venerdì 26 luglio 2013

Film 570 - Footloose

Un titolo di culto che non avevo mai visto e mi ero sempre ripromesso di recuperare (in originale). Everybody cut footloose!

Film 570: "Footloose" (1984) di Herbert Ross
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Marco
Pensieri: Va detto che ho studiato molto bene questo "Footloose" originale. Mi sono appassionato, infatti, a verificare quanto la trama del film fosse parallelamente simile a moltissimi temi trattati nei testi della cantante americana Lana Del Rey. Nonostante io mi renda perfettamente conto che sia una stupidaggine, ho comunque cercato le numerose connessioni, rendendomi sempre più conto che - magia? - le somiglianze non sono poche.
I macrotemi di questo film, infatti, sono più o meno rintracciabili in ogni canzone che la Del Rey abbia inciso nell'ultimo periodo. A sua discolpa va detto che, come lei, anche la pellicola tratta tematiche piuttosto generali e generalmente affrontate da pellicole generazionali del genere: conflitto con i genitori e con l'autorità, necessità di sperimentare, amori, scoperta di sé stessi, momenti down a cui tentare di sfuggire come meglio si riesce (ballo, alcol, droghe, ecc).
Che nessuna delle due parti brillasse per originalità assoluta non è mai stato un mistero, quindi abbandoniamo Lana e teniamoci "Footloose" per quello che è, ovvero un prodotto classicamente figlio del periodo in cui è stato concepito e realizzato. Al giorno d'oggi il racconto di una cittadina che vieta ai giovani di ballare il rock (di Satana) sarebbe pura fantascienza, probabilmente inimmaginabile per quei ragazzi che sperimentano tutti i divertimenti già in precoce età. Forse per questo motivo si è sentita la necessità di riproporre questo titolo creandone un rifacimento che ne ha mantenuto il nome: suppongo l'intento fosse sfruttare un prodotto di richiamo svecchiandone i passaggi narrativi e, in ultima nota, farci su dei soldi. L'esperimento ha funzionato a metà (il remake ha incassato, infatti, $62,701,289 a fronte di una spesa di 24).
L'originale degli anni '80, come si diceva, non brilla per una particolare scelta narrativa, ma mi rendo conto che abbia affascinato il pubblico tanto da divenire cult insieme a molte altre pellicole che, in quegli anni, affiancarono a dei bei protagonisti tonici scene di ballo e drammi adolescenziali ("Grease - Brillantina", "Saranno famosi", "Flashdance", "Dirty Dancing - Balli proibiti"). Va detto che, carico del mio personale background, ho trovato comunque questo film deboluccio e altamente superficiale, oltre che a tratti sorprendentemente violento o insensato. Le scene di ballo sono decisamente meno di quelle che mi aspettassi e, per quanto snodato, Kevin Bacon non è John Travolta.
Lori Singer (Ariel nel film) è una 'mascellona' americana dalle spalle da nuotatrice e una bellezza sinceramente assente, non in grado di incarnare un sogno erotico femminile quantomeno contemporaneo (poi, all'epoca, se fosse gradita non mi è dato sapere). Certo è che con a fianco Sarah Jessica Parker (prima della cura Bradshaw) vincere era davvero molto, molto facile.
John Lithgow e Dianne Wiest compongono, invece, la coppia adulta (sono i genitori di Ariel) che dovrà rivedere fino alle fondamenta del proprio matrimonio per ritrovare una fioritura sentimentale da anni sopita. Il personaggio di Lithgow è orrendo per ciò che rappresenta, ma saprà redimersi e cambiare la sua prospettiva nel finale, anche grazie alla pacata ma intelligente moglie.
Insomma, in definitiva da "Footloose" - di cui tanto avevo sentito parlare - mi aspettavo qualcos'altro, forse un filmetto a ritmo di musica capace di coinvolgermi e stupirmi, quantomeno intrattenermi con ritmo. Sono molti, invece, i passaggi pseudo-drammatici che tentano di far approdare la pellicola in qualcosa che, invece, non aveva le carte per diventare. Non mi ha convinto.
Ps. 2 nomination all'Oscar per le canzoni "Let's Hear It for the Boy" e, neanche a dirlo, la hit "Footloose".

Consigli: Una serata in compagnia può essere una buona scusa per incominciare questa pellicola. E' diversa da come me l'ero sempre figurata ed ha meno brio e ritmo di quello che avrei immaginato, ma va visto almeno una volta considerato la fama che il film porta con sé. Kevi Bacon che balla da solo nella fabbrica è un misto tra "9 settimane e 1/2" e il videoclip di Britney Spears e Madonna "Me Against the Music".
Parola chiave: .

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Bengi

martedì 23 luglio 2013

Film 569 - Into Darkness - Star Trek

A 4 anni dal primo capitolo rivisitato da J.J. Abrams, io e Ale ci siamo ridati appuntamento al cinema per la seconda parte di questa nuova avventura nello spazio.

Film 569: "Into Darkness - Star Trek" (2013) di J.J. Abrams
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Ale
Pensieri: "Star Trek" quattro anni dopo funziona ancora. E' vero, l'approccio alla "Star Wars" si fa un po' sentire, ma non credo che dovrebbe troppo essere considerata una cosa negativa. Dopotutto questo secondo episodio di J.J. ha pur sempre un approccio più moderno volto a svecchiare una saga dagli innumerevoli titoli, ma minor successi economici.
Anche se posso capire che i fedelissimi storcano il naso nei confronti di questo episodio certamente adrenalinico e movimentato della saga, personalmente l'ho trovato riuscito e piacevolissimo. Adeguato alle mie aspettative, insomma.
Come per ogni prodotto di Abrams, si fatica all'inizio a carburare, prendendo tutta la questione decisamente alla lontana, aggiungendo problematiche su problematiche ad incasinare la vicenda da dove era stata lasciata nel 2009. Per un po', quindi, mi sono chiesto dove si volesse andare a parare. Alla fine, comunque, chi cerca azione e colpi di scena non sarà deluso.
Ritrovare tutto il cast dell'Enterprise da un senso di continuità e, come per il precedente, mi sembra proprio che ognuno svolga a dovere il suo ruolo: la faccia da schiaffi di Kirk/Chris Pine è rimasta tale e quale e regge perfettamente il ruolo da protagonista per i 132minuti di pellicola; Spock/Zachary Quinto ha finalmente molte scene d'azione e dimostrerà di essere capace di provare dei sentimenti(!); Uhura/Zoe Saldana, Bones/Karl Urban, Scotty/Simon Pegg, Sulu/John Cho e Chekov/Anton Yelchin compongono il resto della squadra fornendo ognuno una sfumatura diversa ad uno dei racconti più interrazziali della galassia.
Per quanto riguarda il lato cattivo, invece, questa volta è Benedict Cumberbatch a prestare il volto al vendicativo - e incazzatissimo - Khan, che darà non poco filo da torcere ai protagonisti. Su di lui avevo letto grandi cose, addirittura che fosse uno dei cattivi più cattivi di sempre. A questo proposito sono rimasto un pelo deluso, ma mi rendo conto che fossi proiettato in un'ottica di grandi aspettative. Certamente, comunque, è un personaggio capace di regalare sorprese al pubblico.
La grande macchina "Star Trek", insomma, non mi ha deluso nemmeno questa volta e, anzi, sono ritornato molto volentieri al cinema per godermi la nuova avventura. Gli effetti speciali sono molto ben fatti (ho letto che merita davvero anche il 3D), la colonna sonora di Giacchino è stupenda e accompagna le scene con enfasi e ritmo e, inevitabilmente, il futuristico ambiente spaziale e interplanetario ha qualcosa di magicamente affascinante.
Inutile dire che "Star Trek Into Darkness" è stato, per me, davvero un bel blockbuster da vedere.
Ps. $448,620,966 al box office mondiale. Il precedente episodio aveva incassato $385,494,555, ricevuto 4 nomination all'Oscar e vinto uno per il Miglior makeup.
Film 84 - Star Trek
Film 824 - Star Trek
Film 569 - Into Darkness - Star Trek
Film 606 - Into Darkness - Star Trek
Film 825 - Into Darkness - Star Trek
Film 2084 - Star Trek Into Darkness
Film 1198 - Star Trek Beyond
Film 1398 - Star Trek Beyond

Consigli: In generale se si amano le saghe 'dello spazio' questo titolo non può essere perso. A maggior ragione se si è fan di "Star Trek" e/o del primo episodio targato Abrams. "Into Darkness" è un secondo capitolo ben realizzato ed equilibrato nel presentare momenti di adrenalina accompagnati da situazioni di snodo narrativi funzionali al procedere della trama. All'inizio un po' lento, saprà recuperare con il procedere del racconto. Bel cast.
Parola chiave: Sangue.

