La curiosità di scoprire quanto possa essere brutto un film già distrutto dalla critica mi accompagna sempre con una certa prepotenza. In questo caso, memore del precedente orrore, mi bastava solo non dover pagare...
Film 1373: "Cinquanta sfumature di nero" (2017) di James Foley
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Questo sequel è meno problematico del primo capitolo. Le esperienze legate al sesso sadomaso sono parzialmente limitate e si mostra in generale meno carne. L'argomento dominazion & co. è sostituito dalla standardizzazione fagocitante del vocabolario da prodotto romantico, per cui non ci si deve stupire se Grey - che prima non faceva l'amore, ma scopava forte - ora chiede ad Ana di sposarlo.
L'apertura di Christian (Jamie Dornan), che pure sottolinea una maggiore crescita della trama, rimane purtroppo relegata ad una parata di cliché imbarazzante che va a costruire un personaggio banale e prevedibile basato sul trauma infantile che determina il carattere schivo e sospettoso, incapace di amare e impegnarsi, oltre che vedere le donne non come oggetto, ma come persone e soggetti alla pari. Putroppo alla scontatezza di queste scelte narrative si aggiunge l'arroganza maschilista di un punto di vista medioevale che vede la compagna come un possesso, una proprietà di cui disporre a proprio piacimento.
Al quadro già di per sé non particolarmente illuminato - siamo nel 2017 donne, svegliatevi da questo torpore cazzo! - si assomma l'atteggiamento da piccola fiammiferaia di Anastasia (Dakota Johnson), figura femminile finto-indipendente che, dopo aver fatto la tipa "tosta" per tutta la pellicola, finirà in lacrime tra le braccia del suo uomo macho non appena le cose si metteranno meno bene del solito - che poi, per carità, le sparano addosso e lì chiunque se la sarebbe fatta sotto, però è inutile provare a vendere come donna moderna e indipendente una che per muoversi ha l'autista, prende gli elicotteri o guida le barche... -.
In tutto questo, comunque, quello che trovo sempre sconcertante è come si possa trovare attraente o interessante una storia d'amore del genere. Dov'è il romanticismo in una frase come "voglio passare ogni istante della mia vita con te"? Più che amore io sento un certo grado di ansia che mi cresce dentro.
Quello che suggellano qui non è un rapporto paritario basato sul rispetto l'uno per l'altra, ma il racconto del predominio e della prevaricazione mascherati da succosa e provocante perversione. Perché se Anastasia decide che essere sculacciata le provoca piacere per me non c'è alcun problema, finché rimane una ponderata scelta individuale dettata da una sana e naturale curiosità. Quello che mi lascia perplesso qui come nel precedente racconto è il tentativo di rendere sexy la compravendita di una prestazione mascherata da rapporto amoroso. Grey sarà fascinoso e proibito, ma solo perché è interpretato da un uomo che incarna queste caratteristiche; svuotato di quegli aspetti che lo rendono desiderabile, rimane un ometto ricco e viziato incapace di accettare il rifiuto e rapportarsi all'altro sesso in maniera salutare e costruttiva. E trovo che tentare di sdoganare al grande pubblico questo tipo di figura attraverso un banale infiocchettamento patinato e pseudo amoroso sia una pericolosa involuzione in grado di influenzare negativamente i più suggestionabili. Perché va tutto bene fin quando Grey viene deriso per la macchietta retrograda che è, meno quando viene idolatrato o osannato per i valori che trasmette.
Per quanto riguarda il cast, anche in questo secondo episodio è particolarmente ricco. Tra le new entry una Kim Basinger francamente irriconoscibile reduce da un assestamento facciale che è qualcosa di inquietante. Una donna che ha buttato via una carriera e ora ripeschiamo qui in uno dei ruoli più inutili di "Cinquanta sfumature di nero", forse solo meno inutile della sorella Grey giocosa e iperattiva interpretata da Rita Ora.
In generale, comunque, il film è spazzatura anche se più allineato ai canoni hollywoodiani del precedente. Della serie: lo scandalo c'è, ma si vede meno. La sceneggiatura attinge da materiale scarsissimo che regala dialoghi derisibili e snodi narrativi inesistenti, per un risultato finale privo di pathos e onestamente insapore, incapace di risollevarsi nemmeno con l'aiuto della colonna sonora (anche quella meno efficace della precedente). "Fifty Shades Darker" è una ciofeca.
Film 899 - Cinquanta sfumature di grigio
Cast: Dakota Johnson, Jamie Dornan, Eloise Mumford, Luke Grimes, Max Martini, Kim Basinger, Marcia Gay Harden, Eric Johnson, Bella Heathcote, Rita Ora.
Box Office: $378.8 milioni
Consigli: Se avete gradito il primo, tendenzialmente anche questo dovrebbe lasciarvi soddisfatti. Per tutti gli altri, meglio evitare.
