Visualizzazione post con etichetta disabili. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta disabili. Mostra tutti i post

giovedì 6 ottobre 2016

Film 1222 - Man in the dark

Ero veramente curioso di vedere questo film, estremamente motivato dal fatto che si è trattato di un clamoroso successo in America sia di pubblico (2 settimane all'apice del box-office) che di critica.

Film 1222: "Man in the dark" (2016) di Fede Alvarez
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Andre, Poe
Pensieri: Già che il titolo lo lasci in inglese, tanto vale confermare quello originale, soprattutto perché "Don't Breathe" non era poi così difficile da comprendere. Non più di "Man in the dark", comunque.
Dato che alle pazze titolazioni italiane siamo ampiamente abituati, inutile insistere su un aspetto in fin dei conti relativamente rilevante. La realtà è che, titolo o non titolo, questo film è davvero un ottimo prodotto di paura. Suspense e paura, per la precisione. Costruito magistralmente su un crescendo di tensione e claustrofobia, "Man in the dark" è un prodotto in grado di suscitare le giuste reazioni nel pubblico, producendo esattamente ciò che ci si aspetta da questo tipo di pellicola: ansia e salti sulla sedia. La tensione comincia quasi subito, dal momento in cui i tre ladruncoli protagonisti si introduco in casa del veterano cieco e tentano di portargli via i 300.000$ che credono essere in suo possesso da qualche parte nella casa. Il piano si rivela fin da subito fallimentare, in quanto l'uomo non tarderà a dimostrarsi ben più che preparato a ricevere i giovani "visitatori" che credono di riuscire a sopraffare il proprietario di casa tramite i soliti trucchetti che mettono in pratica. Inutile dire quanto degeneri in fretta la situazione.
Al di là dell'ottimo lavoro narrativo che riesce a mettere insieme, nel tempo, tutti gli elementi giusti che assommati contribuiscono a determinare l'atmosfera horror misto thriller, il film di Alvarez ha anche il pregio di non esaurirsi nella sua trama principale o comunque nell'unico scopo di spaventare chi guarda. Così non sarà la reazione inaspettatamente violente la sola sorpresa dell'uomo invalido...
Dunque un prodotto commerciale ben confezionato e pensato con attenzione per ricalcare gli snodi conosciuti del genere, pur con l'attenzione di proporli in modo originale e funzionale al racconto (e non viceversa). C'è qualche incongruenza*, ma nel complesso un ottimo e godibilissimo risultato finale.
*Il fatto che la mancanza di un senso acuisca gli altri è una caratteristica che qui si sfrutta a intermittenza e, se analizzata nel concreto, concorre a indebolire leggermente la storia. Nel senso che, dal momento che l'uomo cieco non "fiuta" all'inizio l'odore dei ragazzi affianco a lui, fa poi un po' ridere che si accorga della loro presenza nella casa per il semplice odore delle scarpe presenti in una stanza...
Film 1222 - Man in the dark
Film 1624 - Don't Breathe
Cast: Jane Levy, Dylan Minnette, Daniel Zovatto, Stephen Lang.
Box Office: $129.3 milioni
Consigli: Spaventoso e splatter quanto basta, sufficientemente violento e inquietante, classico esempio di storia da cui è meglio lasciarsi guidare che tentare di decodificarla dall'inzio alla fine. Sia perché si tratta di un racconto costruito su un crescendo di ansia, paura, disorientamento e claustrofobia, sia perché non sono pochi gli assi nella manica che la narrazione saprà sfoderare (alcuni un po' involontariamente ridicoli, ma ci si può passare sopra). Nel complesso non un film per tutti, ma per chi apprezza una piacevolissima sorpresa.
Parola chiave: Cassaforte.

Trailer
#HollywoodCiak
Bengi

mercoledì 17 agosto 2016

Film 1194 - Me Before You

Non che smaniassi per vederlo, ma Poe ci teneva molto. La proposta dello streaming ha fatto vincere (grazie a Dio) la versione in inglese, così almeno ci siamo evitati il doppiaggio da soap opera tipico per prodotti tutto cuori e fazzoletti come questo.

