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martedì 16 marzo 2021

Film 1970 - Risky Business

Intro: E dopo aver visto "Cocktails" pensando che fosse questo film, recupero la pellicola che volevo effettivamente vedere, più che altro incuriosito dalla famosissima scena di Tom Cruise che, in mutande e camicia, balla da solo in casa.
Film 1970: "Risky Business" (1983) di Paul Brickman
Visto: dal computer portatile
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
In sintesi: sicuramente meglio della pellicola di Roger Donaldson, questo "Risky Business" è un titolo simpatico abbastanza da funzionare, anche se ovviamente la tematica centrale della storia (prostituzione) non è esattamente un tema di cui beffarsi.
Molto anni '80 nei toni e realizzazione - certi momenti molto lenti - credo che il risultato finale sia passabile principalmente grazie ad un giovanissimo Cruise che si mette in gioco e gioca bene la carta del giovane ingenuo che si innamora di una squillo. Non che il fatto che Cruise abbia bisogno di pagare qualcuno per fare sesso con lui sia necessariamente credibile.
Cast: Tom Cruise, Rebecca De Mornay, Joe Pantoliano, Nicholas Pryor, Janet Carroll, Richard Masur.
Box Office: $63.5 milioni
Vale o non vale: Memorabile quantomeno per la scena del ballo in déshabillé, "Risky Business" è una commedia per adolescenti un (bel) po' arrapati che tutto sommato funziona, anche se al giorno d'oggi non mancherebbe di destare non poche polemiche.
Premi: Candidato al Golden Globe per il Miglior attore commedia o musical (Cruise).
Parola chiave: Egg.

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#HollywoodCiak
Bengi

domenica 28 febbraio 2021

Film 1962 - A Streetcar Named Desire

Intro: Sempre vacanze natalizie, sempre filmetto serale con la coinquilina, ma questa volta abbiamo optato per un classico intramontabile della cinematografia.
Film 1961: "A Streetcar Named Desire" (1951) di Elia Kazan
Visto: dal computer portatile
Lingua: inglese
Compagnia: Bizzy
In sintesi: l'ho già visto un milione di volte, è il mio film preferito in assoluto e non c'è altro modo per descriverlo, se non come un capolavoro assoluto. Magnifico.
Film 32 - Un tram che si chiama desiderio
Film 1962 - A Streetcar Named Desire
Cast: Vivien Leigh, Marlon Brando, Kim Hunter, Karl Malden.
Box Office: $8 milioni (solo USA)
Vale o non vale: Se non lo avete mai visto rimediate, perché ne vale veramente la pena. Assolutamente un classico imprescindibile.
Premi: Candidato a 12 Oscar, tra cui Miglior film, regia e attore protagonista (Brando), il film ne ha vinti 4 per la Miglior attirce protagonista (Leigh), i Migliori attori non protagonisti (Hunter e Malden) e la scenografia (bianco e nero). 1 Golden Globe vinto per Kim Hunter e altre due nomination (per Leigh e Miglior film drammatico); 2 nomination ai BAFTA e vittoria per la Leigh. In concorso a Venezia nel '51, il film ha vinto la Coppa Volpi per la Miglior attrice e un premio speciale della giuria a Kazan.
Parola chiave: Flamingo.

