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mercoledì 15 marzo 2023

Film 2170 - The Whale

Intro: Non sapevo bene cosa aspettarmi da questo film, ma tutti parlavano in maniera entusiasta della performance del protagonista (e probabilmente un Oscar), per cui ho deciso di recuperarlo.

Film 2170: "The Whale" (2022) di Darren Aronofsky
Visto: al cinema
Lingua: inglese
Compagnia: Ciarán
In sintesi: non sono necessariamente un fan dei film tratti da opere teatrali, né di quelle storie che vogliono raccontare a tutti i costi il dramma esistenziale di qualcuno. Da questo punto di vista, "The Whale" non si risparmia.
Il protagonista, Charlie (Brendan Fraser) è in fin di vita, recluso e obeso, depresso, sconfitto da un'esistenza che gli ha tolo l'amore della sua vita e lo ha privato, di conseguenza, della voglia di continuare a lottare. Si è rifugiato nel cibo e nel lavoro, che conduce da casa, isolato e nascosto da quegli sguardi altrui che lo metterebbero a disagio. La sua è una vita fatta di poche cose, a malapena riesce a muoversi autonomamente, e la sua unica consolazione parrebbe venire dal cibo e la compagnia dell'infermiera Liz (Hong Chau, vista di recente in "The Menu").
Chiaramente, viste le premesse e l'origine teatrale dell'opera, la storia si svolge interamente nell'appartamento di Charlie, un luogo a tratti naccessibile per il suo protagonista e che noi, come spettatori, scopriamo a poco a poco e man mano che il racconto procede fra racconti e ricordi di ciò che un tempo era la vita felice di Charlie. L'atmosfera cupa - l'appartamento è poco illuminato, dalla finestra vediamo che per la maggior parte del tempo piove - e, in generale, la consapevolezza della morte imminente del protagonista fanno sì che il film prenda una connotazione di pesantezza, un'irrequietudine che si percepisce per tutta la durata del racconto. Ad aggiungere ulteriore senso di malessere ci pensano i vari personaggi e la figlia (sadie Sink) di Charlie in primis.
A tratti ho avuto la sensazione che la storia cercasse volontariamente di infierire sul un protagonista già a terra, quasi un accanimento narrativo che alla lunga stanca e fa sentire impotenti. Mi rendo conto che probabilmente l'intento fosse proprio questo, che raccontare l'ultimo mmomento di riscatto di questo personaggio avesse senso nel momento in cui lo si mettesse di fronte a tutte quelle questioni in sospeso della sua vita che aveva lasciato per troppo tempo da parte, ma allo spettatore, che è unicamente testimone passivo di tutta la vicenda, è richiesto un enorme sforzo emotivo che non necessariamente viene ripagato nel finale.
Personalmente ho trovato "The Whale" - o, meglio, la storia da cui è tratto - un tantino fine a se stesso, un indulgere volontario in un mare di dolore, dialoghi violenti e momenti di disagio soffocante, il tutto per un risultato finale che mi ha lasciato un po' perplesso. Cosa mi sono portato dietro di questa storia e dei suoi protagonisti? Cosa ci vuole raccontare la trama e su cosa ci vuole far riflettere?
Non so, il dramma per il dramma non mi è mai piaciuto e, per quanto certi temi affrontati qui possano far riflette o scaturire discussioni a posteriori, rimane il fatto che, magnifiche interpretazioni a parte, mi è rimasto un po' il dubbio di cosa farmene di un film come questo. Come per tante altre pellicole che lo hanno preceduto, mi è parso che "The Whale" fosse più un mezzo per un fine (premi, festival, Oscar) che un'opera genuinamente capace di emoziare e suscitare un dibattito. Probabilmente, per quanto mi riguarda, questo è anche un momento personale in cui fatico a digerire il genere drammatico puro o gli esercizi di stile un po' fine a se stessi, per cui ho davvero faticato a farmi coinvolgere. Non lo rivedrei.
Cast: Brendan Fraser, Sadie Sink, Hong Chau, Ty Simpkins, Samantha Morton.
Box Office: $36.6 milioni
Vale o non vale: Le interpretazioni la fanno da padrone (al di là di quelle nominate all'Oscar di Freaser e Chau, ho davvero apprezzato quella di Samantha Morton che qui e in "She Said" ha dimostrato ancora una volta di essere una grande attrice) in un film che, di fatto, funziona grazie all'ottimo cast. Un prodotto non facile da digerire e sicuramente non per tutti. Dopo anni di oblio, qui Brendan Fraser ritorna - giustamente - al centro del discorso "cinema" e, questa volta, per un ruolo diametralmente opposto a quelli cui ci aveva abituato.
Premi: Candidato a 3 premi Oscar, ha vinto per il Miglior attore protagonista (Fraser) e il trucco. 4 nomination ai BAFTA per Miglior attore, attrice non protagonista (Chau), sceneggiatura non originale e trucco. Nominato al Golden Globe per il Miglior attore drammatico.
Parola chiave: Essay.
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#HollywoodCiak
Bengi

domenica 27 febbraio 2022

Film 2090 - Swan Song

Intro: Avevo letto buone recensioni per questo titolo e sono sempre felice di dare una chance a pellicole a sfondo queer, per cui appena ho avuto occasione ho recuperato il film.

Film 2090: "Swan Song" (2021) di Todd Stephens
Visto: dal computer portatile
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
In sintesi: non che "Swan Song" sia un brutto film, ma sicuramente non è quello che mi aspettavo o avvo bisogno di vedere in quel momento.
Dal ritmo molto lento e nostalgico, a tratti infinitamente triste, la storia Pat Pitsenbarger (Kier) ci mette molto ad ingranare e sebbene quando lo faccia sia di buona qualità, rimane comunque il fatto che la mancanza di mordente iniziale appesantisca in parte il risultato finale complessivo.
Fortunatamente a portare avanti il racconto c'è un meraviglioso Udo Kier che nei panni dello stravagante parrucchiere in pensione è un piacere da guardare, particolarmente quando affiancato dalla ultimamente (e finalmente!) lanciatissima Jennifer Coolidge che qui fa la parte della rivale dell'ex parrucchiere che gli ha sottratto il business e, di fatto, la ragione di vita. Con un'ultima cliente da soddisfare e piccolo viaggio sulla strada dei ricordi, Pat si ritroverà a dover affrontare fantasmi del passato e a tirare le somme di una vita passata - da anni deceduto - in una piccola cittadina americana che lo ha considerato il Liberace locale.
Storia (apparentemente vera) dalla premessa interessante, l'esecuzione non mi ha convinto del tutto.
Ps. Secondo film insieme per Jennifer Coolidge e Michael Urie che ritroviamo a condividere lo schermo dopo la pellicola Natalizia di Netflix "Single All the Way".
Cast: Udo Kier, Jennifer Coolidge, Linda Evans, Michael Urie, Ira Hawkins, Stephanie McVay.
Box Office: $126,110
Vale o non vale: Carino, ma mi aspettavo un po' di più onestamente. Molto lento, specialmente nella parte iniziale, "Swan Song" regala però un'interpretazione fantastica del protagonista Udo Kier che, va detto, da sola vale la visione.
Premi: /
Parola chiave: Funerale.
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#HollywoodCiak
Bengi

mercoledì 15 dicembre 2021

Film 2068 - Spencer

Intro: Film giusto, compagnia giusta, momento giusto. Forse l'esperienza cinematografica del 2021 che mi ha soddisfatto di più. E, per tanti versi, sicuramente la più emozionante.