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#HollywoodCiak
Bengi

venerdì 19 luglio 2013

Film 568 - Senza freni

Incuriosito dalla copertina e dal trailer, ma più che altro per la presenza di Gordon-Levitt che, a parte "Looper - In fuga dal passato", solitamente non sbaglia un colpo.

Film 568: "Senza freni" (2012) di David Koepp
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: La premessa è che il film non mi è dispiaciuto; devo dire, però, che mi aspettassi qualcosina di meglio.
Il pregio di "Premium Rush" è certamente il buon ritmo e le scene d'azione girate nel traffico di Manhattan, con Joseph Gordon-Levitt nei panni convincenti del fattorino in bicicletta Wilee. C'è adrenalina e mistero per la tanto ricercata busta da consegnare. C'è un buon antagonista (Michael Shannon) sulla carta, che però perde il suo potenziale quasi subito, compiendo una serie di azioni-défaillance che sembrano descrivere il suo Bobby come uno che, in realtà, non avesse veramente intenzione di riprendersi la busta. In poche parole, ci arriva sempre molto vicino, ma non fa mai lo scatto necessario. E allora la trama un po' si indebolisce.
Aggiungo che nessuno dei personaggi di contorno è presentato con un qualche appeal particolare. Sarà la mancanza di rilevanza dei loro personaggi o la scarsa simpatia di ognuno di questi, di fatto non rimangono minimamente impressi.
Nel complesso la pellicola ha un suo perchè, è ottima per essere guardata e digerita proprio come suggerisce il titolo italiano, "Senza freni". Oltre non c'è nulla, dato che c'è a malapena una storia.
La trama, infatti, viene venduta come matrioska a più strati all'inizio, per poi rivelarsi niente di più che un semplice racconto d'azione con qualche mistero risolvibilissimo e un finale scontato che sa di già visto. Non che ci sia nulla di male, nessuno si aspettava niente di più, suppongo, da questo prodotto iper-commerciale e commercializzabile, però a fine visione rimane comunque la sensazione che si sia bruciato il tutto troppo in fretta.
Se la corsa pazza tra taxi e macchine doveva trovare una valida scusa per arrivare sul grande schermo, allora mi sembra che la missione sia certamente compiuta; altrimenti "Senza freni" rimane un prodotto limitatamente carino e molto spesso più vuoto di quanto mi sarei aspettato.
Sinceramente, prima di vedere questo film non riuscivo a capire come mai potesse essere andato così male al box office ($31,083,599 di incasso mondiale, 35 milioni per realizzarlo): ora mi sono fatto la mia personale idea.

Consigli: Veloce e un po' insapore. Per una serata senza pretese e che proceda velocemente a ritmo di pedalate, mirabolanti cadute e qualche effetto speciale congela-gravità che visivamente è piacevole, ma purtroppo non aiuta una trama un po' troppo debole di idee. Joseph Gordon-Levitt, comunque, rimane sempre un attore capace e credibile (sarà perchè fa sempre più o meno gli stessi ruoli? Sto cominciando a chiedermelo).
Parola chiave: Bicicletta.

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Bengi

mercoledì 17 luglio 2013

Film 567 - A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar

Alla ricerca di un film per la domenica, un'inaspettata, piacevole e divertente sorpresa.

Film 567: "A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar" (1995) di Beeban Kidron
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Alessio
Pensieri: Me ne avevano parlato bene in più occasioni - anche di recente -, ma mai avevo avuto slancio, motivo od occasione per vederlo. Male. "To Wong Foo Thanks for Everything, Julie Newmar" è veramente un film carino e divertente, piuttosto avanti, considerati i recenti avvenimenti che riguardano matrimoni per le coppie omosessuali, aggressioni e rivendicazione dei diritti della persona.
Motivi sociali e socialmente apprezzabili a parte, questa pellicola presenta - anche esasperando, come impone la spettacolarizzazione della vita al cinema - una realtà che non è certo familiare a tutti: quello delle drag queen. 

I tre magnifici Wesley Snipes, Patrick Swayze e John Leguizamo vengono rispettivamente tramutati nelle signore Noxeema Jackson, Vida Boheme e Chi-Chi Rodriguez che partiranno insieme per un viaggio che plasmerà ufficialmente la loro amicizia e cambierà le prospettive (oltre che loro) di un'intera cittadina.
Il pretesto per la partenza è il concorso nazionale 'Miss Drag Queen dell'anno' cui Noxeema e Vida devono partecipare avendo vinto parimerito l'edizione newyorkese. Invece di imbarcarsi comodamente su un aereo alla volta di Hollywood, dopo aver conosciuto la povera e sola Chi-Chi, decidono di prenderla sotto la loro protezione portandola con loro al concorso da raggiungere, però, a mezzo automobile. Infatti, barattato il biglietto aereo con una Cadillac del 1967, partono on the road e senza cartina per il viaggio che vedrà tappa importante a Snydersville, dove la macchina a noleggio finirà per andare in panne. 

Le tre si rifugeranno nel triste villaggio di poche anime non solo per la riparazione del mezzo, ma anche per evitare di essere ricollegate a quello che loro credono essere l'omicidio dell'agente di polizia che Vida aveva messo KO con un pugno dopo un tentativo di stupro da parte dell'agente. In realtà, stordito dalla scoperta del vero sesso di Vida - e dal pugno, chiaramente - lo sceriffo Dollard era solo svenuto: ripresosi, comincerà a dare loro la caccia.
Nel frattempo il brio delle 3 signore finirà per influenzare la città e i suoi abitanti, portando una serie di cambiamenti notevoli sia esteticamente che umanamente parlando. Questo, nel finale, sarà il loro lasciapassare per la libertà (dallo sceriffo) e, soprattutto, verso una consapevolezza e accettazione nei confronti di loro stesse e della fiducia da riporre negli altri.
Nonostante il necessario buonismo a tutti i costi, grazie a dio "A Wong Foo" non scade mai nel patetico o stucchevole meccanismo di autocommiserazione o edificante morale di speranza racchiuso nel mondo e chi ne fa parte. Le 3 signore sono fiere di essere ciò che sono e, nonostante la paura naturale che segue il doversi confrontare con il mondo non protetto che è il loro ambiente, affrontano a testa alta le sfide sul loro cammino senza mai rinnegare la loro scelta di vita. Questo messaggio positivo pervade tutto il film e resta filo conduttore per tutta la narrazione.
Nel complesso la pellicola è spassosa e divertente, coloratissima e baraccona, ma mai volgare o denigrante. Ho apprezzato i tre attori nei panni drag, sorprendentemente adatti e capaci nei loro ruoli. John Leguizamo è una Chi-Chi fantastica e veramente credibile.
Tra gli altri attori presenti Stockard Channing ("The Good Wife", "Amori & incantesimi", nonché famosa per essere la Betty Rizzo di "Grease"), Blythe Danner ("Ti presento i miei", nonché mamma di Gwyneth Paltrow) e Chris Penn (Willard Hewitt in "Footloose").
Ps. Due nomination ai Golden Globes per Patrick Swayze e John Leguizamo e un incasso al box office di $47,774,193.

Consigli: Spassoso e ben confezionato, alterna momenti spensierati ed altri in cui non mancano occasioni per riflettere. Apre ad un mondo magari - specialmente allora - poco conosciuto, rendendone umanità e sfarzosa giustizia. Piacevolissimo e cult nel suo genere.
Parola chiave: Julie Newmar.

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Bengi

giovedì 11 luglio 2013

Film 566 - Amiche da morire

Lo volevo vedere da quando era uscito al cinema, ma non c'era stata occasione. Ho recuperato!