Parola chiave: New York.
Ti è piaciuto? ACQUISTALO QUI
Trailer
#HollywoodCiak
Bengi
Visualizzazione post con etichetta nudo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nudo. Mostra tutti i post
mercoledì 14 giugno 2017
Film 1373 - Cinquanta sfumature di nero
Etichette:
Anastasia Steele,
Christian Grey,
Cinquanta sfumature di nero,
Dakota Johnson,
E. L. James,
Fifty Shades Darker,
Jamie Dornan,
Kim Basinger,
Luke Grimes,
Marcia Gay Harden,
Max Martini,
nudo,
sadomaso
mercoledì 29 giugno 2016
Film 1169 - Calendar Girls
Sull'onda della scoperta e riscoperta di certi titoli più o meno famosi, ma che avevo sempre voluto riprendere, dopo "California Suite" non ho perso tempo e mi sono buttato su questa commedia. Santa domenica!
Film 1169: "Calendar Girls" (2003) di Nigel Cole
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Prima che il calendario sexy andasse di moda, delle signore inglesi di una certà hanno sfruttato un'idea irriverente quanto innovativa per raccogliere un po' di soldi per una semplice e nobile causa: comprare un divano per la sala d'aspetto dell'ospedale locale, dove i parenti di pazienti con la leucemia rimangono in attesa dei propri cari. Il pretesto è chiaro, la strada per raggiungere lo scopo inusuale.
Le signore in questione - che esistono davvero, sia chiaro! - fanno tutte parte di un'associazione ultra conservatrice, la Women's Institutes, che farà non poche bizze, nonostante l'adesione in massa delle donne, spinte da molteplici motivazioni personali: la voglia di aiutare tanto quanto quella di ribellarsi, una sorta di cameratismo al femminile, la ricerca di riscatto. Inutile dire che il successo sarà immediato.
"Calendar Girls" quindi mescola gli spunti della cronaca con i piaceri di un voyerismo tanto soft quanto gustoso, preparando il pubblico al momento degli scatti in déshabillé con una costruzione narrativa molto ben architettata che fa seguire, al piacere della confessione dell'intento scabroso, la simpatica gratifica di un nudo casalingo che è tanto improbabile sulla carta quanto riuscito nei fatti. Ma - e qui sta il bello del film -, la storia non si arrende dopo aver mostrato il "fattaccio", continuando l'avventura delle simpatiche signore addirittura oltreoceano. Insomma, una storia che non si risparmia e, anzi, non manca di affrontare scenari solitamente estranei alla classica confezione british della commedia più o meno contemporanea (vedi "L'erba di Grace", "Bara con vista", "Funeral Party" o "La famiglia omicidi").
Dunque "Calendar Girls" non sbaglia e - soprattutto grazie a un grande cast (capitanato da Helen Mirren e Julie Walters) - porta a casa un risultato finale simpatico, ben bilanciato da momenti più seri, divertente grazie all'allegria delle protagoniste e, non è poco, in grado di lasciare ampiamente il segno nella mente dello spettatore.
Ps. Candidato al Golden Globe per la Miglior attrice - Commedia o musical (Helen Mirren).
Cast: Helen Mirren, Julie Walters, Linda Bassett, Annette Crosbie, Celia Imrie, Penelope Wilton, Geraldine James, Philip Glenister, Ciarán Hinds, John Alderton, Patton Oswalt.
Box Office: $96.5 milioni
Consigli: Simpatica pellicola che da risalto ad una storia vera degna di essere raccontata, sia per la sua peculiarità, sia per l'intento assolutamente nobile. Diversamente da quanto l'età media delle protagoniste potrebbe far pensare, una storia dinamica con non pochi colpi di scena. Chiaramente di stampo buonista, ma visto il risultato si può chiudere un'occhio. Perfetto disimpegno.
Parola chiave: Nudità.
Trailer
#HollywoodCiak
Bengi
Film 1169: "Calendar Girls" (2003) di Nigel Cole
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Prima che il calendario sexy andasse di moda, delle signore inglesi di una certà hanno sfruttato un'idea irriverente quanto innovativa per raccogliere un po' di soldi per una semplice e nobile causa: comprare un divano per la sala d'aspetto dell'ospedale locale, dove i parenti di pazienti con la leucemia rimangono in attesa dei propri cari. Il pretesto è chiaro, la strada per raggiungere lo scopo inusuale.
Le signore in questione - che esistono davvero, sia chiaro! - fanno tutte parte di un'associazione ultra conservatrice, la Women's Institutes, che farà non poche bizze, nonostante l'adesione in massa delle donne, spinte da molteplici motivazioni personali: la voglia di aiutare tanto quanto quella di ribellarsi, una sorta di cameratismo al femminile, la ricerca di riscatto. Inutile dire che il successo sarà immediato.
