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mercoledì 12 luglio 2017

Film 1386 - Manifesto

Terzo appuntamento con il Biografilm Festival, questa volta in un bollente pomeriggio di inizio estate. Probabilmente l'attesa relativamente a questa pellicola era alta, dato che ho fatto fatica ad accedere alla sala, gremita di spettatori. Dalla mia posizione un po' parziale - una prima fila leggermente a sinistra -, ho dovuto lottare con l'assenza di parte dei sottotitoli, coperti per metà dal palco. Poco male, avrei visto questo film a qualunque costo e in qualunque condizione.

Film 1386: "Manifesto" (2015) di Julian Rosefeldt
Visto: al cinema
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Un film complesso e non facile da digerire. Sicuramente un esperimento interessante, sarcastico e provocatorio, vincente nell'idea e nella realizzazione che, pur usufruendo di un'unica protagonista, è capace di spaziare tra contesti e ambienti differenti, sia sociali che culturali. In questo e nella camaleontica performance della Blanchett sta il successo della pellicola che, altrimenti, sarebbe potuta risultare noiosa, monotona e ostica da seguire.
Grazie agli escamotage di trucco e costumi (e scenografia), man mano che procede il racconto lo spettatore è sempre più curioso di scoprire il nuovo, successivo personaggio e quale sarà l'interpretazione che l'attrice saprà darne. Tra quelle che ho preferito, la vedova al funerale, la giornalista e la casalinga alto-borghese (in quest'ultima scena la Blanchett appare a tavola con la sua vera famiglia).
Riguardo alla protagonista, è inutile girarci intorno: è mostruosamente brava, una meraviglia da guardare e ascoltare. In pochi attori sarebbero stati in grado di sostenere una prova del genere e uscirne vincenti. Ma Cate può tutto, ormai lo sappiamo.
La pellicola in generale fluisce abbastanza bene. Ci sono parti più ostiche, ma nel complesso non si segue con troppa fatica. Certo, bisogna essere ben preparati e disposti nei confronti di un prodotto cinematografico che non ha veri e propri dialoghi, ma declamazioni di diversi manifesti della storia (da quello comunista a quello futurista, da quello situazionista al Dogma 95...). Se si è pronti a tutto, allora si rimarrà sorpresi da un titolo che sembra più un esercizio che un prodotto culturale. Funziona.
Cast: Cate Blanchett.
Box Office: /
Consigli: Quando dico che si tratta più di un esperimento che di un vero e proprio film, il motivo è che "Manifesto" è stato concepito come un'istallazione artistica, mostrata in anteprima all'Australian Centre for the Moving Image (ACMI) di Melbourne. Dunque non il classico esempio di prodotto per il cinema e sicuramente non una scelta per ogni occasione. Richiede tempo, una buona dose di concentrazione oltre che di vero interesse, altrimenti si rischia solo di rimanere delusi della scelta fatta. In ogni caso, gli interessati godranno di una grandissima prova d'attrice.
Parola chiave: Arte.

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#HollywoodCiak
Bengi

mercoledì 25 novembre 2015

Film 1035 - Woman in Gold

Ero rimasto incuriosito dalla locandina, poi dal trailer e in generale dalla strana composizione del cast molto, molto eterogeneo...