Film 1194: "Me Before You" (2016) di Thea Sharrock
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: Poe
Pensieri: Nel tentativo di ricavalcare l'onda ormai un po' passata di "Colpa delle stelle", questo "Me Before You" regala al pubblico una storia strappalacrime tra disabilità ed eutanasia, il tutto condido con l'amore vero che sboccia all'improvviso, ovviamente. L'originalità del film non è esattamente fulminante, anche se un certo fascino dei protagonisti e la cura delle immagini (molto patinate) addolciscono i sentimenti verso un prodotto così specificamente mirato ad una particolare tipologia di pubblico, nel quale francamente fatico a riconoscermi.
Al di là della ricerca della lacrima facile, questo tipo di commedia romantica da "ultimo stadio" è un po' troppo costruita sull'eccezionalità della cosa, oltre che sul dramma preannunciato, il che a mio avviso conferisce al tutto un'anima artificiosa e livella il racconto alla semplice straordinarietà dei fatti o dei suoi protagonisti evitando di approfondire l'elemento umano, che è poi la base di ogni relazione. La disabilità del protagonista Will (Sam Claflin), pur trattata ampiamente, interessa alla sceneggiatura più che altro come elemento funzionale e dunque rimane in secondo piano rispetto a un romanticismo tanto scontato e sdolcinato che è, tuttavia, il vero motore di tutta l'operazione. Per quanto nobile possa essere il portare all'attenzione del grande pubblico la questione, non ci si smuove dal fatto che è la scintilla amorosa ad essere il vero cardine di tutta l'operazione. Sì, è vero che poi si tratta di una storia decisamente meno convenzionale del solito, considerato che - spoiler! - alla fine Will muore, ma in ogni caso si possono cambiare le carte in tavola quanto si vuole: il risultato - rispetto a titoli simili - non cambia.
Dunque niente di nuovo e, soprattutto, niente di particolarmente esaltante. Il contagioso ottimismo di Lou (Emilia Clarke), che passa solo attraverso l'inesausto movimento di sopracciglia della ragazza, è più irritante che consolante e l'amore in sedia a rotelle è dolce e ispira buoni sentimenti, ma dal momento che "Me Before You" si ferma solo a questi, il risultato finale non può essere sufficiente. Non è una buona storia solo perché si racconta una bella storia. E' un prodotto ben confezionato, ma niente di più.
Ps. Tratto dal romanzo omonimo di Jojo Moyes del quale esiste un seguito, dal titolo "After you".
Cast: Emilia Clarke, Sam Claflin, Janet McTeer, Charles Dance, Brendan Coyle, Matthew Lewis, Samantha Spiro, Joanna Lumley, Vanessa Kirby, Ben Lloyd-Hughes.
Box Office: $194.3 milioni
Consigli: Penso che si tratti di un film adatto solo a chi sia veramente motivato a vederlo. C'è la malattia, c'è il rifiuto, il dolore, la morte e tutta una serie di elementi che lo rendono una storia pesante, nonostante ampio spazio sia dedicato all'amore tra i protagonisti. Dunque meglio documentarsi prima e capire se si è disposti a seguire la storia.
Parola chiave: Lavoro.

Se ti interessa/ti è piaciuto

Trailer
#HollywoodCiak
Bengi

giovedì 11 agosto 2016

Film 1187 - The Fundamentals of Caring

Incuriosito dalla proposta di Netflix e dalla possibilità di veder recitare Selena Gomez in inglese, mi sono lasciato convincere a vedere questa pellicola.

