giovedì 9 gennaio 2014

Film 650 - Piovono polpette

Dato che con la tessera 3 c'era l'ingresso per andare a vedere il secondo episodio, domenica abbiamo recuperato il primo per un giusto continuum temporale.

Film 650: "Piovono polpette" (2009) di Phil Lord, Christopher Miller
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Me lo ricordavo carino, ma non così divertente in effetti!
Favoletta per bambini dalla brillante idea di base - scienziato genialoide ed incompreso inventa macchina che trasforma l'acqua in cibo e, per errore, la manda in orbita, causando pioggia di cibo tramite le nuvole -, preso per il puro divertimento che è, "Piovono polpette" è un vero e proprio spasso.
Tutti i personaggi sono caratterizzati in maniera perfetta, da Flint al poliziotto Earl, e insieme formano un mix esplosivo trascinante e in grado di rendere la storia buffa, leggermente pazza e con picchi di divertimento che, per quanto mi riguarda, hanno toccato il massimo durante la nevicata di gelato con la prima battaglia a palle di neve di Flint.
"Cloudy with a Chance of Meatballs" è un bell'esempio di cinema per ragazzi in grado di intrattenere anche gli adulti con una storia per niente banale - tratta dall'omonimo libro per ragazzi scritto da Judi Barrett e illustrato da Ron Barrett - e mai volgare con, anzi, la quasi totale assenza di un lato romantico che vada oltre il castissimo bacio tra Flint e la bella meteorologa Sam. Da questo punto di vista, infatti, il film è più concentrato a lanciare altri messaggi, come la realizzazione del sogno personale, il non vergognarsi di sé stessi (con un riguardo particolare a chi cela la sua competenza, che può spaventare, dietro un aspetto carino e u po' sciocco), il valore dell'amicizia e della famiglia e, da non sottovalutare, promuove la figura dello scienziato nell'immaginario infatile (anche se Flint è accostato alla classica idea del personaggio geniale e maldestro che gioca con le sue strumentazioni ultratecnologiche, è con Sam che si da un'idea di scienza più concreta e applicabile al lavoro quotidiano, stabile e costante).
Insomma, anche se non me lo aspettavo davvero, ho trovato "Piovono polpette" ancora più divertente che la prima volta in cui l'ho visto e, per questo, la voglia di vedere il seguito è aumentata esponenzialmente.
Ps. 100 milioni di dollari di budget, un incasso mondiale di $243,006,126 e una nomination ai Golden Globes come Miglior film d'animazione.
Film 142 - Piovono polpette

Consigli: Per una serata spensierata questo è un cartoon perfetto e davvero ben realizzato. A tratti è una favoletta, a tratti è geniale, comunque il risultato è un bel sorriso stampato in faccia allo spettatore.
Parola chiave: FLDSMDFR.

Trailer

Bengi

mercoledì 8 gennaio 2014

BAFTA Awards 2014: le nomination

La serata dei Golden Globes è alle porte (domenica 12), le nomination agli Academy Awards stanno per essere annunciate (il 16 gennaio) e si comincia ad entrare davvero nel vivo della competizione. Le pellicole candidate sono più o meno le stesse per ogni cerimonia di premiazione e questo discorso vale anche oggi, con l'annuncio delle nomination ai BAFTA Awards, gli Oscar inglesi.

Più tecnici dei Golden Globes e quindi molto più vicini agli Oscar da questo punto di vista, i BAFTA hanno sempre un occhio di riguardo per il proprio cinema inglese, salvaguardandolo attraverso categorie ad hoc a cui possono accedervi solo i titoli nazionali - altrimenti le categorie sarebbero certo saturante da un numero ingente di titoli anglofoni, sì, ma americani -.
Come ci si augura sarà anche per gli Academy Awards, anche qui l'Italia è presente nella categoria Miglior film straniero grazie a "La grande bellezza" di Sorrentino che pare riscontrare molti consensi all'estero.
Non deve sorprendere, invece, il trovare "Dietro i candelabri" candidato qui nonostante sia nato come prodotto tv: anche nel Regno Unito, come in Italia, l'ultima (?) fatica di Soderbergh è passata non per il piccolo, ma per il grande schermo.

La cerimonia di premiazione si terrà domenica 16 febbraio presso il Royal Opera House di Londra. Ecco tutte le candidature.

67th British Academy Film Awards

Best Film
Nominees:
12 anni schiavo (2013)
American Hustle - L'apparenza inganna (2013)
Captain Phillips - Attacco in mare aperto (2013)
Gravity (2013)
Philomena (2013)

Alexander Korda Award for Outstanding British Film of the Year
Nominees:
Gravity (2013)
Mandela: Long Walk to Freedom (2013)
Philomena (2013)
Rush (2013/I)
Saving Mr. Banks (2013)
The Selfish Giant (2013)

Best Actor
Nominees:
Christian Bale for American Hustle - L'apparenza inganna (2013)
Bruce Dern for Nebraska (2013)
Leonardo DiCaprio for The Wolf of Wall Street (2013)
Chiwetel Ejiofor for 12 anni schiavo (2013)
Tom Hanks for Captain Phillips - Attacco in mare aperto (2013)

Best Actress
Nominees:
Amy Adams for American Hustle - L'apparenza inganna (2013)
Sandra Bullock for Gravity (2013)
Cate Blanchett for Blue Jasmine (2013)
Judi Dench for Philomena (2013)
Emma Thompson for Saving Mr. Banks (2013)

Best Supporting Actor
Nominees:
Barkhad Abdi for Captain Phillips - Attacco in mare aperto (2013)
Daniel Brühl for Rush (2013/I)
Bradley Cooper for American Hustle - L'apparenza inganna (2013)
Matt Damon for Dietro i candelabri (2013) (TV)
Michael Fassbender for 12 anni schiavo (2013)

Best Supporting Actress
Nominees:
Sally Hawkins for Blue Jasmine (2013)
Jennifer Lawrence for American Hustle - L'apparenza inganna (2013)
Julia Roberts for I segreti di Osage County (2013)
Lupita Nyong'o for 12 anni schiavo (2013)
Oprah Winfrey for Lee Daniels' The Butler (2013/I)

David Lean Award for Achievement in Direction
Nominees:
Alfonso Cuarón for Gravity (2013)
Paul Greengrass for Captain Phillips - Attacco in mare aperto (2013)
Steve McQueen for 12 anni schiavo (2013)
David O. Russell for American Hustle - L'apparenza inganna (2013)
Martin Scorsese for The Wolf of Wall Street (2013)

Best Screenplay (Original)
Nominees:
American Hustle - L'apparenza inganna (2013): Eric Singer, David O. Russell
Blue Jasmine (2013): Woody Allen
Gravity (2013): Alfonso Cuarón
A proposito di Davis (2013): Joel Coen, Ethan Coen
Nebraska (2013): Bob Nelson

Best Screenplay (Adapted)
Nominees:
Dietro i candelabri (2013) (TV): Richard LaGravenese
Captain Phillips - Attacco in mare aperto (2013): Billy Ray
Philomena (2013): Steve Coogan, Jeff Pope
12 anni schiavo (2013): John Ridley
The Wolf of Wall Street (2013): Terence Winter

Best Cinematography
Nominees:
Captain Phillips - Attacco in mare aperto (2013): Barry Ackroyd
Gravity (2013): Emmanuel Lubezki
A proposito di Davis (2013): Bruno Delbonnel
Nebraska (2013): Phedon Papamichael
12 anni schiavo (2013): Sean Bobbitt

Best Editing
Nominees:
12 anni schiavo (2013): Joe Walker
Captain Phillips - Attacco in mare aperto (2013): Christopher Rouse
Gravity (2013): Mark Sanger
Rush (2013/I): Daniel P. Hanley, Mike Hill
The Wolf of Wall Street (2013): Thelma Schoonmaker

Best Production Design
Nominees:
American Hustle - L'apparenza inganna (2013)
Dietro i candelabri (2013) (TV)
Gravity (2013)
Il grande Gatsby (2013)
12 anni schiavo (2013)

Best Costume Design
Nominees:
American Hustle - L'apparenza inganna (2013)
Dietro i candelabri (2013) (TV)
Il grande Gatsby (2013)
The Invisible Woman (2013)
Saving Mr. Banks (2013)

Original Music
Nominees:
Storia di una ladra di libri (2013): John Williams
Captain Phillips - Attacco in mare aperto (2013): Henry Jackman
Gravity (2013): Steven Price
Saving Mr. Banks (2013): Thomas Newman
12 anni schiavo (2013): Hans Zimmer

Best Make Up/Hair
Nominees:
American Hustle - L'apparenza inganna (2013)
Dietro i candelabri (2013) (TV)
Il grande Gatsby (2013)
Lee Daniels' The Butler (2013/I)
Lo Hobbit - La desolazione di Smaug (2013)