Film 1035: "Woman in Gold" (2015) di Simon Curtis
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano, tedesco
Compagnia: nessuno
Pensieri: Anche se ultimamente Helen Mirren nei film fa più o meno sempre la stessa parte della donna anziana, autoritaria e pure un po' snob, devo dire che "Woman in Gold" mi è piaciuto. E' una pellicola pacata ed educata, basata su una storia vera ed intrigante, un misfatto storico che prende il via dalle atrocità della guerra e del nazismo, una vera e propria avventura che non mancherà di lasciare il proprio segno nella storia.
Con queste premesse, un cast coi fiocchi, una solida base storica e una narrazione fluida e senza intoppi, il film di Curtis procede pacatamente, ma senza tedio verso un epilogo scontato, anche se non per questo meno appagante. Di cosa si parla, dunque? Un efficace riassunto da Wiki: «Il film è basato sulla storia vera della defunta Maria Altmann, una sopravvissuta all'Olocausto, che, insieme al giovane avvocato E. Randol Schönberg, ha combattuto il governo austriaco per quasi un decennio per recuperare l'iconico quadro di Gustav Klimt Ritratto di Adele Bloch-Bauer I appartenuto a sua zia, che era stato confiscato dai nazisti a Vienna poco prima della seconda guerra mondiale.»
Un vero e proprio salto nel passato, quindi, a ripercorrere le violenze e gli abusi della Seconda Guerra Mondiale, seguendo il percorso di un quadro che, rubato, dopo decenni è esposto presso l'Österreichische Galerie Belvedere (Galleria Austriaca del Belvedere) del quale diventa simbolo e fiore all'occhiello. La rivalsa sull'opera della Altmann non sarà presa bene da Vienna e dal governo austriaco che tenterà in tutti i modi di ostacolare la donna fino a quando, costretti a farlo, si troverà a fronteggiare un appello presso la Corte Suprema degli Stati Uniti. E da quel momento molte cose cominceranno a cambiare.
Nel mezzo di una vicenda giudiziaria avvincente, la storia di due persone diversissime (Mirren e Reynolds) che si incontreranno e conosceranno, dedicandosi a una battaglia apparentemente impossibile da vincere, eppure evidentemente giusta. La strana coppia sullo schermo funziona, soprattutto grazie alla pacatezza che contraddistingue entrambi i personaggi, capaci di incassare i colpi con grande signorilità e, ancora più importante, non arrendersi di fronte alle avversità o a punti di vista differenti.
Insomma, pur non toccando vette da capolavoro, "Woman in Gold" mi è sembrato un film onesto, capace di comunicare emotivamente con il pubblico facendolo affezionare a una vicenda forse non così conosciuta a chi non frequenti il mondo dell'arte. Il risultato finale è buono, la fotografia bella, la storia ben raccontata nonostante i numerosi flashback - per me tutti in tedesco e senza sottotitoli, il che non ha aiutato - e il cast molto internazionale funziona (nonostante la presenza di Katie Holmes, qui assolutamente marginale).
Cast: Helen Mirren, Ryan Reynolds, Daniel Brühl, Katie Holmes, Tatiana Maslany, Max Irons, Charles Dance, Elizabeth McGovern, Jonathan Pryce, Antje Traue, Frances Fisher, Moritz Bleibtreu.
Box Office: $59.5 milioni
Consigli: Film piacevole, ben confezionato e con due ottimi protagonisti, "Woman in Gold" si muove tra arte e storia, toccando perfino temi giudiziari, per cui chi amasse trovare questi elementi nelle trame dei film qui è assolutamente servito. Io ho trovato il risultato finale ben riuscito, capace di raccontare una storia certamente non semplice pur non evitando gli snodi complessi. E' evidente chi siano i buoni e chi i cattivi, ma una semplificazione per un pubblico commerciale era, ritengo, inevitabile, quindi il fatto che la dose di semplicità sia limitata mi pare deponga a favore della sceneggiatura. La Mirren è nel suo territorio nel ritrarre una donna dal carattere forte e dalla personalità raffinata e fuori dal tempo, per cui è solo che un piacere guardarla. Per tutti questi motivi - e sicuramente per molti altri ancora -, direi che una chance a questo titolo si possa dare. Mal che vada si è scoperto qualcosa in più relativamente a una vicenda storica che ha coinvolto il mondo nel nostro recente passato. Il Che, forse, è già sufficiente.
Parola chiave: Ritratto di Adele Bloch-Bauer I.

Trailer
#HollywoodCiak
Bengi

martedì 11 agosto 2015

Film 972 - Mortdecai

Sclete un po' casuali per tenersi occupati durante la cena.