Film 566: "Amiche da morire" (2013) di Giorgia Farina
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: "Amiche da morire" è veramente un film carino, come già si poteva intuire dal trailer. Innanzitutto la trama è ben scritta e ricama sopra temi anche consueti (omicidio passionale, la provincialità di paeselli del sud, la prostituta intelligente che ha un sogno, ecc) in maniera furba e simpatica, passando anche per momenti estremizzati o poco plausibili nella realtà con una leggerezza e autoironia davvero apprezzabili.
La buona caratterizzazione dei personaggi (seppure molto legata ai cliché) deve tutto alle tre bravissime protagoniste Gerini, Capotondi, Impacciatore, ognuna perfetta nel proprio ruolo e, insieme, un trio esplosivo e spassosissimo. Nonostante in effetti la Gerini si sia spesso legato al ruolo di bellona e piacente - con un certo margine di degrado sociale - (anche) questa volta è riuscita a salvarsi dal 'fattore Buy', ovvero il ciclico riprorsi dello stesso ruolo (solo in contesti diversi) ben recitato ma che alla lunga stufa. Io, va detto, ho una naturale propensione per la Gerini e, seppure a volte un po' inadatta o sopra le righe, finisco sempre sinceramente per apprezzarla.
Sulla Capotondi, invece, avevo non pochi dubbi e riserve, svaniti a pochi minuti dall'inizio del film: accento siculo non fastidioso, credibile nel ruolo, divertente e capace di interpretare l'ingenuità necessaria a rendere lo spietato candore della sua Olivia. Quest'ultima all'inizio sembrerebbe poco simpatica e, invece, saprà riscattarsi agli occhi del pubblico.
Mia personale standing ovation, però, per il personaggio di Crocetta che Sabrina Impacciatore interpreta assolutamente in maniera perfetta! Divertentissima, martoriata da abiti, trucco e parrucco da befana sicula, succube di una madre-carceriera e, non bastasse, additata dal paese come porta iella locale, delle tre protagoniste è stata in assoluto quella che ho preferito. La scena in cui le fanno la ceretta e il momento in cui impara a flirtare al mercato sono davvero comici.
Insomma, complici le tre attrici e lo spunto narrativo interessante e trattato con piacevolissima leggerezza, questo film decolla fin dall'inizio e regala proprio quello che mi aspettavo di trovare in questo prodotto cinematografico: spasso spensierato, buone interpretazioni e una pellicola capace di intrattenere senza violenza o volgarità gratuite. In questo contesto è facile sorvolare sulle ingenuità di certi passaggi - in effetti, per esempio il momento del primo interrogatorio dopo l'omicidio di Rocco è reso in maniera troppo comica e poco credibile - e concentrarsi solamente sul buon lavoro finale che, finalmente, una commedia-noir italiana è riuscita a fare. Ci voleva tanto?
Ps. Alla sua ultima apparizione nel box office italiano in data 29 marzo, il film segnava l'incasso di 1,785,462€.
Pps. Agli ultimi David di Donatello, il film ha ricevuto una nomination nella categoria Migliore Regista Esordiente per Giorgia Farina. Ha vinto, però, Leonardo di Costanzo per "L'intervallo".
Film 1301 - Amiche da morire

Consigli: Bellissima cornice e fotografia e buon esordio registico per la Farina alla sua prima esperienza sul grande schermo. Per una serata in compagnia o anche da soli è perfetto perché spassoso, ma noioso e lascia con un sorrisetto alla fine della visione che non sono in tanti film ultimamente a saperlo regalare. Divertente!
Parola chiave: "Ho notato che sparare mi secca la pelle".

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Bengi

mercoledì 10 luglio 2013

Film 565 - Mannequin

Mi è tornata pretotentemente voglia di anni '80...

Film 565: "Mannequin" (1987) di Michael Gottlieb
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Con un incipit random-nonsense certamente originale (siamo nell'Egitto dei Faraoni...), "Mannequin" propone una magica favoletta giocosa e assurda, divertente e romantica da vero cult nel suo genere.
Premesso che non sapessi assolutamente nulla su questo film, ho apprezzato tantissimo la scoperta di Kim Cattrall ("Sex and the City") nel ruolo di protagonista - già porca - in panni succinti e disinibiti. Della serie: un destino segnato.
Tra le sode cosce da manichino di Kim, il protagonista Andrew McCarthy ("St. Elmo's Fire", "Bella in rosa") conoscerà le gioie dell'amore e il successo sul lavoro, diventato notturno vetrinista ispirato in grado di richiamare schiamazzanti e ammiranti folle di curiosi e appassionati di moda di fronte alle sue creazioni presso i grandi magazzini 'Prince & Company'. L'ambientazione da Harrods londinese o Rinascente milanese è anche piuttosto suggestiva, con spazi ampissimi e corridoi infiniti, nonché quello che oggi potremmo definire un reliquiario (o santuario) della cultura anni '80. Gli appassionati gradiranno.
Il mix di ingredienti di questo "Mannequin", insomma, funziona e intrattiene e, devo dire, ha anche una certa vena frizzante che da ritmo e fa sorvolare sulla spesso superficiale scelta narrativa. E' chiaro fin dall'inizio che si sia di fronte ad un prodotto leggero e di ampio consumo e, giustamente, si punta sul rendere tutto coloratissimo, glam (per l'epoca), sexy e spassoso. In questo senso gli ingredienti ci sono tutti.
La trama è semplice e, come si diceva, in molti punti affidata a scelte inusuali che spiazzano nel panorama ormai standardizzato del mondo cinematografico. Anche se è vero che di fatto l'incipit tra le Piramidi non ha alcun senso, l'ho trovato comunque inaspettato e significativo di un minimo sforzo di specializzazione rispetto alle altre commedie o comunque prodotti dello stesso periodo.
Insomma, mi sono goduto alla grande la visione di questa pellicola che mi ha fatto riassaporare con gusto le ambientazioni trash-chic di quegli anni e mi ha fatto scoprire una giovane Kim Cattrall di cui ignoravo in toto esordi e filmografia.
Ps. Il film si guadagnò le nomination agli Oscar, Golden Globes e Grammy per la Miglior canzone "Nothing's Gonna Stop Us Now" scritta da Albert Hammond e Diane Warren e fu un grande successo al botteghino: 6 milioni di dollari spesi per produrlo e $42,721,196 di incasso mondiale.
Film 565 - Mannequin
Film 2300 - Mannequin

Consigli: Assolutamente da recuperare per una serata in compagnia! Senza pretese, spensierato e spassoso è l'ideale da seguire con qualcuno accanto. Colonna sonora ad hoc e un retrogusto vintage che non deluderà i fan degli anni '80.
Parola chiave: Smaltimento rifiuti.

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Bengi

martedì 9 luglio 2013

Film 564 - Hercules

Un cartone animato, precisamente il 35esimo della lista Walt Disney Animated Classics.

Film 564: "Hercules" (1997) di Ron Clements, John Musker
Visto: dal computer di Marco
Lingua: italiano
Compagnia: Marco (Mi)
Pensieri: Non ricordavo praticamente nulla di questo film, le mie reminescenze risalivano all'uscita del film nelle sale (1997), ovvero quando avevo 10 anni, quindi si può dire che fossi vagamente confuso riguardo la trama. Infatti mi pareva tutt'altra avventura.
Uno dei grandi pregi di questo cartoon è certamente il buon ritmo della narrazione, spesso aiutata da stacchetti musicali (più che altro quelli delle 5 muse, anche se inappropriatamente declinate in salsa gospel) e una serie di scene d'azione ben realizzate (come il training per diventare un eroe). In effetti non mi so ben spiegare il perchè di una certa defezione da parte del pubblico in sala che non ha particolarmente premiato questa pellicola (il box office mondiale è a quota $252,712,101), nonostante i predecessori "Il gobbo di Notre Dame" ('96) e "Pocahontas" ('95) avessero entrambi superato i 300milioni di dollari di incasso; eppure il successo di "Hercules" c'è, ma solo a metà e, di fatto, è il primo di una serie di mezzi flop - rispetto alle aspettative - o veri e propri buchi nell'acqua della macchina da guerra Disney. Da allora, va detto, i successi della casa di produzione sono stati altalenanti in proporzione al plebiscito di consensi e premi raccolti da pellicole come "La sirenetta", "Il re leone", "Aladdin", "La bella e la bestia" (2 Oscar per ogni pellicola, tanto per gradire).
Comunque questo film andrebbe, a mio avviso, un attimo riconsiderato. E' divertente, spassoso e piacevole, con una particolare ricerca estetica molto spiccata nel disegno e una coloratissima rappresentazione simil-zucchero filato dell'Olimpo veramente affascinante. I personaggi principali sono spassosi e Meg (in Italia doppiata da Veronica Pivetti) è rappresentata in maniera veramente sensuale e, di fatto, la trama ha molto a che spartire con le precedenti produzioni made in Disney: la posizione sociale di Hercules (da noi doppiato da Raoul Bova, quando canta invece la voce è di Alex Baroni) è la più alta possibile, ma un personaggio a lui vicino - geloso e desideroso del potere - approfitta della sua giovanissima età per tentare di farlo fuori. Verrà adottato da due personaggi che gli permetteranno di cominciare il suo percorso di formazione fino all'età adulta, momento in cui abbraccerà le sue responsabilità per tentare il cammino della riconquista del suo regno. Insomma, l'eco de "Il re leone" - solo per fare un esempio - mi sembra molto forte. A maggior ragione non mi spiego il perché della defiance del meccanismo porta soldi.
In ogni caso, la storia di Ercole funziona e intrattiene a dovere, è un bel cartone animato certamente superiore a tanti altri che lo hanno succeduto. Ho molto gradito questo ripasso!
Film 564 - Hercules
Film 2196 - Hercules

Consigli: Divertente e spensierato, coloratissimo e con una vena gospel che, seppure non c'entri granché, incornicia bene questa pellicola della Disney. Da vedere con gli amici o anche da soli (per un bel momento infanzia-nostalgia). Piacevole.
Parola chiave: Titani.