Film 1187: "The Fundamentals of Caring" (2016) di Rob Burnett
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Direi che ci troviamo di fronte ad un titolo sufficientemente efficace, pur non straordinario. Buoni protagonisti e qualche momento interessante, ma di fatto la storia fallisce nel suo intento di consegnare allo spettatore qualcosa di nuovo o memorabile. C'è l'on the road, il riscatto, l'amicizia, la disabilità, il sapere guardare dentro le persone invece che basarsi solo sul loro aspetto, i primi amori, l'ironia di chi ha solo quell'arma per difendersi, la crescita e il gruppo di strampalati, tutto in un mix che, sì, funziona, ma devo dire che fa meno scintille di quanto mi aspettassi.
Ben Benjamin (Rudd) dà una svolta alla sua triste e insignificante vita e decide di iscriversi ad un corso per diventare un caregiver (assistente, badante) e finisce per ottenere il suo primo lavoro presso la famiglia di Trevor (Craig Roberts), adolescente affetto da distrofia muscolare. L'umorismo e il carattere del ragazzo sono peculiari e molto personali, il che porterà a battute politicamente scorrettissime e a una serie di strambe situazioni che, in realtà, porteranno il duo ad un livello di conoscenza molto personale ed intimo e, in ultima istanza, ad una vera e propria amicizia poi suggellata dall'esperienza on the road, durante la quale si aggiungeranno le due protagoniste femminili (delle quali la Gomez fa la ragazzina indipendente ed emancipata). La missione iniziale è raggiungere il buco più profondo del mondo che, curiosamente, è lo stesso presente anche nella stupende serie tv "Stranger Things" sempre di Netflix.
Coincidenze a parte, "The Fundamentals of Caring" è un titolo forse non necessario, ma sicuramente funzionale ad una piattaforma che propone, oltre che a telefilm, anche film di propria produzione (e non). Così facendo, anche storie che probabilmente faticherebbero a trovare una distribuzione nei circuiti cinematografici e comunque non totalizzerebbero grandi incassi, possono vedere la luce; sicuramente la pellicola in questione può essere inclusa in questo gruppo. Si segue volentieri e ha il pregio di concentrarsi anche su argomenti e questioni scomode, ma sicuramente non presenta quella carica, quella personalità o "magia" che le permetterebbe di distinguersi dall'enorme vastità di film simili prodotti fino ad oggi.
Ps. Tratto dal romanzo "The Revised Fundamentals of Caregiving" di Jonathan Evison.
Cast: Paul Rudd, Craig Roberts, Selena Gomez, Megan Ferguson, Jennifer Ehle, Frederick Weller, Bobby Cannavale.
Box Office: /
Consigli: Sinceramente non penso lo rivedrei, anche se non mi sono pentito della scelta. Carino e con qualche buon momento, anche se non in grado di fare la differenza. In ogni caso si può guardare, tenendo presente che, nonostante l'ironia a volte tagliente, è pur sempre una storia che tratta di malattia, disabilità, difficoltà, traumi personali e ci recita Selena gomez. Insomma, non per tutti, non per tutte le occasioni.
Parola chiave: World's deepest pit.

Trailer
#HollywoodCiak
Bengi

lunedì 7 aprile 2014

Film 691 - Non buttiamoci giù

Un ingresso con la 3 non si rifiuta mai. E poi questo film volevamo tutti assolutamente vederlo!