Film 972: "Mortdecai" (2015) di David Koepp
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: "Charles Mortdecai ha fama di grande intrallazzatore, la sua specialità sono le opere d'arte di dubbia provenienza che rivende a personaggi a volte molto equivoci. A causa di un enorme debito col fisco inglese, è costretto dall'MI5 ad indagare sulla morte di una restauratrice di quadri e sulla sparizione di un prezioso dipinto di Goya. La missione si rivela subito molto pericolosa, perché forse il dipinto nasconde sul suo retro i codici segreti di un conto corrente in cui è depositato l'oro dei Nazisti e molti criminali in giro per il mondo fanno di tutto per rintracciarlo." - Wikipedia.
A parte per l'uso di 'intrallazzatore' che è una parola orrenda, trovo il riassunto di questa pellicola proposta da Wiki assolutamente efficace, per cui mi sembrava funzionale utilizzarla per riassumere gli avvenimenti di "Mortdecai", un titolo assolutamente dimenticabile.
Dopo l'insoddisfacente "Transcendence", Johnny Depp fa nuovamente squadra con Paul Bettany per il secondo insuccesso di fila di questa strana coppia. Non serve a niente portare nel gruppo Gwyneth Paltrow, Ewan McGregor, Jeff Goldblum e Olivia Munn, il flop è decretato dal botteghino e dalle recensioni dei critici che lo hanno bannato, nonostante sulla carta questa sembrasse davvero un'operazione vincente. Tratto dai romanzi di Kyril Bonfiglioli, "Mortdecai" vorrebbe essere una sorta di mix moderno di spionaggio, agenti segreti e comicidà alla "Johnny English", "Agente Smart - Casino totale" o (gli piacerebbe) "La pantera rosa", fallendo però nell'intento. Il protagonista vanesio e sciocco è antipatico, la femme fatal Paltrow poco credibile e l'atmosfera generale non riesce a divertire quanto lo spettatore si sarebbe aspettato. Ed è strano, perché c'è una certa dose di stramberia che normalmente sarebbe stata efficace a suscitare qualche risata. Ma sarà, appunto, che Charlie Mortdecai non suscita alcuna simpatia, il risultato finale è insipido e privo di brio. Il che, per una commedia, è un totale disastro.
Box Office: $30.4 milioni
Consigli: Dimenticabilissimo esempio di come sprecare un cast fantastico per una produzione banale e per niente ispirata. "Mortdecai" è un titolo inutile, non così orrendo come tutti lo hanno dipinto, ma certamente un inaspettato fallimento nelle filmografie di attori di Hollywood con la A maiuscola. Si può vedere e dimenticare nell'attimo in cui la pellicola finisce. Peccato, poteva essere fatto certamente di più.
Parola chiave: Baffi.

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#HollywoodCiak
Bengi

venerdì 30 gennaio 2015

Film 868 - Big Eyes

Curiosissimo di vederlo, sono subito corso al cinema quando il film è uscito nelle sale!