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Bengi

mercoledì 3 luglio 2013

Film 563 - Viva l'Italia

E continuiamo sulla scia del cinema italiano, che ultimamente frequento più spesso.

Film 563: "Viva l'Italia" (2012) di Massimiliano Bruno
Visto: dal computer di Marco
Lingua: italiano
Compagnia: Marco (Mi)
Pensieri: Massimiliano Bruno, dopo "Nessuno mi può giudicare", riconvoca Raoul Bova e Rocco Papaleo per questa sua seconda fatica registica e, al posto della Cortellesi, sceglie Ambra per l'ennesimo ruolo femminile scanzonato e brillante. La cornice, però, questa volta è completamente diversa, ispirandosi ad una politica italiana della peggior specie in un ritratto a prima vista esasperato, ma in fin dei conti non molto diverso dalla situazione reale. Il che rattrista e non poco.
Al di là della trama anche divertente a tratti, posto che è necessario incassare il colpo facendo autocritica in silenzio, l'anima fortemente 'impegnata' di questa pellicola funziona solo in parte, un po' perchè a volte forzata e quasi imposta - come se si volesse necessariamente giocare la carta della commedia, sì, ma che fa anche pensare -, un po' perchè la risoluzione finale della trama non mi ha convinto del tutto (la presa di posizione molto polemica poi scema).
Da una parte pare che la critica al mondo politico e, collateralmente, della gestione nazionale sembra affrontata di petto e con una certa consapevolezza, ma poi si finisce per cadere nello stesso gioco che ha generato l'input narrativo e mi sembra che, almeno nella gestione della storia di Valerio/Alessandro Gassman, si faccia autogoal.
Il film denuncia raccomandazioni (Susanna/Ambra Angiolini), mancata meritocrazia (Riccardo/Raoul Bova), incompetenza ai vertici (Gassman) e una politica di false promesse e falsi valori (Michele Spagnolo/Michele Placido) per buona parte dei suoi 100 minuti di durata, ma di fatto scioglie il suo intreccio liquidando le avversità in un modo che, a mio parere, non è accettabile dopo tanto criticare: il ricatto. E' vero che questo è applicabile poichè c'è chi si è messo nella posizione di farsi ricattare, ma non ritengo sia coerente, nel finale, cancellare l'incompetenza di Valerio rappresentandolo non come una persona degna di essere al vertice della sua azienda, ma solo l'ennesimo furbetto davvero degno dell'eredità del padre Michele.
Allo stesso tempo la questione del reparto dove lavora Riccardo, ormai allo sbando per la mancanza di fondi e la noncuranza del primario, che viene letteralmente restaurato nel giro di una notte (con il paninaro locale riparatore di lavatrici che aggiusta macchinari medici come se fosse una Whirlpool qualunque), è di una semplificazione imbarazzante, conclusione indegna di una parte di trama che fa ridere tanto è assurda.
Il personaggio di Placido, poi, come ogni bravo politico che si rispetti, finirà in tv a fare le sue scuse - davvero convinte, però - cercando il contatto con quella gioventù che necessita di essere risvegliata da un torpore di disillusione e sfiducia (che gente come lui ha causato) per destare nuova consapevolezza di cittadini che si battono per i propri diritti e, soprattutto, il proprio futuro.
In quest'ottica la predica finale dell'ex politico corrotto tramutato neoredento (ma non per sua volontà, solo a causa di una malattia che lo porta a non essere più in grado di filtrare il pensiero che diventa parola) è certamente sensata, ma finisce per assomigliare più a una mossa "paracula" perchè di fatto, come si diceva, il film stesso sceglie poi di pubblicizzare un mezzo poco nobile per esplicitare le nuove consapevolezze del personaggio di Gassman (ovvero che nella vita ci vogliono 'le palle' per ottenere ciò che si vuole).
A parte questo, comunque, "Viva l'Italia" è un perfetto prodotto commerciale nostrano, migliore di molti altri che ci propinano, sia chiaro, ma di fatto ancora troppo legato alla paura di essere considerato solo come commedia leggera e che sente, quindi, la necessità di autodefinirsi impegnata.
Il personaggio più riuscito è quello di Ambra, divertente e agghiacciante allo stesso tempo, specchio di una parte di società contemporanea (ma di fatto ognuno dei 3 figli di Spagnolo lo sono) che, però, avrà gli strumenti e l'aiuto necessari al riscatto e alla rinascita. Bova, invece, resta sempre invischiato nel cliché del bello-buono-e-bravo che lui interpreta, a volte, con passione da fiction tv. Quando fa altro, però, nessuno lo considera. Placido, infine, è un capo famiglia stronzo-ma-poi-sensibile che smaschererà i suoi stessi trucchetti non tanto per necessità, quanto perchè obbligato dalla sua malattia 'rivelatrice'.
Gli ingredienti per un film divertente ci sono, anche se di fatto ci si perde un po' per strada nel finale (morale e lieto fine sempre e comunque).
Ps. Due nomination ai David di Donatello (una per Ambra come Miglior attrice non protagonista) e più di 5.000.000€ di incasso al nostro botteghino.

Consigli: Nonostante la mia solita diffidenza rispetto al cinema italiano e, come già detto, una certa superficialità ingenua in alcune scelte narrative, "Viva l'Italia" è una buona opzione nell'ottica del divertimento spensierato per una sera in compagnia. La critica alla nostra politica odierna fa male all'inizio e bisogna comunque farci i conti durante la visione.
Parola chiave: Raccomandazione.

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Bengi

lunedì 1 luglio 2013

Film 562 - The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 2

E dopo la prima parte, io e Licia siamo giunti - stoici nel nostro mantenere l'impegno - al grande finale della saga per adolescenti in palla da ormone più famosa degli ultimi anni. Quindi, dopo la prima parte, ecco la seconda...

Film 562: "The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 2" (2013) di Bill Condon
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Licia
Pensieri: A suo tempo mi era stato venduto come il riscatto di "Twilight", lampante esempio di una capacità tecnica d'avanguardia e perfino in grado di mantenere ritmo durante la narrazione (caratteristica di certo mancanta per ciò che riguarda tutti e 4 i precedenti capitoli).
Ebbene "The Twilight Saga: Breaking Dawn - Part 2" è effettivamente più ritmato e qualitativamente migliore rispetto ad alcuni suoi predecessori e, dovessi fare una classifica, lo metterei al secondo posto tra tutti e 5 gli episodi della saga (il primo "Twilight" rimane comunque il migliore), ma non si può certo dire che sia un buon prodotto cinematografico.
Innanzitutto il lavoro fatto sull'immagine è ridicolo: c'è talmente tanto di modificato che i volti degli attori sono spesso storpiati e gli scenari tanto carichi da risultare palesemente finti e fastidiosi. Poi, per quanto riguarda il ritmo, bisogna dire che c'è, ma solo perchè, per la prima volta, questa storia ha qualcosa di concreto da raccontare che non siano i palpitanti momenti d'amore sussurrato tra Bella ed Edward o i guaiti del cucciolo Jacob.
Finalmente c'è un racconto che vada oltre il primo piano di Kristen Stewart e, per quanto il risultato visivo sia piuttosto ingenuo in molti passaggi, di sicuro l'avventura qui è più godibile rispetto ai precedenti 3 episodi. Si riprende, infatti, dal momento in cui Bella riapre gli occhi - ormai geneticamente vampira affamata - dopo il tragico parto avvenuto in "The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1". La bambina (Renesmee, ricordiamoci il bel nome di m***a) nata dall'incrocio umano-vampiro cresce a dismisura, ma alimenta l'antico ricordo dei bambini immortali (ovvero bambini vampiri) e, di conseguenza, la necessità di ucciderla da parte dei Volturi che non aspettano altro (dato che per 3 film sembravano tanto minacciosi ma di fatto non hanno mai concluso una mazza).
La pellicola procede in un climax che porterà fino alla battaglia finale - che è epica come può esserlo uno scontro tra una decina di persone... -, tanto decantata, ma che, a livello di trama, parrebbe per una volta ben riuscita: moltissimi colpi di scena (anche se la realizzazione al computer è brutta), che di fatto dimezzano il numero dei personaggi. L'ho trovata finalmente una scelta coraggiosa per un prodotto a base di zucchero e cuori; per un attimo ho pensato dovessi leggermente ricredermi su questa saga. Per un attimo. Passato quel momento di audace follia da decimazione di inutili membri da entrambe le parti - Cullen Vs Volturi -, ci si risveglierà dal piacevole sogno per scoprire che era tutta solamente una visione della preveggente Alice/Ashley Greene. Delusione, amarissima delusione. Oltre che ennesima.
Insomma, anche questo "Breaking Dawn - Parte 2" non si smentisce più di tanto per ciò che riguarda il diktat di fondo, ovvero tutti belli, tutti buoni, tutti bravi, tutti amici, tutti innamorati, tutti felici per un più generico 'tutto a posto' che, protratto per 5 pellicole, sfianca un po' anche i più tenaci.
Al solito né Kristen Stewart né Robert Pattinson hanno imparato a recitare, anche se va detto che un po' in generale il cast è di attori quanto avrebbero potuto essere cantanti. 