"Calendar Girls" quindi mescola gli spunti della cronaca con i piaceri di un voyerismo tanto soft quanto gustoso, preparando il pubblico al momento degli scatti in déshabillé con una costruzione narrativa molto ben architettata che fa seguire, al piacere della confessione dell'intento scabroso, la simpatica gratifica di un nudo casalingo che è tanto improbabile sulla carta quanto riuscito nei fatti. Ma - e qui sta il bello del film -, la storia non si arrende dopo aver mostrato il "fattaccio", continuando l'avventura delle simpatiche signore addirittura oltreoceano. Insomma, una storia che non si risparmia e, anzi, non manca di affrontare scenari solitamente estranei alla classica confezione british della commedia più o meno contemporanea (vedi "L'erba di Grace", "Bara con vista", "Funeral Party" o "La famiglia omicidi").
Dunque "Calendar Girls" non sbaglia e - soprattutto grazie a un grande cast (capitanato da Helen Mirren e Julie Walters) - porta a casa un risultato finale simpatico, ben bilanciato da momenti più seri, divertente grazie all'allegria delle protagoniste e, non è poco, in grado di lasciare ampiamente il segno nella mente dello spettatore.
Ps. Candidato al Golden Globe per la Miglior attrice - Commedia o musical (Helen Mirren).
Cast: Helen Mirren, Julie Walters, Linda Bassett, Annette Crosbie, Celia Imrie, Penelope Wilton, Geraldine James, Philip Glenister, Ciarán Hinds, John Alderton, Patton Oswalt.
Box Office: $96.5 milioni
Consigli: Simpatica pellicola che da risalto ad una storia vera degna di essere raccontata, sia per la sua peculiarità, sia per l'intento assolutamente nobile. Diversamente da quanto l'età media delle protagoniste potrebbe far pensare, una storia dinamica con non pochi colpi di scena. Chiaramente di stampo buonista, ma visto il risultato si può chiudere un'occhio. Perfetto disimpegno.
Parola chiave: Nudità.
Trailer
#HollywoodCiak
Bengi
Etichette:
Annette Crosbie,
Calendar Girls,
calendario,
Celia Imrie,
Ciarán Hinds,
Geraldine James,
Golden Globes,
helen mirren,
Julie Walters,
Linda Bassett,
nudo,
Penelope Wilton,
Philip Glenister,
Women's Institutes
lunedì 15 dicembre 2014
Film 832 - La dura verità
Un film di disimpegno per una domenica di disimpegno.
Film 832: "La dura verità" (2009) di Robert Luketic
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Commedia sciocchina con l'ex reginetta-per-un-po' della commedia USA Katherine Heigl e quella faccia da schiaffi di Gerard Butler.
L'argomento è il solito, ovvero maschi vs femmine, punto di vista maschile vs quello femminile, sensibilità battuta dal machismo, approccio disinvolto che funziona decisamente meglio di qualsivoglia prova programmata. Lui le insegna a sciogliersi un po' e lei si innamora di lui, che odia. Classico e banale, assolutamente. Qui si ride, però, bisogna ammetterlo e certe scenette sono ben architettare e in grado di trainare il film fino ai titoli di coda. I due protagonisti più che bellissimi di Hollywood sembrano la strana coppia insieme, ma hey, l'amore è cieco! E l'abbiamo imparato dai film.
Film 24 - La dura verità
Film 832 - La dura verità
Film 2133 - The Ugly Truth
Box Office: $205,298,907
Consigli: Commedia romantica che gioca sugli eccessi e il vademecum sentimentale che vuole le donne di Venere e gli uomini di Marte. Insolitamente volgarotta e sessista, eppure se presa per quello che è anche divertente. Chiaro che si tratta della solita roba vista e rivista, ma devo ammettere che "The Ugly Truth" sembra davvero avere una marcia in più. Si rivede sempre volentieri.
Parola chiave: Uomo perfetto.
Trailer
#HollywoodCiak
Bengi
Film 832: "La dura verità" (2009) di Robert Luketic
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Commedia sciocchina con l'ex reginetta-per-un-po' della commedia USA Katherine Heigl e quella faccia da schiaffi di Gerard Butler.
L'argomento è il solito, ovvero maschi vs femmine, punto di vista maschile vs quello femminile, sensibilità battuta dal machismo, approccio disinvolto che funziona decisamente meglio di qualsivoglia prova programmata. Lui le insegna a sciogliersi un po' e lei si innamora di lui, che odia. Classico e banale, assolutamente. Qui si ride, però, bisogna ammetterlo e certe scenette sono ben architettare e in grado di trainare il film fino ai titoli di coda. I due protagonisti più che bellissimi di Hollywood sembrano la strana coppia insieme, ma hey, l'amore è cieco! E l'abbiamo imparato dai film.