Film 868: "Big Eyes" (2008) di Tim Burton
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Considerato che questo film è tratto da una storia vera, certamente controversa, la regia è di Tim Burton e i due interpreti principali sono Christoph Waltz - 2 volte premio Oscar in 4 anni - e soprattutto Amy Adams - 5 nomination all'Oscar nell'arco delle 8 edizioni dal 2006 al 2014 -, mi aspettavo davvero che questa pellicola sarebbe stata in grado di racimolare non solo qualche dollaro in più, ma anche qualche consenso. Non che non ci siano stati, le critiche sono favorevoli soprattutto per i due attori, eppure è mancato il riconoscimento principale, quella candidatura all'Oscar che la Adams si meritava certamente, per non dire quella vittoria che da troppo tempo le sfugge. Sia chiaro, questo film nel complesso non è certo un capolavoro, né il migliore di Burton, da troppo tempo sbiadito ricordo di vero artista, eppure il sentore che almeno per l'attrice ci sarebbe stato il massimo riconoscimento possibile con la nomination, pareva davvero plausibile. L'hanno candidata in molti (perfino i rigidi BAFTA inglesi), ha perfino vinto il suo secondo Golden Globe in due anni, ma ci fermiamo lì. E, a voler aggiungere, nemmeno Lana Del Rey e la sua bella "Big Eyes" hanno ricevuto alcuna soddisfazione da parte dell'Academy.
Non so se sia una specie di maledizione di Tim Burton, un regista per anni capace di sfornare capolavori, ignorati dalle follie caotiche delle premiazioni che contano, e poi riconosciuto con un paio di striminzite candidature all'Oscar per il Miglior film d'animazione ("La sposa cadavere" e "Frankenweenie") e una candidatura ai Golden Globe per la Miglior regia di "Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street": non esattamente ciò che si merita(va), diciamocelo.
Così tutte le mie speranze di vedere finalmente concretizzato in statuetta il riconoscimento mondiale al talento della Adams va nuovamente in fumo, nella speranza e nell'attesa delle prossime edizioni.
Per il momento, quindi, non rimane che apprezzarla in silenzio in questo biopic ben ricostruito, anche se un po' freddo. La solitudine del segreto della sua Margaret Keane rimane più che mostrata, molto discussa, senza mai che la sensazione di desolazione e frustrazione siano davvero percepite dal pubblico come reali. Peccato, perché era davvero l'aspetto centrale su cui puntare tutto, piuttosto che l'innovativa trovata del Sig. Keane di vendere le stampe e le cartoline dei quadri di cui si è preso il merito. Tra l'altro va aggiunto che, essendo questi dipinti davvero brutti - o quantomeno belli non per tutti -, noi che guardiamo fatichiamo un po' a capire la follia da acquisto di un Keane che negli anni '50 era diventata di massa. E' vero, è interessante scoprire come si è arrivati all'idea di rendere anche l'arte un prodotto per la massa, eppure, ripeto, sento che a questa storia manca davvero qualche momento di raccoglimento in più in cui si approfondisca la figura di Margaret e il suo rapporto con se stessa 'bugiarda', se stessa 'artista' e se stessa 'moglie di un bugiardo'. Questi aspetti combinati insieme e adeguatamente approfonditi a mio avviso avrebbero dato alla pellicola quel qualcosa in più, quella spinta che serviva per rendere "Big Eyes" più che una bidimensionale tela sulla quale rappresentare l'eccezionale storia vera.
Tra l'altro sento di dover aggiungere che, nonostante Christoph Waltz sia diventato il prezzemolino del cinema americano, non lo trovo adatto esattamente ad ogni ruolo. In questo caso la sua costante espressione un po' inquietante - che certamente per "Bastardi senza gloria" era stata perfetta, ma anche per interpretare i numerosi cattivi successivi come in "The Green Hornet", "I tre moschettieri", "Come l'acqua per gli elefanti" e nel recentissimo "Come ammazzare il capo 2" - infastidisce, dona un tono "satanico" a Walter Keane che ho trovato un po' fuori luogo. La qual cosa in particolare mi ha spesso distratto dalla visione d'insieme, guastando l'idea complessiva che mi sono fatto del film. E' chiaro che la figura più che controversa di Walter pretendesse momenti sconcertanti (come quando tenta di stanare la moglie bruciando la stanza in cui lei si è nascosta), eppure per tutto il resto della storia il suo ghigno, i suoi modi, non posso che portare a chiedersi: ma perché Margaret lo ha sposato?
Quest'ultima domanda riporta al discorso precedente della mancanza di qualcosa, nella fattispecie l'approfondimento sulle relazioni umane dietro questa vicenda, più che sul successo (inspiegabile) delle opere della famiglia Keane, che avrebbe certamente donato al tutto quel senso di completezza che qui rimane più formale che effettivo. Lo dimostra, infine, persino l'ultima scena con la ormai ex Sig.ra Keane vittoriosa fuori dal tribunale - dopo certi numeri fatti in aula da Walter che trovo francamente improbabili -, una scena di chiusura che si suppone fondamentale per la completezza di un cerchio narrativo che ci ha portato fin lì, eppure liquidata con una rapidità inspiegabile.
Ora, dopo tutto quanto detto fin qui può sembrare che abbia conservato un parere negativo su questo film, ma non è vero. Mi è piaciuto e ho trovato Burton finalmente concentrato su un progetto di valore (e non su una boiata come "Dark Shadows"), solo che probabilmente la nostalgia dei bei racconti di un tempo del regista mi rende, volente o no, ipercritico. "Big Eyes" è un buon titolo, ben realizzato e curato, con un'ottima protagonista capace da sola, con le sue fragilità e insicurezze, di sorreggere l'intera storia, una di quelle che solo in apparenza è bianca e nera, con i buoni da una parte e i cattivi dall'altra. Margaret Keane, infatti, per come è descritta qui è molto più umana di quanto il trailer non vorrebbe far credere e cede spesso anche lei alle debolezze normali dele persone. Questo sforzo di realismo è apprezzabile, anche se lei come personaggio non mi è piaciuto così tanto.
Insomma, "Big Eyes" è, da un certo punto di vista, una specie di rinascita per Burton, che torna al quotidiano dimenticandosi per un po' della sua anima più dark. Eppure il sentore è che anche qui ci troviamo di fronte ad una favoletta e, forse, da Tim vorremmo qualcosa di più.
Box Office: $20.9 milioni
Consigli: Storia vera di per sé intrigante e curiosa da seguire, una sempre brava Amy Adams, il fascino degli anni '50 e '60, una bella canzone portante firmata da Lana Del Rey e la regia di Tim Burton. Tutti questi elementi rendono "Big Eyes" uno dei film della stagione da vedere, stagione piena di biopic e interpretazioni di personaggi vissuti realmente, alcuni ancora in vita (come qui). Chi ama il regista non potrà perderselo al pari di chi ama Amy Adams. Gli altri apprezzeranno una storia peculiare, in fin dei conti innocua, dai toni leggeri e quasi da favola. Si può vedere in ogni momento, l'aspetto drammatico della vicenda è spesso temperato dai comportamenti sopra le righe di Walter Keane (interpretato da Waltz).
Parola chiave: Firma.