Film 691: "Non buttiamoci giù" (2014) di Pascal Chaumeil
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi, Erika
Pensieri: Lo spunto per cominciare il film è strano. Ovvero: cosa succede se per puro caso degli sconosciuti si ritrovano sul tetto l'ultima notte dell'anno con l'intenzione di suicidarsi? Si buttano a turno? No, diventano amici.
Nello specifico, la trama segue l'intreccio delle vite dei quattro aspiranti suicidi dal fallito tentativo in poi e la successione di eventi che li porterà a diventare amici e supporters l'uno dell'altro.
Diciamo che, sulla carta, l'idea è abbastanza originale per risultare vincente e, di fatto, "A Long Way Down" è una pellicola che centra il suo obiettivo, per quanto mi aspettassi qualcosina di più. Mi spiego meglio.
Innanzitutto il personaggio di Jess Crichton (brava Imogen Poots ad interpretarla) è il più prevedibile di tutti. E' una sorta di mix irriverente, anticonformista, finto-alternativo dal cuore d'oro che si è già visto mille volte sullo schermo. L'attrice è brava e, a mio avviso questo è l'unico motivo per cui il personaggio si salva, però non posso dire che nell'insieme spicchi per originalità. Scontato anche il personaggio di Aaron Paul, J.J., finto malato che non trova una ragione per vivere. Un po' più di profondità non avrebbe guastato.
I personaggi migliori sono quelli di Maureen (Toni Collette è sempre una certezza) e Martin Sharp (un sorprendente Pierce Brosnan), in grado di colorare la storia in maniera più personale ed incisiva rispetto ai personaggi dei due ragazzi. Entrambi affrontano situazioni controverse anche difficili da digerire e, nell'insieme, apportano alla storia gli elementi più interessanti.
In generale, comunque, "Non buttiamoci giù" è un prodotto carino che ha i suoi buoni momenti e, nonostante il finale estremamente buonista, lascia soddisfatto lo spettatore. Sia perché non si può fare a meno di affezionarsi al nuovo gruppo di amici, sia perché, per una volta, è bello vedere qualcuno che riscopre oltre che se stesso, anche ragioni per affezionarsi nuovamente alla vita.
Box Office: € 1.160.865 (ad oggi in Italia)
Consigli: Il film è tratto dal romanzo dal titolo omonimo di Nick Hornby (lo stesso di "About a Boy - Un ragazzo" e del bello "Alta fedeltà"). E' una commedia a tinte dark, con alcuni elementi anche difficili da digerire, ma necessari per poter trasportare i quattro protagonisti dal baratro della disperazione di un atto come il suicidio alla nuova riscoperta delle prospettive che li attendono. Non è certo un prodotto di pura spensieratezza, ma ci si affeziona a tutti i personaggi e Pierce Brosnan riesce finalmente a riscattarsi dal suo granitico James Bond.
Parola chiave: San Valentino.

Trailer

Bengi

domenica 28 aprile 2013

Film 540 - The Sessions - Gli incontri

Ancora qualche pellicola arretrata dalla cerimonia degli Oscar...

Film 540: "The Sessions - Gli incontri" (2012) di Ben Lewin
Visto: dal portatile
Lingua: italiano
Compagnia: Leoo
Pensieri: Per quanto questo film abbia il suo perchè e rappresenti una storia sia interessante che umanamente coinvolgente, non posso onestamente dire che mi abbia però catturato. L'ho visto volentieri ed ero comunque incuriosito dal poco di trama che conoscevo. Va aggiunto che Helen Hunt ha avuto un gran coraggio ad abbracciare questo progetto cinematografico. Al di là del personaggio che doveva interpretare (una certamente disinibita terapista sessuale), le numerosissime scene di nudo integrale non devono essere state così semplici da recitare. Va aggiunto alla considerazione, poi, che per anni la Hunt è stata sulla breccia della scena americana vincendo praticamente ogni tipo di riconoscimento (4 Emmy per la serie tv "Innamorati pazzi", 4 Golden Globes e 1 Oscar, solo per citare i più importanti) e passando buona parte della sua vita rappresentata come esempio di bravura senza eccessi e bellezza. Un ruolo come quello di Cheryl in "The Sessions" non deve essere stato facile da abbracciare considerando ciò che ha alle spalle. Una scelta che mi è sembrata onesta (c'è comunque un po' troppo nudo secondo me) e che la Hunt ha saputo portare sullo schermo con professionalità e buona resa del personaggio. Sono più titubante, invece, sulla scelta di darle la nomination agli Academy Awards come Miglior attrice non protagonista.
Credibile e maledettamente impressionante John Hawkes che, senza gridare o esagerare, ricrea il personaggio di Mark - basato sulla vera persona di Mark O'Brien, poeta - in maniera davvero convincente. Costretto all'immobilità e a passare la maggior parte delle sue giornate in un polmone d'acciaio a causa di complicazioni dopo aver contratto la poliomelite da bambino, Mark vorrà sperimentare i piaceri del sesso liberandosi dalle sue inibizioni causate e dalla sua condizione fisica e dalla religione. In tutto questo Padre Brendan/William H. Macy lo aiuterà facendogli da confessore, consigliere e amico, instaurando con Mark un rapporto basato sul dialogo aperto e franco influenzato, chiaramente, anche dagli aspetti religiosi. Il che è un connubio interessante se si pensa all'argomento sessuale discusso all'interno di una chiesa.
E, appunto, interessante mi sembra l'aggettivo più adatto a questa pellicola che, più che essere poeticamente illuminante, toccante o scioccante, pone al centro della storia una serie di tematiche scottanti come malattia, disabilità, pari opportunità, sessualità e credo religioso per analizzarle in un contesto quantomeno singolare. Il risultato è, quindi, quasi uno studio antropologico ispirato dalla realtà dei fatti.
L'impronta da film indipendente regala alla storia una certa libertà di azione e l'esplorazione umana è permessa ad alti livelli e certamente gli interrogativi morali sollevati sono trattati con cura e la giusta introspezione del caso. La sceneggiatura è ben scritta, anche se devo dire che mi ha abbastanza sorpreso vedere come negli anni '80 tutta la faccenda fosse trattata con così tanta disinvoltura.
Insomma, un prodotto cinematografico che vive di ottime interpretazioni e una storia che sa tenere desta l'attenzione del pubblico. Non è un capolavoro, ma aiuta a cogliere qualche sfumatura in più di un mondo che in molti sicuramente non conosciamo.
Ps. Doppia candidatura ai Golden Globes per entrambi i protagonisti della pellicola (anche se solo la Hunt porterà a casa anche quella per l'Oscar) e un incasso di $9,113,716 (1 milione per produrlo).
Consigli: Non è certo la pellicola migliore per uno svago a cervello spento. L'argomento non è dei più distesi ed è meglio arrivare un attimo predisposti alla visione. Buone le interpretazioni e storia capace di aprire un varco su una serie di tematiche (sesso, religione, malattia) legandole insieme con eleganza, intelligenza e un pizzico di malizia. A tratti anche divertente.
Parola chiave: Sesso.