Film 2068: "Spencer" (2021) di Pablo Larraín
Visto: al cinema
Lingua: inglese
Compagnia: Ciarán
In sintesi: da "Spencer" mi aspettavo qualcosa di diverso e, onestamente, mi ero preparato ad una possibile delusione. Un po' perché finora il 2021 non ha regalato delle gran perle, un po' perché il precedente film di Larraín, "Jackie", non mi aveva particolarmente convinto. Qui, sorpresa, effetto contrario.
Questo film è il racconto di un momento brevissimo che pare eterno. Il palazzo è una prigione, Lady D non ha scampo, la famiglia reale la tiene in ostaggio tanto quanto le sue scelte di vita, la bulimia è quasi un'analogia di un'estitenza che vorrebbe abbuffarsi di elementi positivi, cose belle, emozioni vere e che, invece, piano piano sta rigettando la capacità di riuscire a superare gli ostacoli, andare oltre, trovare la felicità.
"Spencer" è un film che più che basarsi su una trama, lo fa sulle sensazioni e le emozioni che è capace di generare, elementi che prendono corpro grazie alla regia di Larraín, le atmosfere tra il fiabesco e il surreale e una performance di Kristen Stewart che colpisce dal primo secondo. C'è qualcosa di tremendamente somigliante tra la Stewart e Diana, eppure al contempo sembra che tra loro ci sia un abisso di distanza. E, sorprendentemente, questa antitesi non solo non dà fastidio, ma anzi arricchisce il film di un certo qualcosa che funziona. Una sorta di magnetismo, diciamo.
Tutto ruota intorno alla Stewart - sempre più magnifica ed eclettica protagonista - e al suo personaggio: di fatto della famiglia reale ci interessa ben poco (e comunque in chiave negativa). Inevitabilmente c'è simpatia e scampo solo per Lady D, tutto il resto è un bagaglio emotivo pesante e difficile da mettere a fuoco per un'esistenza che sembrerebbe richiedere tanto altro e comunque tutto l'opposto, pur non riuscendo ad ottenerlo, anche lottando. C'è, infatti, anche un grande senso di ribellione in questa Diana, determinata almeno in parte a reclamare uno spazio che si svincoli dalle regole di palazzo, di famiglia, di etichetta, pur non sempre riuscendoci.
Al contempo, però, c'è anche un grandissimo senso di rassegnazione, come se la nostra eroina avesse da tempo gettato la spugna, pur riuscendo di tanto in tanto a risalire la china e trovare un momento di spontaneità, quasi libertà. Non capita spesso e comunque solo con i figli o esperienze legate a ricordi del passato. In generale, in ogni caso, la Diana di "Spencer" soccombe ogni giorno di più sotto il peso di un'esistenza che per lei non è vita.
La pellicola di Larraín è esteticamente molto bella e nel complesso riuscita, dove quasi tutto il merito va ad una grande interpretazione della Stewart, qui davvero capace di dimostrare il suo valore, il suo carattere e le sue capacità. Ad aggiungere valore al risultato finale sono una bella fotografia di Claire Mathon e i magnifici costumi curati da Jacqueline Durran (2 Oscar per "Anna Karenina" e "Little Women"), che non solo ricreano la magia, ma la portano proprio in vita.
Una sfida difficile, ma vinta.
Ps. Ammetto di essere rimasto un po' deluso dalle musiche di Jonny Greenwood che non ho trovato particolarmente in sintonia con il progetto. Speravo che Larraín dopo "Jackie" avrebbe collaborato di nuovo con Mica Levi e, invece, qui non è stato così.
Cast: Kristen Stewart, Timothy Spall, Jack Farthing, Sean Harris, Sally Hawkins, Jack Nielen, Freddie Spry, Stella Gonet, Elizabeth Berrington.
Box Office: $13.7 milioni
Vale o non vale: Non il classico biopic, "Spencer" colpisce allo stomaco grazie ad una magnifica performance della Stewart e agli occhi grazie a dei costumi pazzeschi che riportano alla memoria l'iconico stile di Lady D. Onestamente un gran buon lavoro e certamente uno dei titoli della stagione, anche se si tratta di un prodotto complesso e non per tutti, me ne rendo conto. Però vale una chance.
Premi: Candidato al Golden Globe per la Miglior attrice protagonista drammatica (Stewart). In concorso a Venezia 2021 per il Leone d'oro.
Parola chiave: Anne Boleyn.

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#HollywoodCiak
Bengi

sabato 22 maggio 2021

Film 2004 - Matilda

Intro: Altro appuntamento cinematografico per il modulo di Sceneggiatura e, anche se non siamo più sul filone dei titoli d'animazione, rimaniamo sul genere per bambini e ragazzi.

Film 2004
: "Matilda" (1996) di Danny DeVito
Visto: dal computer portatile
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
In sintesi: non avevo nessuna intenzione di rivedere questo film - e certamente non a così breve distanza dalla precedente visione - e rimango tutt'ora perplesso rispetto alla fascinazione di molte persone rispetto a questo "Matilda". Pur essendo un titolo innocuo e pur comprendendone le buone intenzioni, fatico comunque a trovare interesse per la storia.
Film 1488 - Matilda
Film 2004 - Matilda
Cast: Mara Wilson, Danny DeVito, Rhea Perlman, Embeth Davidtz, Pam Ferris, Paul Reubens, Tracey Walter.
Box Office: $33.5 milioni
Vale o non vale: Voglio dire... si lascia certamente vedere, ma tra tutte le pellicole ispirate a fiabe o racconti per bambini, questo non è tra i miei preferiti.
Premi: /
Parola chiave: Poteri magici.

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#HollywoodCiak
Bengi

lunedì 12 aprile 2021

Film 1983 - Run

Intro: Avevo voglia di qualcosa di facile facile...
Film 1983: "Run" (2020) di Aneesh Chaganty
Visto: dal computer portatile
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
In sintesi: francamente avevo 0 aspettative rispetto a questo film, per non dire che mi aspettassi un prodotto terribile. In realtà "Run", per quanto titolo assolutamente dimenticabile, fa comunque il suo dovere meglio di quanto non mi potessi aspettare.
Poi, devo dire, non sono esattamente un fan delle pellicole con praticamente due protagonist* e personaggi secondari inesistenti dove paesaggi e scenografie la fanno da padrone - della serie: la casa è un personaggio, il mood della storia è dato dalla fotografia combinata con gli elementi paesaggistici, ecc ecc - perché le storie così scarne di elementi solitamente lo sono perché mancano di una trama, in ogni caso "Run" ha sufficiente tensione e toni drammatici per risultare sostenibile nei suoi 89 minuti di durata. Il che, visto i tempi che corrono, è grasso che cola.
Cast: Sarah Paulson, Kiera Allen, Pat Healy, Sara Sohn, Sharon Bajer, Tony Revolori.
Box Office: $3.4 milioni
Vale o non vale: Certo non un titolo indimenticabile, ma se cercate un diversivo facile e di sufficiente intrattenimento, "Run" dovrebbe fare al caso vostro. Sarah Paulson è sempre un'ottima protagonista, anche se a mio avviso sarebbe ora cercasse di evadere un po' da generi così dark come horror, thriller, dramma o su tematiche di abuso. Sarebbe interessante vederla in altri contesti, diciamo.
Premi: /
Parola chiave: Posta.

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#HollywoodCiak
Bengi

mercoledì 27 gennaio 2021

Film 1789 - The First Wives Club

Intro: Continuando a cavalcare l'onda dei cult anni '90, un altro film che Péroline non aveva visto e che andava necessariamente recuperato!
Film 1789: "The First Wives Club" (1996) di Hugh Wilson
Visto: dal computer portatile
Lingua: inglese
Compagnia: Péroline
In sintesi: decisamente una delle pellicole più gustose da rivedere, "The First Wives Club" è la commedia perfetta per una serata tra amici, connubio di talento e risate che, a 25 anni dalla sua uscita nelle sale, funziona ancora straordinariamente. E la formula di questo eterno, magnetico successo porta il nome delle insuperabili Diane Keaton, Bette Midler e Goldie Hawn, un trio che funziona divinamente e fa la differenza in una pellicola che deve tutto alla loro immensa bravura. Per me un cult.
Film 377 - Il club delle prime mogli
Film 459 - Il club delle prime mogli
Film 1789 - The First Wives Club
Film 2087 - The First Wives Club
Cast: Diane Keaton, Bette Midler, Goldie Hawn, Maggie Smith, Sarah Jessica Parker, Dan Hedaya, Bronson Pinchot, Marcia Gay Harden, Stockard Channing, Victor Garber, Eileen Heckart, Timothy Olyphant, Ivana Trump, Heather Locklear, J. K. Simmons, Rob Reiner, Lea DeLaria.
Box Office: $181 milioni
Vale o non vale: "The First Wives Club" è una di quelle pellicole che non importa che momento sia, che occasione sia, cosa si stesse cercando: funziona sempre e funziona alla grande. Intramontabile.
Premi: Candidato all'Oscar per miglior colonna sonora (all'epoca ancora nella suddivisione musical o commedia).
Parola chiave: Younger women.
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Bengi

