A casa in malattia: film 7.
Film 997: "Jenny's Wedding" (2015) di Mary Agnes Donoghue
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Mi ha incuriosito più che altro per la tematica lesbo e per le due protagoniste: Katherine Heigl e Alexis Bledel.
Di fatto la Bledel ha pochissime scene, che per il resto sono tutte dedicate alla famiglia della sua futura sposa di schermo, nello specifico quella della Jenny del titolo. Ecco il più evidente limite di questo film: si parla di un matrimonio tra due ragazze che si amano, ma di fatto la loro relazione non è il fulcro della vicenda. Per capirsi, sono più protagonisti i due genitori che figlia e fidanzata. Male.
In generale parliamo di un prodotto che, come dire, almeno ci prova: la tematica LGBT non dovrebbe mai esaurire le sue cartucce e certo un nuovo titolo riguardo al tema di due donne che decidono di sposarsi fa solo bene alla causa, ma il prodotto in questione non è del tutto riuscito. Come dicevo, le vicende amorose della coppia sono messe in secondo piano rispetto al duo genitoriale (Tom Wilkinson, Linda Emond) che prevale ampiamente. Se avessi voluto vedere un film su come un'anziana coppia di genitori affronta il coming out della figlia, avrei certamente trovato soddisfazione nelle scelte della regista e sceneggiatrice Mary Agnes Donoghue. Invece "Jenny's Wedding", già dal titolo, suggerisce che il matrimonio sia il fulcro di tutta la vicenda e, purtroppo, nel concreto non è così. La scelta narrativa mi ha infastidito, anche perché i toni più che da commedia sono drammatici e il tutto risulta piuttosto pesante, per poi sfociare nell'assurdo con l'orrendo personaggio della sorella di Jenny, Anne (Grace Gummer).
Insomma, mi aspettavo qualcosa di diverso, soprattutto perché il buon cast avrebbe permesso certamente di sperimentare anche strade meno convenzionali o trite, magari optando davvero per scelte coraggiose e tese a valorizzare l'assoluta normalità e naturalezza dell'essere innamorati a prescindere del proprio orientamento. Peccato.
Ps. Cast: Katherine Heigl, Tom Wilkinson, Linda Emond, Alexis Bledel, Grace Gummer, Sam McMurray, Diana Hardcastle.
Box Office: /
Consigli: Risultato finale così così per una pellicola che poteva certamente giocare meglio le sue carte. "Jenny's Wedding" è un prodotto in linea di massima carino, con una bella fotografia, due belle protagoniste (la Heigl anche brava la maggior parte delle volte), un cast da urlo per un film indipendente e un'idea di base stuzzicante e piena di potenziale. Nel concreto manca quella scintilla che lo renda ironico, fresco e - mi spiace dirlo - degno di essere prodotto. Insomma, nel marasma di altri titoli più o meno simili, come fa la storia di Jenny ad emergere? Non può, ecco perché nessuno ha visto questo film. Che si lascia guardare, ma non lasci impressionati.
Parola chiave: Matrimonio.
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#HollywoodCiak
Bengi
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venerdì 18 settembre 2015
Film 997 - Jenny's Wedding
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venerdì 30 marzo 2012
Film 374 - Shame
Tanto rumore per nulla?
Film 374: "Shame" (2011) di Steve McQueen
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Marco
Pensieri: Il commento più abusato e affibbiato a questo film è il seguente: è classico stile McQueen.
Ora, premesso che l'unico Steve McQueen che conoscessi fino a qualche mese fa fosse l'attore di "Papillon" o "La grande fuga", mi pare un tantino prematuro parlare di 'stile McQueen' dato che il regista è qui al suo secondo lungometraggio. Ma poi che cosa mi vorrebbe significare questa asserzione? Avendo come unico campione questo "Shame", posso solo provare a immaginare. Che si tratti di una particolare attenzione per lo sguardo dei suoi protagonisti? O un'irriverenza per le scene di nudo molteplici, esplicite e mai nascoste? Che sia per via dell'atmosfera triste causata dalla lenta agonia dei personaggi disastrati di cui tratta la storia?
Ripeto, io non lo so, però da qui a definire già uno stile peculiare mi pare un attimo troppo presto.
Questa pellicola, tra l'altro, non mi è parso abbia niente di speciale che vada oltre il trattare un argomento che incuriosisce (la vita di un sex addicted) con una fruizione del nudo tanto cruda da essere a volte imbarazzante. Detto ciò, mi pare che "Shame" esaurisca qui i suoi assi nella manica. Non che non sia un prodotto omogeneo o ben realizzato, solo non aggiunge nulla al panorama del cinema indipendente che tratta la solitudine umana in relazione alla necessità di certe persone di cercare il contatto con l'altro a tutti i costi, ma facendolo nella maniera sbagliata.