Best Sound
Nominees:
Tutto è perduto (2013)
Captain Phillips - Attacco in mare aperto (2013)
Gravity (2013)
A proposito di Davis (2013)
Rush (2013/I)

Best Achievement in Special Visual Effects
Nominees:
Gravity (2013)
Lo Hobbit - La desolazione di Smaug (2013)
Iron Man 3 (2013)
Pacific Rim (2013)
Into Darkness - Star Trek (2013)

Best Film not in the English Language
Nominees:
L'atto di uccidere (2012): Joshua Oppenheimer, Signe Byrge Sørensen
La vita di Adele (2013): Abdellatif Kechiche, Brahim Chioua, Vincent Maraval
La grande bellezza (2013): Paolo Sorrentino, Francesca Cima, Nicola Giuliano
Metro Manila (2013): Sean Ellis, Mathilde Charpentier
La bicicletta verde (2012): Haifaa Al-Mansour, Roman Paul, Gerhard Meixner

Best Animated Feature Film
Nominees:
Cattivissimo me 2 (2013)
Monsters University (2013)
Frozen - Il regno di ghiaccio (2013/I)

Best Documentary
Nominees:
L'atto di uccidere (2012)
The Armstrong Lie (2013)
Blackfish (2013)
Tim's Vermeer (2013)
We Steal Secrets: The Story of WikiLeaks (2013)

EE Rising Star Award
Nominees:
Dane DeHaan
George MacKay
Lupita Nyong'o
Will Poulter
Léa Seydoux

Outstanding Debut by a British Writer, Director or Producer
Nominees:
Saving Mr. Banks (2013): Kelly Marcel
Good Vibrations (2012): Colin Carberry, Glenn Patterson
Kieran Evans: Kelly + Victoria
For Those in Peril (2013): Paul Wright, Polly Stokes
Shell (2012/I): Scott Graham

Best Short Animation
Nominees:
Everything I Can See From Here (2013): Bjorn-Erik Aschim, Sam Taylor, Friederike Nicolaus
I Am Tom Moody (2012): Ainslie Henderson
Sleeping with the Fishes (2013/II): Yousif Al-Khalifa, Sarah Woolner, James Walker

Best Short Film
Nominees:
Island Queen (2012): Ben Mallaby, Nat Luurtsema
Keeping Up with the Joneses (2013): Michael Pearce, Selina Lim, Megan Rubens
Orbit Ever After (2013): Jamie Magnus Stone, Chee-Lan Chan, Len Rowles
Room 8 (2013): James W. Griffiths, Sophie Venner
Sea View (2013): Anna Duffield, Jane Linfoot

Bengi

martedì 7 gennaio 2014

Film 649 - Frozen - Il regno di ghiaccio

Primo film visto al cinema di questo 2014!

Film 649: "Frozen - Il regno di ghiaccio" (2013) di Chris Buck, Jennifer Lee
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: La storia delle due sorelle principesse di Arendelle di cui una è una normalissima ragazza e l'altra ha la magica capacità di poter creare e manipolare il ghiaccio che prende il nome di "Frozen" è, tutto sommato una piacevole avventura canterina che la Disney firma dopo il carinissimo "Ralph Spaccatutto" del 2012.
Il 53esimo classico della casa di Topolino torna alle principesse dopo il 'violento' cambio di tema della precedente pellicola e, per recuperare, opta per un duo - di cui una diventa pure regina - e rincara la dose fiabesca. Già, perché all'inizio "Frozen - Il regno di ghiaccio" si presenta proprio come te lo aspetteresti e forse persino un po' peggio. Moltissimi momenti cantati, il principe azzurro, l'amore a prima vista, le spalle buffe e simpatiche, un regno da salvare... Insomma, che noia!
Invece, va detto che procedendo con la storia la trama migliora e rinnega addirittura il grande must fiabesco del primo ed unico amore in favore di un'accezione più moderna e all'avanguardia della resa dei sentimenti, in primo luogo il romanticismo classico.
In linea generale, anche se mi è piaciuto meno di Ralph, questa nuova fatica animata della Disney non è poi così male. Non mi avevano parlato troppo bene di questo progetto cinematografico e, quindi, ammetto di essere arrivato in sala certamente prevenuto, ma tutto sommato il risultato finale mi sembra in linea con gli altri prodotti che la casa cinematografica sta ultimamente producendo. E' vero, in effetti ci sono state un po' troppe canzoni per i miei gusti - soprattutto perché in italiano cantate, tra gli altri, da Serena Autieri -, però ero preparato ad una specie di "Moulin Rouge!" versione animata, quindi pensavo molto peggio!
Esteticamente colpisce soprattutto la bella resa del personaggio di Elsa che, al momento dell'accettazione di sé e creazione del suo castello di ghiaccio, ruba la scena a qualunque altro personaggio con una chioma albina scompigliata al vento ed un vestito di cristalli di ghiaccio che farebbe invidia a qualunque stilista; il castello presenta una bellissima architettura e ricorda uno di quegli hotel di ghiaccio che si vedono in Svezia o Norvegia (la pellicola, tra l'altro, è ambientata nell'antica Scandinavia). Il resto della realizzazione animata suscita meno interesse e, anzi, in generale non si discosta nemmeno troppo da quella di "Rapunzel - L'intreccio della torre". 

Per quando riguarda il doppiaggio, invece, grande successo di critica hanno riscosso in America Kristen Bell (Anna), Josh Gad (Olaf) e Idina Menzel (Elsa) che nella parte dei protagonisti della storia hanno fatto furore. La Menzel, tra l'altro, ha vinto un Tony Award per "Wicked". In Italia, invece, il doppiaggio non proprio felice di Serena Rossi, Enrico Brignano e la Autieri tampona come può le carenze dovute ad un CV attoriale e musicale che può essere definito tale solo da noi.
Doppiatori a parte, comunque, questo "Frozen - Il regno di ghiaccio" è stata pellicola perfetta per le feste ed accompagnamento giustissimo di una serata di totale disimpegno. La Disney, a mio avviso, dovrebbe osare in nuovi campi che prescindano principi, principesse e castelli in favore di qualche favola, sì, ma dal sapore più moderno e interessante. Detto questo, il film rimane in ogni caso un buon prodotto commerciale, solidissimo e capace di rispettare le aspettative generate.
Ps. Andamento più che positivo al box office mondiale ($638,791,729) e, soprattutto americano: dopo 7 settimane, per la seconda volta "Frozen" torna prima in classifica. Inoltre due nomination ai Golden Globes (Miglior film d'animazione e canzone originale) e un primato per la colonna sonora del film che, dopo aver raggiunto la posizione #4 della Billboard, questo giovedì pronosticano vedrà addirittura la vetta. Sarà vero?
Film 649 - Frozen - Il regno di ghiaccio
Film 705 - Frozen
Film 1872 - Frozen II
Box Office: $980,905,905 (ad oggi)
Consigli: Piacevole e spensierata favola per famiglie decisamente molto cantata. La Disney torna più verso le proprie origini e sceglie di andare sul sicuro per le feste 2013, dimostrando che principesse e regni da salvare sono ancora in grado di farla decisamente da padroni. Tutto sommato divertente, ma il paragone con i grandi classici del passato è impensabile.
Parola chiave: Atto di vero amore.

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#HollywoodCiak
Bengi

sabato 4 gennaio 2014

Film 648 - The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca

Molto incuriosito da questa pellicola e soprattutto di scoprire perché fosse stata completamente ignorata dalle nomination ai Golden Globes di quest'anno. Sarà così anche agli Oscar? Basterà aspettare il 16 gennaio per scoprirlo!