Film 24 - La dura verità
Film 832 - La dura verità
Film 2133 - The Ugly Truth
Box Office: $205,298,907
Consigli: Commedia romantica che gioca sugli eccessi e il vademecum sentimentale che vuole le donne di Venere e gli uomini di Marte. Insolitamente volgarotta e sessista, eppure se presa per quello che è anche divertente. Chiaro che si tratta della solita roba vista e rivista, ma devo ammettere che "The Ugly Truth" sembra davvero avere una marcia in più. Si rivede sempre volentieri.
Parola chiave: Uomo perfetto.
Trailer
#HollywoodCiak
Bengi
Etichette:
Bree Turner,
Cheryl Hines,
commedia,
commedia romantica,
Eric Winter,
gerard butler,
John Michael Higgins,
katherine heigl,
la dura verità,
mutandine vibranti,
nudo,
orgasmo,
relazione,
The Ugly Truth
venerdì 14 giugno 2013
Film 559 - La grande bellezza
La pellicola del momento, capace di far discutere e chiacchierare. Le opinioni che mi sono giunte andavano dall'adorazione al rifiuto totale, passando per una vaga incomprensione del risultato finale.
Nel mio piccolo, non potevo esimermi dal vedere questa nuova ennesima controversa opera del cinema italiano contemporaneo: troppe opinioni a riguardo per non farmene una mia. E poi mi avevano caldamente consigliato di vederlo...
Film 559: "La grande bellezza" (2013) di Paolo Sorrentino
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Ale
Pensieri: Il complesso susseguirsi di eventi narrato in questa storia è tale soprattutto per una messa in scena forzatamente non narrativa. Un pezzo dopo l'altro, si fatica a mettere insieme i momenti-sipario che caratterizzano l'insieme - specialmente all'inizio del film, quando ancora tutto è nuovo agli occhi dello spettatore, anche il modo di raccontare la storia - e ci si ritrova spesso storditi in una miriade di input in entrata che faticano ad avere una risposta d'uscita.
L'uscita, questa volta però dalla sala, è accompagnata da un momento di vuoto d'opinione e smarrimento in cui sono più le domande ronzanti in testa che le risposte. Il mio personale primo quesito è stato: chi è veramente Jep Gambardella? Un genio del male o un miserabile, schiacciato dalle sue stesse scelte di vita? Insomma... ci è o ci fa?
E poi ancora: qual è il significato rivestito da certi personaggi di contorno (per esempio il vicino di casa che si affaccia sempre al balcone, muto e una volta appare in compagnia di una donna e un altro soggetto - di evidenti differenti estrazioni sociali - che finiscono per baciarsi mentre il vicino resta impalato a fissare il vuoto come suo solito)? Cosa sottintendono i fenicotteri alla fine del film? Ramona, che nella sua ultima apparizione sembra essere morta ma poi si risveglia, è veramente viva come sembra o in realtà è una specie di momento onirico in cui Jep percepisce la sua presenza (lei vede il mare nel soffitto, lui non lo vede più... O siamo solo noi spettatori a non vederlo più?)?
Consapevole del copioso momento-spoiler (anche se mi sono francamente limitato), allargo il campo alla più generica domanda: ma "La grande bellezza" che film è?
Non ho risposta a questa domanda, nel senso che non si può prescindere dall'opinione personale e quindi ho solo la mia visione di quest'ultima fatica di Sorrentino: ho apprezzato la pellicola, ma ammetto che la messa in scena è spiazzante. Certamente diverso da tutto il cinema italiano contemporaneo (che ho visto), questo è più un prodotto figlio di altri tempi (molti passaggi mi hanno ricordato Fellini e Pasolini) ai cui meccanismi non siamo (più) abituati. Solitamente facilitati da intrecci lineari o banali favolette, la sfacciata irregolarità di questo racconto diventa, per il pubblico a cui piace, valore aggiunto e motivo di plauso per un estro creativo che al giorno d'oggi è più miraggio che realtà. D'altro canto, chi non apprezza, troverà il tutto molto fastidioso e quasi sfrontato.
La ricerca di una prospettiva che non sia la classica inquadratura è oggettivamente un pregio e l'impressione che ho avuto, nel complesso, è di un film in 'costante movimento'. Le numerose carrellate col dolly danno l'impressione di essere sempre a rincorrere qualcosa che sfugge, che siano i personaggi, che sia il senso intimo del film. La movimentata Roma delle feste che annaspa nella solitudine e nella frustrante incapacità di realizzarsi - troppo pigra o sfortunata - si ritrova poi a tenersi compagnia nelle serate tra amici, dove la falsa e ipocrita immagine di sé stessi viene denudata e derisa, ma mette bene in luce quanto di questi tempi la coerenza e la trasparenza siano più bei concetti che veri e propri doveri morali. E allora cosa resta? Cosa salva tutto (e tutti)? Per Jep è la ricerca, appunto, della grande bellezza. Proprio lui che ha speso la propria vita a diventare uomo mondano capace non solo di vivere 'la festa', ma anche di decretarne la distruzione e poco si direbbe intenzionato a ricercare una bellezza che vada oltre il fugace momento di una serata.