giovedì 8 ottobre 2020

Film 1930 - Now, Voyager

Intro: Mesi e mesi che cercavo di recuperare questa pellicola (sia in termini di dove trovarla che di quando guardarla), l'altra sera mi sono finalmente concesso il piacere del classico in bianco e nero!
Film 1930: "Now, Voyager" (1942) di Irving Rapper
Visto: dal computer portatile
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
In sintesi: il dettaglio che mi ha attratto e convinto a vedere questa pellicola è legato alla metamorfosi del personaggio della Davis, Charlotte Vale, che da brutto anatroccolo si trasforma in meraviglioso cigno. Su questo nessun fraintendimento, la storia segue effettivamente la trasformazione della sua protagonista, ma la cosa che mi ha sorpreso è che il tutto avviene nel giro della prima mezz'ora di film o forse addirittura meno. Di cosa andrà parlare, quindi, "Now, Voyager"?
Beh, diciamocelo subito: tutto mi sarei immaginato tranne che il finale raccontato qui. Non perché sia qualcosa di straordinariamente innovativo, ma perché propone un discogliersi dei nodi narrativi centrali alla storia in una maniera tutt'altro che semplice - di solito il criterio più usato ad Hollywood - andando, per così dire, a complicare la storia all'infinito. Ma procediamo con calma. (attenzione allo spoiler)
Charlotte Vale è una depressa, repressa e maledettamente insicura ragazza single (nel film non smettono mai di dire "spinster", zitella, ma diciamo che erano altri tempi) che vive infelice sotto la tirannia di una madre che l'ha concepita in età avanza e, soprattutto, non l'hai mai voluta e non ne fa mistero. Lo scopo di Charlotte è, di fatto, quello di farle da badante.
Sull'orlo di una crisi di nervi, la ragazza si fa ricoverare in quella che oggi chiameremmo rehab, e inizia la terapia con lo psichiatra della struttura che la aiuta a trovare un equilibro e la sprona a vivere una vita più aperta e, soprattutto, che non contempli l'ingratitudine della madre. Per questo motivo la ragazza si allontana da casa per 6 mesi e vi fa ritorno completamente cambiata: l'aspetto e l'attitudine sono l'esatto opposto a prima e, soprattutto, è stata coinvolta in un amore impossibile con Jerry (Paul Henreid) che, sposato e con figlie, non può che limitarsi a rimanere un flirt passeggero.
Ed è a questo punto che pensavo di avere la sceneggiatura in pugno, immaginandomi già che Jerry avrebbe nuovamente fatto capolino a un certo punto della storia per rivelarsi nuovamente single o recentemente vedovo, il tutto per la coronazione di un sogno d'amore della sfortunata zitella che, dopo anni di soprusi e violenze psicologiche, può finalmente trovare la serenità che merita tra le braccia dell'amato. E invece no, perché niente di tutto questo accade e, sopratutto, il racconto si complica e non poco. Sarò breve (ribadisco, spoiler): Charlotte torna a casa, la madre muore dopo una litigata con lei, la ragazza sente di dover tornare in rehab per riprendersi (nel frattempo ha ereditato la fortuna della famiglia), appena tornata alla clinica conosce Tina, una ragazzina in cui si identifica per insicurezza, paure e rifiuto da parte della madre, cosicché ne diventa amica, quasi madre e figlia, e, naturalmente, la non poco antipatica ragazzina risulterà essere proprio la figlia di quel Jerry che no, non è per niente single o vedovo, ma ringrazia Charlotte per il suo aiuto con la figlia concedendole di continuare di fatto a farle da madre mentre loro due, pur innamorati, faranno come se Tina fosse loro figlia e nella sua crescita e prosperità vedranno il coronamento di un amore ormai platonico. Fine, sipario, pausa di riflessione, respiro profondo, via.
Cioè, dopo tutto l'investimento emotivo per Charlotte - per cui non si può evitare di fare il tifo dal primo secondo che è in scena (vedere per credere) - sono rimasto francamente un po' confuso dalle complicazioni narrative che il finale mette in scena e le riserva, un'ulteriore punizione direzionata a un personaggio vessato per metà della storia e che, al di là del riscatto con la madre e sociale in generale, meritava a mio avviso una storia d'amore che, se proprio doveva esserci, almeno prescindesse da questo pastrocchio buonista.
Non vorrei essere frainteso: capisco perfettamente che a) stiamo parlando di un film degli anni '40 e che b) il messaggio di indipendenza racchiuso nel personaggio di Charlotte sia assolutamente una conquista apprezzabile ancora oggi, ma mi sento di dire che se lo fosse stata del tutto, la donna avrebbe trovato la felicità nella riscoperta di sé, nella ritrovata libertà - anche di scelta - e non sarebbe servita da strumento per la realizzazione della felicità del soggetto (non principale) maschile che vive, attraverso di lei, la soddisfazione di vedere la figlia prosperare sotto l'amore di una donna che per lui sacrifica affetto, tempo e risorse in nome di un sentimento che non troverà mai vera soddisfazione.
Ecco, devo dire che nonostante abbia apprezzato il film in generale - sicuramente mi ha lasciato con spunti su cui riflettere - non posso comunque nascondere la delusione nei confronti di un arco narrativo della protagonista che sembra promettere bene e, invece, finisce per veicolare una serie di messaggi almeno in parte ingiusti; poi, per carità, mi arrendo al fatto che parliamo di un prodotto all'alba dei suoi 80 anni, motivo per cui si rende necessaria una certa mediazione.
Per cui, per concludere, dico che "Now, Voyager" è stato tutto tranne quello che mi aspettavo eccetto che per un fatto: ero sicuro sarei rimasto rapito dalla performance di Bette Davis e così è stato. Una stella irraggiungibile.
Cast: Bette Davis, Paul Henreid, Claude Rains, Gladys Cooper, Bonita Granville, John Loder, Ilka Chase, Janis Wilson.
Box Office: $4,177,000
Vale o non vale: La perfoarmance di Bette Davis da sola vale tutto il film che no, non è un capolavoro, ma le regala tutto lo spazio per dimostrare le sue inarrivabili capacità d'attrice. Per il resto la storia d'amore verte più su toni di inaspettata virtù e rassegnata platonicità, per cui meglio consolarsi contemplando il meraviglioso guardaroba di Charlotte e dando credito all'attitudine positiva che questa pellicola conferisce nei confronti del percorso terapeutico intrapreso con uno specialista (che qui non è mai strizzacervelli!). Insomma, scesi a patti con il contesto di produzione e realizzazione del film, "Now, Voyager" può rivelarsi un interessante intrattenimento per una serata diversa.
Premi: Vincitore dell'Oscar per la Migliore colonna sonora e candidato per la Miglior attrice protagonista (Davis) e non protagonista (Cooper).
Parola chiave: Crociera.

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#HollywoodCiak
Bengi

venerdì 3 luglio 2020

Film 1741 - Dumbo

Intro: Una volta a settimana, nel giorno dello sconto, mi recavo al multisala vicino casa per tenermi al passo con le nuove uscite.
Film 1741: "Dumbo" (2019) di Tim Burton
Visto: al cinema
Lingua: inglese
Compagnia: Karen
In sintesi: ormai una domanda diventata abituale in casi simili a questo: c'era davvero bisogno del remake in live-action di "Dumbo"? Assolutamente no.
Premesso che il materiale originale viene ereditato dal 1941, fa un po' strano pensare che fosse davvero necessario realizzare una versione contemporanea e computerizzata di una storia raccontata così tanto tempo fa, non fosse altro per il fatto che il cartone animato di "Dumbo" è già un cult in sé e non ha bisogno di essere svecchiato; senza contare - e questo pare non passare mai per la mente dei dirigenti degli studios - che pare non fossero in molti a domandare a gran voce l'ennesimo rifacimento Disney di un classico tratto dal loro catalogo.
Inutile fare la lista di tutti i film recentemente passati di nuovo al cinema (o direttamente in streaming) con attori in carne ed ossa. Mi limiterò ad elencare solo quelli usciti nel 2019: "Aladdin", "The Lion King", "Lady and the Tramp" e, naturalmente, "Dumbo". Di questi, i primi due sono stati clamorosi successi, mentre il "Lilli e il vagabondo" andato ad inaugurare Disney+ ha ricevuto pessime critiche e questa pellicola è stata un flop al botteghino. Parliamone.
La Disney richiama Tim Burton - dopo le varie collaborazioni precedenti - il quale contatta metà del cast del suo "Batman" (Michael Keaton e Danny DeVito) e la ormai sua nuova pupilla Eva Green (insieme hanno girato già "Miss Peregrine's Home for Peculiar Children" e "Dark Shadows"); Alan Arkin aveva già collaborato con lui in "Edward Scissorhands". Il film è un remake degli anni '40 - tra l'altro una delle storie più tristi della filmografia della casa di Topolino - e la produzione sceglie di ricalcare il percorso già tracciato dall'originale, aggiungendo come unico elemento di interesse la creazione in computer grafica dell'elefantino dalle orecchie giganti, dolcissimo, ma non la storia non può vivere solo di quello. E, invece, "Dumbo" fatica eccome a prendere il volo.
Onestamente mi sembra che Tim Burton ultimamente soffra della necessità di mostrare a tutti i costi un estro creativo che, temo, difficilmente verrà sprigionato in prodotti come questi. E' vero che la Disney ha ampiamente inglobato altri come lui considerati quantomeno originali (Kenneth Branagh, Niki Caro, Guy Ritchie, Lasse Hallström), il punto è che non vedo in questi progetti la necessità di raccontare una storia, quanto solo di replicare o amplificare un successo precedente. La copia carbone di un prodotto già ampiamente digerito e sicuramente parte di una cultura popolare non aggiunge niente alla filmografia di nessuno ed è un peccato, francamente, vedere sprecato il talento dei tanti artisti presenti qui. Poi, come sempre, una considerazione più specifica sul film stesso: "Dumbo" non è un prodotto terribile e in generale si lascia guardare; manca, però, di un senso specifico e di una ragione plausibile che giustifichi la sua presenza nel già affollatissimo mondo dei remake.
Cast: Colin Farrell, Michael Keaton, Danny DeVito, Eva Green, Alan Arkin, Nico Parker.
Box Office: $353.3 milioni
Vale o non vale: Non sono mai stato fan del cartoon originale e sicuramente questo film non ha aiutato a risvegliare in me la voglia di recuperare il classico sull'elefantino volante: la trovo una storia triste e, francamente, i toni cupi di questo riadattamento non mi hanno entusiasmato. Il risultato finale, comunque, non è terribile e, per carità, si lascia guardare, anche se non siamo di fronte a nulla di memorabile.
Premi: /
Parola chiave: Piuma.