Peggior film, regia, attrice protagonista (Stewart), attore non protagonista (Taylor Lautner), cast di attori, coppia di attori (Lautner e la povera bambina Renesmee/Mackenzie Foy) e peggior prequel, remake, rip-off o sequel. In tutto questo peggio, comunque un buon risultato c'è stato: $829,685,377 di incasso mondiale (anche se non raggiunge il miliardo e, di fatto, anche se al primo weekend di uscita è stato questo film a spuntarla, la battaglia agli incassi contro il diretto avversario "Skyfall" ha visto "Breaking Dawn - Parte 2" perdere nel lungo periodo: l'ultimo film di Bond, infatti, ha incassato $1,108,561,013. E vinto 2 Oscar).
Film 538 - Twilight
Film 1998 - Twilight
Film 547 - The Twilight Saga: New Moon
Film 555 - The Twilight Saga: Eclipse
Film 560 - The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1
Film 562 - The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 2

Consigli: Sono 5 film e vanno visti in fila. Non ha senso vedere questa pellicola staccata dalle altre, perchè meno indipendente rispetto alla trama e comunque poco rilevante a livello di contenuti (come tutta la saga). Può essere un esperimento tra il divertente e la presa in giro, rendendo - un po' tristemente - l'idea di quali siano i nuovi miti degli anni '00. "Twilight" è una brutta saga, spesso trash, priva di buona recitazione o buon copione. Non ci sono motivi per guardarla, se non volersi fare un'opinione su questo fenomeno.
Parola chiave: Testimoni.

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Bengi

giovedì 27 giugno 2013

Film 561 - St. Elmo's Fire

Era già da un po' che mi incuriosiva vedere questo film. Ho colto l'occasione l'altra sera, alla fine di un weekend divertente e ricco di avvenimenti inconsueti.

Film 561: "St. Elmo's Fire" (1985) di Joel Schumacher
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Ed è stato come tornare a casa.
Strana la sensazione che mi ha accolto all'inizio di questa pellicola, ennesimo prodotto anni '80 figlio e/o fratello di una miriade di altri a cui mi sto sempre più piacevolmente appassionando. Dopo aver visto altri prodotti simili come "Sixteen candles - un compleanno da ricordare" o "L'ammiratore segreto", e ancora "Bella in rosa" e "Breakfast Club" (quest'ultimo vero simbolo della cinematografia teen e un po' ribelle del periodo, con cui tra l'altro "St. Elmo's Fire" condivide un terzo del cast), mi sono accorto che il legame tra questo film e i precedenti è veramente molto forte, come se ognuno avesse una propria identità, ma inevitabilmente finisse per essere connesso agli altri.
La pellicola di Joel Schumacher è come se avesse ricevuto il testimone dal "Breakfast Club", come se i ragazzi avessero scontato la punizione e fossero finalmente usciti da scuola per cominciare le loro vite: con la presenza in entrambi i film di Emilio Estevez, Judd Nelson e Ally Sheedy la cosa sembra spesso, involontariamente(?), verificarsi. Eppure dove prima c'era Molly Ringwald, qui invece la bella di turno è una giovanissima Demi Moore dalla voce che più roca non si può, sensuale e magnetica dall'inizio alla fine, quando dovrà dimostrarsi, tra l'altro, la più fragile del gruppo. Completano il quadro Andrew McCarthy (proprio da "Bella in rosa"), Mare Winningham (poi vista in "Grey's Anatomy" nei panni della matrigna di Meredith) e quel Rob Lowe che finirà per recitare in tantissime produzioni televisive USA (le più famose "The West Wing", "Brothers & Sisters" e ora " Parks and Recreation"). L'effetto amicizia-di-gruppo è inevitabilmente lo stesso e finisce per riportare a quella bella sensazione che già il 'Club' mi aveva regalato.
Inutile, quindi, dire che anche questa storia mi sia piaciuta, nonostante alcuni limiti di approfondimento di trama e personaggi e alcuni aspetti sinceramente evitabili (l'infatuamento d'amore di Estevez per Andie MacDowell è sinceramente la storia più inutile).
Nonostante la storia qui sia meno originale e interessante, l'atmosfera era proprio quella che stavo cercando e, nella mia ottica, il film ha risposto bene alla mia richiesta di anni '80, drammi post adolescenza e romanticherie che, al giorno d'oggi, appartengono quasi più ai bambini che agli adulti. Negli anni '00 la timida e sfigata Wendy sarebbe stata letteralmente forzata al cambiamento in 'puttanone' dalle sue amiche più cool, invece di rispettare il suo essere ciò e chi vuole; Jules sarebbe certamente finita morta in qualche vicolo dopo essersi fatta di qualunque cosa e Kirby invece di seguire l'amata in montagna solo per riuscire a rubarle un bacio, forse si sarebbe depresso ed autocommiserato fino alla fine della storia. Ogni tanto, insomma, non fa male qualche storia all'acqua di rose.
In quest'ottica - semplificata - la caratterizzazione dei personaggi è molto spiccata, ma solo in superficie. Ognuno dei 7 ha caratteristiche decisamente evidenti (ragazzo in carriera, bella che ha bisogno di veri amici dopo che si è circondata di uomini che non la amano, sfigatina casa e chiesa che si emancipa dalla famiglia, alternativo intelligente e segretamente innamorato dell'amica, quest'ultima di classe, intelligente e con una carriera pronta a prendere il volo... ecc), ma non si approfondisce nessuno oltre il cliché che incarna. Le situazioni teen drama sono particolarmente incentrate sull'amore e le dinamiche di un gruppo che parte affiatato e sicuro, si sfalda e finirà (qui troppo semplificatamente, però) per riassemblarsi per ripartire con nuovi e più maturi presupposti.
Come al solito, a seconda dell'aspettativa che si ha, il risultato finale ne sarà potenzialmente influenzato. Di fatto io ho trovato ciò che cercavo e ho gradito "St. Elmo's Fire" come avevo gradito gli altri simili esperimenti filmici. Non è un capolavoro, mi pare ovvio, ma nel complesso funzione ed intrattiene.
Consigli: Anche in lingua originale è molto semplice da capire (io l'ho visto senza sottotitoli). Carino, fresco e senza pretese. Ottimo per una serata tranquilla alla riscoperta di un genere adesso decisamente cambiato che, ai nostalgici, finirà inevitabilmente per piacere.
Parola chiave: Amicizia.

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Bengi

lunedì 24 giugno 2013

Film 560 - The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1

Procediamo sicuri verso il finale anche di questa saga. Finalmente.