Il personaggio interpretato da Toni Servillo è magnetico protagonista e filtro di una serie di improbabili situazioni, dal rito del botox "da salotto" al tour notturno della Capitale grazie al misterioso uomo che custodisce tutte le chiavi che contano, dalla suora centenaria a cui è affidata una delle battute che rimane più impresse ("Sai perchè mangio solo radici? Perché le radici sono importanti"), all'Isabella Ferrari più vuota di sempre ("Che lavoro fai?", "Io sono ricca"), ma anche momenti di quotidiana umanità in cui il ricordo del primo grande amore inebria nostalgico la mente di Jep.
E' tutto un mosaico che se ami funziona e ammalia e fornisce un amaro spaccato della società contemporanea che non risparmia nessuno: il non accettare la propria età (la maggior parte delle persone presenti ai party ha certamente superato gli 'anta'), il vendere un'immagine falsa di sé stessi (la performer all'inizio del film), il tedio di una vita fatta di superficie, lo squallore che diventa il quotidiano (Ramona/Sabrina Ferilli che fa la spogliarellista nel locale del padre), l'egoismo sconfinato (i genitori che sfruttano la 'bambina artista' che sfoga tutta la sua rabbia e la frustrazione della sua condizione contro una tela), passando per una non certo leggera critica al mondo ecclesiastico (qui più interessato agli aspetti molto terreni piuttosto che alla fede e all'aiuto spirituale). Un insieme talvolta impietoso che mette tristezza, accompagnato però da una cornice bellissima che è Roma in un affascinante mood decadente (l'anziana aristocrazia che gioca a carte negli enormi palazzi vuoti fa sorridere, ma poi realizzi...).
Insomma, preso con il necessario spirito di penitenza "La grande bellezza" è un film che lascia innumerevoli spunti su cui riflettere ed è spesso capace di sprigionare un magnetismo anche dovuto a suoi certi passaggi indecifrabili. Carlo Verdone è un grande perdente e Sabrina Ferilli ha la giusta dose di coattagine locale che rappresenta con cognizione di causa. Servillo indossa la maschera del suo Jep come una seconda pelle e, fatta eccezione per il faticoso accento che solo ogni tanto sfoggia fastidiosamente, suscita una certa benevolenza, quasi affetto. Un po' come quello che ha per lui la sua domestica.
Poetico l'intro della pellicola, con coro femminile a tracciare quello che sarà il tema musicale della pellicola e che accompagna il primo momento significativo del film: il turista giapponese osserva il panorama e viene colto da un malore. Come Napoli, vedi Roma e poi muori.
Consigli: Dopo "This Must Be the Place" un'altra opera di grande richiamo per Sorrentino che, piaccia o no, è uno dei pochi italiani capaci di dare un'impronta alle sue storie. Questo "La grande bellezza" è certamente controverso e non facile e richiede costante attenzione per 142 minuti filati quasi mai semplici o distensivi. Interessante il ruolo della Ferilli che spezza un po' lo snobbismo generale; fantastica la scena in cui Jep smonta, uno dopo l'altro, i pilastri di moralità e senso civico dell'amica Stefania, autocelebrato baluardo di impegno sociale e famiglia. Dadina, la caporedattrice nana, è un personaggio bello e autoironico, mentre non mancano i cameo di volti più o meno noti: da Serena Grandi tiratrice di coca ad Antonello Venditti vicino di tavolo, passando per Giorgio Pasotti e perfino una biondissima Fanny Ardant.
Certamente da vedere, è il film italiano del 2013.
Ps. 5.267.312€ di incasso in Italia.
Parola chiave: L'apparato umano.
Trailer
Bengi
Nel mio piccolo, non potevo esimermi dal vedere questa nuova ennesima controversa opera del cinema italiano contemporaneo: troppe opinioni a riguardo per non farmene una mia. E poi mi avevano caldamente consigliato di vederlo...
Film 559: "La grande bellezza" (2013) di Paolo SorrentinoVisto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Ale
Pensieri: Il complesso susseguirsi di eventi narrato in questa storia è tale soprattutto per una messa in scena forzatamente non narrativa. Un pezzo dopo l'altro, si fatica a mettere insieme i momenti-sipario che caratterizzano l'insieme - specialmente all'inizio del film, quando ancora tutto è nuovo agli occhi dello spettatore, anche il modo di raccontare la storia - e ci si ritrova spesso storditi in una miriade di input in entrata che faticano ad avere una risposta d'uscita.
L'uscita, questa volta però dalla sala, è accompagnata da un momento di vuoto d'opinione e smarrimento in cui sono più le domande ronzanti in testa che le risposte. Il mio personale primo quesito è stato: chi è veramente Jep Gambardella? Un genio del male o un miserabile, schiacciato dalle sue stesse scelte di vita? Insomma... ci è o ci fa?