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Bengi

domenica 12 gennaio 2020

Film 1726 - Can You Ever Forgive Me?

Intro: Ultimo film visto in aereo prima di atterrare, nuovamente, in Nuova Zelanda. E non poteva che essere una pellicola candidata agli imminenti Oscar!
Film 1726: "Can You Ever Forgive Me?" (2018) di Marielle Heller
Visto: dalla tv dell'aereo
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
In sintesi: non posso dire di aver amato questa pellicola, anche se bisogna ammettere che presenta una storia piuttosto intrigante. L'amicizia collerosa tra Lee Israel e Jack Hock è un cuore della storia pulsante e ben costruito, i due attori principali regalano performance perfette e la storia (spoiler, da Wiki: Dopo essere caduta in disgrazia, per pagare l'affitto la biografa Lee Israel decide di contraffare delle lettere di alcuni scrittori e di varie celebrità decedute. Quando le falsificazioni cominciano a sollevare dei sospetti, decide di rubare le vere lettere dagli archivi delle biblioteche e di venderle attraverso un ex detenuto incontrato in un bar, mentre l'FBI è in procinto di fermare la truffa) non manca di catturare l'attenzione dello spettatore. Eppure, a pellicola finita, la sensazione non è totalmente positiva, fosse anche solo per la rancorosa attitudine della protagonista o la costante pesantezza della fotografia. Insomma, una storia vera che ha dell'incredibile tradotta in un film che lascia una certa pesantezza.
Cast: Melissa McCarthy, Richard E. Grant, Dolly Wells, Jane Curtin, Ben Falcone, Anna Deavere Smith, Stephen Spinella.
Box Office: $95.9 milioni
Vale o non vale: Onestamente non lo rivedrei. Al di là delle buone interpretazioni del cast e della surreale vicenda raccontata, "Can You Ever Forgive Me?" mi ha lasciato con l'amaro in bocca. Ho apprezzato che McCarthy si sia messa in gioco con un ruolo così complesso - uscendone vincente -, anche se credo che la vera sorpresa di questo titolo sia la vincente interpretazione di Richard E. Grant.
Premi: Candidato a 3 Oscar e 3 BAFTA per Miglior attrice protagonista (McCarthy), attore non protagonista (Grant) e sceneggiatura non originale; 2 nomination per gli stessi attori ai Golden Globes.
Parola chiave: Hitler’s diary.

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#HollywoodCiak
Bengi

giovedì 5 settembre 2019

Film 1799 - Klute

Intro: Il 7 settembre 2018 ho conosciuto Chris a Sydney per caso e, un mese dopo, ci siamo rivisti ad Auckland, non più per caso.
Da allora so qual è il suo film preferito e anche se l'avevo scaricato ormai quasi un anno fa, non avevo mai trovato l'occasione giusta per vederlo. Ne ho approfittato la settimana scorsa quando, con lui a Queenstown per qualche giorno, ci siamo ritagliati del tempo per vedere il film insieme.
Film 1799: "Klute" (1971) di Alan J. Pakula
Visto: dal computer portatile
Lingua: inglese
Compagnia: Chris
In sintesi: la mia visione di "Klute" è stata tutt'altro che regolare. Per recuperare una pellicola di neanche due ore, forse ce ne abbiamo messe tre, tra pause, scambio di opinioni, ragionamenti sulla messa in scena e le tecniche di narrazione. E' stato molto interessare seguire la storia con chi come Chris l'ha analizzata da cima a fondo, facendomi notare dettagli o concentrare su risvolti che, da solo, probabilmente non avrei notato. In generale ho molto apprezzato "Klute" come prodotto cinematografico, molto dark e inquietante in non poche parti grazie al racconto di un serial killer che, per coprire le proprie tracce, uccide chi potrebbe incastrarlo, comprese alcune squillo; a rischio anche Bree Daniels (Fonda) che, prima nel tentativo di mettersi in salvo e poi alla ricerca della verità, finirà per cercare l'aiuto di John Klute (Sutherland);
non mancano toni paranoici e una buona dose di voyerismo veicolato specialmente dalla telecamera di Pakula, molto spesso nascosta ad emulare il punto di vista di chi stia spiando la propria vittima. Non bastasse, colonna sonora e registrazioni audio aggiungono quel tono angosciante e losco che conferisce a "Klute" un'anima tormentata; in questo senso anche le sedute d'analisi della protagonista contribuiscono ad amplificarne la drammaticità;
insomma, prodotto molto 70s dalla trama intrigante e risultato finale interessante. Durante la visione mi sono tornati in mente alcuni titoli di Dario Argento - a Chris ho consigliato "Profondo rosso" - e, a posteriori, quel "All the President's Men" proprio di Pakula.
Cast: Jane Fonda, Donald Sutherland, Charles Cioffi, Roy Scheider, Dorothy Tristan, Rita Gam, Nathan George, Vivian Nathan, Jean Stapleton, Sylvester Stallone.
Box Office: $12,512,637
Vale o non vale: Prodotto interessante e decisamente, profondamente anni '70. Immagini e sonoro non sono perfetti - come del resto l'acconciatura della povera Bree Daniels -, ma in generale un prodotto da recuperare. Interessante il finale, aperto a due possibilità.
Premi: Candidato a 2 premi Oscar per Miglior sceneggiatura originale e Miglior attrice protagonista (Jane Fonda), vince per il secondo; stesse nomination e stessa vittoria ai Golden Globes. 1 candidatura ai BAFTA per la Miglior attrice
Parola chiave: Black book.

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Bengi

sabato 1 giugno 2019

Film 1601 - The Great Gatsby

Intro: Non ero elettrizzato all'idea di rivederlo, ma nell'ottica di ripercorrere la carriera di DiCaprio, ci stava anche recuperare questo titolo.
Film 1601: "The Great Gatsby" (2013) di Baz Luhrmann
Visto: dal computer portatile
Lingua: inglese
Compagnia: Fre
In sintesi: la prima volta che ho visto questo film avevo delle altissime aspettative, sia per la presenza di DiCaprio, sia per la regia di Luhrmann che, a suo tempo, mi aveva incantato con "Moulin Rouge!"; non c'è da sorprendersi, credo, quando dico che "The Great Gatsby" non è stato per niente quello che mi immaginavo di vedere. Con questa seconda visione la situazione è stata diversa, soprattutto perché sapevo già a cosa stessi andando incontro. Ragione per cui, ammetto, ho parzialmente rivalutato questa pellicola che, nel suo eccentrico ed esagerato modo di essere propone una versione estremamente glamour e colorata di un romanzo che, leggendolo, mi ero immaginato completamente diverso. Ci sta, è una rilettura personale e per certi versi contemporanea che spinge tantissimo sull'appeal estetico, modaiolo e festaiolo e si concentra solo in parte sulla rappresentazione del tormento amoroso dei due protagonisti e del tipo di società che rappresentano. Fatta pace con questa premessa, "The Great Gatsby" può essere considerata una piacevole distrazione per gli occhi, anche se rimango convinto che non consegni al pubblico un prodotto totalmente riuscito. Esteticamente è sfarzoso, luccicante e attraente, ma manca un po' di anima. Comunque il risultato finale è accettabile.
Ps. Ma solo a me Joel Edgerton e Jason Clarke sembrano quasi la stessa persona?!
Film 552 - Il grande Gatsby
Film 1601 - The Great Gatsby
Cast: Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher, Elizabeth Debicki, Jason Clarke, Amitabh Bachchan.
Box Office: $353.6 milioni
Vale o non vale: Fantastica colonna sonora, costumi e scenografie curatissimi, una storia d'amore strappalacrime e un DiCaprio in gran forma per un risultato finale che è meno riuscito di quanto uno spererebbe, ma riesce in generale a convincere.
Premi: 2 Oscar vinti su 2 nomination (Migliori scenografie e costumi) e 2 BAFTA vinti nelle stesse categorie su 3 candidature; 3 candidature ai Grammy per una colonna sonora quasi perfetta e purtroppo non riconosciuta a dovere (Best Compilation Soundtrack for Visual Media, Best Song Written For Visual Media per "Young and Beautiful" di Lana del Rey, Best Score Soundtrack For Visual Media).
Parola chiave: Luce verde.