Film 648: "The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca" (2013) di Lee Daniels
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Mi aspettavo una specie di capolavoro di cui innamorarmi o un possibile "The Help" versione maggiordomo e, invece, sono rimasto francamente un po' deluso. Non che "Lee Daniels' The Butler" sia un brutto film, assolutamente, però manca di qualcosa per essere un buon film.
Partendo dalla prima sconvolgente vicenda tra i campi di cotone della vita del futuro maggiordomo della Casa Bianca Cecil Gaines, la storia procede poi col racconto di tutta una serie di vicende legate ad innumerevoli persone e personaggi storici, oltre che ambientate durante periodi della storia americana tanto densi da far spavento (Ku Klux Klan, assassinio Kennedy e di Martin Luther King, Pantere Nere, guerra in Vietnam, ...). E, non potendo dare a tutto e tutti la giusta rilevanza, la sensazione è che il mix finale sia più che altro un calderone di ingredienti rimescolato un po' frettolosamente senza che si sia aspettato di trovare un equilibrio per il tutto. Solo per citare i Presidenti sotto cui Cecil lavora: Harry Truman, Dwight D. Eisenhower, John Fitzgerald Kennedy, Lyndon B. Johnson, Richard Nixon, Gerald Ford, Jimmy Carter e Ronald Reagan. Nel finale si vede perfino Obama.
So che la peculiarità di questa storia è proprio quella della persona che ha lavorato per ben 8 Presidenti degli Stati Uniti, però lo spazio di tempo dedicato ad ognuno è veramente troppo fugace per renderli personaggi che vadano oltre una banalissima bidimensionalità legata alla superficie di fatti che si riconosce ad ognuno di loro. E questo, per un prodotto che ha anche pretese storiche, non può andare bene.
In secondo luogo, a mio avviso, troppi volti noti ricoprono i troppi ruoli disponibili. Non si capisce quasi chi sia la star del film, considerando che il protagonista e premio Oscar Forest Whitaker non è certo una che spicca sui red-carpet internazionali e si fa presto a mettere il suo nome in ombra tra tutti questi altri: Oprah Winfrey, Robin Williams, Vanessa Redgrave, Jane Fonda, Alan Rickman, John Cusack, Lenny Kravitz, Mariah Carey. E non li ho nemmeno citati tutti. Quindi è bella, sì, l'idea della piccola parte o del cameo a molti altri grandi attori e non, però il risultato confonde o, per meglio dire, svia da quello che, secondo il titolo, dovrebbe essere il protagonista di questa vicenda ('butler' in inglese è maggiordomo, domestico).
Inoltre trovo che questa nuova fatica di Lee Daniels, dopo il durissimo "Precious", sia più consapevole delle possibili implicazioni che la pellicola potrebbe portare rispetto al precedente lavoro del regista. Grandissimo successo al botteghino in America, ci si aspettava fin da subito avrebbe ottenuto anche un numero esorbitante di candidature ai Golden Globes - ma niente - e, vedremo, agli Oscar.
In quest'ottica "The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca" ha una messa in scena molto più furba, sia per la scelta di una resa d'immagine estremamente patinata e piacente (bellissimi costumi, grande ricostruzione di set e ambientazioni attraverso le varie decadi) sia per quella serie di meccanismi che avrebbero potuto favorirlo alla corsa per i grandi premi della stagione (storia di un outsider che si fa da solo, uomo dalla morale incorruttibile, ma che sa capire e correggere i suoi errori e grande, sommessa, interpretazione di Whitaker). Il problema forse qui è che Daniels era riuscito a far bene proponendo qualcosa di suo, un film crudo e faticosissimo da guardare come non se ne vedevano da tempo, mentre con "The Butler"sembra si sia trovato meno a suo agio.
Fatta questa premessa, che per me è stata motivo di delusione, ho comunque apprezzato lo sforzo di raccontare una storia tanto traumatica e intensa, con le sue parti più o meno condivisibili. La storia di una famiglia di neri tra sopprusi e cambiamenti, in un momento storico in cui chi si ribellava alle violenze e le ingiustizie era il cattivo, mentre l'oppressore il paladino della giustizia. Nel finale il momento più bello del film sarà proprio quando Cecil capirà la verità sul figlio, dopo tante lotte e ribellioni e anni di allontanamento.
Quello che mi ha molto colpito di questa storia, comunque, è il fatto che rappresenti una serie di eventi durissimi e in molte altre situazioni dipinti come fatali per la vita umana (alcolismo, tradimento, perdita di un figlio, ostinazione caratteriale) e li presenti come assolutamente reversibili e non irreparabili. Ricominciare, ricominciare e ancora ricominciare per proseguire un cammino con, ogni volta, un rinnovato attaccamento alla vita. E' un processo silenziosissimo che non viene mai gridato qui, ma mi è rimasto particolarmente impresso.
Insomma, capisco perché in America questo film abbia avuto tanto successo - parla degli ultimi 100 anni della loro storia e poi c'è Oprah -, ma mi aspettavo che il risultato finale sarebbe stato più storico e meno emotivo. E' una storia interessante e che affronta tantissimi snodi difficili delle vicende americane, però manca davvero di magnetismo e personalità. Si potrebbe dire che "The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca" abbia adottato appieno lo "stile di vita" del suo protagonista: c'è, ma di fatto non lo senti.
Ps. Con 30 milioni di dollari spesi per produrlo e un incasso mondiale di $161,875,188, questo è nella lista di film più remunerativi del 2013.

[EDIT]: Un mio ulteriore pensiero a proposito di questo film nella recensione per "IL MURO mag": "THE BUTLER – UN MAGGIORDOMO ALLA CASA BIANCA. L’ULTIMO SUCCESSO DI LEE DANIEL"


Consigli: Alcuni l'hanno presentato come il nuovo "Forrest Gump", ma non credo che il candore di Forrest e il suo magico modo di vedere la vita sia assolutamente paragonabile. La somiglianza potrebbe stare piuttosto nella serie di eventi storici in cui il protagonista è costretto a muoversi durante la sua lunga vita. Ciò detto, "The Butler" è comunque un buon prodotto commerciale e storicamente può dare anche qualche rinfrescata, che non fa mai male. Molto lodate le interpretazioni di Forest Whitaker e soprattutto Oprah Winfrey, per la quale è plausibile aspettarsi una nomination agli Academy Awards come non protagonista dopo la prima del 1986 per "Il colore viola" e l'Oscar onorario per l'impegno umanitario ricevuto nel 2012 (quest'anno l'ha vinto Angelina Jolie).
Parola chiave: Civil Rights Act.

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Bengi

giovedì 2 gennaio 2014

Film 647 - Blue Jasmine

Ultimo film del 2013 (visto domenica 29) e primo post del 2014!

Film 647: "Blue Jasmine" (2013) di Woody Allen
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Marco, Luigi, Alice
Pensieri: Ero molto, molto, molto curioso di vedere questo film, pubblicizzato come uno dei recenti migliori di Allen, con una mostruosa interpretazione della mia adorata Cate Blanchett. E non sono rimasto deluso.
Nonostante fossi stato preparato alla visione di qualcosa molto simile alla trama di quel capolavoro che è "Un tram che si chiama Desiderio", devo dire che durante la visione la cosa non mi è mai venuta tropo alla mente, il che è stato strano, perché di fatto i grandi snodi della trama di "Blue Jasmine" sono decisamente simili al lavoro di Tennessee Williams.
La storia della ricca e facoltosa Jasmine che, dopo una serie di eventi sfortunati, è costretta a "ricordarsi" all'improvviso della sorella povera per scroccarle un posto in cui stare e le successive implicazioni con il compagno di quest'ultima, oltre che la storia d'amore basata sulle bugie che Jasmine intreccia con Dwight, in effetti ricorda molto la trama del film del 1951. Fatta pace con questo fatto, il risultato finale è comunque estremamente soddisfacente. Tutto merito - che lo dico a fare? - della performance della Blanchett.
Una pellicola che si basa essenzialmente su buoni dialoghi (in questo Allen è maestro) e sul talento recitativo dell'attrice protagonista potrebbe sembrare poco rispetto a ciò che siamo abituati a veder passare sullo schermo di questi tempi; eppure c'è più sostanza qui che in tante altre pellicole ricolme di effetti speciali e grandi nomi di star.
La Blanchett è in grado di rendere magnificamente ogni sfumatura del fortissimo disagio di Jasmine, passando dalla paranoia al panico, dall'ansia ai dialoghi in solitaria. Insomma, un'insieme di stati d'animo non certo facili né da recitare, né tantomeno da vedere. Nonostante la forte componente drammatica di "Blue Jasmine", comunque, il film scorre senza intoppi e si guarda molto volentieri. Fino a che punto la sua protagonista potrà sopportare tutto quello che le sta succedendo, lei che sembra così inadatta alla vita. E fino a che punto una donna può ridursi a bidimensionalità fatta ad ombra del marito, il cui unico interesse è quello di farsi ricoprire di gioielli per non cominciare a porsi troppe domande?
Di sicuro questa pellicola è la personalissima discesa agli inferi di una donna distrutta, colpita nell'intimo e tradita in tutte quelle che erano le sue certezze. E' uno strazio vedere quando la poveretta non riesca ad affrontare una situazione di stress senza ingerire qualche pillola innaffiati di Martini. E' vero, fa un po' cliché, ma Cate rende tutto plausibilissimo.
Stupisce alla fine che, dopo tutto il tempo passato a rendersi perfetta, la sorella Ginger/Sally Hawkins si dimostri per quello che è, ovvero uguale a sua sorella: una che, dopo tutto, pensa più volentieri al suo tornaconto. Bravo Allen a regalare un finale che non sappia di scontato o happy ending.
Ps. 2 nomination ai Golden Globes a Blanchett e Hawkins (di cui almeno la prima dovrebbe tramutarsi in candidatura all'Oscar) e un incasso mondiale di $74.9 milioni.
Film 1411 - Blue Jasmine
Consigli: Un buon cast (Cate Blanchett, Alec Baldwin, Bobby Cannavale, Louis C.K., Sally Hawkins, Peter Sarsgaard, Michael Stuhlbarg) e una storia che si segue con interesse e lascia qualche punto su cui riflettere. Un buon film di Woody Allen che, dopo "To Rome with Love" palese e(o)rrore, ritorna a dirigere al suo meglio una storia che ha ben scritto. Interessante perché vive degli stati d'animo della sua protagonista.
Parola chiave: Arredatrice d'interni.