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#HollywoodCiak
Bengi

lunedì 13 maggio 2013

Film 545 - Marina Abramović: The Artist Is Present

25 aprile a Modena: prima si è girato un video (bellissimo!) per Crem's Blog, poi si è optato per un excursus sulla performing art.


Film 545: "Marina Abramović: The Artist Is Present" (2012) di Matthew Akers, Jeff Dupre
Visto: dalla tv di Marco
Lingua: inglese
Compagnia: Marco
Pensieri: "The Artist Is Present" è un interessante lavoro che si concentra sull'ideazione, produzione e realizzazione della retrospettiva su Marina Abramović al MOMA di New York. Passando per i suoi vecchi lavori a inizio carriera fino a giungere all'ultima performance dell'artista serba, il documentario spiega il pensiero della Abramović portandone il messaggio al pubblico e rende accessibile un dietro le quinte a cui, altrimenti, sarebbe impossibile prendere parte.
Al di là della curiosità naturale che possa spingere a seguire un qualunque documentario, devo dire che era mio personale interesse approfondire sul lavoro dell'artista. Artista che, come dice il titolo, in questo caso è presente. Lo è perchè, fisicamente, troveremo Marina seduta di fronte ad una vastissima platea, immobile nel corpo, ma capace di smuovere il suo pubblico grazie ad un semplice sguardo. Uno alla volta, tutti posso prendere parte al suo mastodontico progetto (3 mesi no stop al MOMA seduta immobile durante tutto l'orario di apertura del museo, fissa a guardare sconosciuti negli occhi) che, per essere portato a termine, richiederà alla sua ideatrice non pochi sforzi. Ma presente anche perchè Marina è ancora una volta artista e opera che ricerca nuovi modi per interagire con il suo pubblico e, più in generale, con le persone.
Chiunque possa provare anche solo un vago interesse per questo documentario a mio avviso non rimarrà deluso dalla visione. Non perchè sia capolavoro assoluto, ma perchè piuttosto è un prodotto in grado di sviluppare a più livelli campi di interesse, approfondendo in maniera esaustiva micro e macro argomenti legati all'arte, alla Abramović, alla performing art e alla nascita e contestualizzazione storica di quest'ultima. Che lo si guardi perchè più interessati ad un aspetto piuttosto che un altro non importa, nell'insieme i vari componenti di "Marina Abramović: The Artist Is Present" riescono ad agglomerarsi in maniera funzionale alla narrazione, raccontando in maniera interessante che cosa ci sia stato di fatto dietro a "The Artist is Present".
Credo che certamente un merito che si possa riconoscere a questa pellicola sia quello di aver raccontato Marina Abramović come persona, prima ancora di parlarne come artista. Raccontarne la storia, gli amori, le esperienze di vita e darle la possibilità di esporre il suo punto di vista a mio avviso aiutano a poter farsi un'idea più concreta e matura su una figura certamente controversa dei nostri tempi. Che il suo lavoro possa piacere o meno, credo che lo sforzo di seguire questi 106 minuti di documentario valga la pena di essere affrontato quantomeno per potersi staccare dall'immagine un po' cool e glam che la figura della Abramović ha assunto ultimamente, tra apparizioni in tv show ("Sex and the City") e a braccetto di alcune star (Tilda Swinton, Robert Redford, James Franco).
Interessante l'argomento e tecnicamente ben realizzato. Sono rimasto, però, con una sola - stupida - domanda: perchè Marina è ricorsa alla chirurgia estetica?
Consigli: E' un bel documentario che parla di arte e di una delle sue figure chiavi del nostro tempo. E' inevitabilmente interessante e affascinante e apre una finestra su un mondo che probabilmente non è familiare a tutti. Che possa piacere o meno, rimane un argomento su cui farsi quantomeno un'opinione propria
L'artista è presente. E il pubblico?
Parola chiave: Sguardo..