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giovedì 26 aprile 2018

Film 1488 - Matilda

Intro: Torniamo ai dvd che ci sono stati prestati. La scelta è stata facile, ovvero l’opzione film preferito di mia cugina, nonché una vera sfida per me: una storia per bambini con un’attrice a sua volta bambina che non gradisco particolarmente.
Film 1488: "Matilda" (1996) di Danny DeVito
Visto: dalla tv di casa
Lingua: inglese
Compagnia: Fre
In sintesi: Matilda è una bambina indipendente e determinata, acculturata e dotata di poteri magici che si comporta ed agisce come un’adulta. La sua famiglia la ritiene stupida e per nulla degna di nota e per la maggior parte del tempo la ignora, abbandonandola a casa o dimenticandosela a scuola, cosa che lei apprezza. In aggiunta ai parenti indigenti, la ragazzina troverà un ambiente scolastico complicato a capo del quale una sadica preside detterà legge e applicherà punizioni inumane. Unico lato positivo, una dolce e ingenua maestrina che senza alcuna esitazione capirà il potenziale della nostra giovane protagonista. Non si fatica ad intuire la connotazione fiabesca. Scopro, infatti, che la storia si ispira nientemeno che a quella di Roald Dahl, uno che in questo campo ci sa fare.
In effetti il film non funziona male e anche se è composta da una serie di elementi (volutamenti) chiassosi ed esagerati, il mondo di “Matilda” ha un qualcosa che sa rapire lo spettatore e in definitiva conquistarlo. Non che si tratti di un prodotto di impressionante qualità, in ogni caso il risultato finale mi pare renda onore al genere di appartenenza;
“Matilda” è sicuramente un film DI Danny DeVito, che vi recita insieme alla moglie, lo produce e dirige. Un progetto, insomma, che pare stargli a cuore. Gli è riuscito meglio di “The War of the Roses”; l’attrice-bambina Mara Wilson, oggi assente dalle scene, ha il piglio giusto per la parte. Non è bella, ma ha il viso simpatico e certamente è in grado di portare il suo personaggio in vita nonostante il piglio fiabesco. Mi ha sorpreso, una piccola interprete in grado di portare, da sola, tutto il peso del film sulle sue spalle.
Film 1488 - Matilda
Film 2004 - Matilda
Cast: Mara Wilson, Danny DeVito, Rhea Perlman, Embeth Davidtz, Pam Ferris, Paul Reubens, Tracey Walter.
Box Office: $62.1 milioni
Vale o non vale: visto a 30anni certamente manca un po’ (eufemismo) quello spirito e quell’entusiasmo infantile che avrebbero certamente aiutato ad amare di più la pellicola. In realtà il film funziona anche per gli adulti, ovvero per coloro che sappiano a cosa stanno andando in contro: un film per famiglie con bambini, una fiaba con un finale felice e la giusta risoluzione a tutti i problemi che fino all’ultimo parevano insormontabili. Facile facile, indolore quasi. Solo una questione: perché mai Matilda dovrebbe voler smettere di usare i suoi poteri magici? Nella vita un po’ di magia rende sempre tutto più spettacolare.
Premi: /
Parola chiave: Scuola.

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venerdì 9 febbraio 2018

Film 1473 - Downsizing

Molto, molto curioso di vedere questa pellicola!!!

Film 1473: "Downsizing" (2017) di Alexander Payne
Visto: al cinema
Lingua: inglese
Compagnia: Francy
Pensieri: La premessa è curiosa ed intrigante: e se riducessimo la nostra dimensione corprorea tanto da diventare microscopici e cominciassimo a vivere in apposite città costruite per le persone che si fossero fatte miniaturizzare?
In una sorta di versione adulta di “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi” Matt Damon si trova a fronteggiare il più grande piccolo cambiamento della sua vita dovendone di fatto riscrivere ogni sua premessa dopo che sua moglie (Kristen Wiig) decide di non prendere parte al procedimento lasciandolo, di fatto, minuscolo e da solo. Comincia così il percorso di formazione di Paul Safranek che, trovandosi totalmente spaesato, inizierà ad andare alla deriva di un’esistenza nuovamente senza scopo, bloccato nella stessa realtà e consuetudine del suo io più grande, incapace di trovare una voce e uno spazio all’interno di una società che sente fatta di regole e consuetudini precise – e che lui segue pedissequamente – ma che lo lasciano infelice. SI stabilisce nuovamente in un appartamento, cerca di nuovo l’anima gemella alla più facile portata, tenda di confondersi ancora una volta ai suoi simili con un risultato medio-borghese che fa accapponare la pelle. A sconvolgerne la disperata routine sarà Dusan Mirkovic (Christoph Waltz) e un’improbabile maestra di vita vietnamita (Hong Chau) che, nell’insieme, contribuiranno a costruire la nuovissima versione del nostro micro protagonista. Fin qui tutto bene. La fregatura?
Il problema di “Downsizing” sta nella grande potenzialità sfruttata, però, nel più piccolo (o banale) dei modi. Payne costruisce un mondo fatto di nuove possibilità sociali in cui la premessa è addirittura la diminuzione del nostro impatto sul paineta – riducendo consumi, produzione di rifiuti e sprechi – per andarsi ad impantanare su sette e nuovi credo religiosi, bontà di cuore dietro a un carattere da duri e la solita morale.
Informandomi su questa pellicola ho scoperto che si tratta di una metafora della nostra società contemporanea, ma anche se ne apprezzo intenti e una certa dose di genuina originalità, non posso fare a meno di pensare che si potesse andare un po’ oltre il già visto culto del nuovo e sconosciuto per esplorare finali meno apocalittici e più fantasiosi cavalcando l’onda dell’ottimo inizio, che qui invece finisce sprecato. Assieme alla premessa, tra l’altro, si spreca un’ironia divertente e spesso pungente che non manca di contraddistinguere il primo tempo della pellicola, in nome dei sani principi e della nuova primavera interiore del protagonista.
Nell’insieme comunque “Downsizing” non manca di stupire lo spettatore e lascia non pochi spunti su cui riflettere anche una volta usciti dalla sala (il che è sempre un bene). Si poteva sfruttare meglio l’idea alla base del progetto, in ogni caso un risultato finale curioso e intrigante, anche se non del tutto soddisfacente.
Ps. Candidato al Golden Globe 2018 per la Miglior attrice non protagonista (Hong Chau).
Cast: Matt Damon, Christoph Waltz, Hong Chau, Kristen Wiig, Udo Kier, Rolf Lassgård, Ingjerd Egeberg, Søren Pilmark.
Box Office: $50 milioni (ad oggi)
Consigli: E’ da un po’ che Matt Damon non riesce a trovare una pellicola che faccia davvero centro ed è così anche questa volta. Il film, infatti, funziona bene per il primo tempo, mancando di centrare l’obiettivo però nel finale. Si spreca un’opportunità ghiotta per finire nel solito tentativo di insegnare qualcosa a chi guarda ed ascolta, quando sarebbe bastato cavalcare l’onda della spietata satira contemporanea. Consapevoli di questo, la pellicola è sufficientemente intrigante da poter essere vista almeno una volta.
Parola chiave: Società.

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domenica 31 dicembre 2017

Film 1468 - The Disaster Artist

Tornati al cinema dopo un po' di tempo, non pensavo sarebbe stata Townsville la prima città del viaggio on the road a regalarmi di nuovo il piacere del grande schermo.