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Bengi

martedì 31 dicembre 2013

Film 646 - Ghost Academy

Continuiamo con la bulimia post-Natale, continuiamo con la Spagna!

Film 646: "Ghost Academy" (2012) di Javier Ruiz Caldera
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: "A teacher with paranormal abilities helps a group of ghosts graduate high school" (trad. Un insegnante con abilità paranormali aiuta un gruppo di fantasmi a diplomarsi al liceo, da IMDb) è il riassunto di una trama di un film più riuscito ed efficace di sempre! Non c'è altro da aggiungere per quanto riguarda la storia.
Questa pellicola - che mi ha consigliato Licia - è simpatica e piacevolmente semplice, oltre che curiosamente collegata al film che l'ha preceduta nel mio elenco, ovvero "Gli amanti passeggeri". Ho scoperto, infatti, che sia il professore protagonista di questa storia (Raúl Arévalo) che uno dei comprimari (Carlos Areces) sono 2 dei 3 personaggi principali del film di Pedro Almodóvar. E non avevo riconosciuto nessuno dei due fuori dai panni ad alto contenuto omosessuale dell'altro film.
Coincidenze a parte, "Promoción fantasma" è una commediola adolescenziale di puro intrattenimento che si diverte a prendere in giro più o meno qualunque cosa partendo dagli archetipi horror per eccellenza, passando per i drammi adolescenziali d'amore, i conflitti di popolarità al liceo, le turbe mentali, ecc. Il calderone giocoso che viene messo insieme per questo prodotto commerciale è anche divertente se non si pretende nulla più che quasi un'ora e mezza di cervello totalmente spento, bybassando in toto la necessità di un contenuto di qualunque tipo.
Niente più di una storiella perfetta per distrarsi senza impegno. Se questo è quello che si sta cercando, "Ghost Academy" è un titolo perfetto.
Consigli: Carino, semplice e simpatico. La produzione potrebbe sembrare quasi hollywoodiana di serie B, non fosse per i set e i nomi dei personaggi. Quindi tecnicamente è anche curato, ma la storia è una favoletta facile facile che si segue senza intoppi e si dimentica senza sensi di colpa.
Parola chiave: Questione in sospeso.

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Bengi

Film 645 - Gli amanti passeggeri

Qualcosa di leggero per digerire pranzi, cene e spirito natalizio. Bulimia portami via.

Film 645: "Gli amanti passeggeri" (2013) di Pedro Almodóvar
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: "Gli amanti passeggeri" è commedia surreale al suo estremo e gioca sempre nel territorio del politicamente scorretto. Se la si accetta per la sua anima 'nera' (o rossa), è un piacevole passatempo sboccato e frivolissimo.
Nonostante si tocchi spesso la tematica sessuale anche spinta, una volta che si è deciso di stare al gioco, quest'ultima fatica di Almodóvar è capace di far sorridere in maniera maliziosa, anche se a volte tocca - letteralmente - il limite del consentito, con sensitive che fanno previsioni toccando peni, rapporti sessuali in aereo dopo che tutti sono stati drogati, balletti al limite dell'omosessualità consentita.
"L'aereo più pazzo del mondo" tramutato in quello più gay in assoluto, tra un'infinità di cliché e luoghi comuni, situazioni comiche e situazioni erotiche, per un mix finale che - se piace il genere - è capace di divertire con una leggerezza frizzante e un po' goliardica.
Certo non sarà gradito ai più tradizionalisti, forse non tanto perché il tema centrale sia il sesso, ma più che altro perché la tematica omosessuale è trattata tanto esplicitamente e volutamente esagerata. Il pubblico medio immagino non sia particolarmente avvezzo a certi tipi di discorsi, nonostante nella realtà certi atteggiamenti disinibiti (qui caricati all'eccesso) siano certamente comuni.
Globalmente "Los amantes pasajeros" è simpaticamente volgare e totalmente disinibito, sboccato e leggero, ma comunque devo ammettere che, per come me ne avevano parlato, mi ha sinceramente divertito. Non me lo aspettavo ed è stata una piacevole sorpresa.
Ps. Discreto successo internazionale ($11,649,332) e camei di Penélope Cruz, Antonio Banderas, Paz Vega.
Consigli: Non certo un capolavoro, ha comunque i suoi momenti divertenti. Bisogna mettersi da subito l'animo in pace e accettare che sesso, omosessualità, verginità e droga sono gli elementi principali che caratterizzano questa commedia e riescono ad oscurare gli altri avvenimenti che caratterizzano la storia (tra cui un atterraggio di fortuna!).
Collegato per assurdo e ampientato ad alta quota, "Gli amanti passeggeri" è un esempio di come anche gli europei possano fare una pellicola sciocca e divertente esportabile globalmente.
Parola chiave: Aereo.

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Bengi

lunedì 30 dicembre 2013

Film 644 - Troy

Dopo l'acquisto di una nuova obesità post-natalizia, tento di distrarmi dal cibo abbuffandomi di film. Questo è il primo esempio della mia bulimia cinematografica spegni-Natale.

Film 644: "Troy" (2004) di Wolfgang Petersen
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: nessuno
Pensieri: Nel grande calderone dei film-scelti-a-caso di quest'anno arriva a pelo, ma arriva, questo grandissimo esempio di cinemone colossale privo di qualcosa da dire, ovvero l'intrattenimento spensierato nella sua più alta e pura forma.
Alla regia il nome forte di Wolfgang Petersen ("La storia infinita", "Air Force One", "Poseidon"), un cast ricolmo di adoni e bionde bellezza europee (Brad Pitt, Eric Bana, Orlando Bloom, Diane Kruger) oltre che di qualche attore capace (Peter O'Toole, Julie Christie, Brendan Gleeson, Brian Cox) e nomi che sarebbero esplosi più avanti (Rose Byrne, Garrett Hedlund e Sean Bean) e, naturalmente, una delle storie più famose di tutti i tempi: l'"Iliade" di Omero.
A parte tutto questo elenco e il notevole aiuto degli effetti speciali, "Troy" non ha altro da dire. E' una pellicola piatta e priva di pathos che gioca con elementi epici senza saperli totalmente gestire e il risultato finale è un racconto abbastanza vuoto di una vicenda che ci si chiede perché si sia voluta raccontare.
Non credo sia colpa effettivamente di nessuno in particolare, ma l'insieme degli elementi davvero non funziona. E' tutto troppo succube di una resa high-tech, di una narrazione a tratti infantile e di una recitazione che vede Brad Pitt al timone di una squadra troppo spesso votata all'inespressività. Anche se hai un bel corpo e ti chiedono di mostrarlo per un terzo delle tue scene, alla lunga è evidente anche ai ciechi che non puoi recitare solo con le natiche. Aggiungo che personalmente trovo Orlando Bloom di un'inutilità infinita in questo ruolo.
Insomma, per quanto i buoni propositi di portare sullo schermo un'opera tanto importante culturalmente parlando - per quanto un buon margine di libertà sia stato concesso alla sceneggiatura -, la sensazione che "Troy" non sia niente di più che un tentativo di chiamare al cinema la grande massa media pagante non si leva mai dalla mente di chi guarda.
Ps. 175 milioni di dollari di budget e $497,409,852 di incasso mondiale. Una nomination all'Oscar per i costumi.
Film 644 - Troy
Film 2364 - Troy
Consigli: E' un buon esempio di cosa può fare Hollywood quando ha per le mani una storia universalmente conosciuta ed apprezzata e un grandissimo budget a disposizione. Ovvero un esempio di come tramutare un poema epico in un videogioco tutto azione e grandi gesti d'onore (ovvero di vendetta). Se lo si prende come strumento di intrattenimento privo di sostanza è un buon titolo da tenere presente. Anche bello da vedere perché curato nei costumi e nei set, ma di fatto non c'è molto altro che si possa apprezzare.
Parola chiave: Cavallo.

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#HollywoodCiak
Bengi

Film 643 - Dietro i candelabri

Il film del Natale 2013 è...