Trailer
#HollywoodCiak
Bengi

mercoledì 16 maggio 2012

Film 407 - Che fine ha fatto Baby Jane?

Per una serata... di pazzia!


Film 407: "Che fine ha fatto Baby Jane?" (1962) di Robert Aldrich
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Andrea
Pensieri: Una storia di psicopatiche che così torbida negli anni 60 proprio non te la aspetti! Due sorelle che non riescono a condividere gli spazi e finiscono per essere l'una la rovina dell'altra tanto da giungere a livelli di pazzia. Detta così sembra esaltante, ma ammetto che non ho apprezzato fino in fondo.
Al di là delle due grandi attrici che tengono la scena (Bette Davis e Joan Crawford, piuttosto rissose sul set, a quanto pare) e che sicuramente riescono a catalizzare lo sguardo dello spettatore ogni secondo della pellicola (134 minuti), una volta terminata la visione si rimane un po' perplessi. Direi che questa sensazione nasce più da un diverso approccio odierno a pellicole di genere psicoticho-claustrofobico e, dunque, uno sguardo più "giovane" subisce sicuramente la lentezza di certi tempi (morti) talvolta pesanti. Risulta incomprensibile anche l'eccessivo buonismo della sorella Blanche/Crawford e, soprattutto, l'improvvisa ingenuità della cameriera Elvira che prima è sempre sull'attenti ad osservare la sorella pazza, poi si fa fregare alla prima bugia che Jane/Davis le racconta.
Personalmente ho trovato più fastidiose queste ultime incongruità piuttosto che una dilatazione temporale di un racconto che poteva certamente essere più efficace con qualche decisa sforbiciata qua e là. Naturalmente all'epoca la suspance si creava in modo differente. Aggiungo che ho trovato spaventoso il trucco, sia perchè rendeva le due attrici mostruose, sia perchè non sempre risulta efficace.
Comunque, chiaramente solo per il fatto che due attrici di questa portata si siano prestate a due ruoli così estremi rende "What Ever Happened to Baby Jane?" un cult assolutamente da vedere almeno una volta nella vita. Però, ammetto, le mie altissime aspettative non sono state in pieno soddisfatte.
Ps. 5 candidature agli Oscar e una statuetta per i Migliori costumi (bianco e nero).
Consigli: Cult e da vedere per le due grandi attrici che vi recitano dato che, tra l'altro, se ne sono fatte di tutti i colori anche nella vita.
Parola chiave: Gelosia.