Film 1468: "The Disaster Artist" (2017) di James Franco
Visto: al cinema
Lingua: inglese
Compagnia: Francy
Pensieri: Un film su un disastro annunciato, eppure un bellissimo esempio di pellicola biografica che rende in parte onore al suo strambo protagonista umanizzandolo, esplicitandone la vulnerabilità e regalandone un ritratto sfaccettato che va oltre la facile caricatura che un personaggio come Tommy Wiseau non fatica a suscitare. Più che un film sulla realizzazione dello scult "The Room", una storia sul suo ideatore e sul suo rapporto di amicizia con Greg Sestero.
Sono questi gli elementi che, insieme, compongono "The Disaster Artist" e lo caratterizzano a formare un'immagine d'insieme complessa e tutt'altro che scontata. Il bello di questo prodotto è che, nonostante non risparmi nulla al suo protagonista nonché oggetto d'analisi, ne riesca comunque a fornire al contempo un ritratto plausibile che va ben oltre il bidimensionale del facile cliché legato a un soggetto tanto caratteristico e originale. Da questo punto di vista il merito è tutto di James Franco - in odore di Oscar - capace di un'immedesimazione mimetica e vivissima, fedele a sé stessa scena dopo scena ed eseguita osservando i dettami del metodo Stanislavskij. A dimostrarne la sconcertante bravura anche la scelta finale di titoli di coda che mettono a confronto le scene originali di "The Room" con quelle ricreate per la pellicola: il risultato è pazzesco, quasi ipnotizzante, merito anche di una produzione attenta e particolarmente capace riuscita ad evitare di creare una semplice copia di certi aspetti del materiale originale.
Da un certo punto di vista "The Disaster Artist" è una storia molto triste di solitudine e sogni infranti e nonostante una sorta di happy ending che ci viene svelato alla fine, per tutta la durata della pellicola Tommy è un ragazzo incompreso e, non fosse per Greg, assolutamente solo, la cui granitica capacità di credere in sé stesso e nelle proprie capacità troverà lungo il percorso non pochi motivi per vacillare. E così questo prodotto risulta a tratti comico, a tratti umanamente penoso in quanto capace di descrivere con tanta efficacia il calvario di un uomo alla ricerca della fama, sì, ma più che altro dell'accettazione e approvazione degli altri. Una fragilità che traspare sempre e che rende la performance di Franco ancora più ragguardevole. Insieme a lui anche il fratello Franco jr inusualmente fuori dal contesto commedia sb(r)occata e alla sua prima collaborazione con James: vederli recitare assieme fa a tratti un po' effetto, poi ci si abitua.
Oltre a loro il cast si compone di non poche "comparsate" famose del calibro di Sharon Stone, Melanie Griffith, Bob Odenkirk, Bryan Cranston, Judd Apatow e tanti altri; insomma, Franco è riuscito davvero a fare il botto con questo suo film sotto tutti i punti di vista.
Dunque "The Disaster Artist" è un buon prodotto e uno dei titoli di questa stagione tra i più interessanti ed efficaci nel portare a casa il risultato desiderato in origine, una storia che riesce a bilanciare appieno l'originale materiale di partenza con un racconto che valga la pena di essere raccontato. Funziona dall'inizio alla fine.
Ps. Candidato a 2 Golden Globes per Miglior film e attore protagonista (commedia o musical).
Cast: James Franco, Dave Franco, Seth Rogen, Alison Brie, Ari Graynor, Josh Hutcherson, Jacki Weaver, Zac Efron, Megan Mullally; (camero) Jason Mantzoukas, Sharon Stone, Melanie Griffith, Bob Odenkirk, Bryan Cranston, Judd Apatow, Zach Braff, J. J. Abrams, David DeCoteau, Lizzy Caplan, Kristen Bell, Keegan-Michael Key, Adam Scott, Danny McBride, Dylan Minnette, Kate Upton, Angelyne, Kevin Smith, Ike Barinholtz.
Box Office: $20.6 milioni (ad oggi)
Consigli: Uno dei titoli imperdibili di questa stagione, nonché uno dei favoriti alle premiazioni che contano grazie ad un James Franco camaleontico e maledettamente bravo. Un film interessante e molto umano, un biopic che magicamente riesce a trasformare l'orrore del materiale originale che vuole descrivere ("The Room", 2003) in qualcosa di riuscito, credibile e davvero ben fatto. Vedere (in originale) per credere.
Parola chiave: Premiere.

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giovedì 23 novembre 2017

Film 1442 - The Blind Side

Non riuscivo a dormire e così ho deciso di cominciare un nuovo film sempre garantito dal mio amatissimo Netflix. Dopo il terribile horror, però, sono voluto andare sul sicuro.

Film 1442: "The Blind Side" (2009) di John Lee Hancock
Visto: dalla tv di Christian
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Era da un po' che non lo rivedevo e mi ha fatto piacere recuperare questa pellicola, una delle poche storie a sfondo sportivo che mi aggrada. La forte presenza della protagonista Sandra Bullock aiuta certamente ad aumentare la mia simpatia per "The Blind Side", senza contare il fatto che si tratta di una storia vera oltre che edificante, ovvero una serie di elementi che insieme trovo piuttosto attraenti per quanto mi riguarda. Poi, per carità, non si tratta di un prodotto perfetto - certo non il migliore del suo anno - ma sicuramente il risultato finale è funzionale al racconto e offre una grande chance alla Bullock che, come sappiamo, non se l'è fatta scappare.
Ps. Candidato a 2 premi Oscar per Miglior film e Migliore attrice protagonista, ha vinto per quest'ultima.
Film 83 - The Blind Side
Film 299 - The Blind Side
Cast: Sandra Bullock, Tim McGraw, Quinton Aaron, Jae Head, Lily Collins, Ray McKinnon, Kathy Bates, Kim Dickens.
Box Office: $309.2 milioni
Consigli: Storia edificante, percorso di formazione di un giovane ragazzo di colore sballottato da una vita fatta di abbandoni, povertà e solitudine, il film racconta come la vocazione per lo sport e la visione della sua futura mamma adottiva riescano nel concreto ad offrirgli un futuro e una famiglia. Questi i punti cardine di "The Blind Side", un titolo sportivo che, nella sua imperfezione, ha una serie di buoni momenti capaci di rendere il risultato finale godibile e soddisfacente. Non un prodotto per tutti (non a caso in Italia il film è uscito direttamente in home video).
Parola chiave: Famiglia.

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sabato 21 ottobre 2017

Film 1423 - The Sixth Sense

Per un po' di giorni sono andato per grandi aree tematiche. Dopo i tre cartoni animati di fila, sono passato all'horror a tinte thriller come se niente fosse. E, soprattutto, nonostante l'assordante casino dell'area comune del mio ostello.

Film 1423: "The Sixth Sense" (1999) di M. Night Shyamalan
Visto: dal computer portatile
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Ma sì, ovviamente lo avevo già visto, eppure è stato come rivederlo per la prima volta; insomma, come al solito non ricordavo nulla. Tranne la famosa scena del "Vedo la gente morta". Quella non si scorda...
Vedere "The Sixth Sense" a quasi vent'anni dalla sua uscita in sala fa un po' effetto, considerando che adesso Bruce Willis non ha più un capello e fa la pubblicità della Vodafone e Haley Joel Osment è un ometto strano che ha conservato la faccia da bambino nel corpo di un adulto non esattamente in formissima. Al di là di questo, dicevo, fa effetto pensare che sia passato già così tanto tempo da quando il mondo conobbe il fenomeno M. Night Shyamalan, solo recentemente riabilitato grazie a titoli degni di nota dopo notevoli passi falsi e flop ("Lady in the Water", "E venne il giorno", "After Earth").
Questioni marginali a parte, come sta il nostro caro sesto senso? In forma direi, nonostante la quasi maggiore età conquistata (mi riferisco alla data di uscita italiana, 29 ottobre 1999, in America uscì il 6 agosto). Il film infatti è sempre in grado di evocare un certo buon numero di scene intriganti e singolari, riuscendo a costruire un crescendo di suspense e tensione rotto solo dalla rivelazione del grande segreto che sta dietro tutta la storia (spoilerone con 6.567 giorni di ritardo): Bruce Willis muore dopo la prima scena.
Bisogna ammettere che al tempo fu una trovata geniale, un colpo di scena da maestro che conferiva alla trama quel giusto elemento di sorpresa perfettamente in linea con tutto il racconto, tanto da far esclamare a fine visione "Finalmente ha tutto senso!". E in effetti senso ce l'ha (mi astengo da facili battute legate al titolo). Insomma, la scelta di rivedere questa pellicola mi ha soddisfatto, ricongiungendomi a una storia di cui ricordavo gli snodi essenziali senza però riuscire a connettere tutti i punti. Di fatto "The Sixth Sense" è un buon thriller che mixa intelligentemente alcune caratteristiche dell'horror, per un risultato finale spaventoso quanto soddisfacente e sufficientemente riuscito. Ancora oggi. Ps. 6 candidature agli Oscar del 2000 (Miglior film, regia, sceneggiatura, attrice e attore non protagonisti (Collette, Osment), montaggio), 2 ai Golden Globes (sceneggiatura e attore non protagonista) e 4 ai BAFTA (film, regia, sceneggiatura e montaggio).
Cast: Bruce Willis, Toni Collette, Olivia Williams, Haley Joel Osment, Donnie Wahlberg, Glenn Fitzgerald, Mischa Barton, M. Night Shyamalan.
Box Office: $672.8 milioni
Consigli: Devo dire che questo titolo è riuscito a mantenere intatto un certo fascino nonostante gli anni che passano e la storia che, una volta conosciuto il finale, perde parte del suo originale appeal. Forse non una scelta valida per ogni occasione, eppure una pellicola da tenere presente quando si sia alla ricerca di un buon thriller dalle tinte in parte horror e dal sapore già leggermente vintage.
Parola chiave: Fantasmi.

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sabato 23 settembre 2017

Film 1411 - Blue Jasmine

Avevo comprato il dvd un sacco di tempo fa (anni?) e non mi ero mai trovato nella situazione di volerlo usare. Poi da un po' di tempo a questa parte era maturata in me la voglia di vedere nuovamente questa pellicola... Dovevo solo trovare il momento giusto!