Film 560: "The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1" (2013) di Bill Condon
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Licia
Pensieri: Di una lentezza infinita la prima parte del film (con matrimonio incorporato) e di un ribrezzo infinito la seconda (Bella anoressica al limite dello scheletro a causa della gravidanza vampira). Ma, in fin dei conti, lenta anche la seconda parte.
"Twilight" non si smentisce e riesce a raccontare quello che potrebbe avvenire in mezz'ora narrandolo per un'eternità inespressiva firmata Kristen Stewart, che questa volta viene finalmente tramutata in sbrilluccicante vampira (ma solo proprio alla fine fine, quando sei già pronto a donare un rene purché la facciano finita). 117 minuti di parte #1 sono decisamente troppi, come troppo tempo viene dedicato ad una luna di miele con sesso umano-vampiro in cui di fatto, a parte il momento coito, non succede nulla. Lei, tra l'altro, è sexy e disinvolta come una colonna del Partenone.
Il resto dei macrotemi rimangono invariati rispetto alle precedenti pellicole, con un triangolo amoroso di grandi litigi ed ormoni in conflitto ed un epilogo per Jacob che ha dell'imbarazzante. In mezzo ci sono i Volturi sempre più vicini, il branco di lupi che si sfascia, una gravidanza che corrode dall'interno e un'interminabile banalità di intreccio e dialoghi.
Il romanticismo è talmente zuccheroso che è impossibile goderselo e, personalmente, trovo veramente sconcertante come nel 2013 si possa ancora vendere la magia di una storia d'amore che parte da lei minorenne alternativa, innamorata di lui bello e tenebroso (ma poi sensibile), con annesso matrimonio allo scoccare dei 18 anni e appiccicata gravidanza di lì a qualche mese(?) o settimana(?) con, sullo sfondo, un terzo poveretto che muore d'invidia e finisce per beccarsi un bacio di ripicca - ma poi va bene a tutti, diventeremo una grande famiglia - e a finire innamorato (che poi è l'imprinting) della figlia ibrido umano-vampira di colei di cui era innamorato (ma senza l'imprinting) e il suo rivale in amore. Mi sembra una specie di storia malsana e morbosa, dove il vecchio di turno si becca sempre la bambina che ha bisogno di essere protetta e salvata. Non credo - o meglio, dal mio punto di vista non mi sembra - sia un modello felice da proporre a milioni di ragazzine mononeuroniche che non aspettano altro che trovare il 'principe azzurro'.
Mi rendo perfettamente conto che dalle storie raccontate ognuno trae le proprie conclusioni, si spera sempre in maniera matura. Di fatto, però, non riesco a non pensare che si riproponga un modello di femminilità al limite del servilismo e un concetto di relazione 'a tutti i costi' che francamente mi spaventa. Qual è il limite della propria persona in una relazione e dove la linea che demarca la rivendicazione di sé stessi a prescindere da un amore che, per quanto bello e totalizzante, dovrebbe comunque risultare un'esperienza da vivere consci della propria persona e personalità?
Non è falso scandalizzarsi o un moralismo anni '00, semplicemente mi ha lasciato perplesso come ancora non si possa prescindere dall'idea di relazione in cui sentirsi realizzati e completi quando, di fatto, un personaggio(/persona) come Bella nella propria vita ha vissuto veramente pochissime esperienze per poter scegliere qualcosa che duri l'eternità. Anche se, nell'ottica del target del film, la prospettiva di regalare al pubblico l'idea del 'per sempre' fa certamente la differenza (e gli incassi lo dimostrano: $712,171,856 al botteghino mondiale).
Per quanto, comunque, "The Twilight Saga: Breaking Dawn - Part 1" sia migliore dei precedenti due, la virata patinata che ha preso la saga rispetto al primo film della Hardwicke non mi piace e, anzi, mi sembra lampante come alla fine ci si sia concentrati solo sull'aspetto commerciale legato a questo prodotto firmato Stephenie Meyer, relegando allo sfondo qualsiasi altro aspetto della trama che non facesse parte della tripletta Bella-Edward-Jacob.
Nemmeno questo quarto capitolo mi è piaciuto e, purtroppo, ho ritrovato nuovamente replicati tutti gli aspetti negativi che già si erano evidenziati con i precedenti "New Moon" ed "Eclipse". Vedremo se la parte #2 riuscirà nel miracolo salva-"Twilight".
Ps. Una cosa che ho trovato molto divertente riguarda l'imprinting, qui usato per spiegare il momento in cui un lupo si lega inesorabilmente per la vita alla sua compagna, una specie di amore-oltre, qualcosa di imprescindibile una volta che si è verificato. Recentemente e per puro caso ho scoperto che l'imprinting è un fenomeno studiato in maniera maggiore legato agli uccelli: al momento della schiusa il pulcino è naturalmente portato a seguire la prima cosa movente che apparirà nel suo campo visivo, identificandola come 'madre'.
Non so se la Meyer fosse conscia dell'aspetto scientifico legato al concetto di imprinting (credo sinceramente di sì), ma in ogni caso secondo me - casuale o no - la dice lunga sull'idea di 'amore' che ha e vende l'autrice.
Film 538 - Twilight
Film 1998 - Twilight
Film 547 - The Twilight Saga: New Moon
Film 555 - The Twilight Saga: Eclipse
Film 560 - The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1
Film 562 - The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 2

Consigli: Da vedere solo legato ai precedenti capitoli dell'interminabile saga. Non è il peggiore di tutti, ma comunque non è una pellicola che rivedrei o mi sentirei di consigliare se non per farsi qualche risata ai danni del fenomeno "Twilight". Tecnicamente è anche curato (gli effetti speciali comunque non mi piacciono), ma per quanto riguarda trama e recitazione non siamo nemmeno ai minimi sindacali.
Parola chiave: Renesmee.

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Bengi

David di Donatello 2013: i vincitori

Sinceramente non sapevo nemmeno che fossimo in ballo con i David, ogni anno mi sembra diventino una ricorrenza con sempre meno spinta mediatica.
Ciò detto, trionfo per Tornatore e il suo "La migliore offerta" che, a questo punto, finirà per venire utilizzato come pellicola di rappresentanza italiana agli Academy Awards 2014 rubando, nuovamente, la possibilità di avere Sorrentino. Non che io apprezzi in particolare uno dei due autori piuttosto che l'altro, ma semplicemente mi pare che i prodotti di Sorrentino siano di più ampio respiro e abbiano quel qualcosa che possa catturare l'attenzione dello spettatore non locale.
Ennesimo premio anche a Margherita Buy che, come giustamente mi facevano notare, non vince tanto perché assolutamente versatile - fa sempre lo stesso ruolo: fatto bene, ma è sempre quello - ma perchè di fatto non c'era alcuna concorrenza. Mastandrea, invece, vince ben due premi (attore protagonista e non protagonista) venendo di fatto proclamato l'Attore della stagione passata. Ma forse il 'fattore Buy' vale anche nel suo caso.
Per il resto ormai i David mi sembrano sempre di più l'autocelebrazione del niente o della nostra incapacità di vedere questa occasione come un momento per fare sincera autocritica, evitando l'imbarazzante tendenza solita ad arruffianarsi chiunque centri con il mondo del cinema italiano. Della serie: una nomination non la si nega a nessuno. E così pellicole come "Una famiglia perfetta" ricevono ben due nomination (una per Francesca Neri Migliore attrice non protagonista!) oppure il cognome Gassmann si ritrova con una nomination alla Miglior regia esordiente per "Razzabastarda" e perfino nella stessa categoria con Laura Morante... Anche Ambra è presente grazie a "Viva l'Italia". Insomma, ce n'è per tutti... E forse perchè non c'è proprio null'altro da segnalare.
Ma ecco tutte le categorie con i rispettivi vincitori.



Miglior film
"La migliore offerta"
prodotto da Isabella Cocuzza e Arturo Paglia per Paco Cinematografica
per la regia di Giuseppe Tornatore

Migliore regista
Giuseppe TORNATORE
"La migliore offerta"

Migliore regista esordiente
Leonardo DI COSTANZO
"L'intervallo"

Migliore sceneggiatura
Roberto ANDÓ, Angelo PASQUINI
"Viva la libertà"

Migliore produttore
Domenico PROCACCI
"Diaz"

Migliore attrice protagonista
Margherita BUY
"Viaggio sola"

Migliore attore protagonista
Valerio MASTANDREA
"Gli equilibristi"

Migliore attrice non protagonista
Maya SANSA
"Bella addormentata"

Migliore attore non protagonista
Valerio MASTANDREA
"Viva la libertà"

Migliore direttore della fotografia
Marco ONORATO
"Reality"

Migliore musicista
Ennio MORRICONE
"La migliore offerta"

Migliore canzone originale
"Tutti i santi giorni" musica e testi di Simone LENZI, Antonio BARDI, Giulio POMPONI, Valerio GRISELLI, Matteo PASTORELLI e Daniele CATALUCCI interpretata da VIRGINIANA MILLER
"Tutti i santi giorni"

Migliore scenografo
Maurizio SABATINI, Raffaella GIOVANNETTI
"La migliore offerta"

Migliore costumista
Maurizio MILLENOTTI
"La migliore offerta"

Migliore TRUCCATORE
Dalia COLLI
"Reality"

Migliore ACCONCIATORE
Daniela TARTARI
"Reality"

Migliore montatore
Benni ATRIA
"Diaz"

Miglior fonico di presa diretta
Remo UGOLINELLI, Alessandro PALMERINI
"Diaz"

Migliori effetti DIGITALI
STORYTELLER - Mario ZANOT
"Diaz"

Miglior film dell'Unione Europea
"Amour"
di Michael HANEKE (Teodora Film e Spazio Cinema)

Miglior film straniero
"Django Unchained" di Quentin TARANTINO (Warner Bros)

Miglior documentario di lungometraggio
"Anija (La nave)" di Roland Sejko

Miglior cortometraggio
"L'esecuzione" di Enrico Iannaccone

David Giovani
"La migliore offerta" di Giuseppe Tornatore

David alla Carriera
Vincenzo CERAMI

Bengi

venerdì 14 giugno 2013

Film 559 - La grande bellezza

La pellicola del momento, capace di far discutere e chiacchierare. Le opinioni che mi sono giunte andavano dall'adorazione al rifiuto totale, passando per una vaga incomprensione del risultato finale.
Nel mio piccolo, non potevo esimermi dal vedere questa nuova ennesima controversa opera del cinema italiano contemporaneo: troppe opinioni a riguardo per non farmene una mia. E poi mi avevano caldamente consigliato di vederlo...