Film 643: "Dietro i candelabri" (2013) di Steven Soderbergh
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Marco
Pensieri: Mai pellicola recente fu più adatta ad essere intrattenimento natalizio senza esserlo effettivamente: lustrini, pellicce, candele e tanta, tanta musica suonata al pianoforte. Ci mancava una scena con un caminetto accesso e "Behind the Candelabra" poteva diventare il sottofondo di un gaio Natale.
Matt Damon e Michael Douglas si calano anima e corpo in questa ricostruzione per la tv americana della storia d'amore tra il giovane e all'inizio ingenuo Scott Thorson e il grande pianista Liberace, love story cominciata alla fine degli anni '70 e quindi assolutamente da nascondere agli occhi del pubblico che vedeva nell'artista un playboy alla ricerca della donna perfetta. Ah, la cecità.
Steven Soderbergh, che con questo lavoro ha dichiarato di volersi ritirare dal mondo del cinema, dirige in maniera egregia questo biopic sinceramente interessante e racconta la vicenda umana di due persone - un po' personaggio - e della loro (costretta) concezione dell'amore al tempo dell'omosessualità tabù. Liberace, pioniere della chirurgia estetica facciale subita ed imposta, conduce la sua esistenza all'apice di successo ed eccesso, ultrapagato intrattenitore al Las Vegas Hilton e Lake Tahoe (dove i suoi show facevano incassare $300,000 a spettacolo) nonché protettore di numerosi giovanotti in cerca di una loro strada...
E' così che la storia tra lui e Scott comincia, tra una velata lusinga e il fascino kitsch dell'opulenza, il carisma artistico e la quasi adolescenziale sottomissione e anche se il loro amore a prima vista fa sincera impressione, si segue con instancabile interesse la loro vicenda amorosa e di vita di coppia in un'epoca in cui, per stare insieme al tuo uomo e potergli riconoscere qualche diritto, l'unica opzione legale era quella di adottarlo (Woody Allen ci è arrivato più tardi).
Stramberie di legge a parte, "Dietro i candelabri" è a mio avviso buon esempio di mimetismo artistico, nel senso che è capace di rendersi al contempo eccessivo e a tratti difficile da guardare al pari del suo protagonista ispiratore e, in quest'ottica, il risultato finale non poteva essere più riuscito. La storia d'amore di queste due anime alla ricerca di certezze è un viaggio sulle montagne russe, tra droghe, delusioni, abissi di perdizione e svilimento personale, forzate lesioni corporali e la ricerca di una felicità che sta nel conforto degli oggetti, tra collezionismo ed ostentazione. Un accumulo continuo che maschera un vuoto interiore profondissimo e la paura alla fine di rimanere soli. Racconto attualissimo anche oggi.
Michael Douglas, somiglianza fisica a parte, è davvero bravo in questo ruolo assolutamente non facile e sia lui che Matt Damon dimostrano un'evidente capacità di immedesimazione nei personaggi, facendo risultare assolutamente plausibile ogni situazione, nonostante la loro fama negli anni di sex symbol e/o playboy (ma poi noi italiani siamo abbastanza abituati a vedere anzianità e gioventù incontrarsi nel piacere di un bacio). Non tutto quello che è mostrato piace, però il racconto è questo e, anche se non è certamente per il pubblico medio tutto, il bello dei film che raccontano la storia vera di qualcuno sta proprio nel rappresentarne la vita nel bene e nel male. La grande libertà con cui oggi questa particolare vicenda umana può essere raccontata è in fortissimo contrasto con ciò che in effetti qui ci viene narrato e rappresenta un enorme salto di qualità per la comunità LGBT che oggi, nonostante le ancora grandi mancanze, può certamente constatare con mano l'abisso che vi è tra il nostro quotidiano e quello di anche soli 30 anni fa.
Dunque "Dietro i candelabri" è un esperimento televisivo - in Italia un'operazione del genere sarebbe utopia per innumerevoli ragioni - di grande impatto e, piaccia o meno, non si può che rimanere incollati allo schermo e seguire le vicende che la storia racconta. C'è una sorta di magnetismo visivo un po' nella ricostruzione accuratissima, un po' nel mistero della figura di Liberace e per entrambe le ragioni, incuriositi, si attende di scoprire dove porterà la narrazione. Il finale, onirico e svolazzante, è una bella conclusione che suggella la realtà di un amore che, a causa di una cornice carica di eccesso ed eccessi, finisce spesso per rimanere in secondo piano. Eppure, fortissimo, c'è.
Ps. Da noi uscito al cinema, in realtà in America è andato in onda sulla rete via cavo HBO. "Behind the Candelabra" ha vinto 11 Emmy Awards (tra cui Miglior miniserie e Michael Douglas Miglior attore) ed è attualmente candidato a 4 Golden Globes.
Consigli: Certamente una storia diversa da quella che siamo abituati a vedere, ma interessante e per qualche verso istruttiva. Colpisce pensare che sia un prodotto nato per la televisione, ma comunque in grado di essere esportato anche per il grande schermo. Portare il nostro "Pupetta" al cinema, per esempio, fa ridere anche solo a pensarci.
Parola chiave: "Behind the Candelabra: My Life with Liberace".

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Bengi

venerdì 27 dicembre 2013

Film 642 - I Am Britney Jean

Vabbé, era la sera di Natale. Ero solo in casa dopo l'abbuffata con i miei al ristorante... C'era il link on-line gratuito... Io l'ho visto!

Film 642: "I Am Britney Jean" (2013) di Fenton Bailey, Randy Barbato
Visto: dal computer di casa
Lingua: inglese
Compagnia: nessuno
Pensieri: Ebbene sì, sono uno di quegli irriducibili che ancora seguono l'iter "musicale" di Miss Spears, osannata per anni e ora notevolmente in declino rispetto agli albori della sua carriera. Tra le varie mosse per destare un po' di attenzione mediatica c'è anche questo documentario televisivo, operazione teoricamente astuta di marketing per promuovere il prossimo prodotto commerciale di punta della Spears che, no, non è l'album "Britney Jean" uscito 3 settimane fa e già flop documentato, ma bensì il tour de force pseudo canoro che la cantante terrà a Las Vegas a partire da oggi. Ovvero quella che viene definita la residenza al Planet Hollywood: "Britney: Piece of Me".
Già di partenza, dunque, chi si aspettava di scoprire quale potesse essere stata la genesi dell'ottavo album di Britney può accantonare ogni speranza.
Di fatto "I Am Britney Jean" è un prodotto vendibile solamente ai veri fans della cantante, poiché lo scarso appeal che riesce a generare non può che essere apprezzato da chi la segue con devozione dagli inizi e comprende o conosce il difficoltoso cammino di ricostruzione personale e di immagine che la cantante ha affrontato. E' bello rivederla in forma, capace di muovere le gambe a tempo di musica senza dimenticare di avere cognizione di causa anche sulle sue braccia e, soprattutto, rendersi conto che riesce a rispondere durante le interviste senza ripetere ad alta voce la domanda che le è appena stata fatta per iniziare la sua risposta. Effettivamente, dopo la devastazione fisica e psicologica di non moltissimo tempo fa, i risultati sono notevoli: lo sguardo da pazza sotto psicofarmaci pare sparito, i capelli non sembrano sudati da una ventina di muratori che staccano dopo una giornata di lavoro e il suo corpo è nuovamente quello di una ragazza sana e in forma.
Miglioramenti personali a parte, però, cosa rimane della nostra eroina? Difficile dirlo se si cerca risposte in questo prodotto televisivo. Già, perché a parte vedere come è nato lo show di Las Vegas e sentirci ripetere quanto Britney sia timida e brava come ballerina - un po' come Victoria Beckham che sul sito ufficiale delle Spice Girls era presentata come stilista - non c'è molto altro. Gli spezzoni di intervista proposti sono di una banalità che sfiora la scuola elementare (la prima domanda che le pongono è qualcosa tipo quale sia il suo gusto di lecca-lecca preferito) e le risposte mono-frase che dà la ragazza sono difficili da metabolizzare e incasellare in un mosaico che vada a costruire un'idea anche solo generale su chi sia la Spears persona.
Chiaro che l'intento prepotentemente commerciale di questo prodotto oscura anche solo il tentativo di rendere umana la figura iconica della star, ma un tentativo, una sorpresa, un'epifania avrebbe certo migliorato in questo senso il risultato finale. Che, per carità, è assolutamente godibile, ma non aggiunge assolutamente niente all'idea mediatica che si ha di lei.
In questo senso il titolo è fuorviante perché "I Am Britney Jean" fa supporre un approfondimento sul personaggio che, ci fosse stato, avrebbe destato interesse a prescindere dall'essere o meno suo fan. Invece, scegliendo di presentare i concerti di Las Vegas come unico macrotema di tutti i 90 minuti di spettacolo, si finisce per appiattire un contenuto teoricamente di approfondimento che altrimenti avrebbe potuto giocare a favore della cantante, regalandole un po' di visibilità svincolata dall'aspetto commerciale che da sempre la lega al mondo della musica.
Quindi, in definitiva, "I Am Britney Jean" è uno pseudo documentario sulla preparazione dei due anni di residenza al Planet Hollywood di Britney "lip-sync" Spears che ci rivela A) quanto si sia sbattuta fisicamente per preparasi allo show B) quanto voglia bene ai suoi figli C) quanto lei sia una vera artista D) quanto personale sia questo suo ottavo album E) quanto sia pubblicamente irritantemente cattolica la sua famiglia F) quanti gay gravitano attorno al mondo dello show business. Ho semplificato, ma nemmeno troppo.
Di conseguenza il risultato è prodotto estremamente superficiale che niente ha a che spartire con altri documentari musicali passati di recente, certo palesi operazioni commerciali, eppure più furbescamente attenti a presentare i beniamini della musica non tanto come bidimensionalità iconografiche, ma come persone uguali ad ognuno di noi. Qui, per quanto si sforzino di rendere gli Spears una normale famiglia americana, di fatto non ci riescono.
Consigli: Rispetto ad un prodotto come "Katy Perry: Part of Me", unico recente termine di paragone che posso avere, "I Am Britney Jean" è molto più debole e di superficie. Il risultato finale sarà certo interessante per tutti i suoi fans e rimane comunque divertente e anche interessante per certi aspetti. Lascia un po' delusi che manchi la presentazione della vera Britney, l'occasione di un momento a cuore aperto della cantante dopo tanti alti e bassi e una disastrosa promozione del recente ultimo cd. Si poteva sfruttare questo documentario in maniera meno maldestra e regalare al pubblico il piacere di conoscere una 'parte di lei' che, purtroppo, qui non si vede.
Parola chiave: "Britney: Piece of Me".