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Bengi

mercoledì 18 aprile 2012

Film 390 - Quasi amici

Sfruttando un ingresso della 3, l'ultimo film prima del viaggio in Giappone!


Film 390: "Quasi amici" (2011) di Olivier Nakache, Eric Toledano
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Marco
Pensieri: Questa è una di quelle pellicole che ti senti quasi obbligato a dire che ti è piaciuta. Non perchè non sia un buon prodotto, ma siccome tutti ne hanno parlato benissimo, allora non si può dire con troppa convinzione che ti aspettavi un pelino di più.
In effetti il film è piacevole, ma mi è sembrato per tutto il tempo che fosse troppo facile ricevere consensi parlando dell'amicizia che nasce tra un bianco totalmente disabile e un nero della strada venuto su a sussidi di disoccupazione e famiglia con 100 fratelli da mantenere. Poi forse io sono cinico, però la sensazione che mi ha accompagnato durante la visione della pellicola è stata questa.
Per il resto "Intouchables" è il racconto della strana coppia Philippe/François Cluzet-Driss/Omar Sy (che ha vinto il César per questa sua interpretazione battendo il compagno di pellicola) e del loro personalissimo corso alla sopravvivenza - dell'anima - che comincia nel momento in cui Philippe assume il ragazzo come suo tuttofare essendo lui disabile permanente. Tra facili gag e momenti per pensare, il duo cresce tanto da portare il livello di conoscenza da puramente lavorativo a qualcosa di sempre più vicino ad un'amicizia. Che, per inciso, diventerà tale (di qui la mia perplessità al titolo italiano del film, peraltro totalmente fuori contesto da quello originale francese). Non mancherà la cornice amorosa e il momento di crescita finale a testimoniare che la vita può cambiare se ti metti d'impegno e - fortuna - incontri qualcuno di speciale.
Insomma, non è male, ma mi sembra sia davvero troppo teso all'approvazione totale di un pubblico che sicuramente gradisce le storie di grande impatto e una critica che, volente o nolente, parlandone male finirebbe un po' come a sparare sulla Croce Rossa. Non è un brutto film, assolutamente, e ha il grandissimo pregio di portare all'attenzione del grande pubblico il problema della disabilità cercando di evitare l'autocommiserazione (anche se si tende troppe volte a farlo notare. Io avrei lasciato che la cosa fosse più implicita). Dall'altra parte, però, protende troppo alla lacrima facile dello spettatore medio. E' comunque un film 'patinato' e manca di una certa poesia di fondo - quasi oserei dire un'anima - che elevi il progetto da prodotto di facile esportazione e fruizione, a qualcosa di più simile al racconto di una straordinaria storia di amicizia che vale in quanto tale e non perchè si parla bene di disabilità e lotta al razzismo sociale (e di classe). Insomma, sì o no? Ni. Je suis desolé.
Ps. Incassi record per questo film che è riuscito ad ottenere diversi primati (oltre che un incasso di 312.2 milioni di dollari): è il film del 2011 più visto oltre che il secondo più visto di tutti i tempi in Francia. Ed è la pellicola non in lingua inglese che ha incassato di più nel mondo, battendo il precedente record del film giapponese "La città incantata" (Oscar come Miglior film d'animazione del 2003).
Consigli: Essendo un po' il fenomeno cinematografico degli ultimi tempi, vale la pena di farsi una propria opinione andandolo a vedere. E' una pellicola ben realizzata dal punto di vista tecnico ed ha come valore aggiunto quello di spingere a riflettere se non addirittura dibattere riguardo alla condizione umana costretta nella quotidiana disabilità. E poi è tratto da una storia vera.
Parola chiave: Eleonore.