E poi ancora: qual è il significato rivestito da certi personaggi di contorno (per esempio il vicino di casa che si affaccia sempre al balcone, muto e una volta appare in compagnia di una donna e un altro soggetto - di evidenti differenti estrazioni sociali - che finiscono per baciarsi mentre il vicino resta impalato a fissare il vuoto come suo solito)? Cosa sottintendono i fenicotteri alla fine del film? Ramona, che nella sua ultima apparizione sembra essere morta ma poi si risveglia, è veramente viva come sembra o in realtà è una specie di momento onirico in cui Jep percepisce la sua presenza (lei vede il mare nel soffitto, lui non lo vede più... O siamo solo noi spettatori a non vederlo più?)?
Consapevole del copioso momento-spoiler (anche se mi sono francamente limitato), allargo il campo alla più generica domanda: ma "La grande bellezza" che film è?
Non ho risposta a questa domanda, nel senso che non si può prescindere dall'opinione personale e quindi ho solo la mia visione di quest'ultima fatica di Sorrentino: ho apprezzato la pellicola, ma ammetto che la messa in scena è spiazzante. Certamente diverso da tutto il cinema italiano contemporaneo (che ho visto), questo è più un prodotto figlio di altri tempi (molti passaggi mi hanno ricordato Fellini e Pasolini) ai cui meccanismi non siamo (più) abituati. Solitamente facilitati da intrecci lineari o banali favolette, la sfacciata irregolarità di questo racconto diventa, per il pubblico a cui piace, valore aggiunto e motivo di plauso per un estro creativo che al giorno d'oggi è più miraggio che realtà. D'altro canto, chi non apprezza, troverà il tutto molto fastidioso e quasi sfrontato.
La ricerca di una prospettiva che non sia la classica inquadratura è oggettivamente un pregio e l'impressione che ho avuto, nel complesso, è di un film in 'costante movimento'. Le numerose carrellate col dolly danno l'impressione di essere sempre a rincorrere qualcosa che sfugge, che siano i personaggi, che sia il senso intimo del film. La movimentata Roma delle feste che annaspa nella solitudine e nella frustrante incapacità di realizzarsi - troppo pigra o sfortunata - si ritrova poi a tenersi compagnia nelle serate tra amici, dove la falsa e ipocrita immagine di sé stessi viene denudata e derisa, ma mette bene in luce quanto di questi tempi la coerenza e la trasparenza siano più bei concetti che veri e propri doveri morali. E allora cosa resta? Cosa salva tutto (e tutti)? Per Jep è la ricerca, appunto, della grande bellezza. Proprio lui che ha speso la propria vita a diventare uomo mondano capace non solo di vivere 'la festa', ma anche di decretarne la distruzione e poco si direbbe intenzionato a ricercare una bellezza che vada oltre il fugace momento di una serata.
Il personaggio interpretato da Toni Servillo è magnetico protagonista e filtro di una serie di improbabili situazioni, dal rito del botox "da salotto" al tour notturno della Capitale grazie al misterioso uomo che custodisce tutte le chiavi che contano, dalla suora centenaria a cui è affidata una delle battute che rimane più impresse ("Sai perchè mangio solo radici? Perché le radici sono importanti"), all'Isabella Ferrari più vuota di sempre ("Che lavoro fai?", "Io sono ricca"), ma anche momenti di quotidiana umanità in cui il ricordo del primo grande amore inebria nostalgico la mente di Jep.
E' tutto un mosaico che se ami funziona e ammalia e fornisce un amaro spaccato della società contemporanea che non risparmia nessuno: il non accettare la propria età (la maggior parte delle persone presenti ai party ha certamente superato gli 'anta'), il vendere un'immagine falsa di sé stessi (la performer all'inizio del film), il tedio di una vita fatta di superficie, lo squallore che diventa il quotidiano (Ramona/Sabrina Ferilli che fa la spogliarellista nel locale del padre), l'egoismo sconfinato (i genitori che sfruttano la 'bambina artista' che sfoga tutta la sua rabbia e la frustrazione della sua condizione contro una tela), passando per una non certo leggera critica al mondo ecclesiastico (qui più interessato agli aspetti molto terreni piuttosto che alla fede e all'aiuto spirituale). Un insieme talvolta impietoso che mette tristezza, accompagnato però da una cornice bellissima che è Roma in un affascinante mood decadente (l'anziana aristocrazia che gioca a carte negli enormi palazzi vuoti fa sorridere, ma poi realizzi...).