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Bengi

giovedì 26 dicembre 2013

Film 641 - Lo Hobbit - La desolazione di Smaug

Finalmente il secondo capitolo. Finalmente di nuovo nella Terra di Mezzo!

Film 641: "Lo Hobbit - La desolazione di Smaug" (2013) di Peter Jackson
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi, Marco
Pensieri: Non amo i capitoli di passaggio e questo Hobbit 2, come fu per "Le due torri", è di fatto un film-ponte che traghetta i protagonisti dalle prime avventure de "Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato" al grande epilogo dell'episodio conclusivo dell'anno prossimo, "Lo Hobbit - Racconto di un ritorno". Quindi, anche per questo motivo, risulta uno strano esempio cinematografico, in quanto ha un inizio e una fine che non sono tali per definizione.
A prescindere da questo, però, il secondo episodio della nuova saga di Jackson mi è piaciuto meno. Ho letto di critiche più positive rispetto alla prima pellicola poiché la lentezza iniziale che la contraddistingueva qui, invece, non c'è. A mio avviso, però, non è sufficiente a dire che ci sia stato un miglioramento.
Il film non è male, per carità, e non ci sono mai momenti noiosi, ma il nuovo assetto da videogioco coloratissimo e pieno di azione mi ha lasciato perplesso. Tutto questo nuovo dinamismo è veramente dettato dalla necessità di raccontare la storia o si è semplicemente voluto cambiar rotta rispetto al precedente risultato? In aggiunta: quanto era veramente necessario girare un capitolo aggiuntivo piuttosto che i soli due decisi all'inizio della produzione?
Perché, di fatto, l'impressione che ho avuto è che molti degli intrighi narrativi e delle trame secondarie potessero benissimo essere abbreviati e, in aggiunta, moltissimi dei momenti di guerriglia potessero essere sforbiciati. Non si è, dunque, calcata un po' troppo la mano sull'azione per riempire un vuoto narrativo altrimenti palese? Leggere il libro sicuramente aiuterebbe a capirlo.
In generale "The Hobbit: The Desolation of Smaug" è una pellicola carina con i suoi buoni momenti, anche se rispetto alla bellezza de "Il signore degli anelli" non c'è confronto. Qui manca totalmente un realismo dell'immagine che 10 anni fa aveva reso Frodo e compagnia tanto intriganti quanto verosimili. Thorin (Richard Armitage) non è Aragorn né ha il suo magnetico carisma, la nuova elfa Tauriel (Evangeline Lilly) non è Arwen e mai sarà tanto eterea, nonostante il tentativo un po' sciocco di sovrapposizione tra le due attraverso l'espediente della luce divina da incantesimo curativo. Non è comunque tutta "colpa" loro. La combricola di nani è simpatica, ma non ci si riesce ad affezionare ad alcuno di loro. I nomi sono impossibili da ricordare e anche a livello visivo non sono facili da riconoscere (tranne quello grasso con le trecce rosse tipo Obelix). Thranduil (Lee Pace), che dal trailer ti aspetteresti essere il nuovo elemento-sorpresa della storia è, invece, una delusione e finisce per sembrare un isterico capo degli elfi impaurito ed allucinato. Quest'ultima caratteristica si riscontra bene anche in suo figlio Legolas (grande ritorno di Orlando Bloom nella saga), un po' inutilmente sfruttato all'interno del racconto e più che altro calato dalla promozione come asso nella manica per i nostalgici delle precedenti pellicole. Bloom non è mai stato un campione dell'espressività e le caratteristiche peculiari degli elfi - algidi, privi di emozioni evidenti, biondi - non gli si addicono granché e, anzi, sembra peggiorato rispetto all'ultima volta che aveva portato il ruolo sullo schermo. Infine Gandalf non è lo stesso Gandalf (Ian McKellen), ma una specie di caricatura simpatica e meno iconica.
Impeccabile, invece, è Martin Freeman nelle vesti di Bilbo, capacissimo interprete dall'evidente espressività, vero re della storia nonostante la sua parte qui cominci a ridursi in favore di elfi e nani, nonché il ritorno di Sauron attraverso l'occhio di fuoco. L'anello, infatti, comincerà a dare i primi segni di pesantezza malvagia e anche lo stregone grigio se ne accorgerà.
Il grande momento della pellicola, l'incontro con il drago, è effettivamente il picco di tutta la storia, assolutamente all'altezza delle aspettative: Freeman duetta con Smaug - doppiato in inglese da Benedict Cumberbatch, suo compagno di set in "Sherlock" - in maniera egregia, in un balletto sull'oro che è un piacere da guardare. Grazie agli effetti speciali l'enorme creatura è resa benissimo ed è cento volte meglio di momenti precedentemente digitalmente ricreati che, invece, fanno pensare più che altro ad un videogame non sempre realizzato al meglio. Senza il carisma di Freeman, perfetto erede dei precedenti 4 hobbit Frodo, Sam, Pipino e Merry, "La desolazione di Smaug" non avrebbe avuto alcun pregio di per sé, se non quello di rappresentare il capitolo di passaggio verso la conclusione della saga (anche perché moltissimi degli snodi narrativi sembrano fotocopiati dai tre precedenti episodi della trilogia dell'anello).
In generale, per carità, questo film non è brutto e si fa guardare in maniera assolutamente piacevole, ma la sensazione è che si siano un po' traditi i precedenti lavori in favore di un patinato fastidioso e una superficialità un po' vuota. Gli scenari sono fantastici, la fotografia curatissima e, inevitabilmente, l'attaccamento per tutto ciò che la Terra di Mezzo rappresenta e ha rappresentato non può essere cancellato. Però mi aspettavo molto più. Meno giochetti e -paradossalmente - stereotipi in favore di quella magia che Jackson ha saputo da solo creare per le belle storie di Tolkien. La sensazione è che anche lui si sia piegato ai meccanismi hollywoodiani di standardizzazione di prodotto e contenuto, mentre l'aspetto bello di tutta la saga era proprio che, per una volta, un colossal contemporaneo potesse avere le idee, i paesaggi, i volti e la realizzazione di stampo più indipendente e libero da un vincolo glamour e piatto cui siamo solitamente abituati. Sebbene non si possa dire che Jackson abbia optato totalmente per tali meccanismi, l'impressione globale è, però, che "Lo Hobbit - La desolazione di Smaug" ne sia in parte contagiato suo malgrado: visivamente potente e capace, come ci si aspettava, di grande intrattenimento, è tuttavia carente di un'anima propria che lo elevi rispetto al resto, nonché lo caratterizzi inequivocabilmente rispetto agli altri film collegati alla saga.
Godibile e dal tempismo perfetto per risultare un successo, ma non è di certo il più significativo tra i film di Jackson sulle gesta della famiglia Baggins.
Ps. Ad oggi il film ha incassato $416,924,000 al botteghino mondiale. Riuscirà ad incassare più di un miliardo di dollari, come ha fatto la pellicola che lo ha preceduto? Al momento, un aspetto che li accomuna, è di essere stati completamente ignorati dalle nomination ai Golden Globes: gli Oscar dovrebbero regalare più soddisfazioni (effetti speciali e scenografie, probabilmente).
Film 494 e 496 - Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato
Film 616 - Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato
Film 1050 - Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato
Film 701 - Lo Hobbit - La desolazione di Smaug
Film 1052 - Lo Hobbit - La desolazione di Smaug
Film 855 - Lo Hobbit - La battaglia delle Cinque Armate
Film 1059 - Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate
Consigli: Meno indipendente rispetto al capitolo 2 de "Il signore degli anelli", questo "Lo Hobbit - La desolazione di Smaug" ha bisogno del suo predecessore per essere compreso appieno. E' un bel prodotto commerciale da vedere e ha buone sequenze di azione, anche se manca un poco di personalità. Divertente, spensierato e con un bel finale incendiario grazie al drago Smaug. Perfetto per le feste, in attesa de "Lo Hobbit" 3 esattamente tra un anno.
Parola chiave: Arkengemma.