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#HollywoodCiak
Bengi

giovedì 3 settembre 2020

Film 1914 - Paris Is Burning

Intro: Da grandissimo fan di "RuPaul's Drag Race" interessato telespettatore di "Pose" non potevo esimermi dal recuperare questa pellicola (che potete recuperare gratuitamente qui).
Film 1914: "Paris Is Burning" (1990) di Jennie Livingston
Visto: dal computer portatile
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
In sintesi: mi sono avvicinato a "RuPaul's Drag Race" totalmente per caso e me ne sono innamorato: lo trovo geniale, spassoso e fortemente autoironico. Mi sono approcciato a "Drag Race" credendolo assolutamente innovativo e spregiudicato. Poi ho scoperto "Pose".
Là dove il programma di RuPaul mette in scena il suo sbrilluccicante spettacolo in chiave moderna, "Pose" regala allo spettatore un approccio più serio e storicamente accurato, fornendo un contesto alla subcultura della 'ballroom' con le sue categorie, le sue sfilate e i suoi trofei. Ma anche qui non si sono inventati niente.
Totalmente ignaro per anni dell'esistenza di questa realtà, ne ho pian piano approfondito la conoscenza grazie a questi show che l'hanno riportata a una grande popolarità, pur mancandomi una base più solida e realistica. E' qui che arriva "Paris Is Burning", coraggioso documentario di Jennie Livingston che, a fine anni '80, pone al centro del suo film la vita delle comunità afro e latinoamericane di omosessuali, transessuali e drag queen che partecipano ai 'balli' ('balls') divise per case ('houses'), ovvero le famiglie di appartenenza. Dove le famiglie naturali hanno fallito, sono proprio le case a fornire protezione e affiliazione a quei giovani che, altrimenti, non avrebbero un posto dove stare, né di che mangiare.
Nonostante l'immagine ludica e colorata che questo tipo di eventi mette in scena, è evidente fin da subito la difficoltà quotidiana affrontata dai protagonisti, affascinati da un mondo di ricchezza e stile (anche di vita) per loro inaccessibile e irraggiungibile. Parte di questa inaccessibilità si riversa nella ballroom stessa attraverso le categorie che definiscono le varie sfilate che i partecipanti affrontato davanti a una giuria per ottenere i premi messi in palio. La comunità celebra sé stessa e i propri membri attraverso quegli standard che di fatto li discriminano, rendendo ancora più evidente la disparità sociale e le ingiustizie all'epoca all'ordine del giorno. Non che oggi le cose siano largamente migliorate.
"Paris Is Burning" è quindi oggi più attuale che mai, sollevando molteplici problematiche tutt'ora rilevanti che la comunità LGBTQI+ è costretta ad affrontare, tra disparità, diffidenza e razzismo da un lato e lo sdoganamento mainstream della propria cultura grazie a quei programmi e quei personaggi che hanno col tempo ottenuto rilevanza e successo (il documentario Netflix "Disclosure", le varie drag queen di RuPaul come Bianca Del Rio, Violet Chachki, Alyssa Edwards, Shangela, Trixie Mattel, Kim Chi e i vari nomi affermati ad Hollywood come Mj Rodriguez, Indya Moore, Billy Porter, Dominique Jackson, Laverne Cox, le sorelle Wachowski, Ryan Murphy, Our Lady J, eccetera, eccetera, eccetera).
"Paris Is Burning" non è un film perfetto, però ha il grande pregio di essere estremamente diretto e franco con lo spettatore. In un momento come questo di grande visibilità e apprezzamento della scena culturale LGBTQI+, diventa più cruciale che mai rintracciare le origini di uno dei suoi fenomeni culturali più creativo e vitale e che, allo stesso tempo, affonda le proprie radici nella marginalizzazione e nel disagio, per ricordarci non solo quanta strada sia stata fatta, ma anche quanto ancora ci sia da lavorare in termini di uguaglianza e accettazione.
Cast: Dorian Corey, Pepper LaBeija, Venus Xtravaganza, Octavia St. Laurent, Willi Ninja, Angie Xtravaganza, Freddie Pendavis, Junior Labeija.
Box Office: $3,779,620
Vale o non vale: Un documentario interessante, pieno di vita e che non si tira indietro di fronte alle questioni spinose. Jennie Livingston riprende la scena newyorkese delle ballroom e ne regala un ritratto onesto e sensibile capace di spiegare efficacemente le regole e i costumi di questa subcultura a chi non abbia familiarità con l'argomento. Non si sbaglia a scegliere di vedere questa pellicola, si impara qualcosa e ci si confronta con tematiche complesse che fanno riflettere.
Premi: Il film ha vinto come Miglior documentario al Festival del cinema di Berlino del 1991.
Parola chiave: Ballroom.

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#HollywoodCiak
Bengi

venerdì 28 ottobre 2016

Film 1230 - Bella di giorno

Qualche settimana fa mi era venuta voglia di recuperare almeno un film con Catherine Deneuve, in particolare quello della sua performance candidata all'Oscar. Lo streaming di "Indochine", però, non era disponibile, per cui mi sono lanciato su questo titolo che da tantissimo tempo volevo recuperare!