Due fratelli che si devono voler bene per la natura stessa della loro condizione, l'autodistruzione di una (Carey Mulligan) e la dipendenza dell'altro (Michael Fassbender), una città specchio che riflette ritratti non esattamente lusinghieri. E toccare il fondo una volta non vuol dire che non lo si ritoccherà una seconda...
Più volte mi sono chiesto cosa volesse raccontare McQueen scrivendo una storia come questa, cosa volesse analizzare oltre alla condizione di un uomo che ha tutto nella vita tranne l'autoassoluzione. Non c'è scampo per nessuno e non c'è amore, solo corpi che si uniscono per un istante e poi procedono oltre come se nulla fosse accaduto. E quando si tenta di approfondire la conoscenza con un unico altro soggetto arriva la scure della defaiance che cancella il tentativo riportando la solitudine come unica soluzione.
Va bene, la disillusione può essere una buona arma nella vita, ma non sono sicuro che debba per forza andare a braccetto con l'aridità interiore. Posso immaginare che un personaggio come Brandon Sullivan sia diventato tale per colpa delle circostanze, ma la ricerca per migliorare sé stessi passa anche per l'autoanalisi costruttiva. Cosa c'è di meno costruttivo del buttarsi via, dell'essersi arresi ad una realtà tanto squallida da essere desolante? Pare, in definitiva, che non ci sia alcuna speranza.
Spero che tutto questo non faccia parte di quello 'stile McQueen' citato dai più e che, invece, il regista-scrittore sappia indagare anche altri meandri della condizione umana che vadano oltre il facile racconto dell'umanità spezzata dalle circostanze e modellata a condurre una vita che è solo sopravvivenza.
Coppa Volpi a Venezia per il miglior attore e nomination ai Golden Globes per Fassbender.
Consigli: Pellicola su cui è circolata numerosa curiosità. Vale a metà. Bellissimo il momento canoro in cui la Mulligan interpreta una versione lenta di "New York Nwe York".
Parola chiave: Solitudine.
Trailer
Ric
Film 374: "Shame" (2011) di Steve McQueen
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Marco
Pensieri: Il commento più abusato e affibbiato a questo film è il seguente: è classico stile McQueen.
Ora, premesso che l'unico Steve McQueen che conoscessi fino a qualche mese fa fosse l'attore di "Papillon" o "La grande fuga", mi pare un tantino prematuro parlare di 'stile McQueen' dato che il regista è qui al suo secondo lungometraggio. Ma poi che cosa mi vorrebbe significare questa asserzione? Avendo come unico campione questo "Shame", posso solo provare a immaginare. Che si tratti di una particolare attenzione per lo sguardo dei suoi protagonisti? O un'irriverenza per le scene di nudo molteplici, esplicite e mai nascoste? Che sia per via dell'atmosfera triste causata dalla lenta agonia dei personaggi disastrati di cui tratta la storia?
Ripeto, io non lo so, però da qui a definire già uno stile peculiare mi pare un attimo troppo presto.
Questa pellicola, tra l'altro, non mi è parso abbia niente di speciale che vada oltre il trattare un argomento che incuriosisce (la vita di un sex addicted) con una fruizione del nudo tanto cruda da essere a volte imbarazzante. Detto ciò, mi pare che "Shame" esaurisca qui i suoi assi nella manica. Non che non sia un prodotto omogeneo o ben realizzato, solo non aggiunge nulla al panorama del cinema indipendente che tratta la solitudine umana in relazione alla necessità di certe persone di cercare il contatto con l'altro a tutti i costi, ma facendolo nella maniera sbagliata.
Due fratelli che si devono voler bene per la natura stessa della loro condizione, l'autodistruzione di una (Carey Mulligan) e la dipendenza dell'altro (Michael Fassbender), una città specchio che riflette ritratti non esattamente lusinghieri. E toccare il fondo una volta non vuol dire che non lo si ritoccherà una seconda...
Più volte mi sono chiesto cosa volesse raccontare McQueen scrivendo una storia come questa, cosa volesse analizzare oltre alla condizione di un uomo che ha tutto nella vita tranne l'autoassoluzione. Non c'è scampo per nessuno e non c'è amore, solo corpi che si uniscono per un istante e poi procedono oltre come se nulla fosse accaduto. E quando si tenta di approfondire la conoscenza con un unico altro soggetto arriva la scure della defaiance che cancella il tentativo riportando la solitudine come unica soluzione.
Va bene, la disillusione può essere una buona arma nella vita, ma non sono sicuro che debba per forza andare a braccetto con l'aridità interiore. Posso immaginare che un personaggio come Brandon Sullivan sia diventato tale per colpa delle circostanze, ma la ricerca per migliorare sé stessi passa anche per l'autoanalisi costruttiva. Cosa c'è di meno costruttivo del buttarsi via, dell'essersi arresi ad una realtà tanto squallida da essere desolante? Pare, in definitiva, che non ci sia alcuna speranza.