Trailer

Ric

mercoledì 18 aprile 2012

Film 390 - Quasi amici

Sfruttando un ingresso della 3, l'ultimo film prima del viaggio in Giappone!


Film 390: "Quasi amici" (2011) di Olivier Nakache, Eric Toledano
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Marco
Pensieri: Questa è una di quelle pellicole che ti senti quasi obbligato a dire che ti è piaciuta. Non perchè non sia un buon prodotto, ma siccome tutti ne hanno parlato benissimo, allora non si può dire con troppa convinzione che ti aspettavi un pelino di più.
In effetti il film è piacevole, ma mi è sembrato per tutto il tempo che fosse troppo facile ricevere consensi parlando dell'amicizia che nasce tra un bianco totalmente disabile e un nero della strada venuto su a sussidi di disoccupazione e famiglia con 100 fratelli da mantenere. Poi forse io sono cinico, però la sensazione che mi ha accompagnato durante la visione della pellicola è stata questa.
Per il resto "Intouchables" è il racconto della strana coppia Philippe/François Cluzet-Driss/Omar Sy (che ha vinto il César per questa sua interpretazione battendo il compagno di pellicola) e del loro personalissimo corso alla sopravvivenza - dell'anima - che comincia nel momento in cui Philippe assume il ragazzo come suo tuttofare essendo lui disabile permanente. Tra facili gag e momenti per pensare, il duo cresce tanto da portare il livello di conoscenza da puramente lavorativo a qualcosa di sempre più vicino ad un'amicizia. Che, per inciso, diventerà tale (di qui la mia perplessità al titolo italiano del film, peraltro totalmente fuori contesto da quello originale francese). Non mancherà la cornice amorosa e il momento di crescita finale a testimoniare che la vita può cambiare se ti metti d'impegno e - fortuna - incontri qualcuno di speciale.
Insomma, non è male, ma mi sembra sia davvero troppo teso all'approvazione totale di un pubblico che sicuramente gradisce le storie di grande impatto e una critica che, volente o nolente, parlandone male finirebbe un po' come a sparare sulla Croce Rossa. Non è un brutto film, assolutamente, e ha il grandissimo pregio di portare all'attenzione del grande pubblico il problema della disabilità cercando di evitare l'autocommiserazione (anche se si tende troppe volte a farlo notare. Io avrei lasciato che la cosa fosse più implicita). Dall'altra parte, però, protende troppo alla lacrima facile dello spettatore medio. E' comunque un film 'patinato' e manca di una certa poesia di fondo - quasi oserei dire un'anima - che elevi il progetto da prodotto di facile esportazione e fruizione, a qualcosa di più simile al racconto di una straordinaria storia di amicizia che vale in quanto tale e non perchè si parla bene di disabilità e lotta al razzismo sociale (e di classe). Insomma, sì o no? Ni. Je suis desolé.
Ps. Incassi record per questo film che è riuscito ad ottenere diversi primati (oltre che un incasso di 312.2 milioni di dollari): è il film del 2011 più visto oltre che il secondo più visto di tutti i tempi in Francia. Ed è la pellicola non in lingua inglese che ha incassato di più nel mondo, battendo il precedente record del film giapponese "La città incantata" (Oscar come Miglior film d'animazione del 2003).
Consigli: Essendo un po' il fenomeno cinematografico degli ultimi tempi, vale la pena di farsi una propria opinione andandolo a vedere. E' una pellicola ben realizzata dal punto di vista tecnico ed ha come valore aggiunto quello di spingere a riflettere se non addirittura dibattere riguardo alla condizione umana costretta nella quotidiana disabilità. E poi è tratto da una storia vera.
Parola chiave: Eleonore.

Trailer

Ric