Film 1230: "Bella di giorno" (1967) di Luis Buñuel
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Non sapevo nulla di questa storia. Dal titolo potevo immaginarmi una prostituzione versione upper class, ma nulla di più e, sorpresa, mi sono innamorato del film! Bellissimo, erotico e rivoluzionario, inaspettatamente provocatorio ma mai volgare, sorprendente nel toccare temi scomodi rimanendo sempre all'interno di una classe e una delicatezza che francamente non mi aspettavo. Chiaro, sempre di vendere il proprio corpo si tratta (e non solo), però rispetto alla crudezza delle immagini cui oggi siamo ampiamente abituati, la quasi pudica versione di Buñuel mi ha davvero colpito. E la Deneuve è perfetta.
Molto più risucito di "Lolita" (volutamente presentato come scabroso e carico di tensione sessuale), mi pare che "Belle de jour" riesca ampiamente a sconvolgere il suo spettatore, rimanendo ancora ad una visione d'insieme che riflette lo stile e la classe della sua protagonista. Dunque fantasia sadomaso sì, ma con la classica aplomb francese. J'adore.
Personaggi bizzarri, case chiuse, abiti Yves St. Laurent ed erotiche avventure qui si fondono in un tutt'uno di desiderio e inammissibilità, pudore e ricerca del proprio e dell'altrui piacere. Insomma, una pellicola di una certa potenza non solo narrativa, ma anche visiva. Bello e indimenticabile.
Ps. Leone d'Oro al Festival del Cinema di Venezia.
Cast: Catherine Deneuve, Jean Sorel, Michel Piccoli, Geneviève Page, Pierre Clémenti, Françoise Fabian, Macha Méril, Maria Latour, Marguerite Muni, Francis Blanche.
Box Office: $20,246,403
Consigli: Tratto dall'omonimo romanzo di Joseph Kessel, questo film è sorprendentemente erotico senza mostrare, provocatorio per i tempi in cui è uscito e allo stesso tempo in grado di presentarsi con classe, evitando scivoloni volgari. E' la storia di una casalinga (f)rigida col marito che finisce per mettere in pratica le sue fantasie sadomaso e non in una casa di appuntamenti d'alto bordo, intrecciando relazioni con numerosi uomini e riuscendo pian piano a trovare una dimensione affettiva più umana col consorte.
Dunque di certo non un titolo per tutti - pur casto nella messa in scena! -, ma un bellissimo film di cui consiglio vivamente la visione. Un cult.
Parola chiave: Marcel.

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#HollywoodCiak
Bengi

sabato 11 giugno 2016

Film 1154 - Stonewall

Da un flop clamoroso del 2015 ad un altro.