Spero che tutto questo non faccia parte di quello 'stile McQueen' citato dai più e che, invece, il regista-scrittore sappia indagare anche altri meandri della condizione umana che vadano oltre il facile racconto dell'umanità spezzata dalle circostanze e modellata a condurre una vita che è solo sopravvivenza.
Coppa Volpi a Venezia per il miglior attore e nomination ai Golden Globes per Fassbender.
Consigli: Pellicola su cui è circolata numerosa curiosità. Vale a metà. Bellissimo il momento canoro in cui la Mulligan interpreta una versione lenta di "New York Nwe York".
Parola chiave: Solitudine.
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giovedì 29 dicembre 2011
Film 347 - Junebug
Un film di cui avevo sentito parlare e che volevo vedere da tempo, specialmente per verificare una cosa...
Film 347: "Junebug" (2005) di Phil Morrison
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Sinceramente questo film non mi è piaciuto. L’ho guardato solo per capire quanto fosse effettivamente buona l’interpretazione di Amy Adams dato che si era aggiudicata addirittura una nomination all’Oscar nel 2006 - anno in cui per la prima volta mi si è presentato il suo viso.
In effetti lei è brava e regala un chiacchiericcio nevrotico al suo personaggio che strema perfettamente l’orecchio dello spettatore. A parte questo, il resto è molto lento e stride con il personaggio di Amy.
Fondamentalmente di nuovo non c’è nulla: lui sposa lei in un lampo e la porta a casa a conoscere la famiglia. La suocera non la accetta - lei è una donna in carriera -, il suocero è un uomo di poche parole con il fantasma della guerra alle spalle, il fratello minore del marito è un inconcludente viziato che ha messo incinta la ragazzina stupida e chiacchierona (la Adams, appunto) e tutti vivono nella stessa casa in un vortice di stranezze, non detto e tensione. Ovviamente i novelli sposi mandano in pezzi l’”equilibrio” di tutta la famiglia.
Non è un film facile in quanto per l’ennesima volta affronta temi pesanti, ma con un piglio più insolito e grottesco. Tutto il tempo ho avuto una sensazione di disagio mentre seguivo le vicende di una famiglia che lascia troppo in sospeso o fa finta di non vedere. La disgrazia con il bambino costringerà ognuno a rivelare una parte più vera di sé, il che darà, nel finale, un tocco più sensato alla pellicola.
Non lo rivedrei, ma non è il peggior film indipendente che abbia visto.
Consigli: Gli appassionati del cinema americano indipendente apprezzeranno molto questa pellicola. Io, di anima più commerciale, ho sofferto un po', ma le interpretazioni sono buone e non mancano tematiche importanti. Impegnato.
Parola chiave: Gravidanza.
Trailer
#HollywoodCiak
Bengi
Film 347: "Junebug" (2005) di Phil Morrison
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Sinceramente questo film non mi è piaciuto. L’ho guardato solo per capire quanto fosse effettivamente buona l’interpretazione di Amy Adams dato che si era aggiudicata addirittura una nomination all’Oscar nel 2006 - anno in cui per la prima volta mi si è presentato il suo viso.
In effetti lei è brava e regala un chiacchiericcio nevrotico al suo personaggio che strema perfettamente l’orecchio dello spettatore. A parte questo, il resto è molto lento e stride con il personaggio di Amy.
Fondamentalmente di nuovo non c’è nulla: lui sposa lei in un lampo e la porta a casa a conoscere la famiglia. La suocera non la accetta - lei è una donna in carriera -, il suocero è un uomo di poche parole con il fantasma della guerra alle spalle, il fratello minore del marito è un inconcludente viziato che ha messo incinta la ragazzina stupida e chiacchierona (la Adams, appunto) e tutti vivono nella stessa casa in un vortice di stranezze, non detto e tensione. Ovviamente i novelli sposi mandano in pezzi l’”equilibrio” di tutta la famiglia.
Non è un film facile in quanto per l’ennesima volta affronta temi pesanti, ma con un piglio più insolito e grottesco. Tutto il tempo ho avuto una sensazione di disagio mentre seguivo le vicende di una famiglia che lascia troppo in sospeso o fa finta di non vedere. La disgrazia con il bambino costringerà ognuno a rivelare una parte più vera di sé, il che darà, nel finale, un tocco più sensato alla pellicola.
Non lo rivedrei, ma non è il peggior film indipendente che abbia visto.
Consigli: Gli appassionati del cinema americano indipendente apprezzeranno molto questa pellicola. Io, di anima più commerciale, ho sofferto un po', ma le interpretazioni sono buone e non mancano tematiche importanti. Impegnato.
Parola chiave: Gravidanza.
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#HollywoodCiak
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