il modello a cui protendere quando si parla di relazione amorosa. Se - di nuovo - fossi una donna, non vorrei mai un fidanzato come Christian Grey, e non certo perché ha quel segretuccio del bondage, ma per quell'idea becera di uomo che ti possiede, che ti ha e ti detiene come bene prezioso da proteggere e custodire, che ti dimostra il suo amore attraverso tanti di quei cliché che non sai più nemmeno come farglielo capire che se invece di regalarti una macchina ti regalasse una relazione sentimentale e sessuale normale tu saresti più felice. E per sessualmente normale intendo vissuta con normalità e serenità, senza tutta la farsa che montano in questo film.
Film che, come sappiamo, avrà altri due sequel che mi spiegheranno come diavolo pensano di portare avanti sta boiata, visto che dall'orrendo finale tronco di questo primo episodio ho capito che lei è rimasta sconvolta perché lui l'ha sculacciata. Mi scuso per lo spoiler, ma bisogna dirlo a voce alta che lei è una cretina, se lo lascia per questo. Cioè ma allora di cosa abbiamo parlato per due ore, di raccolta differenziata? Lo lasci perché mette in pratica le 2.000.000 di regole che avete deciso insieme e non perché è un bamboccio maschilista? Rimango perplesso.
Insomma, come è evidente "Fifty Shades of Grey" non è certo un prodotto cinematografico che mi ha colpito in positivo; depurato da ogni visione in chiave socio-antropologica (forse comincio a delirare) è perfino divertente perché regala momenti comici involontari a iosa (non potrete più fare a meno di mordervi il labbro). Però davvero tutto ciò non basta a renderlo anche solo passabile. E' un film vuoto, carico solo di un'immagine patina e glam di come Hollywood e E.L. James hanno rivestito l'erotismo spiccio. Non c'è molto da vedere qui, nonostante le promesse e dubito che i prossimi due titoli miglioreranno anche se rimango fiducioso e con la speranza che, più di questo, possano colpirmi. Forte.
Film 1373 - Cinquanta sfumature di nero
Box Office: $567.7 milioni
Consigli: Attesissimo, chiacchieratissimo e di gran successo. Insomma, uno di quei titoli che bisognerebbe vedere per capire perché tutti ne parlino. Va detto subito che è brutto e privo di una storia, ma sono sicuro che nella vita ci siano modi ben peggiori di passare il proprio tempo. Cast abbastanza buono (nonostante la scelta di scritturare Rita Ora, di cui ancora ignoro la professione), regia migliore del previsto, bella colonna sonora. E' un po' come "Twilight", anche se manca il triangolo e la perversione della figlia che si innamorerà dell'uomo con cui la madre ha avuto un'affaire. Che poi, chi può dirlo? Magari in "Cinquanta sfumature di nero" o "Cinquanta sfumature di rosso" ci sarà anche questa bella sorpresa! Nell'attesa, il grigio sta bene su tutto, tanto vale dargli una chance. Almeno ci si fa una risata.
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