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Ric

giovedì 17 febbraio 2011

Film 220 - La ragazza con l'orecchino di perla

Un film di cui avevo comprato il dvd anni fa e che non ero ancora riuscito a rivedere. Finalmente c'è stata l'occasione giusta.


Film 220: "La ragazza con l'orecchino di perla" (2003) di Peter Webber
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Massimo
Pensieri: Nel 2004 questa pellicola mi era piaciuta moltissimo. All'epoca ero ancora assuefatto dalla novità Scarlett Johansson, sopraffatto, in questo caso, dalla sorprendente somiglianza col soggetto del quadro di Vermeer.
Rivisto quasi 10 anni dopo, questo film rimane effettivamente valido sotto molteplici aspetti. Innanzitutto la fotografia è pazzesca. Sembra sciocco dire che l'ambientazione è 'da quadro', ma oggettivamente l'impressione è quella di un'opera d'arte in movimento. Grande merito, dunque, a Eduardo Serra che, con tanta maestria, ha saputo riproporre le atmosfere di un'epoca attraverso i dipinti di chi l'ha vissuta. La sfida non era così semplice.
Bravi anche gli attori, in particolare l'oggi più che mai osannato Colin Firth (una sicurezza) e le due non protagoniste Essie Davis/Catharina Bolnes Vermeer e Judy Parfitt/Maria Thins, piuttosto efficaci nei loro ruoli (rispettivamente figlia e madre).
La storia, poi, tratta dal romanzo di Tracy Chevalier, presenta spunti interessanti e conduce delicatamente alla genesi di quella che sarà l'opera forse più famosa dell'artista olandese.
Purtroppo, dalla parte delle cose che non mi sono troppo piaciute di questa seconda visione, devo metterci la stessa Johansson che avevo tanto apprezzato anni fa. Non solo in tutto il film ha meno battute di una qualsiasi comparsa, ma l'espressività che richiede un ruolo pressoché muto, non è abilità di tutti. Non dico sia pessima, ma solo che, a forza di ansimare ogni volta che si imbatte anche solo nella sua stessa ombra, da l'impressione che stia recitanto più che altro in un film porno. Sarà che la sua sovraesposizione mediatica mi ha reso più severo nei suoi confronti, di fatto sono diventato più intollerante, anche considerando il fatto che, da allora, i suoi film apprezzabili sono solamente tre ("Match Point", "The Prestige", e "Vicky Cristina Barcelona").
Tornando al quadro generale, comunque, direi che "La ragazza con l'orecchino di perla" è un bel film, un'opera ben riuscita soprattutto per le atmosfere che propone e la sottesa tensione sentimentale che rende molto bene. Pur avendo un certo appeal commerciale non lo si può certo considerare un film 'per le masse'. Non a caso l'incasso non è stato generoso ($11,634,362 in America, €2,102,168 in Italia), e, effettivamente, il ritmo di questa pellicola è molto più vicino alla produzione di un quadro ai tempi di Vermeer piuttosto che alle pellicole cui siamo abituati di questi tempi. Vale comunque la pena di tentare quantomeno la visione.
Ps. 3 nomination agli Oscar 2004: miglior fotografia, scenegrafia e costumi;
Pps. la ragazzina che interpreta Maertge, una dei numerosi figli (14) che il pittore ebbe dalla moglie, è l'attrice Anna Popplewell, famosa per la serie di film "Le cronache di Narnia".
Film 220 - La ragazza con l'orecchino di perla
Film 1532 - Girl with a Pearl Earring
Film 2289 - Girl with a Pearl Earring
Consigli: Può quasi essere un film di coppia, romantico. Luci spente, divano e coperta potrebbero rendere la visione più intrigante. Di sicuro è un film da evitare di vedere in gruppo come fulcro della serata.
Parola chiave: Dipinto.



#HollywoodCiak
Bengi