Insomma, preso con il necessario spirito di penitenza "La grande bellezza" è un film che lascia innumerevoli spunti su cui riflettere ed è spesso capace di sprigionare un magnetismo anche dovuto a suoi certi passaggi indecifrabili. Carlo Verdone è un grande perdente e Sabrina Ferilli ha la giusta dose di coattagine locale che rappresenta con cognizione di causa. Servillo indossa la maschera del suo Jep come una seconda pelle e, fatta eccezione per il faticoso accento che solo ogni tanto sfoggia fastidiosamente, suscita una certa benevolenza, quasi affetto. Un po' come quello che ha per lui la sua domestica.
Poetico l'intro della pellicola, con coro femminile a tracciare quello che sarà il tema musicale della pellicola e che accompagna il primo momento significativo del film: il turista giapponese osserva il panorama e viene colto da un malore. Come Napoli, vedi Roma e poi muori.
Consigli: Dopo "This Must Be the Place" un'altra opera di grande richiamo per Sorrentino che, piaccia o no, è uno dei pochi italiani capaci di dare un'impronta alle sue storie. Questo "La grande bellezza" è certamente controverso e non facile e richiede costante attenzione per 142 minuti filati quasi mai semplici o distensivi. Interessante il ruolo della Ferilli che spezza un po' lo snobbismo generale; fantastica la scena in cui Jep smonta, uno dopo l'altro, i pilastri di moralità e senso civico dell'amica Stefania, autocelebrato baluardo di impegno sociale e famiglia. Dadina, la caporedattrice nana, è un personaggio bello e autoironico, mentre non mancano i cameo di volti più o meno noti: da Serena Grandi tiratrice di coca ad Antonello Venditti vicino di tavolo, passando per Giorgio Pasotti e perfino una biondissima Fanny Ardant.
Certamente da vedere, è il film italiano del 2013.
Ps. 5.267.312€ di incasso in Italia.
Parola chiave: L'apparato umano.
Trailer
Bengi
Etichette:
Antonello Venditti,
Carlo Verdone,
critica religiosa,
droga,
Fanny Ardant,
La grande bellezza,
mondanità,
nudo,
Paolo Sorrentino,
Roma,
Sabrina Ferilli,
Serena Grandi,
This Must Be the Place,
Toni Servillo
lunedì 13 maggio 2013
Film 545 - Marina Abramović: The Artist Is Present
25 aprile a Modena: prima si è girato un video (bellissimo!) per Crem's Blog, poi si è optato per un excursus sulla performing art.
Film 545: "Marina Abramović: The Artist Is Present" (2012) di Matthew Akers, Jeff Dupre
Visto: dalla tv di Marco
Lingua: inglese
Compagnia: Marco
Pensieri: "The Artist Is Present" è un interessante lavoro che si concentra sull'ideazione, produzione e realizzazione della retrospettiva su Marina Abramović al MOMA di New York. Passando per i suoi vecchi lavori a inizio carriera fino a giungere all'ultima performance dell'artista serba, il documentario spiega il pensiero della Abramović portandone il messaggio al pubblico e rende accessibile un dietro le quinte a cui, altrimenti, sarebbe impossibile prendere parte.
Al di là della curiosità naturale che possa spingere a seguire un qualunque documentario, devo dire che era mio personale interesse approfondire sul lavoro dell'artista. Artista che, come dice il titolo, in questo caso è presente. Lo è perchè, fisicamente, troveremo Marina seduta di fronte ad una vastissima platea, immobile nel corpo, ma capace di smuovere il suo pubblico grazie ad un semplice sguardo. Uno alla volta, tutti posso prendere parte al suo mastodontico progetto (3 mesi no stop al MOMA seduta immobile durante tutto l'orario di apertura del museo, fissa a guardare sconosciuti negli occhi) che, per essere portato a termine, richiederà alla sua ideatrice non pochi sforzi. Ma presente anche perchè Marina è ancora una volta artista e opera che ricerca nuovi modi per interagire con il suo pubblico e, più in generale, con le persone.
Chiunque possa provare anche solo un vago interesse per questo documentario a mio avviso non rimarrà deluso dalla visione. Non perchè sia capolavoro assoluto, ma perchè piuttosto è un prodotto in grado di sviluppare a più livelli campi di interesse, approfondendo in maniera esaustiva micro e macro argomenti legati all'arte, alla Abramović, alla performing art e alla nascita e contestualizzazione storica di quest'ultima. Che lo si guardi perchè più interessati ad un aspetto piuttosto che un altro non importa, nell'insieme i vari componenti di "Marina Abramović: The Artist Is Present" riescono ad agglomerarsi in maniera funzionale alla narrazione, raccontando in maniera interessante che cosa ci sia stato di fatto dietro a "The Artist is Present".
Credo che certamente un merito che si possa riconoscere a questa pellicola sia quello di aver raccontato Marina Abramović come persona, prima ancora di parlarne come artista. Raccontarne la storia, gli amori, le esperienze di vita e darle la possibilità di esporre il suo punto di vista a mio avviso aiutano a poter farsi un'idea più concreta e matura su una figura certamente controversa dei nostri tempi. Che il suo lavoro possa piacere o meno, credo che lo sforzo di seguire questi 106 minuti di documentario valga la pena di essere affrontato quantomeno per potersi staccare dall'immagine un po' cool e glam che la figura della Abramović ha assunto ultimamente, tra apparizioni in tv show ("Sex and the City") e a braccetto di alcune star (Tilda Swinton, Robert Redford, James Franco).