Film 1154: "Stonewall" (2015) di Roland Emmerich
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Poe
Pensieri: Roland Emmerich quando esce dai confini del disaster movie non riesce a sfondare. Dopo "Anonymous", anche questa volta il flop al botteghino risulta bruciante quanto eclatante nonostante la storia scelta dal regista tedesco sulla carta presentasse tutte le caratteristiche per un buon successo di pubblico e critica.
La trama, infatti, si concentra attorno ai moti di Stonewall del 27 giugno del 1969, quando si verificarono una serie di violenti scontri fra gruppi di omosessuali e la polizia a New York: sono generalmente considerati simbolicamente il momento di nascita del movimento di liberazione gay moderno in tutto il mondo. Per questo motivo il 28 giugno è stato scelto dal movimento LGBT come data della "giornata mondiale dell'orgoglio LGBT" o "Gay pride". (da Wiki)
Ovviamente l'argomento appare da subito complesso e importante, motivo per cui toni, sceneggiatura e realizzazione si suppone richiedano una certa lavorazione che tenti di presentare fatti e protagonisti nelle varie sfaccettature del caso. In realtà il risultato finale è abbastanza piatto, schiacciato da una rappresentazione particolarmente stereotipata e sopra le righe della quale una parte, forse, è imputabile al doppiaggio italiano. Rimane il fatto che pare ci si concentri più sulla "forma" che sulla sostanza: ciò che resta è il ricordo di un gruppo di ragazzotti superficiali e spiantati, tutti mossette e appellativi al femminile, mentre la questione richiederebbe un piglio più realistico nonché un concentrarsi maggiore sugli snodi culturali, sociali e politici piuttosto che sulle vicende personali dei vari protagonisti. Che, tra parentesi, sono troppi.
Insomma, per quanto lodevole l'iniziativa, questo "Stonewall" risulta a tratti quasi caricaturale e fallisce nel tentativo di regalare allo spettatore una rappresentazione appassionante e partecipata. Francamente trovo sempre fastidioso quando si veicolano stereotipi relativi alla questione omosessuale e questo film, purtroppo, sembra non poter esimersi dal farlo. Ripeto, sarà anche colpa del doppiaggio italiano, ma il risultato è - a mio avviso - a volte offensivo.
Non tutti i film sulla realtà gay possono essere "Brokeback Mountain", per carità, ma qui si è un po' persa un'occasione.
Cast: Jeremy Irvine, Jonny Beauchamp, Joey King, Caleb Landry Jones, Matt Craven, Jonathan Rhys Meyers, Ron Perlman.
Box Office: $174,289
Consigli: Troppa carne al fuoco, troppi personaggi, troppe mossette e troppa superficialità. Manca una contestualizzazione storica, politica e sociale fatta seriamente, mentre ci si perde tra i vicoli, si urla ai passanti e si rubano tende per farne vestiti. Un vero peccato, perché la storia merita di essere raccontata e conosciuta e, magari, chiuderebbe la bocca a tutti coloro che ritengono stupido e inutile il Gay Pride. In quest'ottica di sensibilizzazione, chiunque decida di vedere il film di Emmerich è il benvenuto. Resta il fatto che non si tratta di una buona pellicola e sì, in ottica di intrattenimento puro la si può evitare.
Parola chiave: Judy Garland.

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#HollywoodCiak
Bengi

giovedì 14 ottobre 2010

Film 150 - The American

Un po' dispiaciuto che il 150esimo film sia proprio questa pellicola, ripongo più fiducia nel 200esimo sperando che - incrocio le dita - sia quantomeno un pelo migliore di questo!


Film 150: "The American" (2010) di Anton Corbijn
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Daniele
Pensieri: Causa tempi e impegni precedenti, qualche settimana fa mi sono ritrovato a dover cercare un film al cinema che andasse oltre la seconda serata. E così, l'unica proposta plausibile, pareva essere questo "The American". Inizio spettacolo ore 00.15 passate. I multisala, si sa, ti propinano un sacco di pubblicità prima di far iniziare la pellicola, ma non importa, perchè questo è un film d'azione e, sicuramente, non ci sarà da annoiarsi.
Ehm... Non proprio!
Forse già il fatto che nei titoli di testa il secondo nome, dopo quello di George Clooney, fosse quello di Violante Placido avrebbe dovuto insospettirmi. Io, personalmente, non la reggo né come attrice né dal punto di vista umano. Trovo la sua voce sia di un irritante pazzesco (e per una che recita e fa la cantante non è proprio il massimo) e che non sia nemmeno così capace a recitare come lei crede. Interpretare ruoli costantemente senza mutande non è sinonimo di cinema d'autore né, tanto più, di sbalorditive doti recitative.
Ma, volendo sorvolare su questo (relativamente, dato che anche qui l'intimo della Placido è facoltativo), non si può sorvolare, invece, sull'inesorabile lentezza che caratterizza tutto il film. Che noia!
Siamo davvro sicuri che George Clooney sia attore costantemente versatile come certe riviste di cinema ci vogliono far credere? In una serie infinita di primi piani (ma non era un film d'azione?!) dimostra solamente di portare bene l'età che ha.
La pseudo intavolazione da film d'autore che il regista Anton Corbijn ci vuole propinare (primi piani a go-go, momenti di "tensione" sottolineati dallo sguardo dei protagonisti in primo piano, vedute aeree infinite, paesaggi naturalistici sconfinati da ricollegare alla desolazione del protagonista, ecc) non è funzionale alla narrazione di una storia che, fosse stata raccontata in un cortometraggio, avrebbe sicuramente reso meglio. Per troppo tempo non succede nulla, troppo a lungo si spaccia per interessante una storia che, alla fine, si rivela ciofeca banalità. Cosa fa Clooney tutto il film? Monta un fucile. Tutto il tempo? Sì. Proprio per tutti i 105 minuti della pellicola?! No, per 100! Gli altri 5 c'è la Placido nuda. Ah, beh, allora...
Ps. Il film è girato quasi al 100% in Italia (non a caso la scelta della Placido come protagonista femminile) e, tra gli attori nostrani che compaiono nella pellicola ci sono anche Paolo Bonacelli e Filippo Timi. Inoltre il film, uscito in America il 1° settembre, è stato al vertice del botteghino USA per una settimana portando subito a casa $16,662,333 di incasso. Ad oggi l'incasso totale è di $35,202,471.
Consigli: Se siete fan di Clooney, evitate di rovinarvi il gusto di adorare il vostro mito. Ha fatto di meglio...
Parola chiave: Primi piani.