Film 559: "La grande bellezza" (2013) di Paolo Sorrentino
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Ale
Pensieri: Il complesso susseguirsi di eventi narrato in questa storia è tale soprattutto per una messa in scena forzatamente non narrativa. Un pezzo dopo l'altro, si fatica a mettere insieme i momenti-sipario che caratterizzano l'insieme - specialmente all'inizio del film, quando ancora tutto è nuovo agli occhi dello spettatore, anche il modo di raccontare la storia - e ci si ritrova spesso storditi in una miriade di input in entrata che faticano ad avere una risposta d'uscita.
L'uscita, questa volta però dalla sala, è accompagnata da un momento di vuoto d'opinione e smarrimento in cui sono più le domande ronzanti in testa che le risposte. Il mio personale primo quesito è stato: chi è veramente Jep Gambardella? Un genio del male o un miserabile, schiacciato dalle sue stesse scelte di vita? Insomma... ci è o ci fa?
E poi ancora: qual è il significato rivestito da certi personaggi di contorno (per esempio il vicino di casa che si affaccia sempre al balcone, muto e una volta appare in compagnia di una donna e un altro soggetto - di evidenti differenti estrazioni sociali - che finiscono per baciarsi mentre il vicino resta impalato a fissare il vuoto come suo solito)? Cosa sottintendono i fenicotteri alla fine del film? Ramona, che nella sua ultima apparizione sembra essere morta ma poi si risveglia, è veramente viva come sembra o in realtà è una specie di momento onirico in cui Jep percepisce la sua presenza (lei vede il mare nel soffitto, lui non lo vede più... O siamo solo noi spettatori a non vederlo più?)?
Consapevole del copioso momento-spoiler (anche se mi sono francamente limitato), allargo il campo alla più generica domanda: ma "La grande bellezza" che film è?
Non ho risposta a questa domanda, nel senso che non si può prescindere dall'opinione personale e quindi ho solo la mia visione di quest'ultima fatica di Sorrentino: ho apprezzato la pellicola, ma ammetto che la messa in scena è spiazzante. Certamente diverso da tutto il cinema italiano contemporaneo (che ho visto), questo è più un prodotto figlio di altri tempi (molti passaggi mi hanno ricordato Fellini e Pasolini) ai cui meccanismi non siamo (più) abituati. Solitamente facilitati da intrecci lineari o banali favolette, la sfacciata irregolarità di questo racconto diventa, per il pubblico a cui piace, valore aggiunto e motivo di plauso per un estro creativo che al giorno d'oggi è più miraggio che realtà. D'altro canto, chi non apprezza, troverà il tutto molto fastidioso e quasi sfrontato.
La ricerca di una prospettiva che non sia la classica inquadratura è oggettivamente un pregio e l'impressione che ho avuto, nel complesso, è di un film in 'costante movimento'. Le numerose carrellate col dolly danno l'impressione di essere sempre a rincorrere qualcosa che sfugge, che siano i personaggi, che sia il senso intimo del film. La movimentata Roma delle feste che annaspa nella solitudine e nella frustrante incapacità di realizzarsi - troppo pigra o sfortunata - si ritrova poi a tenersi compagnia nelle serate tra amici, dove la falsa e ipocrita immagine di sé stessi viene denudata e derisa, ma mette bene in luce quanto di questi tempi la coerenza e la trasparenza siano più bei concetti che veri e propri doveri morali. E allora cosa resta? Cosa salva tutto (e tutti)? Per Jep è la ricerca, appunto, della grande bellezza. Proprio lui che ha speso la propria vita a diventare uomo mondano capace non solo di vivere 'la festa', ma anche di decretarne la distruzione e poco si direbbe intenzionato a ricercare una bellezza che vada oltre il fugace momento di una serata.
Il personaggio interpretato da Toni Servillo è magnetico protagonista e filtro di una serie di improbabili situazioni, dal rito del botox "da salotto" al tour notturno della Capitale grazie al misterioso uomo che custodisce tutte le chiavi che contano, dalla suora centenaria a cui è affidata una delle battute che rimane più impresse ("Sai perchè mangio solo radici? Perché le radici sono importanti"), all'Isabella Ferrari più vuota di sempre ("Che lavoro fai?", "Io sono ricca"), ma anche momenti di quotidiana umanità in cui il ricordo del primo grande amore inebria nostalgico la mente di Jep.
E' tutto un mosaico che se ami funziona e ammalia e fornisce un amaro spaccato della società contemporanea che non risparmia nessuno: il non accettare la propria età (la maggior parte delle persone presenti ai party ha certamente superato gli 'anta'), il vendere un'immagine falsa di sé stessi (la performer all'inizio del film), il tedio di una vita fatta di superficie, lo squallore che diventa il quotidiano (Ramona/Sabrina Ferilli che fa la spogliarellista nel locale del padre), l'egoismo sconfinato (i genitori che sfruttano la 'bambina artista' che sfoga tutta la sua rabbia e la frustrazione della sua condizione contro una tela), passando per una non certo leggera critica al mondo ecclesiastico (qui più interessato agli aspetti molto terreni piuttosto che alla fede e all'aiuto spirituale). Un insieme talvolta impietoso che mette tristezza, accompagnato però da una cornice bellissima che è Roma in un affascinante mood decadente (l'anziana aristocrazia che gioca a carte negli enormi palazzi vuoti fa sorridere, ma poi realizzi...).
Insomma, preso con il necessario spirito di penitenza "La grande bellezza" è un film che lascia innumerevoli spunti su cui riflettere ed è spesso capace di sprigionare un magnetismo anche dovuto a suoi certi passaggi indecifrabili. Carlo Verdone è un grande perdente e Sabrina Ferilli ha la giusta dose di coattagine locale che rappresenta con cognizione di causa. Servillo indossa la maschera del suo Jep come una seconda pelle e, fatta eccezione per il faticoso accento che solo ogni tanto sfoggia fastidiosamente, suscita una certa benevolenza, quasi affetto. Un po' come quello che ha per lui la sua domestica.
Poetico l'intro della pellicola, con coro femminile a tracciare quello che sarà il tema musicale della pellicola e che accompagna il primo momento significativo del film: il turista giapponese osserva il panorama e viene colto da un malore. Come Napoli, vedi Roma e poi muori.

Consigli: Dopo "This Must Be the Place" un'altra opera di grande richiamo per Sorrentino che, piaccia o no, è uno dei pochi italiani capaci di dare un'impronta alle sue storie. Questo "La grande bellezza" è certamente controverso e non facile e richiede costante attenzione per 142 minuti filati quasi mai semplici o distensivi. Interessante il ruolo della Ferilli che spezza un po' lo snobbismo generale; fantastica la scena in cui Jep smonta, uno dopo l'altro, i pilastri di moralità e senso civico dell'amica Stefania, autocelebrato baluardo di impegno sociale e famiglia. Dadina, la caporedattrice nana, è un personaggio bello e autoironico, mentre non mancano i cameo di volti più o meno noti: da Serena Grandi tiratrice di coca ad Antonello Venditti vicino di tavolo, passando per Giorgio Pasotti e perfino una biondissima Fanny Ardant.
Certamente da vedere, è il film italiano del 2013.
Ps. 5.267.312€ di incasso in Italia.
Parola chiave: L'apparato umano.

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Bengi

giovedì 6 giugno 2013

Film 558 - Miele

Ancora cinema italiano, questa volta attirato dalle numerose buonissime recensioni. E dall'esordio alla regia di una come Valeria Golino.