Interessante l'argomento e tecnicamente ben realizzato. Sono rimasto, però, con una sola - stupida - domanda: perchè Marina è ricorsa alla chirurgia estetica?
Consigli: E' un bel documentario che parla di arte e di una delle sue figure chiavi del nostro tempo. E' inevitabilmente interessante e affascinante e apre una finestra su un mondo che probabilmente non è familiare a tutti. Che possa piacere o meno, rimane un argomento su cui farsi quantomeno un'opinione propria
L'artista è presente. E il pubblico?
Parola chiave: Sguardo..
Trailer
Bengi
Film 545: "Marina Abramović: The Artist Is Present" (2012) di Matthew Akers, Jeff Dupre
Visto: dalla tv di Marco
Lingua: inglese
Compagnia: Marco
Pensieri: "The Artist Is Present" è un interessante lavoro che si concentra sull'ideazione, produzione e realizzazione della retrospettiva su Marina Abramović al MOMA di New York. Passando per i suoi vecchi lavori a inizio carriera fino a giungere all'ultima performance dell'artista serba, il documentario spiega il pensiero della Abramović portandone il messaggio al pubblico e rende accessibile un dietro le quinte a cui, altrimenti, sarebbe impossibile prendere parte.
Al di là della curiosità naturale che possa spingere a seguire un qualunque documentario, devo dire che era mio personale interesse approfondire sul lavoro dell'artista. Artista che, come dice il titolo, in questo caso è presente. Lo è perchè, fisicamente, troveremo Marina seduta di fronte ad una vastissima platea, immobile nel corpo, ma capace di smuovere il suo pubblico grazie ad un semplice sguardo. Uno alla volta, tutti posso prendere parte al suo mastodontico progetto (3 mesi no stop al MOMA seduta immobile durante tutto l'orario di apertura del museo, fissa a guardare sconosciuti negli occhi) che, per essere portato a termine, richiederà alla sua ideatrice non pochi sforzi. Ma presente anche perchè Marina è ancora una volta artista e opera che ricerca nuovi modi per interagire con il suo pubblico e, più in generale, con le persone.
Chiunque possa provare anche solo un vago interesse per questo documentario a mio avviso non rimarrà deluso dalla visione. Non perchè sia capolavoro assoluto, ma perchè piuttosto è un prodotto in grado di sviluppare a più livelli campi di interesse, approfondendo in maniera esaustiva micro e macro argomenti legati all'arte, alla Abramović, alla performing art e alla nascita e contestualizzazione storica di quest'ultima. Che lo si guardi perchè più interessati ad un aspetto piuttosto che un altro non importa, nell'insieme i vari componenti di "Marina Abramović: The Artist Is Present" riescono ad agglomerarsi in maniera funzionale alla narrazione, raccontando in maniera interessante che cosa ci sia stato di fatto dietro a "The Artist is Present".
Credo che certamente un merito che si possa riconoscere a questa pellicola sia quello di aver raccontato Marina Abramović come persona, prima ancora di parlarne come artista. Raccontarne la storia, gli amori, le esperienze di vita e darle la possibilità di esporre il suo punto di vista a mio avviso aiutano a poter farsi un'idea più concreta e matura su una figura certamente controversa dei nostri tempi. Che il suo lavoro possa piacere o meno, credo che lo sforzo di seguire questi 106 minuti di documentario valga la pena di essere affrontato quantomeno per potersi staccare dall'immagine un po' cool e glam che la figura della Abramović ha assunto ultimamente, tra apparizioni in tv show ("Sex and the City") e a braccetto di alcune star (Tilda Swinton, Robert Redford, James Franco).
Interessante l'argomento e tecnicamente ben realizzato. Sono rimasto, però, con una sola - stupida - domanda: perchè Marina è ricorsa alla chirurgia estetica?
Consigli: E' un bel documentario che parla di arte e di una delle sue figure chiavi del nostro tempo. E' inevitabilmente interessante e affascinante e apre una finestra su un mondo che probabilmente non è familiare a tutti. Che possa piacere o meno, rimane un argomento su cui farsi quantomeno un'opinione propria
L'artista è presente. E il pubblico?
Parola chiave: Sguardo..
Trailer
Bengi
Etichette:
arte,
documentario,
James Franco,
Klaus Biesenbach,
Marina Abramović,
Marina Abramović: The Artist Is Present,
MOMA,
Museum of Modern Art,
nudo,
performance,
performing art,
retrospettiva,
Ulay,
video art
Iscriviti a:
Post (Atom)