Ric

venerdì 11 dicembre 2009

Film 32 - Un tram che si chiama desiderio

In occasione del primo mese di vita di questo blog, ieri ho rivisto per l'ennesima volta il mio film PREFERITO!

Film 32: "Un tram che si chiama desiderio" (1951) di Elia Kazan
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano/inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Un capolavoro, si può dire? Non credo di esagerare. Non lo scrivo perchè è il mio film preferito, ma perchè essendo qualcosa di meraviglioso non poteva che diventarlo. E' una conseguenza (inevitabile).
Blanche DuBois fa visita alla sorella Stella, sposa di Stanley Kowalski (di origine polacca) e da poco incinta, a seguito di una crisi di nervi e una conseguente mancanza di salute. Non sa che quel viaggio le costerà la sua dignità, il rispetto degli altri e, soprattutto, la sanità mentale. E' un vero dramma in grande stile quello scritto da Tennessee Williams. C'è l'amore che rende ciechi, la prostituzione, l'omosessualità, lo stupro, il suicidio, l'amore disperato e proibito e la pazzia. Guardi questa pellicola e ne esci cambiato. Per me, almeno, è stato così. Devo ringraziare la prof di inglese dell'università che ha inserito questo film e l'opera teatrale da cui è tratto nel programma.
Innanzitutto c'è Vivien Leigh, la Rosella O'Hara di "Via col vento", che recita in maniera strepitosa nella parte di Blanche. Il suo è un personaggio difficile, troppo debole per affrontare un mondo fatto di ostilità che lei non sa fronteggiare adeguatamente. Sempre abituata a vivere fiancheggiata a qualcuno - prima nella proprietà di famiglia poi, morti tutti, in casa della sorella - è persa, e ce lo dimostrerà, se deve farsi strada da sola nella vita. E così cade in tentazione, sbaglia, si rialza, ma tutto al prezzo di un castello di bugie che nel finale le crolla addosso fino a regalarle la pazzia. E la Leigh porta la sua persona a vivere nel personaggio con un'intensità tale da far accapponare la pelle. Forse la personalità bipolare dell'attrice, famosa per i suoi cambi drastici d'umore, ha 'giovato' ad un personaggio instabile come quello di Blanche che cammina sempre sul filo del rasoio, al limite tra la ricerca della magia nella vita e la depressione da fallimento. Un personaggio talmente potente e autodistruttivo che, si dice, abbia causato gravissimi problemi di salute alla Leigh, già debole per la tubercolosi.
Ma la fragilità di Blanche è messa a durissima prova dalla sfacciata personalità di Stanley, rude e villano che ama, sì, Stella, ma in modi sicuramente originali. Non a caso Blanche lo descrive sempre in maniera colorita (gli da del caprone, lo paragona all'uomo preistorico munito di clava e, in inglese, si rivolge a lui sempre con il termine dispregiativo di 'polack'). D'altro canto Stanley la offende di continuo, mette in dubbio la sua onestà fin da subito per la questione dei soldi legati alla perdita della proprietà di famiglia a causa dei debiti. Questo continuo sospetto lo porteranno a cercare più informazioni riguardo a Blanche, fino a fargli scoprire la verità.
In questo contesto si inseriscono anche i due personaggi di contorno (entrambi premiati con l'Oscar per la loro interpretazione): Stella e Mitch, amico di Stanley e compagno di lavoro. Quest'ultimo, da subito interessato alla bella Blanche, le fa una corte spudorata a cui lei farà forte resistenza per mantenere il contegno sociale richiesto dall'epoca. Dimostrandosi impacciata ed inesperta, oltre che ingenua, gli fa credere di essere molto più rispettabile di quanto non sia. In realtà Blanche, dopo un matrimonio in giovane età con un ragazzo particolare (gay) che si uccide, comincia a bere e a frequentare