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Bengi

640 - Immaturi - Il viaggio

Ho visto questo film solo perché quest'estate sono stato a Paros.

Film 640: "Immaturi - Il viaggio" (2012) di Paolo Genovese
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: La coincidenza della location di questa pellicola e della mia recente vacanza in Grecia mi ha incuriosito un po' nostalgicamente e di fatto convinto a vedere questa pellicola italiana, seguito del primo "Immaturi" che non ho visto e a questo punto credo non vedrò.
L'effetto nostalgia ha, sì, fatto la sua parte, aiutando a digerire un prodotto cinematografico insipido e bruttino, anche se alla lunga non può essere il rivedere i luoghi di una bellissima vacanza a salvare l'opinione su un prodotto come "Immaturi - Il viaggio".
Nessuno si stupirà quando dico che non credo ci fosse bisogno di un secondo episodio al cinema se il risultato di produzione è questo. Pieno di stereotipi e situazioni "comiche" tanto caricate da essere totalmente fuori controllo, ciò che rimane allo spettatore è l'insieme male assortito di coppie strampalate e bidimensionali, capaci solo di cercare di essere quelle che non sono. Ogni personaggio ha necessariamente una caratterizzazione opposta a quello degli altri così da poter rendere eterogeneo un gruppo di amici che non si capisce bene come faccia a stare assieme (ancora dal liceo poi! Che vita orrenda, senza mai nuove amicizie o un'evoluzione personale).
Il peggio del peggio è Raoul Bova+Luisa Ranieri, tanto credibili quanto di probabile origine orientale. Lui ha la faccia da lesso e si comporta da idiota per non smentirsi; lei che faccia parte del film te ne accorgi solo nel finale, quando recita alla perfezione il ruolo della pirla cornuta. Brava.
La coppia che si salva è quella formata da Paolo Kessisoglu+Anita Caprioli, che nel marasma di inutilità generale, finisce per rappresentare l'happy ending della pellicola, almeno recitato con tentativo di plausibilità.
Gli spaiati Luca Bizzarri e Ambra Angiolini sono i jolly della storia, quelli che strillano, combinano casini e si infilano nelle situazioni più assurde e che, di fatto, non servono a niente se non a creare lo scompiglio necessario alla storia per sembrare meno noiosa o priva di idee di quanto non sia in realtà. Di fatto - ma chi non se lo aspettava? - l'espediente non funziona e, va detto, per quanto Ambra sia migliorata rimane sempre una che non sa recitare.
La Bobulova e Memphis sono una coppia visivamente brutta, ma comunque tra quelle tollerabili. In ogni caso sono piuttosto inutili anche loro.
Nel complesso direi che siamo di fronte al solito ridicolo tentativo di spillare soldi al pubblico, incapaci però di mascherare il terreno tentativo con qualche cosa di vagamente interessante. Non dico una produzione da Oscar, ma almeno una storia carina...

"Immaturi - Il viaggio" (per quanto presenti una sequela di caratteristiche di fatto corrispondenti al titolo) rimane comunque incapace di creare dei personaggi interessanti che prescindano dallo stereotipo che devono rappresentare, risultando una semplice carrellata di scene prevedibili con intrecci scontati e risoluzioni prevedibili. Il momento del carcere comune nel finale, poi, è qualcosa di imbarazzante.
Insomma, non che aspettassi il capolavoro, ma di certo nemmeno questa volta il cinema commerciale italiano è stato in grado di smentire il suo peculiare binomio di inconsistenza visiva.
Ps. Prima di scomparire dal box office italiano, il film ha incassato 11.747.185€.
Consigli: La cornice paesaggistica è estremamente suggestiva nonché l'unica scelta sensata di tutta la trama. Per il resto "Immaturi - Il viaggio" è una pellicola priva di brio o idee e finisce per ricadere tristemente nel mucchio di quelle produzioni italiane approdate sul grande schermo solo per attirare spettatori compranti desiderosi di evasione dopo le fatiche dei festeggiamenti di fine anno (il film è uscito nelle sale il 4 gennaio 2012). Innocuo, ma privo di creatività.
Parola chiave: Viaggio di post maturità.

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Bengi

mercoledì 25 dicembre 2013

Film 639 - Questione di tempo

La tagline del film dice qualcosa tipo: Dallo sceneggiatore di "Quattro matrimoni e un funerale", "Notting Hill" e "Love Actually - L'amore davvero". Sarà di buon auspicio?

Film 639: "Questione di tempo" (2013) di Richard Curtis
Visto: al cinema
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Nessun dubbio già a pochi minuti dall'inizio: "Questione di tempo" è la pellicola romantica di fine anno. Non c'è altro da dire.
Zuccherosa, piacevole, divertente, scanzonata, delicata, triste quanto basta, giovane, fresca, fantasy e temporalmente instabile con un riguardo speciale per un indie style che prende fin da principio a pugni gli occhi dello spettatore (i look di Mary sono terrificanti). Insomma un mix di elementi felici e irresistibili, una scorrevolezza della trama che raramente si trova e una coppia di protagonisti bomba dall'alchimia facile e il sorriso contagioso.
Nonostante le incomprensioni temporali sul momento e i ripensamenti sulle incongruenze poi, devo dire che alla fine della fiera il fatto che effettivamente la trama spesso finisca per autosabotarsi rimangiando ciò che era stato detto prima riguardo ai viaggi nel tempo, questo non è poi troppo un problema. La storia è bella comunque a prescindere dalle falle sulle questioni scientifiche e funziona non tanto perché l'idea di base è intrigante (oddio, anche), ma perché l'insieme funziona. "About Time", infatti, vive dei suoi personaggi così ben caratterizzati, del profondo amore tra padre e figlio e tra quest'ultimo e la moglie, colpo di fulmine al buio da riconquistare un po' alla "50 volte il primo bacio", delle milioni di opzioni possibili che la pellicola esplora grazie al passepartout del ritorno al passato.
Passato che, insieme all'amore, è tema centrale di tutta la storia. Un po' culto dei ricordi, un po' abbraccio del destino, lo spettatore cresce assieme al protagonista Tim e, con lui, passa dall'ebbrezza di poter rivivere tutte le cose più belle della sua vita imparando ad ambientarcisi per davvero, a capire che ogni istante è più prezioso quando lo si vive una volta sola, appieno. E che, inevitabilmente, bisogna imparare a lasciare andare.
Bello, bello e delicato, a tratti commovente e a tratti un po' assurdo, ma nel complesso proprio una piacevole sorpresa come qualche tempo fa è stato "Noi siamo infinito". Piace soprattutto perché pare rappresentare la storia di una famiglia semplice, strana, ma molto unita anche senza bisogno di ricordarselo sempre e per forza ad alta voce. Piace perché ogni tanto credere nell'amore serio e forte è bello. E perché persone normali, dall'aspetto comune, posso essere altrettanto protagoniste di storie interessanti anche senza dover per forza avere il volto patinato di una star (che, di fatto, Rachel McAdams è).
Non è certo un capolavoro e finirà inesorabilmente per essere relegato al genere 'romance' per signore, ma posso assicurare che dare una chance a questo film vale la pena. Non amo troppo lo sdoganamento sentimentale e l'attaccamento famigliare, ma qui non mi è mai sembrato davvero pesante o stucchevole. C'è dove ci sta e funziona soprattutto grazie ad un cast capace di interpretare benissimo i personaggi della storia: Bill Nighy è un'ottima spalla e un rassicurante papà, la McAdams un'adorabile compagna e Domhnall Gleeson, la vera sorpresa del film, rivelazione assoluta, è capace di trasformarsi silenziosamente da ragazzino impacciato e spettinato a marito e padre adorabile.
Insomma, "Questione di tempo" funziona e conquista. Basta lasciarsi trasportare.
Ps. Ad oggi il film ha incassato $74,995,553 in tutto il mondo.
Consigli: Strano mix di generi, questa pellicola avvicina la commedia romantica classica ai viaggi nel tempo con partenza dagli armadi. Curioso, mai volgare, divertente e dalla realizzazione simil-indipendente, è in realtà un buon prodotto commerciale che, una volta tanto, esalta la semplicità e la tranquillità. Si cerca l'amore, l'amicizia e gli affetti nella famiglia. Una buona lezione genitoriale, qualche lacuna temporale e di stile, ma un risultato a sorpresa molto bello. Ci si lascia volentieri coinvolgere e il tempo passa che è una meraviglia.
Parola chiave: Viaggi indietro nel tempo.