Film 558: "Miele" (2013) di Valeria Golino
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Marco (Mi)
Pensieri: Valeria Golino è uno di quei personaggi che ti piace o non ti piace, senza troppe vie di mezzo. Personalmente ciò che apprezzo di lei è che fa esattamente quello che vuole fare, scegliendo ogni volta un nuovo modo di mettersi in gioco.
Questa volta la prova è più ardua, dato che per "Miele" ha scelto non di recitare, ma di scrivere la sceneggiatura - liberamente tratta dal romanzo "A nome tuo" di Angela Del Fabbro - e di curarne la regia decretando, di fatto, il suo esordio nel campo del lungometraggio. Un esordio che non passa inosservato.
La Golino ha un occhio molto attento per i particolari fisici, su cui spesso decide di soffermare l'inquadratura per determinare in maniera efficace ed inequivocabile i sentimenti dei suoi personaggi. Così facendo, tra l'altro, riesce nell'intento di creare un contatto con lo spettatore, un'intimità profonda che lo legherà a Irene/Miele per tutta la durata del film. In queste scelte molto 'fisiche' Jasmine Trinca è sempre perfetta: sguardo intenso ed emotivamente molto carico, un corpo al servizio del racconto che non si risparmia niente e, anzi, gioca di squadra con la telecamera, finendo per raccontare tutto ciò che le parole non possono dire. Sicuramente da questo punto di vista "Miele" riesce bene.
Ho trovato, invece, che a volte si scivoli sui dialoghi. Un'impostazione troppo rigida e antiquata delle parole a volte finisce per rendere i discorsi tra i personaggi irreali o talmente impostati da risultarlo. Succede, così, che in alcuni passaggi il lavoro di fiction si palesi, guastando la naturalità interpretativa che regna per quasi tutta la pellicola. La Trinca in quest'ottica funziona quasi sempre, ma anche lei finisce per commettere qualche passo falso che, comunque, non intacca di fatto l'idea generale della sua buona performance.
Tra i comprimari Carlo Cecchi è certamente quello che rimane più impresso, bravissimo nell'interpretazione dell'ingegnere che diventa per breve tempo amico di Irene. I due, che prima si scontrano, finisco per scoprirsi anime affini (quasi una relazione platonica) e per il breve momento in cui condivideranno il loro tempo, riusciranno ad abbattere i reciproci muri eretti giocoforza ognuno per tutelare i propri segreti (la depressione per l'ingegnere, il lavoro per Irene). Inutile dire che l'amicizia cambierà necessariamente le loro prospettive, dove per la ragazza porterà ad una decisione drastica legata al suo silenzioso 'impiego' e per l'uomo un cambiamento di approccio al suicidio - che, se vogliamo, diventa una specie di atto di coraggio rispetto a ciò che prima l'ingegnere non si sentiva di fare, ovvero preferendo mettere fine alla sua vita di nascosto e in solitudine, fuggendo gli sguardi indiscreti altrui, approccio che pare evidente l'uomo abbia tenuto anche negli ultimi anni della sua vita -.
Pure qui l'unico neo all'interpretazione di Cecchi è una piccola cosa: a volte si mangia le parole e non sempre si capisce chiaramente tutto ciò che viene detto (a volte anche a causa dell'audio, bisogna dire, non sempre perfettamente distinguibile).
Nel complesso, insomma "Miele" mi ha lasciato un'impressione positiva. Tratta tematiche molto complesse (eutanasia, suicidio, malattia, dignità, etica) fornendo un punto di vista che, condivisibile o meno, non può non essere almeno preso in considerazione. Quello di Miele più che un lavoro è una missione in cui lei stessa crede fermamente fino a quando un 'elemento di disturbo' non le imporrà, se non una scelta morale, la necessità di schierarsi dalla parte delle sue convinzioni.
Nonostante i temi, il film non è né duro né buonista e, anzi, analizza e propone il tutto in maniera molto naturale. Lo spettatore, uscito dalla sala (io per un po' di tempo sono dovuto rimanere in silenzio a riflettere), deciderà cosa pensare dell'argomento senza poter però mettere in dubbio che il lavoro della Golino stimoli quantomeno una riflessione. Della serie: può piacere come non piacere, ma inevitabilmente si finirà per soffermarsi a pensare su quanto si è appena visto. E questo è certamente un valore aggiunto non comune a tutti i film dei giorni nostri.
Ps. Presente a Cannes 2013 nella sezine Un Certain Regard, si è portato a casa una menzione speciale da parte della Giuria Ecumenica (che lo ha segnalato assieme al giapponese "Soshite chichi ni naru").

Consigli: Il finale è prevedibile a causa di un particolare che viene svelato durante la narrazione. Sarebbe meglio non ragionarci troppo per evitare che ci si rovini proprio l'ultima scena del film, ma effettivamente è difficile non immaginarsi cosa accadrà (in chiave un po' troppo romantico-nostalgica per i miei gusti).
Il respiro internazionale della pellicola fa un certo effetto considerando che è l'esordio alla regia di un'attrice che porta al cinema tematiche tanto controverse, ma certamente la sorpresa aggiunge appeal al progetto, evitandogli quel tono provinciale solitamente comune alle pellicole italiane.
Nel complesso, quindi, vale la pena dare una chance a questa pellicola, anche solo per confrontare sé stessi con le situazioni riportate dalla sceneggiatura e regalarsi un punto di vista in più sulla questione. La Trinca poi è brava e l'intensa interpretazione - un po' lesbo dark - colpirà sicuramente lo spettatore.
Parola chiave: Lamputal.

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Bengi

mercoledì 5 giugno 2013

Film 532 - La madre

In ritardo, ma è giunto il momento anche per questa recensione.


Film 532: "La madre" (2013) di Andrés Muschietti
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia:
Pensieri: Nonostante il film non mi sia sembrato granché, devo dire che Jessica Chastain non smette di lasciarmi affascinato. Salta da una pellicola all'altra come se niente fosse, abbracciando i progetti più disparati e, di conseguenza, i generi più diversi.
Dopo essersi calata nei panni di agente della Mossad, svampita bionda dal cuore tenerissimo e poi ancora agente della CIA (ecc, ecc), questa volta l'attrice interpreta i più ribelli panni di una rocker dal piglio duro che finirà a fare i conti con una nuova famiglia e un misterioso segreto. Che, a dire il vero, misterioso per lo spettatore non lo è affatto.
Il segreto de "La madre", infatti, non solo è facilmente intuibile, ma anche presto svelato, limitando di molto la portata horror di questo prodotto voluto da Guillermo del Toro (e sinceramente molto simile ad altri prodotti del genere made in Spain, come per esempio "Non avere paura del buio", sempre prodotto da del Toro). Di fatto l'elemento di paura viene poi disciolto in qualche mistica spiegazione dai tratti fiabeschi - per quanto dark - e il tutto è necessariamente rivalutato nella nuova prospettiva lanciata da un finale che certo non ti aspetti. O non vorresti.
Dove in prodotti come "La casa" non si lemosina certo in macabre trovate splatter o orrifiche, qui si sceglie per un approccio più mentale che visivo, dove la pauraè un'ombra proiettata sul muro, senza mai concretizzarsi in un vero spavento; per poi cedere ad una virata fuori tema tra il gotico e il già visto (la madre del titolo 'adotta' le due bambine per il trauma del suo figlioletto morto).
Onestamente le mie aspettative erano orientate più all'horror vero e proprio che a quello che viene mostrato qui. Non mi sono mai davvero spaventato e non mi sono francamente mai sentito coinvolto o veramente preso dalla trama. L'unico motivo per cui vale la visione di questo "Mama" è proprio la buona performance della Chastain, per quanto il suo personaggio sia perfettamente decodificabile fin dall'inizio, con un'evoluzione personale di certo non originale (prima Annabel non se la sente di fare da madre alle nipotine acquisite, poi finirà per affezionarcisi e amarle come sue, compiendo estremi sacrifici per loro), ma resa dall'attrice in maniera credibile nonostante l'orrenda parrucca stile "Non è un paese per vecchi" che le hanno fatto indossare.
Insomma, tutto sommato questa pellicola non è malvagia, ma nemmeno ciò che speravo di trovare. Le premesse horror sembrano esserci nell'interessante prologo e la successiva parte in cui le bambine vengono mostrate come selvaggi ragnetti che si nascondono nell'ombra, ma per come prosegue la trama l'insieme non mi ha sodisfatto.
Consigli: E' meno spaventoso di quanto uno non vorrebbe e più in linea con quelle pellicole che alla paura della immagini preveriscono sussurri, ombre e supposizioni dei protagonisti. Quando tutto il mistero legata alla figura di Madre viene svelato, si rimane un po' insoddisfatti.
E' una buona soluzione per una serata in compagnia o alla ricerca di svago. La Chastain funziona anche in questo ruolo e anche solo per questo motivo si può dare unapossibilità al film.
Parola chiave: Manicomio.

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