Film 1411: "Blue Jasmine" (2013) di Woody Allen
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Ma cosa le vuoi dire a Cate Blanchett se non brava?! Anzi, bravissima!
Dopo aver atteso un bel po' prima di decidermi finalmente a recuperare questo film in lingua, devo dire che sono rimasto ancora più soddisfatto della prima visione. Sì, ho di nuovo pensato che si trattasse di una "versione moderna" di "Un tram che si chiama desiderio", ma è innegabile che anche solo per la grande performance della Blanchett il film viva di rendita, a prescindere dalle reminescenze più o meno velate che genera. Poi devo ammettere che con questa seconda visione ho apprezzato di più il lavoro di Sally Hawkins, attrice che forse troppo spesso rimane confinata alle seconde parti, ma meriterebbe ben più spazio e riconoscimento (anche se va detto che per questo ruolo l'attrice è stata candidata all'Oscar e al Golden Globe e che nel 2009 ne vinse uno per "La felicità porta fortuna - Happy Go Lucky").
In generale comunque "Blue Jasmine" vive di due ottime protagoniste, un cast eterogeneo e ben assortito, un Woody Allen particolarmente lucido e un risultato finale compatto e particolarmente soddisfacente. Colpisce con quanta cura venga rappresentata la protagonista Jasmine, in viaggio con un biglietto di sola andata per un esaurimento nervoso dopo lo scandalo dell'arresto e conseguente suicidio del marito truffatore, donna fragile e priva di qualsiasi contatto con la realtà. proverà a rimboccarsi le maniche per emergere dal pantano in cui si è trasformata la sua vita, ma riuscirà a farcela? Recuperate "Blue Jasmine" per scoprirlo... Ps. Candidato a 3 Oscar, ha vinto quella per la Miglior attrice protagonista (Blanchett). Nella stessa categoria ha trionfato praticamente in qualunque altro premio, compresi Golden Globes e BAFTAs.
Pps. Dopo aver finito di scrivere il mio pensiero, sono andato a leggere la scheda del film di Wikipedia Italia e scopro - cito - che «Il film è un omaggio a Un tram che si chiama desiderio, pièce di cui echeggia la trama».
Film 647 - Blue Jasmine
Cast: Cate Blanchett, Sally Hawkins, Alec Baldwin, Peter Sarsgaard, Louis C.K., Andrew Dice Clay, Bobby Cannavale, Michael Stuhlbarg.
Box Office: $97.5 milioni
Consigli: Marito truffatore, tradimenti, suicidio, problemi psicologici, alcolismo, problemi famigliari, solitudine, psicofarmaci sono solo alcuni degli elementi presenti nella trama di "Blue Jasmine", uno dei titoli più riusciti della recente filmografia di Allen. Chi apprezza il grande artista newyorkese non può perdersi questo suo lavoro come, del resto, chi ama la praticamente sempre perfetta Blanchett. Insieme qui sono una bomba.
Parola chiave: Crack finanziario.

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venerdì 1 settembre 2017

Film 1407 - Lanterne rosse

Anni e anni di curiosità relativa ad una storia che mi dava l'impressione di essere un piccolo capolavoro. Non ho mai trovato la spinta giusta per convincermi a vederlo fino a quando, qualche sera fa, ho costretto Claudia a condividere assieme questa scelta. E a proseguire il cineforum estivo casalingo.

Film 1407: "Lanterne rosse" (1991) di Yimou Zhang
Visto: dal computer di Claudia
Lingua: italiano
Compagnia: Claudia
Pensieri: Interessante e intrigante, scorcio di un mondo totalmente distante dal nostro presente, inquietante ritratto della vita matrimoniale di un lord della Cinea degli anni '20 attraverso la storia della sua quarta moglie diciannovenne. Nei panni di quest'ultima una Gong Li pazzesca, giovanissima e già capace di una grande interpretazione. Il ruolo le calza a pennello e la sua fresca innocenza - non saprei dire quanto naturale però - contribuisce alla costruzione del personaggio. La novella sposa Songlian, sporvveduta solo all'apparenza, non tarderà a palesare la sua natura civettuola, in un continuo rivaleggiare con le altre mogli per un briciolo di attenzione in più da parte del marito-padrone. Quest'ultimo, maschilista e prepotente, abituato a dettar legge, sarà lo spartiacque tra la possibilità di acquisire potere e prestigio in casa e il totale oblio. Necessitata a donargli un figlio, determinata a portare a termine il suo scopo per mettere in ombra le altre, la ragazza finirà in una spirale di vendetta e solitudine che ne causerà la rovina. In un mondo da lei stessa descritto privo di persone (= umanità), Songlian si troverà a desiderare addirittura di morire, schiacciata da un'esistenza in funzione di un compagno ben consapevole del suo potere illimitato.
Una storia non facile, il racconto di un mondo antico che per noi occidentali è completamente nuovo, il fascino dell'Oriente, la bellezza dei costumi e l'effetto distorcente delle musiche non convenzionali fanno sì che "Lanterne rosse" sia una vera e propria esperienza, un lungo viaggio che non scorre via lentamente, come si potrebbe pensare, nonostante stagioni immobili e location tanto suggestive quanto spesso desolanti.
In tutto questo, un mare di lanterne rosse accese che, scena dopo scena, avvicinanp sempre di più il film ad un dipinto senza tempo.
Ps. Candidato all'Oscar per il Miglior film straniero, la pellicola perse contro l'italianissimo "Mediterraneo".
Cast: Gong Li, Ma Jingwu, He Saifei, Cao Cuifen, Jin Shuyuan.
Box Office: $2.6 milioni
Consigli: Un titolo non per ogni occasione, eppure una storia da recuperare per fascino e bellezza. Un film riuscito, bello da seguire, interessante e capace di farci scoprire alcuni tratti di una cultura ai più ritengo sconosciuta. Per chi ha voglia, non si rimane delusi.
Parola chiave: Massaggio ai piedi.

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martedì 14 marzo 2017

Film 1323 - Moonlight

Ultimo titolo (per ora) recuperato in vista della notte degli Oscar. Al momento non ho in programma di vedere altro, anche se non escludo di lasciarmi convincere da qualche pellicola lasciata indietro. Dopo questo film, ritornato dal master, mi sono lanciato finalmente nella serata più attesa, lunga e bella dell'anno! And the Oscar goes to...