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Bengi

lunedì 23 dicembre 2013

Film 638 - 21 Jump Street

Avevo iniziato a vederlo qualche tempo fa, ma lo streaming non mi aveva assistito fino alla fine...

Film 638: "21 Jump Street" (2012) di Phil Lord, Chris Miller
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Simpatica boiata divertente e scanzonata, "21 Jump Street" è decisamente meglio di quello che ti aspetteresti da una qualunque commedia americana tra il poliziesco e il demenziale.
Molto del merito va alla coppia Channing Tatum - Jonah Hill (quest'ultimo firma anche la sceneggitura), affiatata e divertente, perfetta nel doppio ruolo di scemo-belloccio&muscoloso e nerd-molliccio&sfigato (come la vera tradizione del polizziotto buono e cattivo vuole).
La pellicola, piena zeppa di luoghi comuni trattati in maniera simpatica, non si prende mai davvero sul serio e per questo funziona egregiamente, intrattenendo con simpatia e senza alcuna pretesa il pubblico che vuole ridere tra una scazzottata e qualche sparatoria. La cosa meno tipica è che il tutto è svolto al liceo dove entrambi, sotto copertura, dovranno nuovamente tentare di ambientarsi (e non essere scoperti) anche se questa volta i due archetipi tipici del liceale cool e sfigato che raprresentano sono invertiti nel nuovo contesto contemporaneo che vede i nerd come categoria sociale più in voga del previsto. Sarà una sorpresa per Jenko, quindi, scoprire che avere i muscoli e non capirne una mazza di nessuna materia non è più tanto fico come un tempo.
Come se riambientarsi al liceo non fosse già abbastanza, i due dovranno anche tentare di contrastare la circolazione di una nuova droga che sballa ed uccide, dovendo fare i conti con il loro essere costantemente imbranati ed infantili.
Successone di pubblico - forse anche aiutato dal fatto chela pellicola deriva dalla serie tv omonima degli anni '80 - e, va detto, anche di critica, come al solito se si prende "21 Jump Street" per la commedia scanzonata che è, non si può fare altro che passare 109 minuti piacevoli, divertenti e assolutamente godibili senza controindicazioni.
Ps. $201,585,328 di incasso e un sequel in arrivo la prossima estate.
Film 765 - 22 Jump Street
Film 1374 - 22 Jump Street
Consigli: Carino e perfetto per una serata senza pretese in compagnia o in solitaria. Aiuta a spegnere il cervello ed intrattiene a dovere. Rimane perfino un sorriso sulle labbra una volta finita la visione. Per contesto poliziesco e la scelta di un duo/partners, ricorda un po' "Corpi da reato", per il ritorno al passato/liceo, invece, "17 again - Ritorno al liceo".
Parola chiave: Miranda warning.

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Bengi

Film 637 - Prisoners

Ero attirato principalmente dalla presenza dei due attori protagonisti, anche perché Jake Gyllenhaal mancava dal grande schermo già da un po' di tempo...

Film 637: "Prisoners" (2013) di Denis Villeneuve
Visto: dal computer di casa
Lingua: italiano
Compagnia: Luigi
Pensieri: Pensavo sinceramente fosse uno di quei film con un grande cast (Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal, Viola Davis, Maria Bello, Terrence Howard, Melissa Leo, Paul Dano), ma con nessuna chance di proporti qualcosa di interessante. E invece "Prisoners" è più che sorprendente!
Parte piano e, sinceramente, lascia quasi intendere che ciò che vedi è proprio quello che ti aspettavi: il solito prodotto che si gioca tutto attraverso i suoi protagonisti, senza davvero impegnarsi in una storia interessante e/o convincente. In realtà, piano piano, il racconto prende direzioni inaspettate, finanedo per intraprendere percorsi narrativi che toccano temi piuttosto scottanti come la giustizia privata, il fanatismo e, naturalmente, il rapimento di minori e le conseguenze che ha sulle famiglie che lo subiscono. Insomma, non esattamente cose da nulla.
Il tema del rapimento segue tutto il percorso del film praticamente dall'inizio e accompagna i 153 minuti di pellicola come tema portante a cui, man mano che si procede a raccontare, si aggiungono gli altri che vanno ad arricchire "Prisoners" di pathos e tensione. Numerose le domande che si è costretti a porsi: come mi comporterei se rapissero mio figlio? Quanta fiducia darei a chi è incaricato di indagare? E, se fossi sicuro di aver individuato il/i colpevole/i, quanto potrei spingermi oltre pur di ottenere una confessione che mi aiuti a ritrovare mio figlio? Riuscirei a trasformarmi in una specie di vendicatore della notte, tra torture e sensi di colpa?
Insomma, pur partendo in sordina, questa pellicola ingrana presto la marcia giusta e si confronta con domande che rendono spesso difficile rapportarsi con quello che si sta vedendo, ovvero la personale discesa all'inferno di Keller Dover per ritrovare la figlia rapita il giorno del ringraziamento da qualcuno che lui ritiene essere l'infantile Alex Jones. Avrà ragione?
Il dubbio è una componente intrinseca di questa storia e per la maggior parte del tempo bisognerà fare i conti con la possibilità che tutto ciò che sta facendo Keller sia effettivamente sbagliato. Le piste che lui e il Detective Loki stanno seguendo, poi, sono completamente differenti e non si sa mai davvero per quale dei due parteggiare.
In un difficile gioco di specchi, tra l'ombra dell'abuso sessuale e il feroce timore di non riuscire a ritrovare in tempo la sua bambina, Keller finirà per affrontare anche i suoi personalissimi demoni, segnato per sempre da ciò che farà pur di non sprecare nessuna possibilità di trarre in salvo la sua Anna.
Sia nel modo di affrontare la vicenda, sia nei personaggi - e, per forza, nell'interpretazione degli attori - "Prisoners" funziona alla grande e lascia un segno forte nello spettatore, costretto anche lui a ritrovarsi faccia a faccia con decisioni scomode, scene violente e rivelazioni inquietanti da far accapponare la pelle. Melissa Leo invecchiata è letteralmente la rivelazione del film - nella versione italiana molto l'aiuta avere la doppiatrice di Meryl Streep, Maria Pia Di Meo -, glaciale ed inquietante al contempo. Hugh Jackman nella parte del padre che tutti vorremmo avere è una garanzia, aiutato dalle sue spalle-armadio e la capacità di risultare roccia sì, ma in grado di commuoversi e comunicarti anche solo con lo sguardo che il suo mondo di padre si sta sgretolando man mano che le ore passano e le possibilità di trovare la sua bambina ancora viva diminuiscono. Viola Davis in generale non mi dispiace mai, anche se quando le toccano queste parti pianto-annesse finisce sempre per lacrimare anche dal naso e la cosa mi distrae sempre un po' dalla sua interpretazione
(vedi "Il dubbio"). Più innoqui Maria Bello e Terrence Howard i cui ruoli finiscono per essere marginali. Paul Dano lievemente ritardato è perfetto e si fa odiare in maniera magnifica, mentre il detective di Jake Gyllenhaal piace per il taglio di capelli cool e perché, alla fine, è esattamente chi speravi che fosse.
Nonostante questo film non sia stato particolarmente preso in considerazione tra le pellicole meritevoli di nomination in questa stagione di premiazioni, devo dire che, al momento, "Prisoners" è uno dei migliori prodotti cinematografici che ho visto, ben scritto, realizzato e recitato, teso ed oscuro, capace di tenerti appeso ad una speranza fino all'ultimo secondo, fino a quel fischio che ti fa, finalmente, tirare un sospiro di sollievo.
Ps. $118,433,958 incassati al botteghino e 46 milioni spesi per produrlo.
Consigli: Assolutamente uno dei titoli più interessanti di questo 2013. Grande cast, ottima sceneggiatura, atmosfera cupa da thriller, ma con parecchie incursioni dark nella psiche dei protagonisti. Bello e riuscito. Davvero una sorpresa.
Parola chiave: Camper.

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Bengi