uomini. La sua posizione di insegnante di inglese viene messa in discussione, poi, a seguito di una relazione clandestina con uno dei suoi alunni minorenni. Questo e il suo comportamento non esattamente esemplare la obbligano a lasciare la sua città. Per coprire queste pesanti verità, la donna si ricrea quella sé stessa che avrebbe sempre desiderato essere e rimanere in eterno: una giovane e desiderabile (non si fa mai vedere sotto luce diretta) ragazza dai modi raffinati e la reputazione impeccabile. Scoperte le sue menzogne si giustificherà dicendo che solo una linea o una via possono essere rette, non il cuore di un essere umano.
La sua debolezza, la solitudine e la tristezza che le aleggiano attorno ne fanno un personaggio fantasticamente drammatico. La sua necessità di apparire sempre fresca ed in ordine, giovane e bella è anticipatrice di una tendenza che oggi più che mai un must femminile. La dedizione cui lei dedica alla causa ha del maniacale e, insieme agli altri elementi, delineano una personalità fragile e disturbata, che necessiterebbe di un calore umano genuino. La possibilità di amore che Mitch le offre scompare in fretta una volta che Stanley gli spiffererà i segreti sulla donna che ama. Blanche, distrutta - e poi stuprata dallo stesso Stanley - impazzisce.
In questo disastro la sorella assiste impotente alla forza di suo marito e, soprattutto, è sopraffatta dall'amore che prova per lui. E' lei stessa una vittima di quella convenzione sociale che vuole l'uomo re della casa e la donna sua serva devota. Vorrebbe reagire, ma non solo non può... nemmeno ci riesce! Se Blanche è pazza allora forse lo stupro non è mai avvenuto. Ma chi può dirlo? I finali di film e opera teatrale differiscono, perchè la Warner Bros ha imposto a Kazan di 'addolcire' i toni, altrimenti il rischio sarebbe stato quello di inimicarsi il pubblico.
In un turbine di emozioni, lacrime e pelle d'oca ho assistito nuovamente a questa pellicola riscoprendone parti che avevo dimenticato. Memorabili i momenti della confessione di Blanche a Mitch (trascrivo in inglese):
Mitch: "Didn't you stay at a hotel called the Flamingo?
Blanche: "Flamingo? No! Tarantula was the name of it. I stayed at a hotel called Tarantula Arms"
M: "Tarantula Arms?"
B: "Yes , a big spider. That's where I brought my victims. Yes. I have had many meetings with strangers".
Oppure, nel finale, lo struggente momento in cui tutta la sensibilità di Blanche contrapposta alla durezza della vita con cui si è scontrata vengono distillate in una frase sconcertante che lei rivolge all'uomo del manicomio: B: "Whoever you are... I have always depended on the kindness... of strangers".
Commovente e, forse, alle 4 del mattino anche un po' destabilizzante, ho rivissuto con totale immersione nel film tutta la drammatica esperienza cui "Un tram che si chiama desiderio" conduce. Semplicemente fantastico.
Una provocazione finale: Blanche è sempre lavata e profumata, pettinata e laccata, biondissima, con lunghe unghie smaltate e vestiti seducenti, aderenti e trasparenti, pieni di fronzoli, drappi e decorazioni. Un'ava delle drag queen? ps. Questo film ha vinto numerosi premi. I principali: Coppa Volpi a Venezia per la Leigh; 4 Oscar vinti (attrice protagonista, attore e attrice non protagonisti e scenografie) e altre 8 nomination tra cui la prima per Brando, miglior film, colonna sonora, regia, sceneggiatura; 1 Golden Globe a Kim Hunter per l'interpretazione di Stella.
Film 32 - Un tram che si chiama desiderio
Film 1962 - A Streetcar Named Desire
Consigli: E' il mio film preferito. L'unico consiglio che posso dare è quello di vederlo ASSOLUTAMENTE!
Parola chiave: Belle Reve


#HollywoodCiak
Bengi