Film 1323: "Moonlight" (2016) di Barry Jenkins
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: La vittoria di "Moonlight" come Miglior film mi ha fatto ampiamente rivedere la mia posizione di incertezza rispetto a "La La Land". I vincitori annunciati mi danno sempre un po' fastidio anche se a posteriori devo dire che, bagarre di buste sbagliate a parte, probabilmente si tratta di uno scippo bello e buono. Non voglio dire che la pellicola di Barry Jenkins non meritasse di stare in categoria, assolutamente, ma non so se quello che sta dietro alla lavorazione del musical di Chazelle sia paragonabile a ciò che si vede qui. Tutto per dire che "Moonlight" non mi ha convinto, probabilmente perché mi aspettavo qualcosa di diverso. L'ho trovato lento e non poetico, con un buon cast e una certa capacità evocativa del suo regista; non un brutto film, sicuramente non tra i miei migliori dell'anno.
Dicevo: lento. Una pellicola che si prende il suo tempo per raccontare la storia di Chiron, ragazzino di colore che vive una situazione difficile sia a casa che a scuola. Bullizzato dai compagni e non considerato dalla madre drogata, nel tempo troverà conforto in alcune figure chiave che influenzeranno il suo percorso. Una di queste è certamente Teresa, interpretata da una Janelle Monáe nuovamente presente (e nuovamente in un film con Mahershala Ali, dopo "Hidden Figures") che, nonostante il piccolo ruolo, mi è rimasta molto impressa. Brava Naomie Harris, per quanto il suo ruolo mi abbia molto ricordato quello di Mo'Nique in "Precious". Ali, invece, non mi ha lasciato esattamente senza fiato. Per carità, nessuno dice che non sia bravo, ma mi aspettavo davvero molto di più, nonché una presenza incisiva e determinante che di fatto non c'è. Bravissimi, invece, tutti e tre gli attori che interpretano Chiron in età diverse (Alex Hibbert, Ashton Sanders, Trevante Rhodes).
Insomma, di base il film non mi è piaciuto, anche se ci sono state certe scene che mi hanno colpito. Per esempio quella alla spiaggia, dove Chiron e Kevin, ancora adolescenti, hanno il loro primo rapporto e la scena al diner, quando dopo anni si incontrano di nuovo. Qui in particolare mi è piaciuto il fatto che la storia sia meno convenzionale del solito. Chiron è gay e ne è tutto il contrario. o meglio, è diverso dalla classica idea che se ne potrebbe avere. E nonostante il suo aspetto da duro, il suo essere così chiuso in se stesso e l'idea che dal di fuori uno potrebbe farsi, la storia ci racconta che il ragazzo può essere esattamente qualunque persona egli voglia e che le convenzioni, nei momenti personali o di intimità, non valgono niente. Anche lo spettatore, come Kevin, si chiede più volte cosa ne sia stato del piccolo ed insicuro Chiron delle scene iniziali, eppure subito la storia ci ricorda che, a prescindere dall'idea stereotipata che ognuno di noi ha, niente vieta a nessuno di essere quello che veramente è nella forma che più gli aggrada. Poi, va detto, lo stesso Chiron ricade nello stereotipo del ragazzo di strada il cui unico destino è quello di finire a spacciare, ma questa è un'altra storia...
Chiaramente la tematica omosessuale mi ha necessariamente riportato alla mente il capolavoro di Ang Lee "Brokeback Mountain" - scandalosamente snobbato dall'Academy nella categoria Miglior film (scippo degli scippi) - e mi sono ritrovato a pensare, a tratti, che questo film ne fosse una sorta di versione afroamericana e contemporanea. Qui però, nonostante i tempi così diversi, non c'è amore. Che è un po' quello che ho sentito mancante in tutta la storia. La fatica dell'accettarsi, il rifiuto del genitore, il background sociale sono tutti elementi che certamente determinando la persona di Chiron, ma quel primo episodio al chiaro di luna, la gentilezza della coppia che da bambino lo ha accolto, la consapevolezza di sé dovrebbero quantomeno aiutare una ricerca di affetto anche verso la propria stessa persona. Questo mi è parso mancante praticamente sempre mentre seguivo la storia, un vuoto non indifferente che tutta la qualità tecnica e non del prodotto finale non riesce a colmare e, a mio avviso, si fa ampiamente sentire.
Cuore a parte, ho trovato sensata la scelta di assegnare l'Oscar alla sceneggiatura (e mi sarei limitato a quello), nell'ottica di un trionfo epocale di "La La Land" e in mancanza di titoli prettamente competitivi. Fatico a immaginarmi "Arrival" o "Hidden Figures" vincitori in quella categoria, quindi era abbastanza intuibile che sarebbe stata favorita questa storia - ribadiamolo: neri, gay, droga - anche e se non di più in vista di un trionfo come miglior pellicola dell'anno al revival del musical. Che non c'è stato, come sappiamo.
In ogni caso, una cosa che certamente mi ha colpito di "Moonlight" è stata quella legata al montaggio. Si tagliano quasi in anticipo le scene in maniera molto netta: le musiche sembrano sempre sottolineare una sorta di continuazione, di proseguimento di ciò che si sta guardando, eppure, non importa quale canzone stia suonando, tutto viene tagliato a metà, interrotto in favore della scena successiva. E' una scelta curiosa, a volte un po' fastidiosa, che certamente rimane impressa.
Per concludere, questo migliore dell'anno non lo condivido. Storia difficile, cast in parte, risultato finale a tratti disomogeneo. Non lo considero nemmeno tra quelli che mi hanno colpito della stagione passata. Un film come ne ho visti molti, anche se l'importanza della sua vittoria ha un significato storico che va oltre i gusti personali (primo titolo a tematica LGBT e dal cast unicamente di colore a trionfare nella categoria più importante dell'Academy). Ciò detto, "Moonlight" non mi ha convinto.
Ps. 8 candidature agli Oscar 2017 e 3 premi vinti (Miglior film, sceneggiatura e attore non protagonista), 6 candidature ai Golden Globe e una vittoria (Miglior film drammatico) e 4 nomination ai BAFTA.
Cast: Trevante Rhodes, André Holland, Janelle Monáe, Ashton Sanders, Jharrel Jerome, Naomie Harris, Mahershala Ali, Alex Hibbert.
Box Office: $50 milioni
Consigli: Un film tosto, non facile da digerire e certamente impegnativo anche per come è consegnato allo spettatore. Lento, con un protagonista silenzioso e tanti momenti fatti di soli sguardi, "Moonlight" è uno dei film della passata stagione di cui farsi un'opinione, anche se sono sicuro non piacerà a tutti. Io avevo determinate aspettative personali, disattese. Non è un titolo per ogni occasione e sicuramente è bene approcciarcisi preparati sia per quanto riguarda la tematica che per quanto concerne le modalità di realizzazione. Per il resto... fatevene un'idea.
Parola chiave: Blu.

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venerdì 10 febbraio 2017

Film 1302 - Passengers

Serata del cinema a 2€ di un mese fa: il primo titolo scelto è stato questo.

Film 1302: "Passengers" (2016) di Morten Tyldum
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Poe
Pensieri: Le critiche lo avevano stroncato e l'incasso non era partito per niente bene (è costato $110 milioni), dunque il mio approccio a questa pellicola è stato di tipo bipolare: volevo andare tantissimo, perché apprezzo molto i due protagonisti, però non ci volevo andare, perché sentivo odore di boiata pazzesca. Sicuramente il secondo dei due sentimenti altalenanti è stato quello che mi ha condizionato maggiormente e che certamente ha contribuito a determinare quella che poi è stata la mia opinione finale rispetto a "Passengers". Ovvero sì, il film è una scemenza, ma non così tanto come mi aspettavo.
Sintetizzare così la pellicola con le due sexy star Jennifer Lawrence e Chris Pratt secondo me rende giustizia al risultato finale e complessivo, ma articolerò meglio il mio pensiero, schematicamente.
Innanzitutto, il primo tempo sostanzialmente non ha trama. Pratt è il vero protagonista del film e per i primi 20 minuti della Lawrence non c'è traccia. Poco male per l'attore, dimostra di essere capace a reggere le sorti anche di un film senza storia ed uscirne comunque vincente;
- i dialoghi d'amore sono sconcertantemente banali come lo è, francamente, la spiegazione del perché Pratt si sveglii prima;
- trailer e film sono due cose completamente diverse e la storia che il primo promette non c'entra nulla con la trama del secondo. Il che non è necessariamente un male, solo c'è uno slancio romantico particolarmente accentuato inaspettato; 

- l'anello debole di tutta l'operazione, al di là del vuoto narrativo, è certamente il personaggio di Laurence Fishburne. Arriva ad oltre metà della storia e muore dopo 10 minuti, il che lo rende di fatto un semplice mezzo per far ottenere ai protagonisti lo strumento necessario a far progredire un racconto altrimenti in stallo. Più che altro è un espediente - e pure mal celato -, il che mi ha infastidito considerato che la storia si prende ampiamente il tempo per raccontare tutta una serie di baggianate inutili, ma non trova lo spazio per mettere in scena un terzo personaggio (da un certo punto di vista chiave) e concedersi il tempo per approfondirne le implicazioni. Tanto valeva far trovare il braccialetto "magico" in un altro modo; 
- gli effetti speciali sono particolarmente notevoli e, insieme all'ambientazione futuristica ma accogliente, rendono l'espereinza visiva di "Passengers" sicuramente molto interessante; 
- Lawrence e Pratt hanno una certa chimica evidente ed è un piacere vederli insieme recitare. Non gli manca certo il talento e riescono ad essere due protagonisti magnetici all'interno di un ambiente (scenografie) accattivante ed affascinante.
Dunque "Passengers" non è quello che mi sarei aspettato, né riesce a consegnare un prodotto finale avventuroso o al passo con l'apparato tecnico che sceglie di mettere in campo, giocando invece sul terreno sicuro del romanticismo spinto, semplicemente ricollocato all'interno di un'inedita cornice spazio-temporale. Il contesto è contorno e il cuore della trama è una love story e anche se non c'è niente di male che sia così, è innegabile che il marketing abbia venduto un'immagine ingannevole. Per il resto, una volta abituatisi all'idea che oltre l'amore non si va, vedere i due protagonisti tubare, scherzare e di fatto prodursi in una sorta di "one+one man show" è un vero piacere.
Ps. Due candidature agli Oscar 2017: Miglior scenografia e colonna sonora.
Cast: Jennifer Lawrence, Chris Pratt, Michael Sheen, Laurence Fishburne, Andy García, Aurora Perrineau.
Box Office: $292.9 milioni
Consigli: Pratt mattatore si concede il primo blockbuster all'esterno di un franchise e toppa leggermente (la scelta del film), ma salva tutta l'operazione insieme ad una stupenda ed in formissima Lawrence con la quale ingaggia un gioco a due che porta avanti da solo la storia. Del resto altro non c'è se non dei bellissimi effetti speciali e un contorno d'amore al sapore di fantascienza. Peccato non si siano volute esplorare le implicazioni legate alla premessa della storia, avrebbero sicuramente garantito quel qualcosa in più che manca al risultato finale. Poi, per una serata tranquilla, questa pellicola è una scelta certamente accettabile.
Parola chiave: Reattore a fusione.

Trailer
#HollywoodCiak
Bengi